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sabato 22 gennaio 2022

Nightmare Alley di del Toro è un flop negli USA. Martin Scorsese lancia un appello per il film.

È forse un ritratto molto significativo dei tempi difficili che sta vivendo il Cinema. La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, di Guillermo del Toro, era uno dei film più attesi della stagione, una storia intrigante, un grande cast, un regista premio Oscar con una sua visione, assolutamente unica, del Cinema, eppure ha riscosso pochissimo successo al botteghino USA.

Negli Stati Uniti è uscito in sala a dicembre 2021 e fino ad oggi ha incassato soltanto 9 milioni di dollari (ne è costati 60), un risultato decisamente deludente e molto al di sotto delle aspettative. In questi giorni il film sta uscendo in altri paesi, è arrivato in Francia, Germania, Russia e UK, e il 27 gennaio arriverà anche in Italia, e si spera che il risultato sarà diverso.

Interrogato sulla questione, Bradley Cooper ha dichiarato di non essere sorpreso dal risultato deludente negli USA e di sperare nello streaming.
"Non è stato uno shock per nessuno di noi", ha detto l'attore, "Penso che sia uno splendido film da vedere al cinema, anche solo per la sua portata, ma credo che risulterà appetitoso anche a casa".

Se Cooper è quasi rassegnato, c'è qualcuno che proprio non può accettare questo "abbandono" delle sale, è Martin Scorsese, che ha deciso di lanciare un appello ai cinefili di tutto il mondo per sostenere Guillermo del Toro e il suo film. Ecco la sua lettera al Los Angeles Times.

"Qualche settimana fa ho visto La fiera delle illusioni di Guillermo del Toro. Mi ha impressionato e commosso. Attendo sempre con impazienza i film di Guillermo, ma questo in particolare aveva un potere e una risonanza speciali per me.
Poi mi sono reso conto che il pubblico non stava andando a vederlo, cosa che mi ha angosciato. Ovviamente, le vacanze di Natale che si sono appena concluse sono state un momento difficile per far uscire qualsiasi film. Ma mi chiedo anche se ci sia un reale apprezzamento nei confronti del lavoro di Guillermo.
Scommetto che il termine “noir” è comparso nella maggior parte delle recensioni e dei commenti su Nightmare Alley, e con buona ragione. I personaggi sono tutti tormentati, molti sono condannati, e il film è basato su un romanzo che ha quel genere di trama labirintica classica dei film noir. Oltretutto, quel romanzo era già stato portato sullo schermo, appena dopo la sua pubblicazione nel 1946, e la prima versione di Edmund Goulding è stata a lungo considerata un classico del genere.
Ma il termine “noir” è stato utilizzato così spesso, e in modo così sfacciato, che alla fine sembra più un sapore che qualsiasi altra cosa, e potrebbe condurre nella direzione sbagliata qualcuno in cerca di informazioni su un film. Potrebbero aspettarsi un “pastiche” noir, uno dei tanti che abbiamo visto. E questo non rende assolutamente giustizia all’adattamento di Guillermo e Kim Morgan.
La maggior parte del film è ambientata negli anni trenta, e sembra emergere dalla disperazione e dall’amarezza della Grande Depressione: si riesce a percepire nelle immagini e nel linguaggio del corpo degli attori. Tutti i personaggi in questo film provano il vero dolore, un senso di desolazione radicato nella vita di tutti i giorni. Non è quindi solo una questione di “stile” o di “grafica”, sebbene siano elementi squisiti in questo film. È una questione legata all’impegno completo di Guillermo nei confronti del materiale e del portare la propria visione in vita con il suo scenografo, il costumista, il direttore della fotografia e lo straordinario cast, guidato da Bradley Cooper e Cate Blanchett. Lavorano insieme per creare un universo senza uscita tirandolo fuori dal passato americano, e lo fanno dentro e fuori, fino in fondo.
In questo senso, il film è fedele allo spirito che anima il cinema noir molto più dei tanti “omaggi” che sono stati fatti negli anni e che vengono fatti ancora oggi. Guillermo sta certamente parlando dal suo tempo e al suo tempo, ma lo fa con la lingua di un tempo passato, e l’urgenza e la disperazione di allora si sovrappongono con quell’urgenza e quella disperazione che stiamo vivendo proprio adesso, in un modo decisamente inquietante. È come un campanello d’allarme.

Il Covid-19 è stato profondamente duro nei confronti del cinema in generale. Ha aggiunto protocolli che fanno perdere molto tempo e polizze assicurative molto costose al budget di tutti i film, piccoli o grandi che siano. Ha portato alla chiusura di molti cinema, e a una resistenza a tornare in quelli che sono ancora aperti. E ora… Omicron.
Se avete deciso di inserire La fiera delle illusioni nella categoria “noir” o in qualsiasi altra categoria, vi esorto a dargli un’occhiata più da vicino. E se avete deciso proprio di evitarlo, per qualsiasi motivo, ripensateci. In pratica, ciò che sto cercando di dirvi è che un regista come Guillermo, che ci dà film realizzati con tanto amore e passione, non ha solo bisogno del nostro sostegno: lo merita."

giovedì 23 dicembre 2021

Diabolik - la recensione

Il personaggio di Diabolik ha davvero bisogno di poche presentazioni: genio del crimine, re del terrore, mago dei travestimenti, spietato e cinico nel perseguire i suoi obiettivi, ma passionale e disposto a tutto per Eva, l'amore della sua vita, altrettanto affascinante e diabolica.

Un fumetto noir scritto da due donne, le sorelle Giussani, negli anni '60, un fenomeno entrato ormai nell'immaginario collettivo italiano tanto che anche chi non ha mai letto una pagina del fumetto (ma ne esistono?) sa perfettamente chi sono Diabolik, Eva Kant e l'ispettore Ginko, ma che stranamente era stato portato al cinema unicamente nel 1968 da Mario Bava con uno sfortunato adattamento che lasciò insoddisfatti un po' tutti.

Ci riprovano, più di 50 anni dopo, i fratelli Manetti, autori di nicchia e di culto, che non sono nuovi al genere noir (a suo modo la serie tv L'Ispettore Coliandro è proprio un noir fatto e finito, con tanto di voce fuori campo) e che hanno saputo sempre sperimentare con i generi, dall'horror al musical.

C'erano molte aspettative, in un periodo di cinecomic, per questo adattamento del "comic" italiano per eccellenza, ma ancora una volta i Manetti sorprendono e ribaltano qualsiasi aspettativa, decidendo coraggiosamente di NON fare una trasposizione cinematografica del fumetto, ma semplicemente di prendere il fumetto e animarlo sullo schermo.

La ricostruzione degli anni '60 è minuziosa, ma fin dal primo fotogramma si intuisce che quelli che stiamo vedendo non sono davvero quegli anni, i personaggi di cui guardiamo le vicende non sono versioni live action della loro controparte cartacea, i loro dialoghi sono in tutto e per tutto le nuvole delle tavole di Diabolik. I due autori si disinteressano delle aspettative del pubblico, delle regole cinematografiche delle trasposizioni fumettistiche, non cercano in alcun modo di fare un film che arrivi a un pubblico più ampio possibile. Quello che ne esce è un film volutamente finto, posticcio, con una recitazione molto impostata e dialoghi usciti direttamente dai "clichè più clichè" a cui le pagine di Diabolik ci ha abituati. I tre attori protagonisti, Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea, si annullano nei loro personaggi, diventano letteralmente Diabolik, Eva Kant e Ginko, facendone un'imitazione talmente perfetta che a volte ci si dimentica di star guardando immagini in movimento sullo schermo e ci si ritrova quasi ad allungare una mano per voltare pagina. 


Il Diabolik dei Manetti Bros è un film che inevitabilmente dividerà pubblico e critica, alcuni lo ameranno con tutta la passione che evidentemente i suoi autori provano per il materiale originale, altri lo odieranno intensamente per il suo essere semplicemente un fan film sopra le righe. Non ci sono mezze misure.

Un po' come Diabolik, d'altronde.

lunedì 17 febbraio 2020

Jessica Chastain e Anne Hathaway nel remake di Doppio Sospetto

Il film belga Doppio Sospetto avrà il suo remake hollywoodiano e a girarlo sarà il regista dell'originale, Olivier Masset-Depasse.

Il film, un noir tutto al femminile, è ambientato negli anni '60 e racconta la storia di Alice e Céline, due donne legate da una grande amicizia, che vivono una accanto all'altra nelle loro case a schiera gemelle. Le due donne condividono tutto e vivono in grande armonia fino al giorno della morte improvvisa e accidentale di Maxime, il figlio di Céline, a cui Alice assiste impotente. Distrutta e accecata dal dolore, Céline accusa Alice di non aver fatto nulla per evitare la morte di suo figlio e inizia a meditare una tremenda vendetta.

Doppio Sospetto è l'adattamento del romanzo "Alice" ("Derrière la haine") di Barbara Abel. Ad interpretare Alice e Cèline nel film originale sono Veerle Baetens e Anne Coesens, mentre nel remake il compito spetterà a Jessica Chastain e Anne Hathaway. Le riprese prenderanno il via nei prossimi mesi.

Il film originale, Duelles, è stato presentato al Toronto Film Festival 2019, ottenendo un ottimo riscontro di pubblico e critica. Uscirà nei cinema italiani il 27 febbraio, e sarà presentato in anteprima il 22 febbraio alle 21.00 all’Auditorium del MAXXI di Roma, con ingresso gratuito.

venerdì 19 ottobre 2018

[RomaFF13] 7 sconosciuti a El Royale - la recensione



Drew Goddard, dopo aver scritto episodi di importanti serie televisive come Buffy e Lost, aveva sorpreso tutti con Quella casa nel bosco, un horror atipico che prendeva i cliché del genere e li ribaltava in un gioco meta narrativo sorprendente e originale, facendo del film di un esordiente alla regia uno dei migliori horror degli ultimi anni.
Ora Goddard ci prova con il noir, un genere che permette una certa sperimentazione sia nella narrazione che nella forma registica.
Nell'hotel El Royale, costruito esattamente sopra al confine tra California e Nevada, degli sconosciuti si ritrovano ognuno con i propri segreti da difendere nel corso di una notte.

 L'El Royale, personaggio a sé stante con i suoi ambienti rétro e i corridoi bui che si affacciano direttamente nella vita privata dei suoi ospiti, diventa perciò teatro di speranze di redenzione, voglia di rivalsa, ma anche di intrighi e borse piene di soldi da ritrovare.
La scenegiatura di Goddard è precisa e ritmata, con una divisione in capitoli che potrà ricordare a molti Quentin Tarantino, una certa estetica pulp ma senza le esagerazioni fumettistiche caratteristiche del regista del Tennessee, e un saltare fra i diversi punti di vista con un ottimo montaggio, che rioffre la stessa scena da angolazioni sempre diverse, in un gioco di scatole cinesi coinvolgente e affascinante.
Come avveniva in Quella casa nel bosco, anche qui si gioca con i cliché del genere usandoli in un certo senso per sovvertire le aspettative dello spettatore: nulla è ciò che sembra e qualsiasi cosa si era ipotizzato viene spazzata via, ribaltata dalla penna dell'autore.





Il cast stellare chiude il cerchio, con le straordinarie doti canore di Cynthia Erivo (la sua voce accompagna tutto il film ed è fondamentale in molti frangenti) a giganteggiare su tutto, si apprezza anche particolarmente un Chris Hemsworth che, fuori dal Marvel Cinematic Universe, dimostra di saperci fare anche in ruoli più "oscuri", ma risulta comunque difficile non elogiare l'intero cast in un film che fa della coralità, del non avere un vero protagonista, uno dei suoi principali leit motiv.
Un noir con una punta di pulp che fa volare via i 141 minuti di durata come se fossero molti di meno, non si poteva chiedere apertura migliore a questa Festa del Cinema.

sabato 16 marzo 2013

La Frode - la recensione

C'è un'aria anni '70 nel cinema americano, registi che riprendono i toni dei thriller/noir dei film di 40 anni fa applicandoli a storie che parlano di oggi. 'La Frode', di Nicholas Jarecki, fa parte di questo filone.

Al centro della storia c'è Robert Miller (R.Gere), tycoon di successo, bell'uomo, miliardario, con una bella famiglia, nipoti e una bella amante giovane. Il classico riccone potente insomma. A preoccuparlo una transazione che non fila liscia come dovrebbe, a cui si aggiunge l'imprevisto: un bruttissimo incidente in cui la sua bella amante muore. Robert Miller si trova così a dover affrontare un possibile scandalo finanziario e una indagine per omicidio. L'unico modo che ha per uscirne è giocare sporco in un mondo dove, lui lo sa bene, tutto e tutti si comprano con i soldi.

Un personaggio principale molto classico e quadrato, scritto in modo semplice e delineato bene nella storia, una trama che fila liscia senza particolari problemi e, al tempo stesso, senza particolari sorprese, una regia pulita, questi sono gli ingredienti de 'La Frode'. Un film di stampo classico che non punta sull'azione o su rumorosi colpi di scena ma sui personaggi, non assolve il suo protagonista dal suo comportamento, non cerca di farlo sembrare buono, lo segue con interesse in un mondo fatto di squali dove chi è troppo buono e più debole rischia di rimanere profondamente deluso e ferito (o in galera), gli squali fanno affari tra loro e per riuscire a fregarli devi farti furbo, più furbo dei furbi, accettando anche di passare alla fine dalla parte dei "cattivi".

Anche lo spettatore alla fine si lascia "sedurre" da Robert Miller e il merito è soprattutto di Richard Gere. La classe, la capacità e l'esperienza di un attore che riesce ad essere sempre adatto nei ruoli che interpreta. Con questa buonissima prova si è guadagnato anche una nomination come migliore attore drammatico agli ultimi Golden Globe. Ad affiancarlo una sicurezza come Susan Sarandon, Brit Marling, brava attrice con la faccia giusta che vedremo spesso in futuro, e Tim Roth, nei panni di un arrogante detective, un po' troppo macchietta, ha fatto sicuramente di meglio. Piccolo ruolo anche per Letitia Casta nei panni della bella, capricciosa e sfortunata amante.

'La Frode' è un film che si lascia guardare, non offre niente di nuovo o sensazionale ma raggiunge il suo scopo, descrivere il mondo della finanza, di cui tanto si è parlato nelle cronache degli ultimi anni, un mondo spietato anche se popolato di gente vestita in modo elegante.



Frra