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venerdì 25 marzo 2022

Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni - la recensione

È finalmente disponibile su Disney+, La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, l'ultimo film di Guillermo del Toro, candidato a quattro premi Oscar 2022, tra cui miglior film.

Stati Uniti, anni '40, Stanton "Stan" Carlisle è un uomo che non ha nulla, abbandona la sua casa dopo averle dato fuoco per seppellire un corpo e parte. Finisce per unirsi a una fiera, dove viene a contatto con un mondo nuovo, fatto di nani, uomini barbuti, l'"uomo-bestia", donne che si fanno attraversare il corpo dall'elettricità. Grazie all'aiuto della chiromante Zeena e di suo marito, l'ex mentalista Pete, Stan entra attivamente in quel mondo e impara alcuni trucchi del mestiere. Ma Stan vuole di più, a qualunque costo. Spinto da ambizione e avidità, parte con la giovane Molly per la città e lì, in poco tempo, diventa "Il Grande Stanton", mentalista e sensitivo da due spettacoli al giorno. Ma per Stan non è ancora abbastanza. Dopo l'incontro con una opportunista psicologa, e spinto da una crescente avidità, decide di mettere in piedi una vera e propria truffa ai danni di uomini ricchi e potenti, a cui fa credere di poter parlare con i loro cari defunti. Quello di Stan però è un gioco molto pericoloso.

Adattamento dell'omonimo romanzo di William Lindsay Gresham, già trasposto sullo schermo nel 1947, in un film con Tyrone Power, a cui però è stato cambiato il finale per renderlo meno negativo, Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni è il film con cui Guillermo del Toro cerca di non essere il "solito" del Toro. Non è un fantasy gotico, non è un horror, è un vero e proprio noir vecchio stile, tra atmosfere plumbee, personaggi ambigui, e sigarette. La prima parte, quella ambientata alla fiera, in un mondo di freaks, è sicuramente quella in cui si sente di più il tocco "deltoriano", nei colori, nei personaggi, poi a lungo andare quel tocco si perde un po' virando su qualcosa di più classico, mantenendo però sempre un vago senso di grottesco tipico del regista. La regia di Del Toro è ottima, bella, precisa e pulita. La ricostruzione dell'ambientazione, le scenografie, i costumi, sono meravigliosi, curati nei minimi dettagli. Ottimo anche il lavoro della fotografia.

Il protagonista Bradley Cooper offre forse la miglior performance della sua carriera, riesce a dare corpo a un personaggio avido, spietato, profondamente immorale, così bravo e sicuro di sé ad ingannare gli altri quanto incapace di capire davvero chi ha davanti, che sia la pura e innocente Molly, meno accondiscendente di quanto pensa, o l'apparentemente complice psicologa, ancora più spietata di lui. La parabola di ascesa e caduta di Stan Carlisle lo riporterà all'inizio della sua avventura, ma in un ruolo diverso e forse più "simile" alla sua anima corrotta. Oltre a Cooper, il cast è formato da grandi nomi, Rooney Mara, una glaciale Cate Blanchett, Richard Jenkins, Willem Dafoe, Toni Collette, Ron Perlman, David Strathairn e Mary Steenburgen. Ottime le interpretazioni di tutti, una performance corale degna del livello dei nomi che compongono il cast, forse l'unico personaggio a soffrire un po' è proprio quello di Rooney Mara, che avrebbe meritato maggior peso nella storia.

Nightmare Alley è un indubbiamente un bel film, girato alla perfezione, visivamente affascinante, con una dedizione per i dettagli davvero eccezionale, si vede che è stato fatto e girato da persone che amano il Cinema. Dov'è che pecca allora? Nel calore. È un film molto freddo, così freddo da non riuscire a colpire davvero al cuore lo spettatore, si prova disprezzo per il protagonista ma mai trasporto emotivo, e questo da un film di Del Toro proprio non te lo aspetti. Resta comunque un bel film da vedere, con gli occhi.

sabato 22 gennaio 2022

Nightmare Alley di del Toro è un flop negli USA. Martin Scorsese lancia un appello per il film.

È forse un ritratto molto significativo dei tempi difficili che sta vivendo il Cinema. La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, di Guillermo del Toro, era uno dei film più attesi della stagione, una storia intrigante, un grande cast, un regista premio Oscar con una sua visione, assolutamente unica, del Cinema, eppure ha riscosso pochissimo successo al botteghino USA.

Negli Stati Uniti è uscito in sala a dicembre 2021 e fino ad oggi ha incassato soltanto 9 milioni di dollari (ne è costati 60), un risultato decisamente deludente e molto al di sotto delle aspettative. In questi giorni il film sta uscendo in altri paesi, è arrivato in Francia, Germania, Russia e UK, e il 27 gennaio arriverà anche in Italia, e si spera che il risultato sarà diverso.

Interrogato sulla questione, Bradley Cooper ha dichiarato di non essere sorpreso dal risultato deludente negli USA e di sperare nello streaming.
"Non è stato uno shock per nessuno di noi", ha detto l'attore, "Penso che sia uno splendido film da vedere al cinema, anche solo per la sua portata, ma credo che risulterà appetitoso anche a casa".

Se Cooper è quasi rassegnato, c'è qualcuno che proprio non può accettare questo "abbandono" delle sale, è Martin Scorsese, che ha deciso di lanciare un appello ai cinefili di tutto il mondo per sostenere Guillermo del Toro e il suo film. Ecco la sua lettera al Los Angeles Times.

"Qualche settimana fa ho visto La fiera delle illusioni di Guillermo del Toro. Mi ha impressionato e commosso. Attendo sempre con impazienza i film di Guillermo, ma questo in particolare aveva un potere e una risonanza speciali per me.
Poi mi sono reso conto che il pubblico non stava andando a vederlo, cosa che mi ha angosciato. Ovviamente, le vacanze di Natale che si sono appena concluse sono state un momento difficile per far uscire qualsiasi film. Ma mi chiedo anche se ci sia un reale apprezzamento nei confronti del lavoro di Guillermo.
Scommetto che il termine “noir” è comparso nella maggior parte delle recensioni e dei commenti su Nightmare Alley, e con buona ragione. I personaggi sono tutti tormentati, molti sono condannati, e il film è basato su un romanzo che ha quel genere di trama labirintica classica dei film noir. Oltretutto, quel romanzo era già stato portato sullo schermo, appena dopo la sua pubblicazione nel 1946, e la prima versione di Edmund Goulding è stata a lungo considerata un classico del genere.
Ma il termine “noir” è stato utilizzato così spesso, e in modo così sfacciato, che alla fine sembra più un sapore che qualsiasi altra cosa, e potrebbe condurre nella direzione sbagliata qualcuno in cerca di informazioni su un film. Potrebbero aspettarsi un “pastiche” noir, uno dei tanti che abbiamo visto. E questo non rende assolutamente giustizia all’adattamento di Guillermo e Kim Morgan.
La maggior parte del film è ambientata negli anni trenta, e sembra emergere dalla disperazione e dall’amarezza della Grande Depressione: si riesce a percepire nelle immagini e nel linguaggio del corpo degli attori. Tutti i personaggi in questo film provano il vero dolore, un senso di desolazione radicato nella vita di tutti i giorni. Non è quindi solo una questione di “stile” o di “grafica”, sebbene siano elementi squisiti in questo film. È una questione legata all’impegno completo di Guillermo nei confronti del materiale e del portare la propria visione in vita con il suo scenografo, il costumista, il direttore della fotografia e lo straordinario cast, guidato da Bradley Cooper e Cate Blanchett. Lavorano insieme per creare un universo senza uscita tirandolo fuori dal passato americano, e lo fanno dentro e fuori, fino in fondo.
In questo senso, il film è fedele allo spirito che anima il cinema noir molto più dei tanti “omaggi” che sono stati fatti negli anni e che vengono fatti ancora oggi. Guillermo sta certamente parlando dal suo tempo e al suo tempo, ma lo fa con la lingua di un tempo passato, e l’urgenza e la disperazione di allora si sovrappongono con quell’urgenza e quella disperazione che stiamo vivendo proprio adesso, in un modo decisamente inquietante. È come un campanello d’allarme.

Il Covid-19 è stato profondamente duro nei confronti del cinema in generale. Ha aggiunto protocolli che fanno perdere molto tempo e polizze assicurative molto costose al budget di tutti i film, piccoli o grandi che siano. Ha portato alla chiusura di molti cinema, e a una resistenza a tornare in quelli che sono ancora aperti. E ora… Omicron.
Se avete deciso di inserire La fiera delle illusioni nella categoria “noir” o in qualsiasi altra categoria, vi esorto a dargli un’occhiata più da vicino. E se avete deciso proprio di evitarlo, per qualsiasi motivo, ripensateci. In pratica, ciò che sto cercando di dirvi è che un regista come Guillermo, che ci dà film realizzati con tanto amore e passione, non ha solo bisogno del nostro sostegno: lo merita."

domenica 14 maggio 2017

Song to Song- la recensione

Song to Song è un film del 2017, scritto e diretto da Terrence Malick e con un cast fatto di grandi nomi.

Riassumere la trama della nuova opera di Malick è difficile, ma sostanzialmente si può dire che sia la storia di un triangolo, quello fra gli aspiranti musicisti Raye (Rooney Mara) e BV (Ryan Gosling) e il produttore Cook (Michael Fassbender), che man mano diventa un quadrato, poi un pentagono quando entrano in gioco anche Rhonda (Natalie Portman) e Amanda (Cate Blanchett).

A fare da filo conduttore, e in un certo senso da collante di storie, c'è la musica, con i grandi festival del Texas e le star musicali come Patti Smith, e molte altre, che si raccontano ai protagonisti e allo spettatore.

A colpire più di ogni altra cosa è la fotografia del premio oscar Emmanuel Lubezki, che con un uso della luce particolare sembra voler raccontare una storia a parte, naturalistica quasi, tanto che a volte si ha l'impressione che l'intero film sia stato girato unicamente allo scopo di poter vedere il sole entrare da una finestra e illuminare la parete, un particolare gioco di luce su di un volto, o ancora un unico riflesso sulla superficie del mare. Si rimane spesso così incantati da distogliere l'attenzione da quel che avviene sullo schermo.
La regia di Malick è caratteristica dell'autore, c'è poco da fare, l'incastro fra passato presente e futuro rende la narrazione avvolta in una bolla che sembra fluttuare sulla luce e sulla musica, ma se nei suoi lavori migliori questo portava a una riflessione sulla natura più profonda dell'essere umano, in Song to Song diventa talmente ridondante da risultare pedante, tanto da avere il sospetto che la bellezza delle immagini serva a nascondere la vacuità della storia, la pochezza dei personaggi e l'inconsistenza della riflessione che presto risulta noiosa e irritante.

Nemmeno la bravura del cast riesce a risollevare il film dal vortice di autoreferenzialità in cui cade quasi subito, le due ore e mezza di durata diventano una sorta di prova da superare e se si pensa che in origine, almeno a detta di Malick, il film durava ben otto ore, non si può che ringraziare.

Rimane la cocente delusione derivante da un'occasione perduta e la malinconia per quando questo regista dirigeva capolavori senza tempo come La Sottile Linea Rossa.

lunedì 24 ottobre 2016

[Roma FF11] Lion - la recensione

Tratto da una storia vera, Lion racconta di Saroo, 5 anni, che mentre aspetta il ritorno di suo fratello in una stazione nella periferia estrema dell'India, sul finire degli anni '80, si perde e finisce a Calcutta, senza avere idea di come fare a tornare indietro né di dove esattamente sia casa sua. Adottato da una coppia australiana, Saroo (Dev Patel) diventa un giovane uomo brillante, ma i ricordi della sua prima infanzia e il senso di colpa verso la madre e il fratello perduti lo spingono a ricercare, armato solo di Google Earth e pazienza, il villaggio dove è nato.

Una storia vera, ma incredibilmente cinematografica, che il regista esordiente Garth Davis mette in scena concentrandosi principalmente su due momenti fondamentali della vita di Saroo: la sua infanzia in India, irrimediabilmente segnata dal suo smarrirsi, ritrovandosi a vivere per strada come centinaia di altri bambini di Calcutta, e la sua giovinezza in Australia, quando i ricordi iniziano a riemergere e Saroo si trova diviso fra la necessità di ritrovare sua madre e suo fratello e l'amore per la sua famiglia adottiva, in particolare per la madre verso cui ha fortissimi sentimenti di riconoscenza e istinto protettivo. Nicole Kidman, in questo ruolo, è davvero fantastica, riesce a incarnare la forza,l'amore, ma anche l'enorme fragilità di questa donna che ha dedicato la sua vita a dare amore a chi era in difficoltà. Ottima anche Rooney Mara, fidanzata di Saroo e prima ad appoggiare il suo progetto per ritrovare le sue origini, e David Wenham nel ruolo del padre adottivo.

La storia non è particolarmente imprevedibile, ma spinge sui sentimenti e riesce perfettamente a commuovere e ad emozionare moltissimo, non solo nel finale struggente ma fin da subito, e in questo è stata fondamentale e azzeccata la scelta del bambino che ha interpretato il piccolo Saroo.

Una storia che parla della ricerca di se stessi e delle proprie origini, ma soprattutto che parla di famiglia e amore nella forma più pura, un film che molto probabilmente ritroveremo nella stagione dei premi, grazie soprattutto a una Nicole Kidman in grandissimo spolvero. 


venerdì 8 gennaio 2016

BAFTA 2016 - Carol e Il Ponte delle Spie guidano le nomination

La stagione dei premi entra nel vivo. La British Academy of Film and Television Arts ha reso note oggi le nomination ai BAFTA 2016, gli "Oscar Inglesi".

Ad ottenere più nomination sono stati Il Ponte delle Spie di Steven Spielberg e Carol di Todd Haynes, nove a testa.
Bene anche The Revenant, con otto nomination, e Mad Max: Fury Road, con sette nomination.

A contendersi il premio come miglior film saranno The Big Short, Il Ponte delle Spie, Carol, Spotlight e The Revenant. I nominati come miglior film britannico saranno invece 45 Years, il documentario Amy, Brooklyn, The Danish Girl, Ex-Machina e The Lobster.

Doppia nomination per Alicia Vikander, come migliore attrice protagonista per The Danish Girl, e come migliore attrice non protagonista per Ex-Machina. A differenza dei Golden Globes, in cui è stata considerata protagonista come la sua compagna di set Cate Blanchett, Rooney Mara è stata nominata come migliore attrice non protagonista per Carol.

Inside Out, Shaun The Sheep e Minions si contenderanno il premio come miglior film d'animazione. Quattro nomination tecniche per Star Wars: Il Risveglio della Forza. Bel Powley, Brie Larson, Dakota Johnson, John Boyega, e Taron Egerton sono i nominati come EE Rising Star Award, premio assegnato con i voti del pubblico. Nomination anche per Ennio Morricone (The Hateful Eight) e John Williams (Star Wars: Il Risveglio della Forza).

I BAFTA sono premi piuttosto indicativi in ottica Oscar. La cerimonia premiazione si terrà il 14 febbraio alla Royal Opera House di Londra

Ecco l'elenco di tutti i nominati.

BEST FILM
The Big Short
Bridge Of Spies
Carol
The Revenant
Spotlight

OUTSTANDING BRITISH FILM
45 Years
Amy
Brooklyn
The Danish Girl
Ex Machina
The Lobster

OUTSTANDING DEBUT BY A BRITISH WRITER, DIRECTOR OR PRODUCER
Alex Garland - Ex Machina
Debbie Tucker Green - Second Coming
Naji Abu Nowar - Theeb
Sean Mcallister - A Syrian Love Story
Stephen Fingleton - The Survivalist

FILM NOT IN THE ENGLISH LANGUAGE
The Assassin - Hou Hsiao-Hsien
Force Majeure - Ruben Östlund
Theeb - Naji Abu Nowar, Rupert Lloyd
Timbuktu - Abderrahmane Sissako
Wild Tales - Damián Szifron

DIRECTOR
The Big Short - Adam Mckay
Bridge Of Spies - Steven Spielberg
Carol - Todd Haynes
The Martian - Ridley Scott
The Revenant - Alejandro G. Iñárritu

LEADING ACTOR
Bryan Cranston - Trumbo
Eddie Redmayne - The Danish Girl
Leonardo DiCaprio - The Revenant
Matt Damon - The Martian
Michael Fassbender - Steve Jobs

LEADING ACTRESS
Alicia Vikander - The Danish Girl
Brie Larson - Room
Cate Blanchett - Carol
Maggie Smith - The Lady In The Van
Saoirse Ronan - Brooklyn

SUPPORTING ACTOR
Benicio Del Toro - Sicario
Christian Bale - The Big Short
Idris Elba - Beasts Of No Nation
Mark Ruffalo - Spotlight
Mark Rylance - Bridge Of Spies

SUPPORTING ACTRESS
Alicia Vikander - Ex Machina
Jennifer Jason Leigh - The Hateful Eight
Julie Walters - Brooklyn
Kate Winslet - Steve Jobs
Rooney Mara - Carol

DOCUMENTARY
Amy - Asif Kapadia, James Gay-Rees
Cartel Land - Matthew Heineman, Tom Yellin
He Named Me Malala - Davis Guggenheim, Walter Parkes, Laurie Macdonald
Listen To Me - Marlon Stevan Riley, John Battsek, George Chignell, R.J. Cutler
Sherpa - Jennifer Peedom, Bridget Ikin, John Smithson

ANIMATED FILM
Inside Out - Pete Docter
Minions - Pierre Coffin, Kyle Balda
Shaun The Sheep Movie - Mark Burton, Richard Starzak

ORIGINAL SCREENPLAY
Bridge Of Spies
Ex Machina
The Hateful Eight
Inside Out
Spotlight

ADAPTED SCREENPLAY
The Big Short
Brooklyn
Carol
Room
Steve Jobs

ORIGINAL MUSIC
Bridge Of Spies - Thomas Newman
The Hateful Eight - Ennio Morricone
The Revenant - Ryuichi Sakamoto, Carsten Nicolai
Sicario - Jóhann Jóhannsson
Star Wars: The Force Awakens - John Williams

CINEMATOGRAPHY
Bridge Of Spies - Janusz Kamiński
Carol - Ed Lachman
Mad Max: Fury Road - John Seale
The Revenant - Emmanuel Lubezki
Sicario - Roger Deakins

EDITING
The Big Short - Hank Corwin
Bridge Of Spies - Michael Kahn
Mad Max: Fury Road - Margaret Sixel
The Martian - Pietro Scalia
The Revenant - Stephen Mirrione

PRODUCTION DESIGN
Bridge Of Spies
Carol
Mad Max: Fury Road
The Martian
Star Wars: The Force Awakens

COSTUME DESIGN
Brooklyn
Carol
Cinderella
The Danish Girl
Mad Max: Fury Road

MAKE UP & HAIR
Brooklyn
Carol
The Danish Girl
Mad Max: Fury Road
The Revenant

SOUND
Bridge Of Spies
Mad Max: Fury Road
The Martian
The Revenant
Star Wars: The Force Awakens

SPECIAL VISUAL EFFECTS
Ant-Man
Ex Machina
Mad Max: Fury Road
The Martian
Star Wars: The Force Awakens

BRITISH SHORT ANIMATION
Edmond - Nina Gantz, Emilie Jouffroy
Manoman - Simon Cartwright, Kamilla Kristiane Hodol
Prologue - Richard Williams, Imogen Sutton

BRITISH SHORT FILM
Elephant - Nick Helm, Alex Moody, Esther Smith
Mining Poems Or Odes - Callum Rice, Jack Cocker
Operator - Caroline Bartleet, Rebecca Morgan
Over - Jörn Threlfall, Jeremy Bannister
Samuel-613 - Billy Lumby, Cheyenne Conway

THE EE RISING STAR AWARD (VOTED FOR BY THE PUBLIC)
Bel Powley
Brie Larson
Dakota Johnson
John Boyega
Taron Egerton

mercoledì 9 dicembre 2015

SAG Awards 2016 - le nomination

Sono state rese note oggi le nomination ai Screen Actors Guild Awards 2016, i premi del sindacato degli attori. E non mancano le sorprese.

I SAG Awards sono molto indicativi in chiave Oscar, lo scorso anno, ad esempio, tutti e quattro i vincitori vennero poi premiati con l'Academy Awards.

Si fanno notare due assenze piuttosto importanti: Matt Damon (per The Martian), e Jennifer Lawrence (per Joy).
L'assenza di Matt Damon è senz'altro curiosa visto che sia il film che la sua interpretazione sono stati apprezzati da critica e pubblico, ma nella categoria degli attori protagonisti c'è sicuramente molta competizione quest'anno, tanti attori per soli cinque posti. Diverso il discorso per Jennifer Lawrence, protagonista di Joy, film che ha iniziato la campagna promozionale da poco e che quindi, al momento, è stato visto da meno membri rispetto agli altri film. Anche The Hateful Eight di Tarantino ha iniziato la promozione tardi e infatti è totalmente assente dalle nomination.

Tra le attrici protagoniste nominate, che vede come favorite Brie Larson (Room) e Cate Blanchett (Carol), spunta un nome a sorpresa, quello di Sarah Silverman, nominata per il film I Smile Back. Tra gli attori, era praticamente scontata la presenza di Leonardo DiCaprio per (The Revenant), il buon Leo se la dovrà vedere con Michael Fassbender (Steve Jobs), Bryan Cranston (Trumbo), il vincitore dello scorso anno Eddie Redmayne (The Danish Girl), e Johnny Depp (Black Mass).

Uno dei titoli più caldi della stagione dei premi, Spotlight, è stato nominato come miglior cast ma fra le categorie "singole" solo Rachel McAdams si è portata a casa una nomination, snobbati Mark Ruffalo, Stanley Tucci e Michael Keaton. Stesso trattamento per The Big Short, nomination come miglior cast e solo Christian Bale nominato come migliore attore non protagonista.
Alla fine, il film ad aver ottenuto il maggior numero di nomination è Trumbo, film che non ha ricevuto critiche particolarmente positive.

Doppia nomination, tra cinema e tv, per Idris Elba, nominato come non protagonista per il film Beasts of No Nation e come migliore attore protagonista per la serie Luther.

La cerimonia di premiazione si terrà il 20 gennaio. Ecco tutte le nomination, per cinema e tv.

MIGLIOR CAST D’INSIEME
Beasts of No Nation
The Big Short
Spotlight
Straight Outta Compton
Trumbo

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Leonardo DiCaprio, The Revenant
Bryan Cranston, Trumbo
Johnny Depp, Black Mass
Michael Fassbender, Steve Jobs
Eddie Redmayne, The Danish Girl

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA
Cate Blanchett, Carol
Brie Larson, Room
Helen Mirren, Woman in Gold
Sarah Silverman, I Smile Back
Saoirse Ronan, Brooklyn

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale, The Big Short
Idris Elba, Beasts of No Nation
Mark Rylance, Bridge of Spies
Michael Shannon, 99 Homes
Jacob Tremblay, Room

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Rooney Mara, Carol
Rachel McAdams, Spotlight
Helen Mirren, Trumbo
Alicia Vikander, The Danish Girl
Kate Winslet, Steve Jobs

MIGLIORE PERFORMANCE DI UN CAST DI STUNT
Everest
Furious 7
Jurassic World
Mad Max: Fury Road
Mission: Impossible – Rogue Nation
-

MIGLIOR CAST IN UNA SERIE DRAMMATICA
Downton Abbey
Game of Thrones
Homeland
House of Cards
Mad Men

MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE DRAMMATICA
Peter Dinklage (Game of Thrones)
Jon Hamm (Mad Men)
Rami Malek (Mr. Robot)
Bob Odenkirk (Better Call Saul)
Kevin Spacey (House of Cards)

MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE DRAMMATICA
Claire Danes (Homeland)
Viola Davis (How to Get Away with Murder)
Julianna Marguilles (The Good Wife)
Maggie Smith (Downton Abbey)
Robin Wright (House of Cards)

MIGLIOR CAST IN UNA SERIE COMICA
The Big Bang Theory
Key and Peele
Modern Family
Orange is the New Black
Transparent
Veep

MIGLIOR ATTORE IN UNA SERIE COMICA
Ty Burrell (Modern Family)
Louis CK (Louie)
William H. Macy (Shameless)
Jim Parsons (The Big Bang Theory)
Jeffrey Tambor (Transparent)

MIGLIOR ATTRICE IN UNA SERIE COMICA
Uzo Aduba (Orange is the New Black)
Edie Falco (Nurse Jackie)
Ellie Kemper (Unbreakable Kimmy Schmidt)
Julia Louis-Dreyfus (Veep)
Amy Poehler (Parks and Recreation)

MIGLIOR ATTRICE IN UN FILM TELEVISIVO O MINISERIE
Nicole Kidman (Grace of Monaco)
Queen Latifah (Bessie)
Christina Ricci (The Lizzie Borden Chronicles)
Susan Sarandon (The Secret Life of Marilyn Monroe)
Kristen Wiig (The Spoils of Babylon)

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM TELEVISIVO O MINISERIE
Idris Elba (Luther)
Ben Kingsley (Tut)
Ray Liotta (Texas Rising)
Bill Murray (A Very Murray Christmas)
Mark Rylance (Wolf Hall)

MIGLIORE CAST DI STUNTMEN IN UNA SERIE TELEVISIVA
Game of Thrones
Daredevil
Homeland
The Walking Dead
The Blacklist

domenica 18 ottobre 2015

Pan - la recensione

Quella di Peter Pan è sempre stata una storia che ha acceso la fantasia non solo di grandi e piccini, ma anche delle produzioni hollywoodiane, che negli anni hanno dato vita a molteplici adattamenti, più o meno fedeli.

Joe Wright, regista inglese avvezzo alle trasposizioni di grandi classici, è l'ultimo di questa lunga lista. Il regista decide però di prendere un'altra strada e di raccontare non di Wendy, dei bimbi sperduti o della lotta con Capitan Uncino, ma di andare alle origini, a quando Peter era un orfano nella Londra della Seconda Guerra Mondiale e Uncino uno spiantato prigioniero del temibile Barbanera.

Se dal lato puramente visivo gli scenari fantasy e il look steampunk del film Pan funzionano alla perfezione (aiutati da una splendida colonna sonora che spazia dal classico al rock), purtroppo non si può dire lo stesso della sostanza del film. Il peccato non sta tanto nello stravolgere le origini del personaggio di Peter Pan (da bambino fuggito perché non vuole crescere a orfano in cerca della sua famiglia), quanto nell'appiattimento totale di storia e personaggi, mettendo insieme una serie di cliché (l'orfano che si rivela essere il prescelto, l'avventuriero un po' sbruffone, il cattivo geloso, ecc) senza mordente. E mentre il personaggio di Barbanera, seppur banale, si salva grazie alla immensa presenza scenica di Hugh Jackman, a farne maggiormente le spese è il futuro Capitan Uncino, che da malinconico e affascinante villain si ritrova a essere la spalla simpatica, un po' Indiana Jones, un po' Star Lord, presto dimenticato.

Non è necessario scomodare capolavori come Hook, ma questo Pan perde anche contro lavori onesti come il recente Peter Pan di P.J. Hogan, molto meno spettacolare, ma ben più profondo. Un vero passo falso nella carriera di Wright che, fin ora, aveva sbagliato molto poco.

Chiara

domenica 24 maggio 2015

Festival di Cannes 2015 - i vincitori

Si conclude il 68° Festival di Cannes, e se l'Italia resta a secco, la Francia vola.

Le prime voci sull'assenza di italiani nel palmares dei vincitori sono cominciate a circolare già in mattinata. Nonostante l'ottima accoglienza e le buone critiche, niente premi per Moretti, Sorrentino e Garrone, che evidentemente non sono riusciti a convincere la giuria presieduta da i fratelli Coen.

Alla fine è Dheepan di Jacques Audiard a vincere la Palma d'Oro. Uno dei cinque film francesi presenti nel Concorso. E a parlare francese sono anche i riconoscimenti per gli attori.

Il premio per la migliore interpretazione maschile è andato a Vincent Lindon per La Loi Du Marché, probabilmente uno dei pochi premi a mettere d'accordo tutti. Ex-aequo invece per la migliore interpretazione femminile, il premio è andato a Rooney Mara (Carol) e a Emmanuelle Bercot (Mon Roi). Nei giorni scorsi più di qualcuno aveva ipotizzato un premio per due attrici come conseguenza più logica per premiare le due protagoniste di Carol, a sorpresa però il premio è andato solo a una delle due, Rooney Mara, e a restare a mani vuote è stata Cate Blanchett, con quella che è stata considerata la migliore interpretazione del festival.
Premiato come miglior regista Hou Hsiao-Hsien per il wuxia The Assassin.

Quindi, tanta Francia tra i vincitori, i fratelli Coen salutano il festival dichiarando che è stata una "giuria di artisti e non di critici", ma - senza offendere nessuno - si può tranquillamente dire che le scelte fatte non hanno soddisfatto del tutto.

Ecco l'elenco dei premi.

Palma d'Oro: Dheepan di Jacques Audiard

Gran Premio della Giuria: Son Of Saul (Saul Fia) di László Nemes

Premio alla Regia: Hou Hsiao-Hsien per The Assassin 

Premio della Giuria: The Lobster di Yorgos Lanthimos

Premio alla Sceneggiatura: Cronic di Michel Franco

Premio per l'Interpretazione Femminile: Ex aequo Rooney Mara per Carol e Emmanuelle Bercot per Mon Roi

Premio per l'Interpretazione Maschile: Vincent Lindon per La Loi Du Marché

Camera d'Or per la miglior Opera Prima: La Tierra y la sombra di Cesar Augusto Acevedeo (Colombia)

Palma d'Oro per il miglior cortometraggio: Waves '98 di Ely Dagher (Libano)

Palma d’oro alla carriera a Agnès Varda

domenica 17 maggio 2015

Festival di Cannes 2015 - giorno 5

Quinto giorno di festival, arriva in Concorso un film che sembra mettere tutti d'accordo.

Convince e conquista la critica il nuovo film di Todd Haynes, Carol, tratto dal romanzo di "The Price of Salt" di Patricia Highsmith, ma a conquistare sono soprattutto le due protagoniste della pellicola: Cate Blanchett e Rooney Mara.

E già si parla di favorito per la Palma d'Oro e/o di un premio alle attrici, in particolare per Cate Blanchett che in molti vedono già con il posto assicurato nella cinquina dei prossimi Oscar.

Il film,ambientato negli anni '50, racconta la storia d'amore tra due donne, Carol (Blanchett), madre e signora di buona società, e Therese (Mara), una ragazza che lavora in un grande magazzino. Da una parte Carol ha già avuto una "avventura" omosessuale, che infatti ha messo in crisi il suo matrimonio, dall'altra Therese è fidanzata con un ragazzo che vuole sposarla. L'amore e la passione sboccerà durante un viaggio in macchina verso Chicago.

Applausi per le attrici e il regista in conferenza stampa. Sorridente e accompagnata dalla sua innata classe ed eleganza, Cate Blanchett è stata subito interrogata riguardo le sue recenti dichiarazioni che hanno fatto un po' scalpore. "Mi hanno chiesto se avevo avuto molte relazioni con donne e ho detto di sì", ha dichiarato l'attrice due volte premio Oscar, "Poi ho aggiunto che non erano relazioni di tipo sessuale. Ma questa parte della risposta è stata ignorata. Comunque siamo nel 2015 e la sessualità dovrebbe essere un fatto privato". Argomento chiuso con un sorriso che stende i presenti.

Il tema dell'omosessualità è ovviamente al centro del film, tema già affrontato dal regista Todd Haynes nel bel film 'Lontano dal Paradiso'. "E' vero, ci sono numerose analogie, ma gli anni '50 di 'Carol', che si svolge nel 1953, sono diversi da quelli di 'Lontano dal paradiso', che è ambientato nel 1957, in piena era Eisenhower", ha dichiarato Haynes, "I primi anni '50 si collocano tra la fine della Seconda Guerra mondiale e Eisenhower, con l'inizio della guerra fredda e il maccartismo al culmine e una grande e diffusa paranoia sociale. Se si guardano le foto di New York in quel momento, per esempio le foto di Vivian Maier, si ha l'impressione di una città del vecchio continente, sporca, non ancora rimessa a nuovo, mentre alla vigilia dei '60 c'è una classe media tirata a lucido e un glamour hollywoodiano [...] Abbiamo scelto di girare in super 16 per avere una grana torbida che aiutasse a rappresentare quell'epoca, giocando molto sulle inquadrature di finestre e dei riflessi creati dalla luce".
Dell'atmosfera sul set ha parlato anche Cate Blanchett, molto più loquace e sciolta rispetto a una timida Rooney Mara. "In questo modo hai la consapevolezza di quello che avrai intorno", ha detto la Blanchett riguardo l'accuratezza della messa in scena, "Quando conosci i dettagli della mise en scène diventa tutto più semplice". La Blanchett ha poi affrontato il tema dell'omosessualità e della diversità in generale, anche quella tra uomo e donna. "Viviamo ancora in tempi estremamente conservatori, se pensi diversamente sei molto sciocco", ha detto l'attrice australiana, "Prima di venire qui ho letto un articolo sul New York Times che definiva questo come "l'anno della femme" qui a Cannes, come fosse uno slogan di moda. Ma io spero che non sia solo una moda e che non sia un singolo anno. Il dibattito sul genere mi sembra uscito dalle agende. Abbiamo perso terreno, ma è fantastico che ci siano produttrici pronte a fare un film come questo, intelligente e anche piacevole. [...] Negli anni '50 le relazioni tra persone dello stesso sesso erano ancora illegali negli Stati Uniti e inoltre non esisteva una comunità gay e si viveva nel più totale isolamento. Oggi si sono fatti molti passi avanti, ma il pregiudizio non è scomparso. Siamo in un'epoca conservatrice e in 70 paesi del mondo i gay sono ancora perseguiti per legge, eppure la sessualità dovrebbe essere un fatto privato".

Inevitabile la domanda sulle scene lesbo tra le due attrici. "In realtà, sono nuda spesso nei film, per cui non è stato un particolare problema per me", ha risposto ironica Rooney Mara. Sulla stessa linea d'onda Cate Blanchett: "Non c’è stata nessuna differenza rispetto alle altre scene. Sapevamo come sarebbe stata da girare ed è stato divertente".

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Presentato invece Fuori Concorso il primo film da regista di Natalie Portman, A Tale of Love and Darkness, tratto dal romanzo di Amos Oz.

"Mi sono innamorata sette anni fa di quel libro", ha confessato l'attrice, "e già allora aveva pensato di farne un film. [...] Ho incontrato Amos per la prima volta nella sua casa di Tel Aviv, fin dal primo scambio di battute lui mi ha tranquillizzata dicendomi che dovevo sentirmi libera di raccontare la sua storia. Ho voluto che il film fosse girato in lingua ebraica perché ho trovato magico il modo in cui Amos Oz affronta e usa il linguaggio nel film".

Un film con dei temi delicati ma che non è un film politico. "Pur parlando di israeliani e palestinesi il mio film non è un film sulla guerra. E' soprattutto la storia di una famiglia", ha voluto precisare la Portman, "Le convinzioni politiche di Oz non hanno avuto influenza sul mio modo di pensare e riflettere. Lo ammiro moltissimo. Ma la mia scelta è stata quella di puntare sul racconto familiare. Anche se, purtroppo, tutto quel che riguarda Israele diventa politica, anche la sua stessa esistenza. Ma il mio non è un film politico".

domenica 26 ottobre 2014

Festival di Roma 2014 - il pubblico premia 'Trash' di Stephen Daldry

Una delle novità di quest'anno al Festival di Roma 2014 era la votazione. A scegliere il vincitore della nona edizione infatti è stato il pubblico, che ha votato tutta la selezione ufficiale: Cinema D’Oggi, Gala, Mondo Genere e Prospettive Italia.

A vincere il premio nella sezione Gala è stato 'Trash' di Stephen Daldry, che ha battuto sia 'Gone Girl' di Fincher che 'Still Alice'.

Nella sezione Cinema Oggi e Mondo Genere invece ci sono state sorprese. Nella prima a vincere è stato il film cinese 'Shier gongmin / 12 Citizens' di Xu Ang, che ha battuto uno dei film che più hanno convinto durante il festival, cioè 'We are Young. We are Strong'; nella seconda invece il premio è andato all'indiano 'Haider', vincitore davanti a un applauditissimo 'Nightcrawler - Lo Sciacallo'. Andrea Di Stefano ha vinto il premio per la migliore opera prima con il suo 'Escobar: Paradise Lost'.

Si chiude così la nona edizione del festival, l'ultima con Marco Muller come direttore artistico. Vedremo chi prenderà le redini della decima edizione.


Ecco tutti i premi, anche quelli collaterali..

- Premio del Pubblico BNL | Gala: Trash di Stephen Daldry

- Premio del Pubblico | Cinema d’Oggi: Shier gongmin / 12 Citizens di Xu Ang

- Premio del Pubblico | Mondo Genere: Haider di Vishal Bhardwaj

- Premio del Pubblico BNL | Cinema Italia (Fiction): Fino a qui tutto bene di Roan Johnson

- Premio del Pubblico | Cinema Italia (Documentario): Looking for Kadija di Francesco G. Raganato

PREMIO Taodue - Opera Prima
- Andrea Di Stefano regista di Escobar: Paradise Lost (Gala)
- Laura Hastings-Smith produttore di X+Y di Morgan Matthews (Alice nella città)
- Menzione speciale: Last Summer di Lorenzo Guerra Seràgnoli (Prospettive Italia)

PREMIO DOC/IT al Migliore Documentario italiano 
- Largo Baracche di Gaetano Di Vaio (Prospettive Italia)
- Menzione speciale: Roma Termini di Bartolomeo Pampaloni (Prospettive Italia)

ALICE NELLA CITTA'
- Miglior film del Concorso Young/Adult: “The Road Within” di Gren Wells
- Premio speciale della Giuria: “Trash” di Stephen Daldry

- Premi secondari -

Premio Farfalla d'Oro Agiscuola
- Gone Girl di David Fincher

The SIGNIS Award – Ente dello Spettacolo (dotato di un premio di cinquemila euro)
- Ex aequo: Fino a qui tutto bene di Roan Johnson e We are young. We are strong di Burhan Qurbani
- Menzione speciale: Biagio di Pasquale Scimeca

Premio L.A.R.A. (Libera Associazione Rappresentanza di Artisti) al Miglior Interprete Italiano
- Marco Marzocca per il film Buoni a nulla di Gianni Di Gregorio
- Menzione speciale a Silvia D’Amico per il film Fino a qui tutto bene di Roan Johns

Premio A.I.C. per la Migliore Fotografia
- Luis David Sansans per Escobar: Paradise Lost di Andrea Di Stefano

Premio A.M.C. al Miglior Montaggio
- We are young. We are strong di Burhan Qurbani

Premio al Miglior Suono - A.I.T.S.
- Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli

Premio La Chioma di Berenice – al Miglior Truccatore
- Simona Castaldi per Soap Opera di Alessandro Genovesi

Premio La Chioma di Berenice – al Miglior Acconciatore
- Fabio Lucchetti per Soap Opera di Alessandro Genovesi

Premio Akai International Film Fest
- Fino a qui tutto bene di Roan Johnson

Green Movie Award
- Biagio di Pasquale Scimeca

Premio di critica sociale “Sorriso diverso Roma 2014”
- Film italiano: Biagio di Pasquale Scimeca
- Film straniero: We are young. We are strong di Burhan Qurbani

lunedì 11 novembre 2013

Festival di Roma 2013 - giorno 3

La terza giornata del festival è stata scossa dall'arrivo di uno dei più imprevedibili e turbolenti attori in circolazione, Joaquin Phoenix. L'attore, insieme a Rooney Mara e il regista Spike Jonze, ha presentato il film 'Her'. Assente in conferenza Scarlett Johansson che ha preferito passare direttamente alla premiere e al red carpet serale.

'Her', ambientato a Los Angeles in un futuro non molto lontano, racconta la storia di un uomo, Theodore, scrittore divorziato che scrive lettere per altre persone, che s'innamora della voce dell'avanzato sistema operativo che istalla in casa. Questa relazione, che sembra ricambiata dalla voce, sconvolgerà la sua vita.

Decisamente originale, il film di Spike Jonze ha ricevuto ottime recensioni. Molto apprezzata l'interpretazione di Joaquin Phoenix.

La conferenza stampa invece è stata agitata dal folle Joaquin Phoenix. Ormai non si sa più dove finisca il personaggio e cominci il vero Phoenix, fatto sta che durante la conferenza si è mosso tantissimo, ha parlato poco (che è già tanto rispetto a qualche precedente), ha risposto a volte in modo ironico alle domande serie dei giornalisti, largo uso della parola "fuck" e si è pure fumato una sigaretta, un comportamento in netto contrasto con la timidissima Rooney Mara che gli era seduta accanto. Nelle poche risposte che ha dato sul film Phoenix è stato molto diretto, sul film e su come si è preparato ad interpretare il suo personaggio, un uomo comune, e sul rapporto con la voce della Johansson, ha detto: "E’ stata mia sorella, che poi è anche la mia agente, che mi ha mandato questa sceneggiatura. Theodore è un uomo che è in una prima fase un grande comunicatore, ma poi per via del divorzio si sente, isolato e separato dal mondo. [...] Io non ho una tecnica particolare, si tratta di un'evoluzione costante, sto ancora cercando di capire il meccanismo, io non formulo una teoria e poi vado a lavorare. Soffro, sono confuso, cerco di trovare il personaggio, non ho una ricetta, non è così che affronto un impegno, poi molto dipende dal regista, cambia sempre. [...] Abbiamo lavorato in cabina di registrazione, dietro a un vetro, in realtà ho avuto contatto con Scarlett, in questo senso abbiamo lavorato insieme". 

"Volevo raccontare questa storia perché tratta di tante tematiche importanti, dei nostri rapporti, del modo in cui ci connettiamo e disconnettiamo in un mondo ormai invaso dalla tecnologia e della difficoltà di rapportarsi agli altri", ha spiegato il regista Spike Jonze, "La tecnologia migliora le nostre vite, rende tutto più facile, può fare del buon caffè per esempio, io so che qui a Roma ne avete di ottimo ma ci arriveremo anche noi, nel film abbiamo cercato di ricreare quell’atmosfera intima e confortevole che quest’ultima può creare, ma essa può causare anche solitudine e sofferenza". Poi è Rooney Mara a raccontare il primo approccio con la storia e con il regista: "Quando ho letto la sceneggiatura me ne sono innamorata subito ma Spike pensava che io fossi troppo giovane per interpretare il personaggio di Catherine [la ex moglie del protagonista ndr.]. Quando l’ho incontrato l’ho convinto che non ero poi così giovane e che questa forza interiore era un po' senza tempo e sono riuscita a convincerlo". E Spike Jonze conferma: "Mi ha convinto durante il provino con la sua tensione eterna". "Alla fine non ho voluto denigrare la realtà virtuale", conclude il regista, "E’ praticamente impossibile esprimere un giudizio ma resto convinto di una cosa: anche la scrittura  è tecnologia, sono solo nuove forme di tecnologia, qualsiasi mezzo tecnologico è autorizzato per esprimerci e per comunicare emozioni".

Alla premiere serale, bagno di folla per gli attori, soprattutto per Scarlett Johansson che si è fermata a fare qualche autografo e ha risposto brevemente ad alcune domande dei giornalisti presenti. L'attrice sul film e sul suo insolito ruolo in cui è solo voce e niente corpo ha detto: "Recitare solo con la voce è stato molto liberatorio. Non si ha la responsabilità del proprio corpo. Potevo andare a lavorare in pigiama, senza truccarmi e prepararmi".

mercoledì 24 luglio 2013

domenica 8 luglio 2012

'Millennium: Uomini che Odiano le Donne' - la recensione

Mikael Blomkvist (Daniel Craig), giornalista finanziario intenzionato a ristabilire la propria reputazione dopo essere stato condannato per diffamazione, viene assunto da uno degli industriali più potenti della Svezia, Henrik Vanger (il candidato all’Oscar Christopher Plummer), per scoprire la verità sulla scomparsa dell’amata nipote Harriet, avvenuta molti anni prima. Convinto che la ragazza sia stata uccisa da un membro della sua numerosa famiglia, Vanger spedisce il giornalista, ignaro di quanto sta per accadergli in un’isola sperduta tra i ghiacci della costa svedese.
Frattanto, Lisbeth Salander (Rooney Mara), una hacker punk particolare ma piena di risorse della Milton Security, viene assunta per fare delle ricerche su Blomkvist, e si ritrova per caso a indagare con Mikael sulla scomparsa di Harriet Vanger.
I dovuti confronti con la trasposizione svedese sono innegabilmente necessari per poter commentare il nuovo film di Fincher.
Parto subito col dire che questo remake americano del romanzo di Steg Larsson "Uomini che odiano le donne" stravince in quasi tutti i fronti. La debolezza del predecessore diretto da Niels Arden Oplev stava nel fatto che aveva uno stampo fin troppo televisivo, con questo la differenza di una mano più professionale e curata si percepisce tutta. E' un film più cinematografico.
Fincher sa fare il suo mestiere alla grande e soprattutto sa come muoversi in questo genere e con queste tematiche tra le mani.
Se il film svedese era qualcosa di più immediato e semplice, simile ad una produzione televisiva, il film di Fincher ha un tocco più "autoriale", il regista si prende i suoi tempi nella messa in scena e ciò gli permette di andare ad indagare più a fondo sviscerando l'indagine in tutti i suoi aspetti e dettagli, rendendo la narrazione si più lenta e complessa da seguire ma per questo anche maggiormente appagante e fedele al romanzo.
Lisbeth Salander era interpretata da una grandiosa Noomi Rapace, Oplev eseguì sul presonaggio un trattamento quasi da supereroina dei fumetti come se l'intento di partenza fosse quello di rendere la (già famosa) hacker una figura cult del cinema. Fincher riserva per lei un trattamento ben differente, è più umana, meno protagonista, non cerca di mitizzare la sua protagonista preferisce magari concentrarsi su altri aspetti della narrazione, nel caratterizzare i personaggi di contorno (ottimo Skarsgard) o ancor meglio sul legame tra Salander e Blomkvist che su Salander in se. Lisbeth Salander è una delle figure più complesse e affascinanti dell’immaginario collettivo contemporaneo, contraddittoria, rude e apparentemente anaffettiva, la cui emotività troppo a lungo calpestata e stata sepolta a fondo nel proprio animo e a fatica riaffiora di tanto in tanto. È qui la grande intuizione di Fincher e lo sceneggiatore Zaillan ovvero di rendere Lisbeth un personaggio profondamente umano, riportandolo sullo schermo in tutte le sue sfaccettature minuto e aggressivo, feroce e spaventato, ricercatrice impeccabile e hacker geniale, in grado di tenere sotto controllo tutto tranne quei sentimenti. Sono caratteristiche difficili da cogliere forse ad una prima visione, perchè ad esplicarle non sono parole, dialoghi ma più che altro gesti, azioni ed espressioni. Rooney Mara incarna magneticamente Lisbeth, , si fa guidare dalla mano saggia del suo regista, si spoglia completamente (in tutti i sensi) di fronte alla macchina da presa, è disposta a tutto, si fida.
Alcuni hanno accusato Fincher di aver messo in scena le situazioni più disturbanti e violente del libro in maniera gratuita, non mi ha dato questa impressione francamente. Fincher sa catturare, sa dove mettere la macchina da presa, cosa farci vedere e come farcelo vedere.
L'unica pecca è qualche dilungarsi di troppo soprattutto nel lungo epilogo che perde un minimo di tono.
Sul profilo tecnico tutto il pacchetto e impeccabile. La fotografia cupa si fonde aslla perfezione con gli ambieniti interni ed esterni, con i magnifici paesaggi immersi nel candore del gelo svedese. Il montaggio offre sempre delle sorprese ed è stilisticamente inebriante. Le musiche di Trent Reznor non sono forse sufficentemente presenti o almeno non quanto mi aspettassi, ma quando ci sono si fanno sentire eccome.
Non è il miglior film di Fincher sia chiaro, Seven e The Social Network sono meglio, Fight Club sta su un altro pianeta ma è pur sempre grande cinema, cinema con la "C" maiuscola e in grassetto.
Si può imputare a Fincher a delle volte un eccessiva freddezza e distacco, ma questo è il suo modo di fare cinema, ci ha abituati fin da sempre, quindi mi sento stupido a farlo notare, perchè se Fincher lo conoscete il film non vi deluderà, garantito.


Voto: 8


Ps. I titoli di testa con la cover e il videoclip di Immigrant Song valgono da soli il prezzo del biglietto.
Ps.2 Il film stipula forse il record di maggior numero di sigarette accese.


Mr.Carrey