lunedì 22 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 6

Due titoli molto attesi oggi al festival, in una giornata segnata dalle grandi attrici, Isabelle Huppert da una parte, e una divina Nicole Kidman dall'altra.

Ha diviso e scioccato la critica ma ha ricevuto anche ottime critiche il nuovo film del regista greco Yorgos Lanthimos, The Killing of a Sacred Deer (Concorso), che vede protagonisti Colin Farrell e Nicole Kidman.

Un thriller psicologico con risvolti horror che vede al centro una famiglia formata dal padre, Steven (Farrell), un chirurgo, sua moglie Anna (Kidman), medico oftalmico, e i due figli di 14 e 12 anni. La situazione inizia a diventare inquietante quando in famiglia arriva Martin, il figlio di un paziente morto durante un'operazione fatta proprio da Steven che, sentendosi in colpa, decide di accoglierlo in casa. Tra i due si instaura una relazione inquietante che diventa ancora più preoccupante quando i figli di Steven cominciano ad ammalarsi, incapaci di mangiare o camminare, e si capisce che Martin sta mettendo in pratica una assurda e subdola vendetta, mettendo così Steven di fronte a una scelta terribile.

Il film presenta scene molto crude e dirette fin dall'apertura, con un intervento a cuore aperto e pulsante in primo piano, ma Yorgos Lanthimos, regista di The Lobster (Premio della Giuria a Cannes 2015) non è nuovo a film surreali dai risvolti inquietanti. "Il racconto è globalmente duro, ma non lo è in ogni suo singolo momento", ha spiegato il regista, "anche perché non ho voluto trattare la materia narrativa con tono grave, anzi ho ripetuto al cast che stavamo facendo un film comico e che sul set dovevamo divertirci".
In The Killing of a Sacred Deer si parla con crudezza del tema del sacrificio ma il regista non voleva dare nessuna risposta al pubblico e se ne cercate una non chiedete a lui. "Il mio film non dà risposte, la spiegazione di quello che accade lo spettatore non lo saprà mai e neppure io lo so per cui è una domanda che dovrai portare con te", ha dichiarato Lanthimos, "Non so se ho un mio concetto di sacrificio, per il momento sto esplorando l'idea di giustizia, delle scelte che la natura umana è portata a compiere. Il senso di sacrificio è qualcosa che appartiene alla religione e alla mitologia greca, infatti anche il titolo allude all'Ifigenia di Euripide, non è un mio concetto, appartiene all'umanità".
Una sceneggiatura che ha conquistato subito una bravissima, biondissima e bellissima Nicole Kidman. "Mi ha ipnotizzata. Yorgos ha un modo particolare di creare le scene e guidarti sul set", ha raccontato l'attrice, "In altri tempi forse ne avrei avuto paura, quando valuti una proposta scegli il regista e ti assumi dei rischi, perché per quanto hai potere contrattuale e per quanto cerchi di controllare, sei nelle sue mani, e per un attore la scelta di farlo è sempre molto difficile. Io mi sono lasciata andare, volevo provare altre cose. Il suo lavoro è diretto, molto fisico, non racconta, non vuole essere distratto da altro e così mi sono messa al servizio di questa storia che scava ed esplora la condizione umana quando ha a che fare con la colpa e il sacrificio".

Nicole Kidman quest'anno è la vera regina del Festival di Cannes, presente con ben quattro film (The Beguiled di Sofia Coppola, la serie Top of the Lake di Jane Campion, How to Talk to Girls at Parties di John Cameron Mitchell, e il film di Lanthimos). "Quattro film al festival? E' una coincidenza, certamente non immaginavo accadesse", ha dichiarato l'attrice, "Ma a questo punto della mia vita cerco di rimanere aperta e disponibile a provare esperienze nuove, cerco di comportarmi come se fossi sempre a inizio carriera, amo le sfide e voglio sostenere cineasti in cui credo o un'amica come Jane Campion, che conosco da quando avevo 14 anni. Penso sempre di avere ancora 21 anni e di essere all'inizio della mia carriera. Mi piace l'idea di continuare a esplorare il mondo e la condizione umana. Nutro una forte passione per ciò che faccio e non ho bisogno di lavorare ma lo faccio perché mi piace".
E noi la ringraziamo per questo.
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Presentato, sempre in Concorso, il nuovo film di Michael Haneke, Happy End, che vede protagonista Isabelle Huppert, e un cast che comprende anche Jean-Louis Trintignant, Toby Jones, e Mathieu Kassovitz.

Ambientato nei dintorni di Calais, punto di transito caldo per i rifugiati, il film è un ritratto di una famiglia altoborghese che ha perso tutti i valori, e fa da specchio a una società falsa, infelice ed egoista.

Due volte vincitore della Palma d'Oro, l'ultima con Amour nel 2012, che era stato anche l'ultimo film girato da  Michael Haneke, uno che a Cannes è di casa. Così come la sua protagonista, la sempre brava Isabelle Huppert.
"Ho impiegato quasi cinque anni a fare un nuovo film dopo Amour", ha raccontato il regista, "stavo lavorando a un altro progetto, Flashmob, che poi non è andato in porto. Così ho travasato alcuni elementi di quel film in Happy End". Un film ambientato in Francia ma che poteva essere ambientato in qualsiasi altro posto, perché non parla di una specifica società francese ma di tutti. "Non potevo non parlare della società del nostro tempo, del nostro modo di vivere autistico, dell'accecamento", ha detto Haneke, "E' qualcosa che io personalmente sperimento tutti i giorni. Non credo che questo film sia diverso dagli altri miei lavori, parlo sempre del comportamento umano e della comunicazione".
Elogi per Haneke arrivano dalla sua protagonista, Isabelle Huppert, che proprio grazie a un film del regista, La Pianista, vinse il premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes 2012. "Il suo cinema è molto vario", ha dichiarato l'attrice, "ci sono film intimi, film più politici come questo, altri di taglio storico come Il nastro bianco. Nel suo modo di lavorare c'è una grande precisione a partire dalla sceneggiatura e questo, al contrario di quello che si pensa, rende più liberi gli attori".

Il film non ha convinto del tutto la critica, è stato accolto in modo freddo dalla stampa. In Italia arriverà in autunno.

domenica 21 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 5

Domenica interessante al festival, tra Concorso e la sezione Un Certain Regard, che oggi parla italiano.

Presentato in Concorso il secondo film targato Netflix, si tratta di The Meyerowitz Stories, nuovo film di Noah Baumbach con un cast stellare: Dustin Hoffman, Adam Sandler, Ben Stiller e Emma Thompson.

Al centro del film c'è il personaggio di Dustin Hoffman, professore d'arte e scultore in pensione. Intorno a lui si muovo i suoi tre figli - Ben Stiller, Adam Sandler e Elizabeth Marvel - avute con donne diverse, la nipotina che sogna di fare la regista, e l'attuale compagna (Emma Thompson), hippy e dedita all'alcol. Rapporti complicati, gelosie, difficoltà di relazioni, quando il patriarca della famiglia finirà in ospedale, tutti i figli dovranno affrontare una volta per tutte il rapporto con il padre.

Felicità dal parte della stampa che finalmente ha assistito a una conferenza molto divertente. Tra battute, ironia e la faccia impassibile di Dustin Hoffman a rendere il tutto ancora più surreale. come quando ha colto in contropiede una giornalista che ha definito il film "interessante", l'attore ha risposto: "Non è la parola giusta. Così si capisce che non le è piaciuto, dica la verità".

Parlando del film, il regista ha analizzato i temi, ricorrenti nelle sue pellicole, e i personaggi di questo film. "La dinamica tra genitori e figli è interessante e molti dei miei film affrontano, il divario tra quello che vorremmo essere e quello che siamo", ha spiegato Baumbach, "Se poi si parla di successo professionale, fama e affermazione artistica c'è parecchio da dire. Il film, attraverso i personaggi, si chiede che cosa significa il successo. Il personaggio di Sandler sente di aver fallito nella vita anche se è un ottimo padre, perché questo tipo di riuscita nella sua famiglia non conta. Quello di Ben Stiller invece, anche se è bravo nel suo lavoro, si sente un fallito perché non è un artista come il padre, che a sua volta però è convinto che la sua arte non ha avuto abbastanza fama. Sono tutte dinamiche familiari che conosco ma certo ci vogliono diciott'anni di analisi per comprenderle!".

Inevitabili gli elogi da parte degli attori verso Dustin Hoffman, in particolare Ben Stiller ha dichiarato: "Non ho mai preso alla leggera essere alla presenza di Dustin sul set. Lui è stato un modello e un’ispirazione, ed è anche una persona divertente e generosa, ma non puoi evitare di sentirti frustrato dal suo curriculum. Quando siamo a cena lui potrebbe tirare fuori in ogni momento aneddoti incredibili! Lavorare con lui è un enorme privilegio, è stato un modello e un riferimento per me fin da quando ero piccolo". Complimenti a cui Hoffman ha risposto in maniera tutt'altro che seria. "Mi sento male ogni volta che qualcuno dice che è cresciuto con i miei film", ha detto l'attore, "vi prego alzi la mano chi è più vecchio di me in questa sala. Io avrei voluto interpretare uno dei due figli, quando ho letto la sceneggiatura mi sono detto: non voglio fare un altro vecchio".

Una sceneggiatura che ha colpito subito gli attori. "La scrittura di Noah è precisa, unica, il suo stile è personale", ha dichiarato Ben Stiller, alla sua quarta collaborazione col regista, "dalle riprese, al montaggio, al risultato finale. E mi sento orgogliosi di far parte di questo lavoro". "Già... tanto che abbiamo lavorato tutti gratis", è intervenuto Dustin Hoffman sempre in modo poco serio, "Noah è molto esperto, dovevamo recitare i suoi dialoghi parola per parola, ci piacesse o meno: era dai tempi de Il Laureato che mi capitava qualcosa del genere, ma è stato giusto, perché c’è una musicalità unica nella sua scrittura. Non so se vorrò ancora lavorare con lui, ma non si può di certo negare suo talento".
Anche Emma Thompson si è trovata molto bene sul set, incuriosita dai colleghi e dal ruolo. "In questo cast siamo tutti anche comici e questo fa la differenza, puoi dire qualcosa di molto serio anche con la commedia", ha detto l'attrice, affascinata dal suo personaggio, "Ha qualcosa di esotico e di affascinante, forse perché sono inglese. Non avevo idea di quel che ne sarebbe venuto fuori. Ho dovuto interpretare un’americana... cosa non facile. E un’alcolizzata, cosa molto più facile! e la cosa mi ha rilassato, perché un’americana alcolizzata sarebbe stata meno impegnativa".

E' stata ovviamente affrontata la polemica Netflix. ad aprire e chiudere velocemente la questione ci ha pensato Dustin Hoffman: "A casa ho una tv con uno schermo molto grande". Battuta a cui il Baumbach ha risposto: "Abbiamo risolto, andiamo tutti a vedere il film nel salotto di Dustin".
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Un Certain Regard nel segno dell'Italia oggi con la presentazione del nuovo film di Sergio Castellitto, Fortunata, con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi e Edoardo Pesce.

Il film racconta la storia di Fortunata (J.Trinca), una donna dalla vita complicata e indaffarata. Madre di una bambina di otto anni, con un matrimonio fallito sulle spalle, abita a Tor Pignattara e fa la parrucchiera a domicilio in giro per la città, entrando nelle case di famiglie benestanti. Il suo sogno è aprire un negozio tutto suo e sa che per farlo deve lavorare ed essere dura, ferma. Pronta a tutto, Fortunata non aveva messo in conto l'arrivo di un uomo che la vedrà per quello che è.

Annunciando la presenza del film a Cannes, gli organizzatori del festival l'avevano paragonato (con le dovute precauzioni del caso) a Mamma Roma di Pasolini. In comune i due film hanno solamente la provincia romana e una protagonista donna forte e decisa. In generale il film, scritto da Margaret Mazzantini (scrittrice e moglie di Castellitto) è molto lontano dal capolavoro di Pasolini, niente realismo, Castellitto ha messo in piedi un opera colorata, rumorosa, un po' coatta, eccessiva, e anche un po' "pop".

"È un film popolare, così intendevo partorire Fortunata", ha dichiarato il regista, "Fortunata è un aggettivo qualificativo femminile singolare. Ma è anche il nome di una donna. E soprattutto un destino. E non è detto che quel destino uno se lo meriti. La drammaturgia di questa storia è suggerita direttamente dai personaggi. È Fortunata stessa, la sua natura primordiale e sconnessa ad indicare la composizione della storia. I fatti, i colpi di scena, sono frutto naturale e inevitabile del comportamento di lei. Perché la vita materiale di questa donna ne nasconde un’altra, fatta di psiche, sogni rimossi, un disegno misterioso che si comporrà".
Molto brava Jasmine Trinca, con un look molto diverso dal solito. "In Fortunata sono una madre di cui avevo un esempio diretto, anch'io vengo da una quartiere popolare, l’attaccamento alle radici è saldo", ha raccontato l'attrice, "Fortunata è un po' una disgraziata, combatte contro la fatica di vivere. Sergio mi ha lasciato la libertà di cercare Fortunata dentro di me. Un personaggio senza pudori, senza protezioni, consapevole di essere sbagliata, portatrice di una grande sofferenza che magari neanche conosce a fondo. La bellezza è la sua voglia di riscattarsi come donna, al di là della sua ovvia ignoranza".

Il film è uscito nelle sale il 20 maggio.

sabato 20 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 4

In Concorso arriva la satira del regista svedese Ruben Östlund con il suo The Square.

Al centro del film c'è Christian, curatore di un museo d'arte moderna e contemporanea di Stoccolma, ricco e snob, a cui una mattina, mentre si reca a lavoro, rubano il portafoglio e cellulare. Grazie al satellite riesce a rintracciare il cellulare e decide così di recarsi nel quartiere periferico e nel palazzo, un grosso edificio di una quindicina di piani e tanti appartamenti tutti uguali, dove abita il ladro. Per Christian in quel palazzo sono tutti colpevoli e così scrive una lettera a ogni condomine per chiedere indietro le sue cose.

Il titolo, The Square, non si riferisce a una piazza ma a un quadrato, cioè a un opera d'arte quadrata che Christian acquista con i soldi di una donazione. L'opera in realtà è un semplice quadrato a terra in cui c'è una targa con la scritta "Il Quadrato è un santuario di fiducia e altruismo. Al suo interno tutti dividiamo gli stessi diritti e doveri". Un'opera che grida all'uguaglianza e che fa da contrasto al comportamento dello snob Christian verso la gente.

Satirico, umoristico e surreale, il regista Ruben Östlund prende di mira il mondo dell'arte (moderna e contemporanea) e soprattutto quella classe sociale privilegiata e un po' snob che vive distaccata dal mondo "normale", ma il protagonista del film non è un cattivo, bensì una rappresentazione umana in cui lo spettatore può ritrovarsi.

"Nel 2008 in Svezia è nato il primo quartiere a porte chiuse, a cui possono accedere solo i residenti", ha raccontato Östlund, "Si tratta di un esempio estremo che ci mostra come le classi privilegiate si isolino sempre più da ciò che le circonda. E' anche uno dei molti segnali dell'individualismo crescente nelle nostre società, con il crescere del divario tra ricchi e poveri. Anche in Svezia, considerato uno dei paesi più egualitari del mondo, la disoccupazione crescente e la paura di perdere il proprio status portano le persone a diffidare degli altri e a non aiutarsi".

Nel cast figurano anche Elisabeth Moss e Dominic West. Il film ha avuto una buona accoglienza.
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Presentato nella sezione Un Certain Regard il film Wind River, di Taylor Sheridan, con due "Avengers", Jeremy Renner e Elizabeth Olsen.

Una storia ambientata nella frontiera, con il cacciatore Cory Lambert che scopre il cadavere di una ragazza in una riserva indiana. A indagare sull'accaduto viene mandata l'inesperta agente dell'F.B.I. Jane Banner. I due si inoltreranno in un mondo crudo e violento in cui metteranno a rischio le proprie vite.
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Presentato anche il cortometraggio Come Swim, debutto alla regia di Kristen Stewart. Corto che, con uno stile particolare, quasi "impressionista", racconta la vita di un uomo.

venerdì 19 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 3

Presentato oggi Okja, diretto da Bong Joon-ho, primo film Netflix in Concorso al Festival di Cannes, e ovviamente si riaccende la polemica.

Okja racconta la storia dell'amicizia tra una bambina e una scrofa gigante che appartiene a una nuova specie di maiali. Sfortunatamente questa nuova specie viene scoperta da una multinazionale che decide di trarre profitto da questo grosso animale facendone tanta carne da vendere.
Quando Okja (è il nome dell'animale) viene preso e portato via, la ragazzina decide di andare a liberarlo e per farlo unisce le forze con un gruppo di terroristi ecologici non violenti.
Protagonista del film è la giovane coreana Ahn Seo Hyun, intorno a lei un cast hollywoodiano: Tilda Swinton, Jake Gyllenhaal, Paul Dano, Lily Collins. Tutti molto applauditi al loro ingresso in sala stampa.

Il film parla dello sfruttamento degli animali e della natura da parte dell'uomo ma anche delle contraddizioni dei gruppi animalisti, e proprio per questi il regista si è ispirato a un movimento esistente, l'ALF, il Fronte di Liberazione Animale, esplicitamente citato nel film. "Ho scelto di parlare di un'organizzazione che esiste", ha spiegato il regista Bong Joon-ho, "Non sono d'accordo al 100% con loro ma apprezzo la loro buona volontà e la loro voglia fare vivere in armonia animali e uomini. Ho parlato con il loro leader e la mia intenzione non era mostrare gli attivisti come essere perfetti, ognuno ha i suoi difetti e il film non nasconde i loro".

Il tema ambientalista è al centro del film, come ha sottolineato anche Tilda Swinton, alla sua seconda collaborazione con il regista coreano dopo Snowpiercer:"Sono cresciuta e ancora vivo circondata da animali, alcuni dei quali sono uomini! Dagli animali possiamo imparare molto, ci danno continuamente lezioni di lealtà, presenza, semplicità. Il capitalismo ci ha resi tutti consumatori ma questo film ci ricorda che siamo anche altro, siamo esseri viventi in un ambiente naturale e con questo ambiente e con i suoi esseri noi dobbiamo avere una relazione". Stessa linea di pensiero per Jake Gyllenhaal. "Okja affronta lo scontro tra il capitalismo e l'amore per la natura e l'ambiente", ha detto l'attore, "Ho scelto di partecipare per il suo contenuto politico e la nostra posizione è molto chiara. E' un tema che ha un particolare significato in questo momento storico, soprattutto nel mio paese dove stiamo tornando indietro di alcuni decenni sulle tematiche ambientali. Il film è un viaggio devastante attraverso il mondo degli allevamenti intensivi ma è anche una metafora del mondo che stiamo vivendo. Questo mix tra realismo e significato metaforico funziona perché il regista è stato bravo a trovare un equilibrio, io vedendolo mi sono molto emozionato".

Il film sarà disponibile su Netflix dal 28 giugno.

Difficile capire se il film sia piaciuto o no dalla reazione della stampa a fine proiezione. Il film è stato abbastanza applaudito ma ha ricevuto anche dei fischi (per il film o verso Netflix?). La proiezione è stata piuttosto travagliata, il film è iniziato in un formato sbagliato e dopo 10 minuti, tra le proteste dei presenti, è stato fermato e fatto ripartire nel formato giusto. Un errore che ha fatto gridare al complotto e al boicottaggio contro Netflix, ma alla fine si è trattato solo di un problema tecnico. Le recensione invece sono discordanti, divise tra chi l'ha amato e chi l'ha odiato.

E qui la polemica. Il tema Netflix sta dividendo il festival. Questo è il primo anno in cui un film prodotto da Netflix viene presentato in Concorso, ma sarà anche l'ultimo visto che dal prossimo anno saranno scelti solo film che avranno una distribuzione in sala.
Durante la proiezione stampa di Okja sono partiti alcuni fischi quando è comparso il logo di Netflix prima del film. Sulla questione si sono espressi anche il regista e gli attori di Okja, ovviamente tutti a favore.

"Considerando l'intero ciclo di un film, dalla sala al dvd/blu-ray, non penso che realizzare un progetto sostenuto da Netflix per me come filmmaker rappresenti una grande differenza", ha dichiarato Bong Joon-ho, "Ho adorato lavorare con Netflix, mi hanno sostenuto in tutto nonostante stessimo parlando di un budget molto importante, ho avuto totale libertà in ogni fase della lavorazione e per questo devo essere loro grato".
Pro Netflix anche Tilda Swinton (che del film è anche produttrice), che ha parlato anche delle dichiarazioni del presidente di giuria Pedro Almodovar ("Assurdo dare la Palma d'Oro a un film che non esce in sala"). "Il Presidente di giuria ha tutto il diritto di fare le sue dichiarazioni", ha detto l'attrice, "Noi non siamo venuti al festival per i premi ma per mostrare il nostro film avendo la meravigliosa opportunità e il privilegio di poterlo proiettare sul grande schermo. Io sono convinta che ci sia spazio per tutte le piattaforme".

La polemica resta aperta e molto probabilmente se ne riparlerà nei prossimi giorni, soprattutto quando in Concorso arriverà il secondo film prodotto da Netflix.

giovedì 18 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 2

Archiviata l'apertura, si apre il Concorso con l'atteso nuovo film di Todd Haynes.

Tratto da un romanzo di Brian Selznick, Wonderstruck racconta le vicende parallele di due bambini di epoche lontane accomunati da un handicap, la sordità, e dal desiderio di una vita diversa. Da una parte Ben, nel 1977, che cerca il padre che non ha mai conosciuto, dall'altra Rose, nel 1927, che sogna una misteriosa attrice di cui raccoglie ritagli e foto in un album. Quando Ben scopre in casa un particolare sconcertante e Rose legge un titolo di giornale molto interessante, i due ragazzini partono alla ricerca di quello che hanno perso.

Nel cast troviamo due bravissime attrici come Julianne Moore e Michelle Williams, mentre i due ragazzini sono interpretati da Oakes Fegley (Il Drago Invisibile) e Millicent Simmonds, attrice esordiente, giovanissima, e sorda dalla nascita.

Una storia con una costruzione narrativa molto complessa quella di Wonderstruck, portarla sul grande schermo per Brian Selznick, autore anche di Hugo Cabret portato al cinema da Scorsese, non è stato facile. "Nel libro le due storie sono raccontate con tecniche totalmente distinte, che solo alla fine si sposano: una attraverso immagini, l’altra parole", ha raccontato Selznick, "Nell'adattare la sceneggiatura, la mia prima, che ho scritto di notte senza dirlo a nessuno, ho usato questo stratagemma: da una parte un bianco e nero senza dialoghi, dall'altro il colore e il sonoro. Il film è dunque due film: uno praticamente muto e in bianco e nero, e l’altro a colori con i suoni".
"La sceneggiatura era incredibile", ha dichiarato il regista Todd Haynes, "C'era di base un'idea cinematografica molto intensa nel mescolare i due stili di racconto, giocando con il linguaggio, la musica, il sound engineering per girare attorno al tema della sordità. Due stili e due storyline. Non avevo mai fatto un film così basato sull'immaginazione dei ragazzi, un vero giallo con indizi sparsi qua e là che chiariscono il perché queste due storie sono raccontate nello stesso film".

Il tema del sonoro e della sordità è al centro della storia, visto che i due personaggi principali del film sono due ragazzini sordi. "In Wonderstruck volevo raccontare di chi costruisce cose con le mani, così come la lingua dei segni è protagonista. È un tributo al tattile, alle dita che rimangono appiccicose per il residuo di colla", ha detto il regista.

Haynes nel film torna a collaborare con Julianne Moore per la quarta volta. "È un'anima gemella creativa", ha detto il regista di quella che si può definire come "la sua musa". "Ogni volta porta significato in quello che fa, è un dono e un privilegio della mia vita continuare a lavorare con lei", ha continuato il regista. Complimenti subito ricambiati dall'attrice. "E’ sempre un'esperienza incredibile, grazie all'abilità di Todd praticamente nel film non ho dovuto fare niente, mi si è costruito attorno", ha detto Julianne Moore, "Ho imparato molte cose sul linguaggio e quindi anche sull'essere un attore. Per me è stato come conoscere una cultura, ho cercato di rimanere sulla soglia fra le due dimensioni, quella di udente e quella di non udente. È stato incredibile, ha cambiato completamente la mia maniera di guardare la cosa. Ho due ruoli nel film. Essere madre mi ha insegnato a riflettere sul modello che devo essere per i miei figli".
Anche Michelle Williams nel film è una madre, un ruolo che, essendo madre anche nella vita, le viene con grande naturalezza. "È difficile separarmi dall'essere madre, è al centro di ogni scelta che faccio nella vita, oltre che come attrice", ha detto l'attrice, "Ma non dico niente di speciale, credo valga per tutti quelli che diventano genitori". E da "cuore di mamma", l'attrice si è commossa spesso durante la conferenza stampa, e non è stata l'unica!

Il film è stato accolto in modo caloroso dalla stampa, tanto che qualcuno già parla di possibile candidato all'Oscar 2018.
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Presentato in Concorso anche il film Loveless (titolo originale Nelyubov) di Andrey Zvyagintsev, regista che nel 2014 a Cannes ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura con il film Leviathan.

Get Out - la recensione

Si può fare una versione horror di Indovina chi viene a cena?

A questa domanda risponde l'attore comico Jordan Peele, al suo debutto dietro la macchina da presa e anche in veste di sceneggiatore, per Scappa - Get Out, film che arriva in Italia dopo aver riscosso un enorme successo di pubblico e critica negli Stati Uniti.

Il protagonista è Chris, un ragazzo nero che è fidanzato con Rose, una ragazza bianca benestante. Quando arriva il momento di conoscere i genitori di Rose, Chris si rende conto presto che dietro alla facciata perbenista e liberal della famiglia, c'è qualcosa di profondamente sbagliato e inquietante, legato al suo essere nero.
Get Out è un horror atipico: non fa particolarmente paura, ma ha il grande pregio di instillare nello spettatore un'inquietudine strisciante e angosciosa fin dalla prima immagine, in cui un ragazzo nero cammina ansiosamente per le stradine di un tipico quartiere residenziale americano, fino a diventare quasi schiacciante per tutta la parte centrale, in cui Chris si aggira in un mondo di radical chic assurdamente perfetti e quei pochi neri con cui viene in contatto appaiono più simili a zombie che a persone.

Dove il film funziona di più è soprattutto il ribaltamento dei ruoli canonici della realtà, con una critica sociale efficace e pungente: dove siamo abituati a vedere il ragazzo nero come pericoloso e i bianchi vittime, soprattutto negli Stati Uniti dove la questione razziale è un problema più che mai attuale, qui è il ragazzo nero a dover fuggire, lui a essere la vittima di una società di bianchi mostruosi.
Get Out riesce a raccontare l'America, come è e come sta diventando, attraverso gli occhi sbarrati del suo protagonista, attraverso una serie di cliché tipici degli horror applicati a una situazione che è particolarmente inquietante proprio perché estremamente pulita, perfetta, quella di una famiglia benestante e liberale.
La paura quindi è generata non dal sangue, o da situazioni particolarmente spaventose, ma dal disagio che si prova riconoscendo la nostra realtà.
Racconta cosa succede quando si svilisce il diverso,quando una cultura è semplice oggetto morboso di curiosità superficiale, quando l'altro non è più persona ma oggetto. 
Ed è anche più spaventoso di quanto ci si possa aspettare.


mercoledì 17 maggio 2017

Festival di Cannes 2017 - giorno 1

Apre i battenti la 70a edizione del Festival di Cannes, come sempre con la presentazione della giuria e con il film d'apertura, che quest'anno è il francese Les Fantomes d’Ismael.

Diretto da Arnaud Desplechin, il film d'apertura del festival vede protagonisti un trio davvero d'eccezione: Charlotte Gainsbourg, Mathieu Amalric, e Marion Cotillard. Il film racconta un triangolo amoroso tra lui, lei, e il fantasma dell'ex.

Il protagonista, Ismael (Amalric), è un regista al lavoro sul suo prossimo film ispirato alla vita del fratello Ivan, impegnato nella scrittura  ha deciso di ritirarsi nella sua casa al mare con la compagna (Gainsbourg). All'improvviso Ismael vede la propria vita andare totalmente fuori controllo quando si presenta a casa la sua ex moglie Carlotta (Cotillard), scomparsa da più di venti anni e creduta morta.

Freddina l'accoglienza riservata al film dalla sala stampa, anche se le prime recensioni sono in generale abbastanza positive.
Un inizio forse poco glamour, molto francese e più autoriale, ma che sicuramente ha fatto felice il regista, molto più rilassato a portare il proprio film Fuori Concorso. "Quando ho saputo che il nostro film avrebbe aperto Cannes ho provato una grande emozione", ha detto Desplechin durante la conferenza stampa, "inaugurare il festival è un onore e non essere in Concorso mi mette in una posizione più protetta. Mi sento meno sotto pressione che se fossi stato in Concorso dove la stampa, soprattutto francese, qualche volta ci dà giù duro".

Amore e mistero ne Les Fantomes d’Ismael, e gli eventi che all'improvviso ti sconvolgono la vita. "Tutto il film si può riassumente in una battuta detta da Charlotte quando dice "la vita mi è capitata". La vita è questo", ha dichiarato il regista, "succede, si presenta inaspettata ai suoi protagonisti. L’amore arriva all'improvviso e poi ricapita ancora e ancora".
Al centro del film anche lo scontro tra due donne, la compagna e la misteriosa ex, interpretate da due attrici molto diverse ma entrambe bravissime come Charlotte Gainsbourg e Marion Cotillard, che non si sono risparmiate nei complimenti l'una verso l'altra. "Ci siamo incontrate per la prima volta la sera prima delle riprese, in un ristorante", ha raccontato Charlotte Gainsbourg, "in qualche modo il rapporto tra le due donne del film ci ha contagiato, era tale il desiderio di lavorare insieme che poi sul set è stato tutto naturale". "Charlotte è una delle persone che mi hanno fatto venire voglia di fare questo mestiere", ha ribattuto Marion Cotillard, "credo che tutte le attrici della mia generazione siano state influenzate da lei". Poi sul suo personaggio la Cotillard ha dichiarato: "Carlotta incarna il mistero ma lei non si vede misteriosa. In realtà lei risponde direttamente ad ogni domanda che le si pone, spiega quello che le è successo anche interiormente in tutto questo tempo. Parlando di sé potrebbe in qualche modo distruggere il mistero, ma questo non avviene".
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Conferenza stampa di presentazione anche per la giuria, che quest'anno vede un grande presidente come Pedro Almodovar. La giuria è formata da quattro donne e quattro uomini: Jessica Chastain, Gabriel Yared, Park Chan Wook, Maren Ade, Fang Bingbing, Agnès Jaoui, Paolo Sorrentino, e Will Smith.

Una giuria varia che durante la conferenza stampa ha mostrato già le sue diverse anime quando è stato affrontato il tema Netflix, che quest'anno ha due film in Concorso: The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach e Okja di Bong Joon-Ho. Il festival infatti ha deciso che dalla prossima edizione non saranno scelti film che non verranno poi distribuiti nelle sale francesi, questo significa che dal prossimo anno Netflix non avrà più la possibilità di presentare i film a Cannes.

Si è aperto un dibattuto nella giuria che ha visto un Pedro Almodovar vs Will Smith.
"Sarebbe un paradosso una Palma d'oro ad un film non destinato alla sala", ha dichiarato il pluripremiato regista spagnolo, "Le piattaforme digitali in sé sono principio giusto e positivo ma questo non dovrebbe sostituire la sala cinematografica e non dovrebbe alterare le abitudini degli spettatori. Per me la soluzione è semplice: le nuove piattaforme devono accettare le regole del gioco, è l’unica strada per sopravvivere. Credo fermamente che almeno la prima volta che qualcuno vede un film sia necessario che lo schermo sul quale lo vede non sia più piccolo della propria sedia. Sono convinto che noi spettatori dobbiamo essere più piccoli per entrare nell'immagine e nella storia".
Di tutt'altra veduta Will Smith: "Io ho tre figli di 24, 18 e 16 anni. Vanno al cinema due volte la settimana e scaricano i film da Netflix. Non so cosa accade nelle altre case ma nella mia l'arrivo di Netflix non ha avuto nessun effetto. Sono due tipi di fruizione diverse, quando vogliono sentirsi umili di fronte a certe immagini vanno al cinema, altre volte le vedono sul piccolo schermo. Netiflix, a casa mia non ha fatto altro che ingrandire l'offerta, ha permesso loro di vedere film che altrimenti non avrebbero mai visto, e metterli in contatto con questo mondo underground di storie a 8000 chilometri da loro".
Gli altri giurati non si sono particolarmente sbilanciati sulla questione che comunque resta aperta, come ha dichiarato l'attrice/regista francese Agnes Jaoui: "Il mondo va avanti e non si può fare nulla contro la tecnologia. Certo abbiamo dei diritti ma anche dei doveri, dobbiamo rivedere la cronologia con cui i film vanno in sala e poi in televisione. Va trovata una soluzione".

A parte questo piccolo momento "polemico" (ma meno di quanto possa sembrare), grande felicità da parte di tutti i giurati, con un Will Smith come sempre molto allegro e sorridente, felicissimo di essere un giurato a Cannes: "Sono cresciuto a West Philadelphia, porterò il mio occhio da afroamericano, guardando 2-3 film al giorno. Una parte del motivo per cui siamo qui consiste nel portare la nostra prospettiva personale. Si tratta anche del motivo per cui si mettono insieme tante persone così diverse, per creare delle collisioni artistiche".
Felice anche Jessica Chastain, che è stata spesso al festival da attrice o ospite, e quest'anno è per la prima volta giurata, pronta ad immergersi tra i film. "Amo il fashion, ma i film li adoro anche di più. E qui mi soffermerò molto di più sul secondo aspetto", ha detto l'attrice.
Mente aperta per il regista coreano Park Chan-Wook, che ha dichiarato di essere al festival "senza idee preconcette, non penso a chi è il regista o a quali film ha fatto prima. Mi piacerebbe molto provare l’esperienza di un’illuminazione che ti colpisce". Paolo Sorrentino invece è alla ricerca di qualcosa di nuovo, o almeno così spera: "di trovare il cinema del futuro, perché in quel caso si tratterebbe di una scoperta incredibile e incommensurabile".

I 5 film a tema LGBT da recuperare


A SINGLE MAN

George Falconer, un professore inglese che insegna in California, rimane solo dopo che il suo compagno muore in un incidente stradale. Distrutto dal dolore decide che quella sarà la sua ultima giornata perché alla sera si toglierà la vita.
Con una regia elegante e impeccabile, lo stilista e per la prima volta regista Tom Ford, delinea un profondo, sofferente e bellissimo spaccato sull'elaborazione del lutto e sulla solitudino, con un Colin Firthin stato di grazie e una splendida Julianne Moore.





I RAGAZZI STANNO BENE

Jules e Nic sono una coppia lesbica, madri di due ragazzi concepiti tramite inseminazione artificiale. Quando la figlia maggiore, Joni, compie diciotto anni, il fratello minore Laser, di quindici, la convince a contattare la banca del seme al fine di scoprire chi sia il loro padre biologico. I ragazzi scoprono che si tratta di Paul, un quarantenne ristoratore donnaiolo che vive alla periferia di Los Angeles. Quando Nic e Jules scoprono l'accaduto sono costrette loro malgrado ad introdurre Paul nel loro menage familiare.
Commedia frizzante e divertente su una famiglia un po' insolita ma con problemi reali. Un grandissimo cast per un film che scorre via tutto d'un fiato.






PRIDE

La vera storia di un gruppo di ragazzi gay e lesbiche gallesi che organizzarono una massiccia raccolta di fondi per supportare i minatori in sciopero contro Margaret Tatcher.
Premiato a Cannes con la Queer Palm, il film riesce a essere allo stesso tempo leggero e profondo, divertente e commovente, senza mai scadere in inutile retorica o luoghi comuni, grazie soprattutto a un cast che può vantare il meglio della recitazione inglese.
Un piccolo gioiello impossibile da non amare.





COLPO DI FULMINE - IL MAGO DELLA TRUFFA

Terribile titolo italiano per I love you Philip Morris, è una commedia dolce amara con protagonisti Jim Carrey nei panni del truffatoreSteven Russel ed Ewan McGregor in quelli del suo compagno di cella Philip Morris. I due si innamorano in carcere e la loro storia sembra perfetta almeno finché Steven non viene trasferito.
Il film è per lo più una tipica commedia americana divertente, ma riesce in alcuni momenti a essere incredibilmente romantica e malinconica, facendo emergere una componente amara e drammatica che non ci si aspettava.
Purtroppo in italia una pubblicità ingannevole e una pessima traduzione ha fatto passare quasi totalmente sotto silenzio questa pellicola, ma vale la pena recuperarla se non altro per i due protagonisti.





MOONLIGHT

La storia di Chiron nella periferia di Miami, fra droga, razzismo e sessismo, sulla difficoltà di essere diverso anche in una comunità emarginata come quella nera americana.
Fresco di premio Oscar come miglior film, è una storia intima e cruda, un racconto di formazione in tre atti con momenti di altissima poesia e dolcezza inaspettata.
Punti forti del film sono la splendida fotografia e un cast talentuosissimo, su tutti Mahershala Ali (vincitore dell'Oscar come Miglior Attore non Protagonista) e Trevante Rhodes, interprete dello Chiron adulto.

lunedì 15 maggio 2017

Sense8: elogio della diversità

Otto persone.
Otto individui diversissimi fra loro per genere, etnia, orientamento sessuale, esperienze di vita.
Otto persone sparse per il mondo, da San Francisco a Seul, da Nairobi all'Islanda al Messico e ancora Mombay e Chicago, passando da Berlino.
Eppure questi otto uomini e donne, così apparentemente lontani, così profondamente diversi, sono uniti dalle emozioni, dalle sensazioni che condividono l'uno con l'altro, in un'intreccio tanto affascinante ed emotivamente appagante per lo spettatore più tenace quanto inizialmente difficile da comprendere appieno.

Era il 2015 quando, sulla piattaforma Netflix non ancora sbarcata in Italia, approdava l'ultima fatica degli allora Fratelli Wachowski (insieme a  J. Michael Straczynski), una summa del loro lavoro che va a unire la fantascienza visivamente rivoluzionaria e in un certo senso cervellotica di Matrix, il gusto puramente anarchico e idealista visto in V per Vendetta e soprattutto l'idea di concatenazione di vite vista in Cloud Atlas.
Proprio con quest'ultimo film la serie mostra più analogie, ma va ancora oltre, non giocando più sul continuo ritorno dell'anima, o sui piani temporali, ma sulla pura e semplice emozione.
L'intera prima stagione gettava le basi della storia complessiva, lasciando da parte la trama principale e le spiegazioni, concentrandosi quasi esclusivamente sui personaggi, portandoci a conoscerli pian piano, scoprendoli pian piano, da archetipi di un certo tipo di essere umano (il poliziotto di buon cuore, l'attore di b movies d'azione che nasconde la propria omosessualità, la donna coreana in una società maschilista) a figure a tutto tondo, sfaccettate, rappresentanti dei più diversi tipi di umanità, quasi simbolo dell'umanità stessa nelle loro differenze.
E infatti questa seconda stagione, oltre ad approfondire e a spingere sull'acceleratore della trama, punta tutto su una dichiarazioni dì intenti ben precisa che le ora sorelle Wachowski non si limitano a suggerire, ma proclamano a gran voce tramite i personaggi stessi: c'è un intero mondo di diversità nel genere umano, ed è questa diversità che ne determina la bellezza.
“Ora ci sono otto te stessi” dice Jonas, inizialmente guida spirituale, mentore e guida per lo spettatore oltre che per i sensate, ed è proprio questa frase iniziale che paradossalmente riassume l'intera serie e ne incarna la bellezza. Non ci può essere un'unità senza la moltitudine, sembrano dirci le Wachowski, non c'è un vero futuro per l'Homo Sapiens se non si condividono emozioni e pensieri, se non si va oltre l'accettare e basta le differenze, se non le si abbraccia come vera ricchezza, se non si passa da Homo Sapiens a Homo Sensorium.
Bisogna approcciarsi così a Sense8, senza focalizzarsi troppo sulla trama fantascientifica, ancora troppo nebulosa, ma farsi trasportare dalla musica, dalle immagini (non si è mai vista, in televisione, una tale varietà di luoghi, tutti magnificamente fotografati) dai personaggi, tutti con un cuore impossibile da non amare, nessuno più importante degli altri, tutti ugualmente fondamentali.
Bisogna farsi trasportare dalle emozioni, in questa serie che punta al cuore e non alla mente, alla naturale propensione dell'essere umano a non rimanere mai solo, ma a cercare sempre la compagnia di qualcun altro, l'intimità di un'altra persona. 
Dopo una seconda stagione che si è messa a nudo profondamente, svelando la sua anima più profonda, non resta che aspettare la terza, sperando che arrivi presto.





domenica 14 maggio 2017

Song to Song- la recensione

Song to Song è un film del 2017, scritto e diretto da Terrence Malick e con un cast fatto di grandi nomi.

Riassumere la trama della nuova opera di Malick è difficile, ma sostanzialmente si può dire che sia la storia di un triangolo, quello fra gli aspiranti musicisti Raye (Rooney Mara) e BV (Ryan Gosling) e il produttore Cook (Michael Fassbender), che man mano diventa un quadrato, poi un pentagono quando entrano in gioco anche Rhonda (Natalie Portman) e Amanda (Cate Blanchett).

A fare da filo conduttore, e in un certo senso da collante di storie, c'è la musica, con i grandi festival del Texas e le star musicali come Patti Smith, e molte altre, che si raccontano ai protagonisti e allo spettatore.

A colpire più di ogni altra cosa è la fotografia del premio oscar Emmanuel Lubezki, che con un uso della luce particolare sembra voler raccontare una storia a parte, naturalistica quasi, tanto che a volte si ha l'impressione che l'intero film sia stato girato unicamente allo scopo di poter vedere il sole entrare da una finestra e illuminare la parete, un particolare gioco di luce su di un volto, o ancora un unico riflesso sulla superficie del mare. Si rimane spesso così incantati da distogliere l'attenzione da quel che avviene sullo schermo.
La regia di Malick è caratteristica dell'autore, c'è poco da fare, l'incastro fra passato presente e futuro rende la narrazione avvolta in una bolla che sembra fluttuare sulla luce e sulla musica, ma se nei suoi lavori migliori questo portava a una riflessione sulla natura più profonda dell'essere umano, in Song to Song diventa talmente ridondante da risultare pedante, tanto da avere il sospetto che la bellezza delle immagini serva a nascondere la vacuità della storia, la pochezza dei personaggi e l'inconsistenza della riflessione che presto risulta noiosa e irritante.

Nemmeno la bravura del cast riesce a risollevare il film dal vortice di autoreferenzialità in cui cade quasi subito, le due ore e mezza di durata diventano una sorta di prova da superare e se si pensa che in origine, almeno a detta di Malick, il film durava ben otto ore, non si può che ringraziare.

Rimane la cocente delusione derivante da un'occasione perduta e la malinconia per quando questo regista dirigeva capolavori senza tempo come La Sottile Linea Rossa.