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domenica 10 marzo 2024

Maestro - la recensione

Seconda prova alla regia per Bradley Cooper, che con Maestro alza il tiro su tutti i fronti per raccontare la storia del grande compositore Leonard Bernstein.

New York, il 25enne Leonard Bernstein viene svegliato di colpo da una telefonata in cui gli viene comunicato che dovrà sostituire il direttore della New York Philharmonic alla Carnegie Hall. È il primo grande passo per la carriera di quello che diventerà il "primo vero grande direttore d’orchestra americano". Pochi anni più tardi conoscerà l'attrice Felicia Montealegre e, nonostante Bernestein sia omosessuale, ne rimane affascinato e finirà per sposarla lasciando definitivamente il suo amante David Oppenheim. Felicia accetta la doppia anima di Leonard, con la consapevolezza che è parte di lui, del suo genio.
Salto di diversi anni, Bernstein è uno dei compositori più apprezzati del paese, ha scritto musical di grande successo, come West Side Story, grandi composizioni, e la famiglia si è allargata con tre figli. Felicia però sopporta sempre meno i continui tradimenti del marito con giovani ragazzi che vanno ad alimentare il gossip sulla loro vita.

Maestro è un film che due mostri del Cinema come Martin Scorsese e Steven Spielberg, entrambi produttori, hanno "affidato" a Bradley Cooper, e va detto che guardando il film si avverte come l'attore ci abbia davvero messo tutto sé stesso nella realizzazione della pellicola. Forse ci ha messo anche troppo. Come regista, Cooper fa sicuramente un grosso passo avanti rispetto al sopravvalutato A Star is Born, osa di più nelle scelte e si fa più elegante nelle riprese, ma spesso esagera e perde un po' il controllo, un problema che si ritrova anche nella sua interpretazione.
Nonostante il titolo lo lasci intendere, Maestro non racconta la carriera artistica di Leonard Bernstein ma si concentra tutto sul rapporto molto complesso con la moglie, e i momenti musicali sono appunto momenti che si fanno largo qui e là nel racconto della vita della coppia. Il film è diviso in due parti che riflettono proprio le due fasi del suo matrimonio con Felicia, la prima parte è in bianco e nero e rappresenta il momento più felice nella vita e nella coppia, la seconda invece è a colori e racconta i momenti più difficili. Una scelta ambiziosa che alla fine funziona, a funzionare meno invece è la scelta del formato 4:3, soprattutto perché va a penalizzare una fotografia molto bella che avrebbe decisamente meritato lo schermo pieno.

Bradley Cooper tuttofare, regista, co-sceneggiatore, e protagonista. L'interpretazione dell'attore è altalenante, si è calato profondamente nel personaggio, movenze e voce (da vedere in lingua originale), Cooper ci mette davvero tanto ammirevole impegno per diventare Bernstein, ma spesso finisce col perdere l'equilibrio dell'interpretazione ed eccedere nelle espressioni e nei movimenti esagerati. Esattamente opposta invece l'interpretazione di Carey Mulligan, l'attrice riesce sempre a mantenere l'equilibrio e a supportare, fisicamente e vocalmente, la trasformazione del suo personaggio, che passa dalla positività della giovinezza alla sopportazione, la delusione, il dolore degli anni successivi. La performance dell'attrice è probabilmente la cosa migliore del film. Il resto del cast, tra cui Sarah Silverman, Maya Hawke e Matt Bomer, sono puro contorno, tutto è incentrato sulla coppia e nessuno degli altri personaggi viene approfondito.
Tanto si è parlato del trucco sul volto di Bradley Cooper, e probabilmente le critiche sono state un po' esagerate. È vero che il naso e il mento accentuati risultano eccessivi ma più che altro sul volto del giovane Bernstein, mentre è davvero ben fatto il trucco da anziano che trasforma l'aspetto dell'attore in modo molto credibile.

In Maestro si percepisce tutta la voglia di Bradley Cooper di fare un bel lavoro, di osare, di cercare il colpo di macchina e l'originalità, ma promette cose che poi non mantiene, soprattutto non racconta la carriera e il genio di un compositore che ha fatto la storia della musica, e forse avrebbe dovuto visto che era l'aspetto più interessante da raccontare. Il problema del "Bradley Cooper regista" è che sembra sempre troppo impegnato a cercare il capolavoro a tutti i costi e questo finisce per pesare sul risultato finale.

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martedì 16 maggio 2023

Guardiani della Galassia Vol. 3 - la recensione

Giunge a conclusione la trilogia di James Gunn dedicata ai Guardiani della Galassia, probabilmente il filone di maggiore successo all'interno del Marvel Cinematic Universe, una scommessa vinta ma non così scontata, considerando che questi personaggi erano praticamente sconosciuti se non ai più puri appassionati dei fumetti Marvel.


Nel terzo capitolo della saga, Gunn (che scrive e dirige) concentra la narrazione interamente sul personaggio di Rocket Raccoon (doppiato da Bradley Cooper), facendone il perno e il cuore del gruppo e in definitiva anche dell'intera saga. Raccontando il passato del personaggio, si arriva a guardare con occhio diverso anche i film precedenti, ed è veramente difficile trattenere le lacrime in più di un'occasione. Gli altri personaggi risultano forse un po' in secondo piano rispetto ai precedenti film, in particolare la Gamora di Zoe Saldana che sembra avere poco da dire dopo l'apice del suo arco narrativo raggiunto in Avengers: Infinity War e Avengers: Engame. Il gruppo continua comunque a funzionare alla grande, in particolare il personaggio di Starlord (Chris Pratt) arriva a una chiusura ben calibrata e ben pensata, proprio in funzione di quanto ci viene mostrato e raccontato sul passato di Rocket, e soprattutto grazie alla trama vera e propria che mette in moto l'azione del film.

Colonna sonora sempre al top, ma a spiccare davvero in questo terzo film è la regia di James Gunn, che ancora più che nei precedenti vive di sfondi incredibili e colorati, di riprese mozzafiato ambientazioni che riescono a essere allo stesso tempo colorate e malinconicamente crepuscolari. E se riesci a trasmettere così tanto inquadrando animali in CGI, non resta che applaudire.

Non tutto è perfetto però, e dove il gruppo funziona alla grande, gli altri personaggi non sempre sono all'altezza. Nulla da dire sul villain (Chukwudi Iwuji), odioso quanto basta, o sui comprimari del passato che riescono a rimanere nel cuore dello spettatore, quanto piuttosto sembra davvero fuori posto l'Adam Warlock interpretato da Will Poulter, non solo per l'interpretazione davvero sopra le righe anche per un film dei Guardiani, ma soprattutto perché la sua presenza sembra superflua ed è difficile evitare di chiedersi se davvero era necessario all'economia del racconto. Una piccola sbavatura che comunque non intacca la fruizione di un film che chiude degnamente il miglior filone dell'MCU, emozionando e divertendo dal primo all'ultimo minuto della seconda scena post credit.

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venerdì 25 marzo 2022

Licorice Pizza - la recensione

Torna Paul Thomas Anderson e ritorna in grande stile, portandoci nella scintillante San Ferdinando Valley degli anni 70.
Gary (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour Hoffman) conosce Alana (Alana Haim) al liceo, mentre lei è insieme a suo padre per scattare delle foto. Gary si innamora immediatamente e la invita ad uscire, ma Alana, pur accettando, non sembra intenzionata a portare la relazione oltre l'amicizia, anche a causa della differenza di età che li separa (lei ha 25 anni, mentre lui 15).


A livello visivo è tutto meraviglioso, Anderson conosce bene la zona e dirige con un'amore e una passione papabili, con colori e grana della pellicola che richiamano anche ai film di quel periodo e che prendono lo spettatore e letteralmente lo gettano dentro quegli anni. Gli scenari suburbani, un po' underground, la fanno da padrone e i costumi sono perfetti nel restituire quello spirito.

I due protagonisti hanno una chimica che si percepisce fin da subito e sono loro a tirare avanti il film, nonostante ci siano un gran numero di personaggi bizzarri che gli ruotano intorno, interpretati anche da grandi attori come Sean Penn e Bradley Cooper, ma alla fine sono sempre i due ragazzi a rubare la scena con la loro ironia e la loro spensieratezza giovanile.
Non c'è una vera e propria trama e questo potrebbe essere un difetto, infatti a seconda del momento il film varia di ritmo e per molti potrebbe risultare anche molto noioso e privo di un vero e proprio punto.

Sicuramente non si può annoverare Licorice Pizza fra i migliori lavori di Paul Thomas Anderson, ma alla fine a questo film si arriva a voler bene comunque.


Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni - la recensione

È finalmente disponibile su Disney+, La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, l'ultimo film di Guillermo del Toro, candidato a quattro premi Oscar 2022, tra cui miglior film.

Stati Uniti, anni '40, Stanton "Stan" Carlisle è un uomo che non ha nulla, abbandona la sua casa dopo averle dato fuoco per seppellire un corpo e parte. Finisce per unirsi a una fiera, dove viene a contatto con un mondo nuovo, fatto di nani, uomini barbuti, l'"uomo-bestia", donne che si fanno attraversare il corpo dall'elettricità. Grazie all'aiuto della chiromante Zeena e di suo marito, l'ex mentalista Pete, Stan entra attivamente in quel mondo e impara alcuni trucchi del mestiere. Ma Stan vuole di più, a qualunque costo. Spinto da ambizione e avidità, parte con la giovane Molly per la città e lì, in poco tempo, diventa "Il Grande Stanton", mentalista e sensitivo da due spettacoli al giorno. Ma per Stan non è ancora abbastanza. Dopo l'incontro con una opportunista psicologa, e spinto da una crescente avidità, decide di mettere in piedi una vera e propria truffa ai danni di uomini ricchi e potenti, a cui fa credere di poter parlare con i loro cari defunti. Quello di Stan però è un gioco molto pericoloso.

Adattamento dell'omonimo romanzo di William Lindsay Gresham, già trasposto sullo schermo nel 1947, in un film con Tyrone Power, a cui però è stato cambiato il finale per renderlo meno negativo, Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni è il film con cui Guillermo del Toro cerca di non essere il "solito" del Toro. Non è un fantasy gotico, non è un horror, è un vero e proprio noir vecchio stile, tra atmosfere plumbee, personaggi ambigui, e sigarette. La prima parte, quella ambientata alla fiera, in un mondo di freaks, è sicuramente quella in cui si sente di più il tocco "deltoriano", nei colori, nei personaggi, poi a lungo andare quel tocco si perde un po' virando su qualcosa di più classico, mantenendo però sempre un vago senso di grottesco tipico del regista. La regia di Del Toro è ottima, bella, precisa e pulita. La ricostruzione dell'ambientazione, le scenografie, i costumi, sono meravigliosi, curati nei minimi dettagli. Ottimo anche il lavoro della fotografia.

Il protagonista Bradley Cooper offre forse la miglior performance della sua carriera, riesce a dare corpo a un personaggio avido, spietato, profondamente immorale, così bravo e sicuro di sé ad ingannare gli altri quanto incapace di capire davvero chi ha davanti, che sia la pura e innocente Molly, meno accondiscendente di quanto pensa, o l'apparentemente complice psicologa, ancora più spietata di lui. La parabola di ascesa e caduta di Stan Carlisle lo riporterà all'inizio della sua avventura, ma in un ruolo diverso e forse più "simile" alla sua anima corrotta. Oltre a Cooper, il cast è formato da grandi nomi, Rooney Mara, una glaciale Cate Blanchett, Richard Jenkins, Willem Dafoe, Toni Collette, Ron PerlmanDavid Strathairn e Mary Steenburgen. Ottime le interpretazioni di tutti, una performance corale degna del livello dei nomi che compongono il cast, forse l'unico personaggio a soffrire un po' è proprio quello di Rooney Mara, che avrebbe meritato maggior peso nella storia.

Nightmare Alley è un indubbiamente un bel film, girato alla perfezione, visivamente affascinante, con una dedizione per i dettagli davvero eccezionale, si vede che è stato fatto e girato da persone che amano il Cinema. Dov'è che pecca allora? Nel calore. È un film molto freddo, così freddo da non riuscire a colpire davvero al cuore lo spettatore, si prova disprezzo per il protagonista ma mai trasporto emotivo, e questo da un film di Del Toro proprio non te lo aspetti. Resta comunque un bel film da vedere, con gli occhi.

sabato 22 gennaio 2022

Nightmare Alley di del Toro è un flop negli USA. Martin Scorsese lancia un appello per il film.

È forse un ritratto molto significativo dei tempi difficili che sta vivendo il Cinema. La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, di Guillermo del Toro, era uno dei film più attesi della stagione, una storia intrigante, un grande cast, un regista premio Oscar con una sua visione, assolutamente unica, del Cinema, eppure ha riscosso pochissimo successo al botteghino USA.

Negli Stati Uniti è uscito in sala a dicembre 2021 e fino ad oggi ha incassato soltanto 9 milioni di dollari (ne è costati 60), un risultato decisamente deludente e molto al di sotto delle aspettative. In questi giorni il film sta uscendo in altri paesi, è arrivato in Francia, Germania, Russia e UK, e il 27 gennaio arriverà anche in Italia, e si spera che il risultato sarà diverso.

Interrogato sulla questione, Bradley Cooper ha dichiarato di non essere sorpreso dal risultato deludente negli USA e di sperare nello streaming.
"Non è stato uno shock per nessuno di noi", ha detto l'attore, "Penso che sia uno splendido film da vedere al cinema, anche solo per la sua portata, ma credo che risulterà appetitoso anche a casa".

Se Cooper è quasi rassegnato, c'è qualcuno che proprio non può accettare questo "abbandono" delle sale, è Martin Scorsese, che ha deciso di lanciare un appello ai cinefili di tutto il mondo per sostenere Guillermo del Toro e il suo film. Ecco la sua lettera al Los Angeles Times.

"Qualche settimana fa ho visto La fiera delle illusioni di Guillermo del Toro. Mi ha impressionato e commosso. Attendo sempre con impazienza i film di Guillermo, ma questo in particolare aveva un potere e una risonanza speciali per me.
Poi mi sono reso conto che il pubblico non stava andando a vederlo, cosa che mi ha angosciato. Ovviamente, le vacanze di Natale che si sono appena concluse sono state un momento difficile per far uscire qualsiasi film. Ma mi chiedo anche se ci sia un reale apprezzamento nei confronti del lavoro di Guillermo.
Scommetto che il termine “noir” è comparso nella maggior parte delle recensioni e dei commenti su Nightmare Alley, e con buona ragione. I personaggi sono tutti tormentati, molti sono condannati, e il film è basato su un romanzo che ha quel genere di trama labirintica classica dei film noir. Oltretutto, quel romanzo era già stato portato sullo schermo, appena dopo la sua pubblicazione nel 1946, e la prima versione di Edmund Goulding è stata a lungo considerata un classico del genere.
Ma il termine “noir” è stato utilizzato così spesso, e in modo così sfacciato, che alla fine sembra più un sapore che qualsiasi altra cosa, e potrebbe condurre nella direzione sbagliata qualcuno in cerca di informazioni su un film. Potrebbero aspettarsi un “pastiche” noir, uno dei tanti che abbiamo visto. E questo non rende assolutamente giustizia all’adattamento di Guillermo e Kim Morgan.
La maggior parte del film è ambientata negli anni trenta, e sembra emergere dalla disperazione e dall’amarezza della Grande Depressione: si riesce a percepire nelle immagini e nel linguaggio del corpo degli attori. Tutti i personaggi in questo film provano il vero dolore, un senso di desolazione radicato nella vita di tutti i giorni. Non è quindi solo una questione di “stile” o di “grafica”, sebbene siano elementi squisiti in questo film. È una questione legata all’impegno completo di Guillermo nei confronti del materiale e del portare la propria visione in vita con il suo scenografo, il costumista, il direttore della fotografia e lo straordinario cast, guidato da Bradley Cooper e Cate Blanchett. Lavorano insieme per creare un universo senza uscita tirandolo fuori dal passato americano, e lo fanno dentro e fuori, fino in fondo.
In questo senso, il film è fedele allo spirito che anima il cinema noir molto più dei tanti “omaggi” che sono stati fatti negli anni e che vengono fatti ancora oggi. Guillermo sta certamente parlando dal suo tempo e al suo tempo, ma lo fa con la lingua di un tempo passato, e l’urgenza e la disperazione di allora si sovrappongono con quell’urgenza e quella disperazione che stiamo vivendo proprio adesso, in un modo decisamente inquietante. È come un campanello d’allarme.

Il Covid-19 è stato profondamente duro nei confronti del cinema in generale. Ha aggiunto protocolli che fanno perdere molto tempo e polizze assicurative molto costose al budget di tutti i film, piccoli o grandi che siano. Ha portato alla chiusura di molti cinema, e a una resistenza a tornare in quelli che sono ancora aperti. E ora… Omicron.
Se avete deciso di inserire La fiera delle illusioni nella categoria “noir” o in qualsiasi altra categoria, vi esorto a dargli un’occhiata più da vicino. E se avete deciso proprio di evitarlo, per qualsiasi motivo, ripensateci. In pratica, ciò che sto cercando di dirvi è che un regista come Guillermo, che ci dà film realizzati con tanto amore e passione, non ha solo bisogno del nostro sostegno: lo merita."

domenica 21 ottobre 2018

A Star is Born - la recensione

Terzo remake del celebre film del 1937, E' Nata Una Stella, riportato poi al cinema, nelle due versioni più famose, nel 1954 con Judy Garland protagonista, e nel 1976 con Barbra Straisand e Kris Kristofferson.

Jackson (Bradley Cooper) è famoso musicista (e sognatore) acclamato in tutto il mondo ma afflitto da una pesante dipendenza da alcool e farmaci. Dopo un suo concerto, incontra, in un locale Drag, Ally (Lady Gaga), una talentuosa cameriera con il pallino del canto che, dopo svariate bocciature ricevute da diversi produttori a causa del suo aspetto fisico, in particolare del naso, ormai si è arresa all'idea di non intraprendere più la carriera da cantante. Jackson però trova interessante la sua voce, e dopo un'intensa interpretazione de "La Vie En Rose" di Edith Piaf, decide di invitarla alla tappa successiva del suo tour per conoscerla. Il loro amore condiviso per la musica e la loro passione sbocciata sul palco, tessono le trame profonde di questa pellicola dal finale del tutto inaspettato.

La regia, che segna il debutto di Bradley Cooper dietro la macchina da presa, non è delle più coinvolgenti, la ripresa in primissimo piano e con telecamera a mano vuol essere quella di un imponente film d'autore, che poco si amalgama al resto. Il ritmo è una continua altalena tra il dilatato ed il frettoloso. Il montaggio è quello di un meccanismo mal oleato che spezza completamente alcune scene e ne esaspera eccessivamente altre.
Performance meravigliosa di una Lady Gaga fragile alla quale non siamo abituati, ma della quale non potremo più fare a meno. Bradley Cooper, con la sua interpretazione tormentata, rude, evidenziata anche da un "prepotente" accento, dà l'ennesima dimostrazione delle sue capacità. Colonna sonora dai testi struggenti, ma dalla pura anima rock.



A Star is Born si presta a molteplici letture, quella predominante è sicuramente una spiccata critica all'industria musicale così come la conosciamo oggi: modelli che ci vengono imposti, la spersonalizzazione massima dell'individuo, l'omologazione, e la ormai introvabile originalità. Ci sono poi la fragilità dell'essere umano, talvolta troppo sensibile per reggere le imposizioni del sistema, la necessità di legarsi e di tornare a qualcosa di autentico, l'amore, gli affetti... e la musica. La musica come evasione, come sfogo, come grido di aiuto, come ragione di vita.

Francesca Matteucci

venerdì 31 agosto 2018

Venezia 75 - giorno 3

Il western dei fratelli Coen si prende la scena del Concorso, mentre Fuori Concorso arriva il pop.

S'intitola The Ballad of Buster Scruggs e i fratelli Coen lo descrivono come un "film antologico" di genere western che racconta varie storie ambientate sulla frontiera americana, il tutto narrato dalla voce degli stessi registi.

Durante la conferenza stampa i due fratelli si confermano di poche parole e perfettamente sincronizzati nelle risposte, prima uno, poi l'altro. "Le storie le abbiamo scritte nel corso di un periodo di 25 anni", hanno spiegato i Coen, "Scrivevamo questi racconti e non sapevamo bene cosa farci, allora le mettevamo nel cassetto. Anche se erano completamente differenti per atmosfera e argomento rientravano tutte in una vaga idea di western, in qualche modo raccontavano tutte la stessa cosa e ci sembrava interessante metterle insieme. Nessuno fa più dei film antologici, è stato divertente resuscitare questo genere. [...] Entrambi avevamo già un’idea di come gli episodi dovessero essere montati. Il film è una sorta di progressione non c’era una ricetta nel metterli insieme ma il risultato è quanto si vede".
Diverse storie, prodotto da Netflix ma non è una serie tv, e i registi ci tengono a sottolinearlo. "Nelle riviste di settore il fatto che fossero varie storie e fosse prodotto da Netflix ha portato a questa erronea conclusione", hanno dichiarato i registi, "ma l’abbiamo da subito concepito come un film. Il formato è strano, certo, ha una struttura antologica sulla frontiera americana con una lunghezza diversa per ogni storia".

Nutrito il cast, James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Zoe Kazan, Brendan Gleeson, e Tim Blake Nelson, presente al festival, felicissimo di essere tornato a lavorare con i due registi. "Noi tutti abbiamo amato moltissimo quanto fatto da Joel ed Ethan", ha dichiarato l'attore, "Il risultato è estremamente poetico e originale. Una sorta di revisione del Western. Quando ho letto le altre 5 storie mi è sembrato che ciascuna rappresentasse la storia del western e noi dovessimo comunque cercare di uscire da quella iconografia trovando anche delle scelte interpretative particolari".

Il film sarà disponibile a novembre su Netflix.

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Fuori Concorso invece un film "acchiappa popolo", il debutto alla regia di Bradley Cooper, A Star is Born, terzo remake dell'originale del 1937, questa volta con Lady Gaga protagonista insieme allo stesso Cooper.

Il film racconta di un cantante affermato, ma con una vita personale travagliata, che incontra una giovane promessa che ha dovuto rinunciare al suo sogno di diventare una cantante perché non abbastanza bella. L'uomo le dà fiducia, s'innamora di lei, ma la loro storia deve fare i conti con l'ascesa verso il successo della donna.

Un film che è passato tra diverse mani prima che Bradley Cooper decidesse di mettersi lui stesso dietro la macchina da presa. Sulla protagonista l'attore non ha avuto dubbi e ha puntato subito la cantante. "Dopo i primi venti minuti del nostro primo incontro già cantavamo insieme", ha raccontato Cooper, "Ero seduto nel suo soggiorno con lei al piano... mi ha fatto sentire completamente a mio agio e protetto".
Con questo film Lady Gaga corona un suo piccolo sogno, fare l'attrice per davvero, da protagonista, e per questo non può non ringraziare Bradley Cooper con cui si è trovata subito molto bene. "Ricordo che un giorno stavo scendendo le scale di casa, quando ho visto Bradley con una spugnetta in mano. Mi ha detto che mi voleva vedere senza trucco e senza niente addosso", ha dichiarato la cantante, "È qualcosa che mi ha fatto paura perché mi ha messa a nudo facendomi scoprire una nuova e inaspettata vulnerabilità, ma mi ha anche resa libera e fatto realizzare il mio sogno di diventare un’attrice".

Il film sarà nelle sale USA dal 5 ottobre, in Italia arriverà l'11 dello stesso mese.

mercoledì 27 gennaio 2016

Joy - la recensione

Torna David O. Russell, e per il suo ultimo film sceglie (ancora) Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro.

Tratto da una storia vera, Joy (Lawrence) è una donna divorziata, con due figli, una famiglia allargata, disastrata e negativa sulle spalle e un ex marito con cui è in ottimi rapporti ma che vive ancora in casa sua. Stanca della sua vita piena di delusioni e incoraggiata dalle parole della nonna, Joy decide di seguire il suo istinto per risollevare la sua condizione e trovare finalmente la gioia. Inventa una scopa, un particolare mocio che si strizza da solo, un'idea semplice e funzionale, ma riuscire a venderla non è facile. Tra la negatività della sua famiglia, ricatti, delusioni, umiliazioni e tante difficoltà, Joy riuscirà a creare un vero e proprio impero.

Quella di Joy è una classica storia "dalle stalle alle stelle", ma più che alla vera Joy Mangano, sembra che David O. Russell si sia ispirato a Cenerentola. Fin da subito il regista ci presenta la protagonista impegnata in faccende domestiche, piegata a terra per pulire o aggiustare qualcosa, sempre con i vestiti macchiati, con un lavoro poco soddisfacente, una famiglia che le complica le cose, c'è addirittura una sorellastra invidiosa sempre pronta ad andarle contro e una rassicurante voce narrante (quella della nonna). A questo insolito ma indovinato parallelo, il regista aggiunge quegli aspetti che, nel bene o nel male, caratterizzano il suo cinema.
La prima parte di Joy è in pieno stile O. Russell: c'è il kitsch, cioè capigliature esagerate e abbigliamenti fuori luogo; c'è il grottesco, rappresentato in una famiglia insopportabile e macchiettistica; e ci sono i dialoghi sovrapposti e incasinati, con vari personaggi che si parlano addosso e creano caos intorno alla protagonista. Non contento dei suoi soliti ingredienti, il regista aggiunge dei momenti quasi onirici, dei flashback e dei sogni che rendono il quadro ancora più grottesco. Poi il film improvvisamente cambia, abbandona il suo lato più tragicomico per diventare più lineare, quasi un classico biopic. E qui c'è il primo grosso problema. Joy è un film incoerente e incerto. Nel cambiare improvvisamente registro, dal grottesco al lineare, David O. Russell tradisce se stesso. Se il film fosse rimasto fedele ai toni della prima parte, forse sarebbe stato più difficile e meno "commerciale", ma sarebbe stato sicuramente più onesto; allo stesso modo, se fosse stato tutto più lineare come la seconda parte, probabilmente sarebbe stato più convincente e solido. Incerto su cosa fare (o forse era proprio questo che voleva fare, meglio non chiederselo), O. Russell ha creato un ibrido che alla fine risulta poco convincente.

Il secondo problema viene dall'uso dei tanti personaggi di contorno presenti nel film. Nella prima parte, il regista li caratterizza bene, dà ad ogni personaggio una sua forma ben precisa e un piccolo spazio in cui agire - una madre malata di soap opera, un padre negativo che cerca vedove fra gli annunci, un ex marito fallito ma buono, ecc - ma poi, nella seconda parte, se li dimentica completamente. Un peccato perché alcuni di loro avrebbero meritato una sorte migliore, soprattutto i personaggi di Isabella Rossellini, Virginia Madsen e Diane Ladd. Meno positiva la prestazione di Robert De Niro, a cui il regista chiede più smorfie che recitazione.

Terzo e ultimo problema: perché David O. Russell continua ad "usare" Jennifer Lawrence in ruoli in cui non è adatta? L'attrice nel film è onnipresente, compare in tutte le scene e, con uno sforzo ammirevole, riesce a portare avanti il film praticamente da sola. Jennifer Lawrence nel film è brava, non eccede mai, anche se tutto quello che ha intorno si fa grottesco e sopra le righe, lei riesce sempre a mantenersi equilibrata, ma, onestamente, quanto può essere credibile la Lawrence nel ruolo di una donna divorziata e con due figli a carico e un passato pieno di delusioni? 
La speranza è che Jennifer Lawrence, attrice giovane e di indiscutibile talento, a lungo andare non rimanga impantanata nei ruoli che O. Russell le propone.

Tra i tanti difetti c'è anche del buono in Joy, il film ha un'ottima fotografia, una buona colonna sonora, un'estetica particolare, alcune scene sono registicamente ottime, come quella nello studio televisivo, ma sono solo lampi che non salvano un film confuso che alla fine convince poco.

giovedì 19 febbraio 2015

[Oscar 2015] American Sniper - la recensione

A sorpresa campione d'incassi negli USA, 'American Sniper', l'ultimo controverso film diretto da Clint Eastwood, ha diviso e continua a dividere il pubblico americano, e non solo.

Il film racconta la storia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare americana.
Kyle, texano, cresciuto da una ferrea educazione paterna che gli ha imposto la difesa del più debole e una visione del mondo divisa in pecore, lupi e cani pastore - dove le pecore subiscono, i lupi attaccano e i cani pastore proteggono -, decise di seguire queste regole arruolandosi nei Navy SEAL.
Inviato in Iraq, per quattro turni, gli venne affidato il preciso compito di copertura delle truppe sul campo.
Un compito che Kyle svolse talmente bene da meritarsi il soprannome di "Leggenda" e, da parte dei nemici, una taglia molto alta sulla testa, diventando l'obbiettivo primario da eliminare. A puntarlo, in una specie di duello a distanza, anche "Mustafa", un cecchino altrettanto preciso e letale, ex campione olimpico, che militava tra le linee nemiche.
Oltre ai pericoli della guerra, Kyle si trovò a dover gestire il suo ritorno a casa, dalla moglie e i figli, diviso tra i fantasmi della guerra e il suo dovere, la missione in cui credeva fino in fondo, e che alla fine gli è stata fatale.

Lo script di 'American Sniper' è passato di mano in mano, da David O. Russell, a Steven Spielberg, per finire poi nelle mani di Clint Eastwood, uno che di certo non si spaventa davanti a un tema così difficile e delicato.
Il film ha diviso molto e continua a far discutere negli USA, soprattutto per questioni politiche. C'è chi l'ha additato come "film di propaganda", viste le simpatie di Eastwood per l'area repubblicana, e chi effettivamente l'ha preso come una propaganda militare, ma in entrambi i casi è una visione superficiale. Eastwood nel film non mette le sue idee politiche, quello che fa è raccontare in modo lucido "l'idiozia della guerra" e le sue assurde regole attraverso la storia di un uomo che ci credeva fermamente.

Per come è stato sviluppato, 'American Sniper' è un film difficile da definire e commentare, lo spettatore si trova davanti a un contrasto: un uomo convinto di fare la cosa giusta, pronto anche a sacrificare la sua anima e la sua famiglia, che affondando le mani nella violenza per rispondere ad altra violenza. Difficile dargli ragione, difficile dire che sbaglia.
L'equivoco - se così si può definire - che ha portato alle tante polemiche si crea dal fatto che Eastwood non mette mai in dubbio l'intervento americano in Iraq - lo fanno per un attimo solo un paio di personaggi -, non mette in dubbio nemmeno la guerra in generale. Una scelta dettata non dalle personali idee politiche (anche se Eastwood si è sempre dichiarato contro la guerra) ma bensì dal rispetto verso Chris Kyle, non il solito militare spaccone, ma un uomo deciso, pronto ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, anche dell'uccisione di una donna o un bambino. Kyle era pronto ad affrontare lo strascico emotivo che una guerra come quella in Iraq lascia dentro a un uomo, e ad aiutare chi, come lui, non riesciva a riprendersi da quella esperienza. Se la storia fosse finita così, probabilmente avrebbero avuto senso le critiche di chi vede la glorificazione di un personaggio (e quindi di un ideale) ma la storia è andata avanti, e proprio mentre si iniziava a parlare di un film su Kyle, la storia ha preso una piega che descrive bene la totale assurdità della guerra e delle sue conseguenze: Kyle, sopravvissuto a quattro turni in Iraq, ucciso in patria dalla mano di un reduce come lui, uno di quelli che Kyle era convinto di proteggere e aiutare. Una fine che sembra una beffa.

Questo per quanto riguarda il senso del film, su cui sicuramente si continuerà a discutere molto, 'American Sniper' però va giudicato soprattutto come opera cinematografica. In questo Eastwood non delude affatto e si dimostra il solito regista capace, pulito e lucido, perfettamente a suo agio nelle tematiche trattate nel film, già affrontate in alcuni dei suoi precedenti film. Tra i suoi ultimi lavori questo risulta sicuramente il migliore, il più solido. Ottima la regia, il buon Clint deve solo migliorare nell'uso della CGI, la pallottola digitale in una scena cruciale stona un po'. Bella la fotografia asciutta.
Buona la prova di Bradley Cooper, trasformato fisicamente e molto calato nel personaggio. Una buona prova, diversa da quelle più brillanti in cui l'abbiamo visto negli ultimi anni. Buona ma non da nomination all'Oscar.

Eastwood pecca di qualche ovvietà nella rappresentazione della vita privata di Kyle, nel film ci sono momenti molto patriottici, è innegabile - soprattutto nelle immagini vere nei titoli di coda -, il racconto pende inevitabilmente in favore della parte americana, com'è stato anche per 'The Hurt Locker' di Kathryn Bigelow, con cui il film ha molti punti in comune, ma il risultato finale è un ottimo film di guerra, controverso, cupo, sobrio, realista e onesto.

domenica 26 ottobre 2014

Guardiani della Galassia - la recensione

I Guardiani della Galassia. Chi sono i Guardiani della Galassia?! Mai sentiti.

C'è poco da dire. I Guardiani della Galassia spaccano.

Conosciuti da pochi, le radici di questi personaggi affondano nella fumettistica Marvel e scoppiano ora sul grande schermo in uno dei cinecomic più belli di sempre. Con una cura maniacale dei dettagli, il regista James Gunn presenta al mondo Star-Lord (Chris Pratt), Gamora (Zoe Saldana), Drax (Dave Bautista), Rocket Raccoon (con la voce di Bradley Cooper) e Groot (con la voce di Vin Diesel), cinque supereroi fuori dai canoni classici che definiscono questo genere ed in definitiva cinque sfigati tutt'altro che sfigati.

Il progetto potrebbe ricordare a grandi linee quello di The Avengers, ovvero un gruppo di supereroi riuniti in un solo film. Certo, nei Vendicatori di Joss Whedon c'era da considerare che i personaggi derivavano da altre pellicole ben definite (non tutte), quello che il regista e autore ha fatto è lodevole ma in qualche modo già facilitato dai singoli cinecomic precedenti. Quello che invece ha fatto James Gunn è stato introdurre al mondo cinematografico dei molteplici personaggi semi-sconosciuti con delle storie poco definite alle spalle. Non era facile riunire Thor, Captain America, Hulk, Iron Man, Vedova Nera e Occhio di Falco nel primo "assemblaggio",  ma creare un altro team di difensori della galassia è stato potenzialmente più difficoltoso.

In Guardiani della Galassia si respira un'aria action/fantasy/sci-fi tipica delle pellicole di genere degli anni '80. Numerosi i riferimenti e citazioni (geniali) a iconiche saghe del passato come Star Wars, Indiana Jones e al folklore di quegli anni, citazioni tutte meticolosamente calibrate e più di una volta esilaranti che si amalgamano alla perfezione con le diverse caratterizzazioni dei personaggi e soprattutto funzionali alla storia principale. Riscontriamo i mitici anni '80 nella perfettamente inserita colonna sonora, la ormai famosa "Awesome Mix Vol. 1" di Star Lord/Peter Quill che accompagna alcuni dei momenti più belli di tutto il film. Ma il vintage style è ovunque nel film, anche nella scelta di rappresentare le diverse razze aliene con un make up tradizionale che lascia a bocca aperta. Scenografie spaziali affascinanti e suggestive contornano una storia avvincente e mai banale. Rimanendo in tema di qualità visiva possiamo anche riscontrare un uso intelligente della tecnologia moderna. Dare vita a personaggi completamente ricreati in computer grafica come l'albero alieno Groot e il procione geneticamente modificato  Rocket Raccoon, non era affatto semplice, ma Gunn è riuscito a inserire in quell'ammasso di pixel un vero cuore.



Ogni personaggio ha una storyline ben definita, ognuno ha lo spazio che si merita, perfino i villain sono davvero minacciosi e inquietanti (cosa che ultimamente era andata scemando negli altri cinecomic Marvel). Lee Pace fa un lavoro incredibile sul suo terribile Ronan l'Accusatore, servo del titano Thanos, e la stessa cosa vale per Karen Gillan (Nebula) e anche per i personaggi di contorno come Nova Prime, una meravigliosa Glenn Close e John C. Reilly.

Già molte recensioni lo hanno sottolineato più di una volta, ma questo aspetto non è da sottovalutare: durante il film si ride a crepapelle e ci si commuove infinitamente più di una volta, reazioni che per ora non si erano mai viste tutte insieme in un cinecomic

Lunga vita ai Guardiani della Galassia.


lunedì 19 maggio 2014

Frame by Frame: Guardians of the Galaxy [FULL TRAILER]

Come da programma, la Marvel ha rilasciato online il nuovo full trailer di Guardians of the Galaxy, cinecomic diretto da James Gunn che farà il suo debutto nelle sale italiane il 28 ottobre (in agosto negli USA).

Il bizzarro equipaggio della nave stellare "Milano" è composto da: Peter Quill/Star Lord (Chris Pratt), Gamora (Zoe Saldana), Drax (Dave Bautista), Rocket (con la voce di Bradley Cooper) e Groot (voce di Vin Diesel).

Questo equipaggio fuori dal comune sarà costretto ad allearsi per fronteggiare il terribile Ronan, un folle che minaccerà la sicurezza della galassia
Nel cast anche Glenn Close, Lee Pace, Djimon Hounsou, Micheal Rooker, John C. Reilly, Karen Gillan e Benicio Del toro.


Ecco il Frame by Frame del full trailer di Guardians of The Galaxy: