martedì 8 agosto 2017

High Rise: il Condominio - la recensione

Londra, 1975. Robert Laing, giovane medico segnato dalla morte della sorella, si trasferisce in un un lussuoso ed enorme condominio, una vera e propria città su più piani dotata di qualsiasi servizio, dalla piscina al supermercato, i cui abitanti praticamente non escono mai se non per recarsi a lavoro. La struttura sociale del condominio, basata sul “piano” di appartenenza, con i più ricchi in alto e le famiglie con bambini ai margini nei piani bassi, si fa sempre più chiusa e le tensioni tra i condomini aumentano a dismisura, fino a degenerare in un isolazionismo fatto di violenza e follia sempre più marcate.
Così come il romanzo di Ballard da cui è tratto, il film del regista britannico Ben Wheatley, è una vera e propria distopia, nonostante non sia ambientato nel futuro ma anzi in un passato anche abbastanza distante da noi, eppure la situazione di claustrofobica angoscia che ne scaturisce, accentuata da una fotografia molto grigia e da una regia che gioca moltissimo con i rallenty e le inquadrature più statiche, è palpabile.
Wheatley spinge sul tasto del grottesco più che su qualsiasi altro, e in questo senso il film è decisamente riuscito, provocando un crescente senso di disagio nello spettatore, disagio che culmina nella circolarità tra scena iniziale e finale, molto efficace. Manca però l’ultimo step, quel qualcosa in più che avrebbe reso il tutto davvero memorabile, una riflessione più profonda sulla lotta di classe e sulla follia umana che non viene mai davvero sviscerata fino in fondo, lasciando un po’ la sensazione di incompiuto, una certa insoddisfazione.

Il cast è davvero notevole: Tom Hiddleston non ha certo bisogno di dimostrare nulla ormai, riesce facilmente a spostarsi da un registro più leggero a una scena di violenza con grande facilità ed efficacia, sfrutta la sua fisicità senza mai essere fuori posto, insomma davvero una gran prova questa per lui; altrettanto fantastico Jeremy Irons, pur con molto meno screen time, ma la presenza scenica di questo interprete è notevole e rimane incredibilmente impresso; non particolarmente in parte invece Luke Evans, che fa quel che può ma il suo personaggio scade spesso nella macchietta e non riesce ad incidere veramente, anche se c’è da dire che è più colpa della sceneggiatura che sua, così come Sienna Miller, spesso incerta e poco incisiva.

In sostanza, High Rise è un film sicuramente suggestivo e straniante, vale senza dubbio la visione, ma non riesce a soddisfare al cento percento, probabilmente un pizzico di coraggio e cattiveria in più avrebbe giovato alla riuscita complessiva.

giovedì 27 luglio 2017

Venezia 74 - presentato il programma completo

E' stato presentato questa mattina il programma della 74a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, che si terrà dal 30 agosto al 9 settembre.

Tanti titoli interessanti, tante star attese, quattro film italiani in Concorso.
Ad aprire sarà Downsizing di Alexander Payne, uno dei due film che vedranno Matt Damon protagonista, l'altro sarà Suburbicon, nuovo film diretto da George Clooney su una sceneggiatura dei fratelli Coen.
Altri due titoli molto interessanti e molto attesi saranno The Shape of Water, fiaba dark di Guillermo del Toro, e Mother di Darren Aronofsky, con Jennifer Lawrence e Javier Bardem protagonisti.

Tra i quattro film italiani del Concorso, grande curiosità intorno a The Leisure Seeker, primo film in lingua inglese di Paolo Virzì che vede come protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland.

Presidente di giuria sarà Annette Bening. Ecco il programma completo.

CONCORSO
– Human Flow di Ai Weiwei
– Mother! di Darren Aronofsky
– Suburbicon di George Clooney
– The Shape of Water di Guillermo Del Toro
– L’insulte di Ziad Doueri
– La Villa di Robert Guediguian
– Lean On Pete di Andrew Haigh
– Mektoub, My Love: Canto Uno di Kechiche
– The Third Murder di Hirokazu Koreeda
– Jusqu’a La Garde di Xavier Legrand
– Ammore e Malavita dei Manetti Brothers
– Foxtrot di Samuel Maoz
– Three Billboard Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
– Hannah di Andrea Pallaoro
– Downsizing di Alexander Payne
– Jia Nian Hua di Vivian QU
– Una famiglia di Sebastiano Riso
– First Reformed di Paul Schrader
– Sweet Country di Warwick Thornton
– The Leisure Seeker di Paolo Virzì
– Ex Libris – The New York Public Library di Frederick Wiseman

ORIZZONTI
– Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli
– Disappearance di Ali Asgari
– Espèces Menacées di Gilles Bourdos
– Les Bienheureux di Sofia Djama
– The Rape of Recy Taylor di Nancy Buirsky
– Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel
– Marvin di Anne Fontaine
– Invisible di Pablo Giorgelli
– Brutti e cattivi di Cosimo Gomez
– The Cousin di Tzahi Grad
– The Testament di Amichai Greenberg
– La Nuit Ou J’ai Nagé di Damien Manivel e Igarashi Kohei
– No Date, No Signature di Vahid Jalilvand
– Los versos del olvido di Alireza Khatami
– Krieg di Rick Ostermann
– West of Sunshine di Jason Raftopoulos
– Gatta Cenerentola di Alessandro Rak
– Under the Tree di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson
– La vita comune di Edoardo Winspeare

FUORI CONCORSO (fiction)
– Casa d’altri di Gianni Amelio (cortometraggio)
– Thriller in 3D di John Landis e Michael Jackson
– Our Souls at Night di Ritesh Batra
– Il signor Rotpeter di Antonietta De Lillo
– Vittoria e Abdul di Stephen Frears
– La Mélodie di Rachid Hami
– Outrage Coda di Takeshi Kitano (film di chiusura)
– Loving Pablo di Fernando Léon de Aranoa
– Zama
– La Fidèle di Michael R. Roskam
– Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini
– Brawl in Cell Block 99 di Craig Zahler
– Diva! di Francesco Patierno

FUORI CONCORSO (documentari)
– Cuba and the Cameraman di Jon Alpert
– My Generation di David Batty
– Piazza Vittorio di Abel Ferrara
- The Devil and Father Amorth di William Friedkin
- This Is Congo di Daniel McCabe
- Wormwood (serie Netflix) di Errol Morris

CINEMA nel GIARDINO
– Suburra – La serie (primi due episodi)
– Manuel di Dario Albertini
– Controfigura di Ra Di Martino
– Woodshock di Kate e Laura Mulleavy
– Tuers di Francois Troukens e Jean-Francois Hensgens
– Nato a Casal Di Principe di Bruno Oliviero

PROIEZIONI SPECIALI
– La lunga strada del ritorno di Alessandro Blasetti
– Barbiana ’65 – La lezione di Don Milani di Alessandro G.A. D’Alessandro
– Lievito madre – Le ragazze del secolo scorso

sabato 15 luglio 2017

The War: Il Pianeta delle Scimmie - La Recensione

"Koba: Koba combatte per scimmie.
Cesare: Koba combatte per Koba."

Koba non è più un problema. E' passato. Sedate le faide interne, Cesare ha un altro problema adesso. La sopravvivenza.
Braccati, inseguiti e sterminati dal Colonnello McCullough, le scimmie dovranno fare affidamento solo su loro stesso per riuscire a non scomparire. Una cornice pura ed innevata, che non rimarrà tale per molto.
Un film che ha usa le scimmie e la guerra come mezzi, quando in realtà, a parla di Umanità, quella con la U maiuscola, non come specie, ma come valore.

Una trilogia, per definizione, prevede una climax ascendente. Qui, oltre all'epicità, ad aumentare è la scala degli eventi, che coinvolge prima un uomo, poi un nutrito gruppo di persone, poi l'intero genere umano. In questo capitolo viene mostrata tutta la razionalità e l'affettività dei primati, se così possono essere chiamati. Matt Reeves li pone di nuovo davanti ad una sfida difficilissima, questa volta rappresentata dal Colonnello.
Con riferimenti non troppo velati ad Ape-pocalypse Now, con Woody Harrelson che in alcuni momenti fa il verso al caro vecchio Kurtz, senza scomodare paragoni inappropriati. Il regista statunitense scava con entrambe le mani in quell'immaginario bellico, rendendo però, nonostante il titolo emblematico del film, la guerra solo una delle mille sottotrame. Il film è un pozzo di citazioni ed easter eggs, a partire da Schindler's List, fino ad arrivare agli inevitabili collegamenti con Il Pianeta Delle Scimmie del 1968, tutti molto eleganti e raffinati.

Il film è diviso in due sequenze molto nette, una in viaggio, con un "A-Team" scimmiesco in missione, la seconda parte, invece, scambia la mobilità con l'approfondimento, rimanendo fissa in un luogo e scavando nella psiche dei personaggi. Cesare è ancora il leader risoluto, ma qualcosa, dopo il dissidio con Koba si è rotto. Un imprevisto metterà a dura prova le sue convinzioni e dovrà lottare contro il suo istinto per rimanere integerrimo come lo abbiamo visto finora. L'incontro con un'umana atipica lo costringerà a rivedere la rotta che stava seguendo.


Il film è visivamente perfetto. La fotografia mescola sapientemente giochi di luce ed ombra, con inquadrature aperte nella neve, rotte dal colore forte delle scimmie, oppure lunghe scene notturne sapientemente illuminate. A sostenere l'impatto visivo c'è una scrittura solida, con un apparato "filosofico" ed etico che si fa più spesso rispetto ai capitoli precedenti. Dopotutto ci sono in ballo storie di estinzione.

Il tema musicale è iconico, grazie alla mente di Michael Giacchino, che ha composto una Soundtrack di tutto rispetto, incalzante nei momenti di tensione, soave quando necessario. Mescolato alla presenza di Jimi Hendrix, che contribuisce a riportare le sfumature verso il Vietnam.
Una sequenza iniziale perfetta nella giungla, con scritte su elmetti militari, altra reference poco nascosta, introduce lo spettatore nel clima perfetto.

Il resto del film è incartato magistralmente per completare un film che è la giusta conclusione ad un trilogia importante. Un gran crescendo giusto al suo punto più alto. L'epopea di Cesare e del suo branco non farà storia probabilmente, ma merita un posto nell'olimpo delle grandi saghe. Il tutto grazie ad un grande mix di qualità e spettacolarità che non hanno mai cercato di abbassare il livello con la soluzione più facile.

giovedì 13 luglio 2017

Emmy 2017: le nomination

Sono state annunciate oggi alle 17:30, ora italiana, le nomination per la prossima edizione degli Emmy Awards, gli "Oscar della televisione".
Poche sorprese, con le molte nomination ottenute da grandi successi della stagione come Big Little Lies, Feud e This Is Us, ma c'è anche posto per Westworld e Better Call Saul.

La premiazione avverrà il 27 Settembre prossimo al Microsoft There, condotti da Stephen Colbert.

Qui di seguito la lista delle principali categorie, potete trovare la lista completa delle nomination sul sito ufficiale degli Emmy.

Comedy Series
Atlanta
Black-ish
Master of None
Modern Family
Silicon Valley
Unbreakable Kimmy Schmidt
Veep

Limited Series
Big Little Lies
Fargo
Feud: Bette and Joan
The Night Of
Genius

Drama Actress
Viola Davis (“How to Get Away with Murder”)
Claire Foy (“The Crown”)
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”)
Keri Russell (“The Americans”)
Evan Rachel Wood (“Westworld”)
Robin Wright (“House of Cards”)

Drama Actor
Sterling K. Brown (“This Is Us”)
Anthony Hopkins (“Westworld”)
Matthew Rhys (“The Americans”)
Liev Schreiber (“Ray Donovan”)
Kevin Spacey (“House of Cards”)
Milo Ventimiglia (“This Is Us”)
Bob Odenkirk (“Better Call Saul”)

Comedy Actress
Pamela Adlon (“Better Things”)
Jane Fonda (“Grace and Frankie”)
Allison Janney (“Mom”)
Ellie Kemper (“Unbreakable Kimmy Schmidt”)
Julia Louis-Dreyfus (“Veep”)
Tracee Ellis Ross (“Black-ish”)
Lily Tomlin (“Grace and Frankie”)

Comedy Actor
Anthony Anderson (“Black-ish”)
Aziz Ansari (“Master of None”)
Zack Galifinakis (“Baskets”)
Donald Glover (“Atlanta”)
William H. Macy (“Shameless”)
Jeffrey Tambor (“Transparent”)

Limited Series Actress
Carrie Coon (“The Leftovers”)
Felicity Huffman (“American Crime”)
Nicole Kidman (“Big Little Lies”)
Jessica Lange (“Feud: Bette and Joan”)
Susan Sarandon (“Feud: Bette and Joan”)
Reese Witherspoon (“Big Little Lies”)

Limited Series Actor
Riz Ahmed (“The Night Of”)
Benedict Cumberbatch (“Sherlock: The Lying Detective”)
Robert De Niro (“The Wizard of Lies”)
Ewan McGregor (“Fargo”)
Geoffrey Rush (“Genius”)
John Turturro (“The Night Of”)

Television Movie
Black Mirror: San Junipero
Dolly Parton’s Christmas Of Many Colors: Circle Of Love
The Immortal Life Of Henrietta Lacks
Sherlock: The Lying Detective (Masterpiece)
The Wizard Of Lies

Supporting Actress in a Drama
Uzo Aduba (Orange Is The New Black)
Millie Bobby Brown (Stranger Things)
Ann Dowd (The Handmaid’s Tale)
Chrissy Metz (This Is Us)
Thandie Newton (Westworld)
Samira Wiley (The Handmaid’s Tale)

Supporting Actor in a Drama
Jonathan Banks (Better Call Saul)
David Harbour (Stranger Things)
Ron Cephas Jones (This Is Us)
Michael Kelly (House Of Cards)
John Lithgow (The Crown)
Mandy Patinkin (Homeland)
Jeffrey Wright (Westworld)

Supporting Actress in a Comedy
Vanessa Bayer (Saturday Night Live)
Anna Chlumsky (Veep)
Kathryn Hahn (Transparent)
Leslie Jones (Saturday Night Live)
Judith Light (Transparent)
Kate McKinnon (Saturday Night Live)

Supporting Actor in a Comedy
Louie Anderson (Baskets)
Alec Baldwin (Saturday Night Live)
Tituss Burgess (Unbreakable Kimmy Schmidt)
Ty Burrell (Modern Family)
Tony Hale (Veep)
Matt Walsh (Veep)

Supporting Actress in a Limited Series or Movie
Judy Davis (Feud: Bette And Joan)
Laura Dern (Big Little Lies)
Jackie Hoffman (Feud: Bette and Joan)
Regina King (American Crime)
Michelle Pfeiffer (The Wizard Of Lies)
Shailene Woodley (Big Little Lies)

Supporting Actor in a Limited Series or Movie
Bill Camp (The Night Of)
Alfred Molina (Feud: Bette And Joan)
Alexander Skarsgard (Big Little Lies)
David Thewlis (Fargo)
Stanley Tucci (Feud: Bette and Joan)
Michael Kenneth Williams (The Night Of)

mercoledì 12 luglio 2017

Black Panther - da EW, 20 nuove immagini dal film

Il prossimo febbraio arriverà nelle sale il film della Marvel Black Panther, dedicato interamente al personaggio di Pantera Nera, che abbiamo già conosciuto in Captain America: Civil War.

A vestire i panni di T'Challa / Pantera Nera tornerà Chadwick Boseman, accompagnato da un cast di alto livello: Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Martin Freeman, Daniel Kaluuya, Angela Bassett, Forest Whitaker, Andy Serkis, e Sterling K. Brown. Il film è diretto da Ryan Coogler (Creed).

In attesa di vedere il film, da EW ecco 20 nuove immagini.





















venerdì 7 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming - la recensione

Era il 2002 quando Sam Raimi uscì in sala con il primo Spiderman e il 2004 quando con Spiderman 2 stupiva con uno dei migliori cinecomic di sempre.
Oggi, nel 2017, l'arrampicamuri torna a casa, alla Marvel, di cui è sempre stato simbolo, e agli Avengers di cui è, nei fumetti, uno dei più importanti e amati componenti.
Avevamo già potuto avere una preview in Civil War, ma è innegabile che il vero banco di prova per Tom Holland sarebbe stato lo stand alone dedicato a Peter Parker. Quindi, prova superata?


Che si assisterà a un film divertente e soddisfacente per quanto riguarda la trasposizione del personaggio, lo si capisce praticamente subito, con l'apertura dedicata al videoblog girato da Peter nel suo viaggio con i "grandi" a Berlino, in un simpaticissimo dietro le quinte di quanto visto in Civil War
La storia inizia immediatamente dopo quegli avvenimenti e veniamo subito catapultati nella doppia vita di Peter Parker, adolescente un po' sfigato, con un migliore amico nerd, un bulletto che lo tormenta e la bella ragazza di cui è innamorato, ma allo stesso tempo in quella di Spiderman, supereroe ancora inesperto e acerbo, che vorrebbe disperatamente essere un membro degli Avengers ma che viene totalmente ignorato da Tony Stark, che gli assegna un "babysitter" (simpaticissime a questo proposito le gag riferite alla giovane età di Peter, su cui spicca il "protocollo triciclo").

Tom Holland è bravissimo e a suo agio nel personaggio, nonostante abbia 20 anni è credibilissimo come quindicenne e in generale tutti i comprimari sono azzeccati. Ciò che più colpisce, e che sicuramente farà contenti i fan duri e puri del fumetto, è come questa nuova versione cinematografica sia finalmente fedele al Peter Parker cartaceo. Saltando l'ennesima riproposizione delle origini, con tanto di ragno radioattivo e di morte dello zio Ben, si punta tutto sulla dicotomia Peter/Spiderman, vero punto fermo del personaggio fumettistico: un supereroe con super problemi, perché non c'è differenza fra Peter e Spiderman, e questo è rappresentato perfettamente, rendendo senza dubbio Tom Holland il miglior Spiderman di sempre.

Certo, i film di Raimi avevano sicuramente una regia superiore, qui dove Jon Watts svolge un buon lavoro senza particolari picchi artistici, come comunque spesso accade all'interno del MCU (con eccezioni illustri per quanto riguarda i Guardiani di James Gunn o gli Avengers di Whedon, ma anche il primo Thor di Branagh).
Il film però è scritto molto bene e dimostra che le fondamenta sono solidissime, piazzando anche una serie di colpi di scena niente male e mescolando sapientemente le citazioni sia dai precedenti film che dalle varie versioni fumettistiche (in particolare il migliore amico di Peter che ricorda da molto vicino l'amico di Miles Morales, lo Spiderman alternativo, o il bullo rappresentato come nell'universo Ultimate), permettendosi anche di svecchiare il personaggio di zia May (Marisa Tomei, bellissima) senza che la caratterizzazione ne risenta minimamente.
Punto in più per quanto riguarda il villain, l'Avvoltoio, interpretato da un grandissimo Michael Keaton: non solo è apprezzabile (e anche divertente) la strizzata d'occhio al ruolo interpretato da Keaton in Birdman, ma è evidente che si è andati oltre al solito piatto villain che si vede nei film del MCU. Keaton ha una grandissima presenza scenica e ogni volta che è sullo schermo un brivido attraversa lo spettatore, ma anche la sua scrittura è molto curata, con un piano chiaro e sensato e una psicologia curata.

Non siamo di fronte a un capolavoro, sia chiaro, è uno dei migliori film Marvel (ma ormai bisogna dire che Kevin Faige e soci difficilmente sbagliano un colpo) e sicuramente è lo Spiderman che tutti aspettavano.

E, a proposito di attese, non dimenticate di rimanere fino alla fine dei titoli di coda, per una delle migliori scene post credit di sempre!

sabato 1 luglio 2017

Nastri d'Argento 2017 - vince La Tenerezza di Gianni Amelio!

Rivelati i vincitori dei Nastri d'Argento 2017, a trionfare è La Tenerezza.

Quattro Nastri per il film di Gianni Amelio, miglior film, regia, attore protagonista (Renato Carpentieri) e migliore fotografia. Un film che, grazie anche a un cast notevole (Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi), ha avuto un ottimo successo sia di pubblico che di critica.

Il film più premiato di questa edizione però è stato Indivisibili, di Edoardo de Angelis, che si è portato a casa ben cinque Nastri "tecnici".

Dopo il premio di Cannes, Jasmine Trinca vince anche il Nastro d'Argento come migliore attrice per il film Fortunata. Per lo stesso film è stato premiato anche Alessandro Borghi come migliore attore non protagonista. Sono due invece le vincitrici del Nastro come migliore attrice non protagonista, Sabrina Ferilli (Omicidio all’italiana) e Carla Signoris (Lasciati andare), entrambe premiate per due commedie.

Come già annunciato mesi fa, Monica Bellucci è stata premiata con il Nastro d’argento europeo per On the milky road – Sulla via lattea ,di Emir Kusturica, mentre alla serie The Young Pope di Paolo Sorrentino è stato assegnato il premio Opera dell'anno.

La cerimonia di consegna si svolgerà questa sera nello storico Teatro di Taormina ma sarà mandata in onda su Rai Uno il 14 luglio in seconda serata.

Ecco l'elenco dei vincitori.

Miglior Film
La tenerezza di Gianni Amelio

Miglior regista
Gianni Amelio per La tenerezza

Miglior regista esordiente
Andrea De Sica per I figli della notte

Miglior commedia
L’ora legale di Ficarra e Picone

Miglior produttore
Attilio De Razza per L’ora legale e Pier Paolo Verga per Indivisibili

Miglior soggetto
Nicola Guaglianone per Indivisibili

Migliore sceneggiatura
Francesco Bruni per Tutto quello che vuoi

Migliore attore protagonista
Renato Carpentieri per La tenerezza

Migliore attrice protagonista
Jasmine Trinca per Fortunata

Migliore attore non protagonista
Alessandro Borghi per Fortunata e Il più grande sogno

Migliore attrice non protagonista
Sabrina Ferilli per Omicidio all’italiana; Carla Signoris per Lasciati andare

Migliore fotografia
Luca Bigazzi per La tenerezza e Tutto quello che vuoi

Migliore scenografia
Marco Dentici per Fai bei sogni e Sicilian Ghost Story

Migliori costumi
Massimo Cantini Parrini per Indivisibili

Migliore montaggio
Francesca Calvelli per Fai bei sogni

Migliore sonoro in presa diretta
Alessandro Rolla per Fortunata

Migliore colonna sonora
Enzo Avitabile per Indivisbili

Migliore canzone originale
Abbi pietà di noi di Enzo Avitabile per Indivisibili

Opera dell’anno
The Young Pope di Paolo Sorrentino

Nastro d’argento alla carriera
Roberto Faenza per La verità sta in cielo

Nastro d’argento europeo
Monica Bellucci per On The Milky Road – Sulla via Lattea

Nastro d’argento Speciale
Giuliano Montaldo per Tutto quello che vuoi

venerdì 30 giugno 2017

Okja - la recensione

Con l'avvento e la diffusione di Netflix, tanti nomi del cinema e della televisione si sono avvicinati alla piattaforma. Uno di questi, che spicca per importanza, è sicuramente quello di Bong Joon Ho. Il regista coreano, creatore di Snowpiercer, ha diretto, per Netflix il film Okja.

Nel 2007 per cercare di far fronte al sovrappopolamento e, quindi, alla conseguente scarsità di cibo, la Mirando Corp. decide di sviluppare una nuova specie animale, il "super-maiale". Sono animali geneticamente modificati e, per acclimatare il pubblico alla novità, vengono affidati a 26 allevatori nel mondo. A 10 anni dalla consegna, i maiali verranno valutati ed il più grande verrà premiato in pompa magna a New York. Okja è la maialina affidata ad un agricoltore coreano, la quale crea un legame speciale con Mija, la nipotina del contadino. Tra concorsi di bellezza per maiali, associazioni per i diritti animali, megacorporazioni malvagie, il film si intride di dolcezza, quanto di azione, perché i problemi non mancheranno. Il rapporto tra Mija e Okja viene messo a dura prova.

Dopo accesissime polemiche a Cannes, con critiche sprezzanti da parte della giuria, arriva, il film in contemporanea mondiale sulla piattaforma. La proiezione al Festival venne interrotta per quello che è stato definito un problema tecnico. Accompagnato anche da fischi e versi di disapprovazione, successivamente la kermesse francese ha emesso un comunicato di scuse per le difficoltà tecniche.

Ora che è disponibile per tutto il pubblico, dispiace che sia stato accompagnato da gravi difficoltà e osteggiato, perché Okja è davvero un buon film. Con paesaggi pittoreschi, messaggi di amore per il pianeta ed una storia dolceamara, si configura quasi con un Live Action dello Studio Ghibli.
La sceneggiatura è lineare, non perde tempo, se non per costruire l'affetto tra Okja e la ragazza, mantenendo un tono quanto più disilluso possibile.

Il film, co-produzione americana-coreana, gode di nomi di primissimo livello, che interpretano personaggi fumettosi e molto caratterizzati.
Paul Dano nella solita forma smagliante, Jake Gyllenhall insolitamente cartoonesco, la giovanissima Han Seo-hyun al debutto in una produzione occidentale, ma anche Giancarlo Esposito e l'eccelsa Tilda Swinton e tanti altri, confezionano un pantheon di caricature che accompagnano lo spettatore dall'inizio alla fine senza annoiare.

"Ready or not, here I come", questo è l'urlo di Netflix all'industria cinematografica mondiale.

mercoledì 28 giugno 2017

American Gods (Stagione 1) - la recensione

La serie tratta dal romanzo culto American Gods è stata certamente una delle serie più attese dell'anno, una delle più attese di sempre fin da quando, nel 2011, ne annunciarono la produzione per il canale statunitense Starz (lo stesso di Spartacus, ma anche di un altro adattamento dal cartaceo, ovvero Outlander). I nomi coinvolti, poi, non hanno fatto che acuire la curiosità e aumentare l'hype, soprattutto se si considera che Bryan Fuller, showrunner designato (e lo stesso autore Neil Gaiman come produttore esecutivo) può vantare non solo una carriera decisamente interessante, ma anche un'appassionata fanbase.


Nel corso degli otto episodi che compongono questa prima stagione, assistiamo, possiamo dire, a quello che è un lungo incipit, una sorta di assaggio di quanto vedremo in futuro, uno spiraglio su quello che una storia e un romanzo come American Gods può riservare.
La trama è più o meno nota: il riservato Shadow Moon viene rilasciato di prigione qualche giorno prima del previsto perché sua moglie Laura è morta in un incidente stradale; durante il viaggio in aereo per tornare a casa e assistere al funerale, si imbatte nel misterioso Mr Wedsnday che lo assume come guardia del corpo e autista, portandolo in giro per la periferia degli Stati Uniti per assoldare gli Antichi Dei, unendoli in una battaglia contro le moderne divinità del denaro e della tecnologia.

Con una premessa apparentemente semplice, quasi lineare, il romanzo di Gaiman si snodava in una lunga storia on the road, dove antiche leggende, miti, mondi nascosti e una certa dose di fantasy si intrecciavano con una delle più interessanti disamine della società americana mai scritte, dove l'occhio esterno di Gaiman, un inglese trapiantato in America, focalizzava in maniera lucida e diretta le più grandi virtù e i più sudici vizi di un paese costruito sull'immigrazione e la coesistenza di diverse culture.
Nonostante sia stato pubblicato nel 2001, American Gods riesce a essere ancora straordinariamente attuale e questo Bryan Fuller lo sa perfettamente, sfruttandone appieno il potenziale politico nell'America di Trump dei giorni nostri. 

I tempi dilatati, la “storia nella storia”, le vicende apparentemente slegate fra loro, presenti nel romanzo, sembrano allo stesso tempo uscire dalla mente di un autore come Fuller che fa del visionario, della regia attenta al dettaglio, dello slow motion e della fotografia piena di contrasti il suo marchio di fabbrica. Saltano subito all'occhio richiami visivi ad Hannibal, il suo ultimo lavoro, ma anche ai precedenti Pushing Daisies, con il racconto nel racconto, e all'umorismo macabro che caratterizzava Dead Like Me. Ed è allo stesso tempo molto diverso da tutti i suoi precedenti lavori, perché molte scelte visive sono chiaramente ispirate ai fumetti di Gaiman e in particolare ad alcuni fra gli albi più colorati di Sandman, tanto che non risulterebbe strano se nel pantheon di antichi e nuovi Dei facessero la loro comparsa anche gli Eterni, protagonisti del fumetto in questione.

Anche la scelta del cast era importantissima per poter riproporre sullo schermo un romanzo che ha nel suo essere principalmente visione più che semplice scrittura. 
Ian McShane giganteggia nei panni di Mr Wedsnday, perfetto nel restituire allo spettatore la sensazione che, dietro le sue parole, ci sia sempre dell'altro, che nulla dei suoi gesti è casuale, che nonostante non ci si possa fidare di lui qualcosa ci attira irrimediabilmente. Shadow, il Ricky Whittle già visto nella serie The100, risulta irrimediabilmente penalizzato nel confronto continuo con McShane, ma riesce comunque a trasportare su schermo la confusione di un personaggio non facile, in quanto estremamente riservato e silenzioso, di cui è semplice comunicare pensieri e sensazioni sulla carta, ma molto difficile farlo on video. 
Simbolo, tuttavia, della riuscita di questa trasposizione è la Media di Gillian Anderson, trasformista capace di passare con disinvoltura da Lucille Ball a David Bowie, da Marilyn Monroe a Judy Garland, cambiando non solo aspetto, ma modo di parlare, di muoversi, cambiando anche il mondo che la circonda.


Molto del fascino di questa prima stagione è principalmente visivo, infatti, perché il viaggio non è che appena iniziato e tutto è ancora davanti a Shadow e allo spettatore. Molti hanno storto (e storceranno) il naso di fronte alla lentezza della trama, alle frequenti digressioni, ma poco si può fare, American Gods non era un romanzo di intreccio, era un romanzo di mente, una storia fatta di altre storie, di personaggi che raccontano, di arrivi in America, di leggende e mitologia, in questo la serie è estremamente fedele alla controparte cartacea, tanto che i lettori si sono ritrovati più volte a guardare scene e dialoghi identici a quelli del romanzo.

Non è una serie per tutti, bisogna venire a patti con una trama dilatata, con i momenti in cui ci si sente confusi, in cui è lo spettatore, così come fu il lettore, a dover mettere insieme i pezzi.
Il finale di stagione rivela, ma non spiega, lasciando la sensazione di non aver ancora visto niente, eppure di aver visto qualcosa di magnifico. 
E ci invita ad avere fede.


Mr. Wednesday: Do you believe?
Shadow: I believe.
Mr. Wednesday: What do you believe, Shadow?
Shadow: Everything.

lunedì 26 giugno 2017

Transformers: L'Ultimo Cavaliere - la recensione

Michael Bay, dopo le consuete smentite di un addio al franchise che accompagnano ogni capitolo cinematografico di Transformers, torna a dirigere per la quinta volta un film della saga, ovvero L'Ultimo Cavaliere. Sarà anche "l'ultimo" per Bay? Impossibile appurarlo, visto la scarsa attendibilità del regista, ma forse, per svariate ragioni, dovrebbe esserlo.

L'Ultimo Cavaliere è infatti il secondo capitolo più moscio di tutta la saga insieme al suo predecessore, L'Era dell'Estinzione. Non c'è più quel cuore vivo e pulsante dell'intrattenimento che caratterizzava il primo , il secondo e (in parte) il terzo capitolo. L'idea di star osservando un prodotto trascurato si fa sempre più concreto ad ogni minuto che passa.

Sorvolando le incongruenze strutturali della continuity stessa della serie, L'Ultimo Cavaliere, principalmente nella prima parte, offre solamente sequenze maldestramente velocizzate e fastidiosamente slegate tra loro, grazie ad un montaggio inesistente ed estremamente irritante (ai limiti dell'imbarazzante).

La seconda parte fortunatamente prende un attimo di respiro e riesce a scorrere con maggior fluidità, proprio come accadeva nei primi due capitoli. Nonostante questo però niente riesce a salvare una traballante struttura della trama condita con gli ennesimi, e comunque spettacolari, effetti speciali che non rinnovano nulla nell'immaginario dei Transformers.

Il futuro del franchise, come sappiamo è già scritto (il prossimo anno arriverà il primo spin-off dedicato a Bumblebee e in seguito il sesto capitolo della saga), anche se una lunga pausa dal mondo di Optimus Prime e degli altri Transformers potrebbe solo giovare all'intero franchise targato Bay.