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martedì 28 ottobre 2025

A House of Dynamite - la recensione

Presentato all'ultimo Festival di Venezia, A House of Dynamite è il nuovo thriller politico della premio Oscar Kathryn Bigelow. Disponibile su Netflix.

Una mattina come tante, ognuno affronta la solita routine, quando un segnale luminoso appare sugli schermi della base militare USA in Alaska: un missile nucleare è diretto verso gli USA. Non si sa chi lo ha lanciato, quale paese, se è un attacco terroristico o un errore umano (o dell'AI), l'unica cosa sicura è che colpirà Chicago in 18-19 minuti e 10 milioni di persone moriranno.

La storia viene raccontata praticamente in tempo reale da tre prospettive diverse: la Situation Room della Casa Bianca, dove c'è il Capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson); il Comando Strategico degli USA (lo STRATCOM); e il Presidente, interpretato da Idris Elba. Tre prospettive diverse, con i protagonisti che interagiscono tra loro in videoconferenza, tre lati della stessa storia raccontati non insieme ma uno dopo l'altro, in tre "capitoli" intitolati: "L'inclinazione si appiattisce", "Colpire un proiettile con un proiettile", "Una casa piena di dinamite". 
Tutti e tre i "capitoli" si chiudono nello stesso modo, allo scadere del tempo, quando il missile arriva e cala il buio.

Kathryn Bigelow e lo sceneggiatore Noah Oppenheim sono riusciti a realizzare un tesissimo thriller politico apocalittico senza dirci chi è stato e perché, e lasciandoci con un finale che definire "in sospeso" è dire poco. L'intento infatti non è trovare un colpevole, ma mostrare quanto è sottile l'equilibrio, quella finta pace data dal deterrente nucleare che in realtà ci fa vivere dentro una Casa di Dinamite. Il film ci mostra un protocollo all'apparenza perfetto, sale d'emergenza ultra attrezzate, persone estremamente competenti al comando, organizzazione, "libri neri" sempre a portata di mano, una catena di azioni programmate e studiate che sembra perfetta, eppure non lo è, perché è un sistema infallibile solo in teoria. Le persone al comando sono esseri umani e reagiscono in modo diverso, con emozioni diverse, tra storie personali insostenibili, la voglia di rispondere ai missili con i missili, non importa contro chi, il non sapere quale posizione prendere, e tutto che si riduce a un "sì" o un "no" deciso in pochi secondi da un leader che ha nelle mani il destino della popolazione mondiale.

Oltre la denuncia politica, tecnicamente e cinematograficamente, il film è davvero ben fatto, con la divisione in tre capitoli che poteva essere rischiosa, riproponendo sempre lo stesso evento, ma che si rivela una scelta funzionale alla storia. In pieno stile Kathryn Bigelow, il film ha una regia asciutta che non perde tempo, mantiene sempre alta l'adrenalina, il ritmo, e la tensione, e riesce anche a portare sullo schermo il lato umano dei protagonisti senza retorica, senza inutile eroismo, ma con semplici piccoli gesti, che sia una lacrima asciugata in fretta e una telefonata disperata. Ottimo tutto il cast, nella prima parte, a rubare la scena è una perfetta Rebecca Ferguson.

A House of Dynamite è un film estremamente - e quasi brutalmente - attuale, inchioda lo spettatore sulla poltrona, lo lascia con una buona dose di ansia e apprensione per la "Casa di Dinamite" in cui stiamo vivendo in modo così inconsapevole, e con domande molto importanti su cui riflettere, soprattutto pensando al clima geopolitico attuale e ai leader mondiali che ci ritroviamo oggi. E questo sì, fa paura.

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martedì 21 novembre 2023

The Killer - la recensione

Presentato al Festival di Venezia 2023 e ora disponibile su Netflix il nuovo film di David Fincher, The Killer, adattamento di una omonima serie a fumetti scritta da Matz e illustrata da Luc Jacamon.

Un meticoloso killer su commissione è in attesa del suo bersaglio in un edificio semiabbandonato di Parigi. Il killer mal sopporta le attese e occupa il suo tempo con stretching, yoga, musica in cuffia e un giro da McDonald. Quando finalmente il suo bersaglio si presenta, per uno sfortunato caso, lui fallisce la missione. Scappa e torna nella sua casa a Santo Domingo, dove scopre che la sua compagna è stata brutalmente aggredita. È la conseguenza del suo errore. In quel momento il killer decide di risalire ai colpevoli di quella aggressione, continuando ad applicare il suo rigido codice di comportamento.

The Killer è un thriller volutamente asettico su un assassino spietato, estremamente freddo e pragmatico. La trama non brilla per originalità ma a fare il film è il suo personaggio principale, che ci viene presentato nella sua routine in attesa di uccidere, un modo per farci conoscere le manie e la precisione di un uomo che segue un suo codice molto preciso che riesce ad applicare con grande abnegazione perché, come sentiamo dalla sua voce fuori campo che accompagna tutto il film, sostanzialmente "non gliene frega un caz*o" degli altri. La regia di David Fincher è pulita e lineare, precisa e meticolosa tanto quanto il suo protagonista. In particolare nel film spicca una lunga scena di lotta, molto fisica, realistica, tra le più belle viste negli ultimi anni. Molto belle anche le musiche, firmate da Trent Reznor e Atticus Ross.

Protagonista, e letteralmente presente in ogni istante del film, un ottimo Michael Fassbender, che riesce a trasmettere la freddezza e la spietatezza totale del suo personaggio. Pochi minuti ma di grande impatto per Tilda Swinton, a cui basta davvero poco per prendersi la scena.

Tutto bene quindi? No. David Fincher sceglie un finale che ha diviso molto pubblico e critica, tra chi ci ha visto una metafora della società contemporanea, chi lo vede come un colpo di genio che si pone in antitesi ai thriller d'azione classici, e chi invece è semplicemente rimasto insoddisfatto. Il film, grazie soprattutto alla sua divisione in capitoli, ci porta in un percorso a tappe: la missione fallita, l'aggressione, l'inizio della vendetta, trovare il primo nome sulla lista, poi il secondo, e infine la persona dietro a tutto. Il difetto del film - che per alcuni invece è il suo punto di forza - è che tutto questo crescendo si conclude in niente. Alla fine si resta con la sensazione di aver assistito ad un film tecnicamente perfetto, freddo ma coinvolgente, con un bel personaggio protagonista, e un crescendo ben strutturato che promette tanto ma non esplode mai, non sfoga, che in sostanza non ha una conclusione, e questo lascia un senso di insoddisfazione.

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martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - la recensione

È uscito da un paio di settimane ma è ancora nella top5 dei film più visti su Netflix, si tratta di The Pale Blue Eye, che segna una nuova collaborazione tra Christian Bale, protagonista del film, e il regista Scott Cooper.

È il 1830, il detective in pensione August Landor (Bale) sta ancora cercando di metabolizzare la morte della moglie e la scomparsa della sua unica figlia, ma nell'Accademia militare di West Point c'è un caso complesso e macabro: un cadetto è stato trovato impiccato ad un albero e, successivamente, dal suo corpo è stato rimosso il cuore. Landor verrà chiamato ad indagare e dovrà muoversi con cautela all'interno dell'Accademia, in una indagine che non è quello che sembra. Il detective troverà aiuto in un giovane cadetto molto interessato ai misteri, tanto quanto alla poesia, e il suo nome è Edgar Allan Poe (Harry Melling).

Una storia fredda, in cui si respira morte e lutto in ogni risvolto, c'è un'ombra angosciante su tutti i personaggi che si riflette nella regia di Scott Cooper, nell'ambientazione invernale e nella fotografia, anch'essa fredda e desaturata, o si potrebbe definite "pallida", come l'occhio del titolo. Il regista ha il merito di riuscire a mantenere un'atmosfera "alla Edgar Alla Poe", il che significa niente azione ma indagini, personaggi, intrighi e messaggi nascosti, questo rende il film un po' lento, magari anche statico, ma è una lentezza che serve a riflettere lo stato d'animo del protagonista della storia, sospeso nel suo lutto.

Il film ha un ottimo cast, Gillian Anderson, Toby Jones, Timothy Spall, Lucy Boynton e la partecipazione di Charlotte Gainsbourg e Robert Duvall, ma ovviamente al centro ci sono i due protagonisti. Christian Bale riesce benissimo a trasmettere tutto il dolore del suo personaggio, un dolore trattenuto e nascosto, mai esibito e molto intimo. Sorprendente Harry Melling (sì, il cugino odioso di Harry Potter), la sua performance ci regala un Edgar Allan Poe intenso e leggero, fragile eppure deciso, tanto poetico quanto attirato dal macabro, la sua prova è davvero convincente.

La freddezza e la lentezza del film potrebbe non essere adatto a tutti i palati, ma The Pale Blue Eye è un buon film in cui, proprio come nelle storie di Edgar Allan Poe, niente è come sembra e basta davvero un attimo per cambiare le carte in tavola e spiazzare lo spettatore.

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giovedì 4 novembre 2021

The Guilty - la recensione

Nel 2018 usciva nei cinema europei il film danese Il Colpevole di Gustav Möller, nel 2021 è il regista Antoine Fuqua a firmare il remake americano, prodotto e interpretato da Jake Gyllenhaal e disponibile su Netflix.

Los Angeles è in piena emergenza incendi, Joe Baylor (Gyllenhaal) è un poliziotto "prestato" al turno notturno del centralino del 911 dopo essere stato sospeso dal servizio in strada. Joe è molto stressato, quasi rabbioso, vive un momento difficile in famiglia, odia lavorare al centralino, e la mattina dopo lo aspetta il processo per decidere sul suo futuro da poliziotto. La nottata procede tra le continue chiamate di gente in difficoltà o con problemi di vario genere, fino a una telefonata in particolare, quella di una donna, Emily, che finge di parlare con la figlia e gli fa capire di essere stata rapita. Joe intuisce che la situazione è serie e che deve agire in fretta per trovare quella donna e salvarla.

Girato in piena pandemia, Antoine Fuqua e lo sceneggiatore Nic Pizzolatto (True Detective) riprendono la forma e la struttura del film originale senza cambiare più di tanto, ma adattandola al contesto degli Stati Uniti, con i devastanti incendi di Los Angeles a creare un quadro e a definire il momento, e i fatti di cronaca relativi alla polizia USA a caratterizzare il background del protagonista. La particolarità della storia è che si svolge tutta in un solo spazio e vede praticamente un unico personaggio interagire con delle voci al telefono, una situazione che porta tensione alla storia ma che va maneggiata con grande sapienza per riuscire a riempire ogni spazio. The Guilty lo fa ma non sempre, nel film si riscontrano i problemi più ovvi che una storia impostata in questo modo può portare, ha momenti in cui l'attenzione è al massimo e altri in cui la storia sembra impantanarsi.
Fortunatamente, il film si appoggia sulle spalle larghe di Jake Gyllenhaal, che riesce a tenere la storia in carreggiata ogni volta che sembra iniziare a girare un po' a vuoto. Quella dell'attore è un'interpretazione molto convincente ed emotiva, riesce a trasmettere perfettamente la rabbia repressa ma pronta ad esplodere del personaggio e il coinvolgimento sempre più personale verso quella telefonata che ad ogni squillo cambia, si evolve in una direzione diversa, fino a diventare una specie di specchio in cui lo stesso protagonista trova consapevolezza.
Da vedere, se possibile, in lingua originale, le voci al telefono infatti sono di Riley Keough, Peter Sarsgaard, Ethan Hawke e la partecipazione di Paul Dano.

In The Guilty non funziona sempre tutto ma funziona abbastanza. A mancare maggiormente è forse proprio la mano di Antoine Fuqua, manca il suo timbro, il suo tocco in più, ma è un film che intrattiene bene, perfetto per una serata thriller sul divano, e può vantare un'interpretazione ottima di Jake Gyllenhaal che da sola vale la visione.

lunedì 17 febbraio 2020

Jessica Chastain e Anne Hathaway nel remake di Doppio Sospetto

Il film belga Doppio Sospetto avrà il suo remake hollywoodiano e a girarlo sarà il regista dell'originale, Olivier Masset-Depasse.

Il film, un noir tutto al femminile, è ambientato negli anni '60 e racconta la storia di Alice e Céline, due donne legate da una grande amicizia, che vivono una accanto all'altra nelle loro case a schiera gemelle. Le due donne condividono tutto e vivono in grande armonia fino al giorno della morte improvvisa e accidentale di Maxime, il figlio di Céline, a cui Alice assiste impotente. Distrutta e accecata dal dolore, Céline accusa Alice di non aver fatto nulla per evitare la morte di suo figlio e inizia a meditare una tremenda vendetta.

Doppio Sospetto è l'adattamento del romanzo "Alice" ("Derrière la haine") di Barbara Abel. Ad interpretare Alice e Cèline nel film originale sono Veerle Baetens e Anne Coesens, mentre nel remake il compito spetterà a Jessica Chastain e Anne Hathaway. Le riprese prenderanno il via nei prossimi mesi.

Il film originale, Duelles, è stato presentato al Toronto Film Festival 2019, ottenendo un ottimo riscontro di pubblico e critica. Uscirà nei cinema italiani il 27 febbraio, e sarà presentato in anteprima il 22 febbraio alle 21.00 all’Auditorium del MAXXI di Roma, con ingresso gratuito.

sabato 13 aprile 2019

Noi - la recensione

Dopo lo straordinario successo ottenuto con Scappa - Get Out, che ha guadagnato più di 250 milioni di dollari in tutto il mondo e un Oscar per la miglior sceneggiatura, Jordan Peele torna con un film che è allo stesso tempo molto diverso e molto simile al precedente. Se da una parte le tematiche affrontate sono molto più universali rispetto alla questione razziale, così lapalissiana in Get Out, è comunque possibile individuare una chiara impronta autoriale dietro entrambe le pellicole, che va al di là della presenza di un cast di protagonisti neri al posto della solita famiglia borghese bianca.


La vacanza dei Wilson, una famiglia normale e benestante americana, che si trasforma in un incubo, va di pari passo con l'esplorazione del trauma infantile subito da Adelaide (la splendida vincitrice dell'Oscar Lupita Nyong'o), ma soprattutto diventa specchio (quasi letteralmente) della società in cui si fa sempre più netta la distinzione fra un "noi" e un "loro", fra chi vive sopra, al sole, e chi invece è relegato ai margini, sotto.
Allo stesso tempo è anche metafora sottile di una dualità intrinseca dell'essere umano, in cui convivono luci e ombre, un cosa è accaduta insieme a un cosa che sarebbe potuta accadere se le nostre scelte (o chi abbiamo scelto di essere) fossero state diverse.
Anche in Noi, Peele è bravissimo nell'affrontare questi temi in maniera arguta e non didascalica, senza mai diminuire la tensione che, anzi, cresce di momento in momento, senza grandi balzi sulla sedia ma con un senso di disagio presente dalla prima all'ultima scena e in cui anche i momenti dal retrogusto comico-demenziale contribuiscono a potenziare quel disagio.
Da questo punto di vista anche il finale, bellissimo, adrenalinico, che rivela senza rivelare davvero, arriva non inaspettato, ma anzi come la logica conseguenza di quanto visto fino a quel momento, senza dare una vera conclusione o spiegazione alla vicenda eppure senza lasciare con un senso di incompiuto.

Dopo essersi affacciato nel panorama horror come una grande rivelazione, Jordan Peele fa un ulteriore passo avanti girando un film dai molteplici livelli di lettura, a tratti kubrickiano nelle sue inquadrature e nell'uso della musica, che tiene lo spettatore sul bordo della poltrona per quasi due ore e che lo lascia con moltissime questioni su cui riflettere, riguardo la società ma soprattutto riguardo se stesso. 

sabato 29 dicembre 2018

Bird Box - la recensione

L'apocalisse e i dubbi di una madre, Susanne Bier si mette al timone di un horror fantascientifico per Netflix, in cui spicca una bravissima Sandra Bullock.

Una drammatica e inspiegabile serie di suicidi scuote il mondo, a provocarle è una misteriosa entità che, se la guardi, ti mostra qualcosa di terribile spingendoti ad ucciderti in modo violento. Melorie è al nono mese di gravidanza ed è tra i pochi sopravvissuti, rinchiusa in una casa insieme a degli sconosciuti. Nessun contatto con l'esterno è permesso, le finestre sono sbarrate, anche solo uno sguardo potrebbe essere fatale.
Salto temporale di cinque anni, Melorie è su una barca insieme a due bambini, l'entità è ancora presente e pericolosa, per questo tutti e tre sono bendati, e devono scendere lungo il fiume per cercare salvezza.

La storia si svolge su due piani temporali che si intrecciano per tutta la durata del film. Due situazioni completamente opposte, una al chiuso e una all'aperto, ma con lo stesso fine: sopravvivere. 
Susanne Bier si confronta con un genere nuovo per lei, quello apocalittico fantascientifico non è il suo campo e in alcuni momenti del film questa poca confidenza col genere si nota, molto meglio quando deve affrontare i dubbi personali di una donna, incinta e poco incline alla maternità. C'è qualcosa di atipico nel personaggio di Melorie, non si vede spesso una donna che tratta la propria gravidanza con così tanta diffidenza, senza nascondere la poca voglia di essere madre, la poca voglia di condividere con tutti, compreso il bambino che porta in grembo. Per questo il percorso personale emotivo di Melorie alla fine risulta molto più incisivo del lato horror della storia.

Se Melorie è il vero cuore pulsante del film, il merito è in gran parte di un'ottima Sandra Bullock, eroina inarrestabile, spesso dura, che deve imparare ad affrontare e superare le proprie paure, una donna poco incline alla maternità che darà tutta sé stessa per salvare la vita di due bambini. Per metà film è incinta, per l'altra è quasi sempre bendata, Sandra Bullock si carica il film sulle spalle e lo porta avanti con una prova matura e davvero convincente.
Nel cast di supporto spicca un fantastico John Malkovich.

Vedendo il film è facile fare un'associazione con A Quiet Place, dove era vietato fare rumori per non attirare le creature, mentre in Bird Box è vietato guardare per evitare di uccidersi, ma le similitudini tra i film finiscono qui, sono due film paralleli che non s'incontrano. In Bird Box non c'è niente che non abbiamo già visto in altri film o letto nei libri di Stephen King, le situazioni e i personaggi tipici del genere ci sono tutti, ma quello che il film fa, lo fa bene, e il risultato è un buon horror/thriller fantascientifico che intrattiene lo spettatore nel modo giusto.

giovedì 25 ottobre 2018

Scorsese e DiCaprio di nuovo insieme per Killers of the Flower Moon

Si rinnova la proficua collaborazione tra il regista Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio.

L'occasione stavolta è il film Killers of the Flower Moon, adattamento del romanzo best-seller di David Grann, che la Imperative Entertainment ha appena iniziato a sviluppare. Il film sarà diretto da Scorsese, a curare la sceneggiatura sarà Eric Roth (Forrest Gump, Insider), e vedrà come protagonista Leonardo DiCaprio, coinvolto anche come produttore con la sua Appian Way.

"Quando ho letto il romanzo di Grann, ho iniziato immediatamente a vederlo, i personaggi, le ambientazioni, l’azione", ha dichiarato recentemente Scorsese. "Sapevo che ne avrei fatto un film. Sono davvero entusiasta di lavorare con Eric Roth, e di tornare a lavorare con Leo, per portare sullo schermo questa inquietante vicenda americana". Le riprese dovrebbero iniziare nell'estate del 2019.

In realtà, era da un po' che Martin Scorsese inseguiva questo progetto. Se n'era già parlato nel 2017 ma in quel caso il regista aveva ipotizzato una possibile collaborazione con un altro suo attore feticcio, Robert De Niro. Del progetto poi non se ne seppe più nulla, fino ad oggi, solo che invece di De Niro ci sarà Leonardo Di Caprio, pronto alla sua sesta collaborazione con Scorsese dopo Gangs of New York, The Aviator, The Departed, Shutter Island, The Wolf of Wall Street, a cui bisogna aggiungere anche il cortometraggio The Audition.


Ambientato negli anni '20, il libro di Grann racconta una pagina inquietante della storia americana, una serie di omicidi in Oklahoma che iniziano quando viene scoperto un giacimento di petrolio nella nazione dei nativi americani Osage. Una scoperta che portò molta ricchezza tra le persone che abitavano quel luogo, le stesse persone che poi però vennero uccise, una ad una. Questa fu una delle prime indagini della neonata FBI, che dietro la serie di omicidi scoprì una cospirazione ricordata come uno dei crimini più inquietanti della storia americana.

giovedì 18 ottobre 2018

Soldado - la recensione


Nel 2015, con Sicario, il regista canadese Denise Villeneuve aveva portato la lotta al narcotraffico e ai cartelli su un livello nuovo, film che univa magnificamente azione, morale e introspezione grazie anche dei personaggi sfaccettati e profondi.
Non si sentiva la necessità di un seguito a quello che era un film perfettamente compiuto in sé stesso, ma sicuramente la notizia che a dirigerlo sarebbe stato Stefano Sollima prometteva bene, dato che il regista italiano ha dato prova di saperci fare con il noir, sia in tv che al cinema, con le serie Romanzo Criminale e Gomorra e i film A.C.A.B. e Suburra.



E infatti Sollima mantiene le aspettative, regalando grandissima azione, con un paio di sequenze non solo girate molto bene ma anche di grande tensione, con la camera che stacca alternativamente su più fronti così da farci entrare nella scena e partecipare anche emotivamente.
La componente d'azione è sicuramente la parte più riuscita, la ruvidezza dell'ambiente e dei personaggi è percepibile, quello che però manca è la potenza drammatica e narrativa del suo predecessore.
La mancanza del personaggio di Emily Blunt, vero contraltare morale della vicenda in Sicario, si fa sentire, tutto risulta meno compatto e più sfilacciato, anche i personaggi di Alejandro e Matt, interpretati da Benicio Del Toro e Josh Brolin, ne risentono, soprattutto il secondo che viene messo in ombra diventando quasi di contorno.

Sicuramente il film è un thriller d'azione di altissimo livello e non c'è dubbio che da qui Stefano Sollima potrebbe lanciarsi nella produzione hollywoodiana, ma ci saremmo aspettati un po' di più sul piano narrativo, alla luce di quanto fatto da Villeneuve, e considerando che tutto sembra far presagire a un terzo capitolo.

lunedì 17 ottobre 2016

Inferno - la recensione

Si riforma il trio Ron Howard - Dan Brown - Tom Hanks, per la nuova avventura del professor Langdon, stavolta alle prese con Dante e il suo Inferno.

Il prof. Langdon si risveglia ferito in un ospedale di Firenze, non sa cosa è successo, non sa come è arrivato in Italia, non ricorda niente degli ultimi giorni. Le allucinazioni gli mostrano scene apocalittiche e disturbanti che sembrano uscite dall'Inferno di Dante. Ad aiutarlo c'è la dottoressa Sienna Brooks, che oltre ad accompagnarlo nella ricerca della verità cerca di stimolarlo a ritrovare la memoria. Langdon scoprirà così di essere parte di un disegno più grande, che ha preso il via per mano di uno scienziato miliardario fuori di senno che punta al dimezzare la popolazione mondiale con un potente virus.

Adattamento abbastanza fedele dell'omonimo romanzo di Dan Brown, Inferno è molto diverso da Il Codice da Vinci e Angeli & Demoni, nella struttura, nei toni e nelle tematiche. Meno indovinelli, poca simbologia, e nessuna tematica religiosa, stavolta le tracce che il professore deve seguire si basano tutte sull'Inferno di Dante Alighieri, e alla fine della corsa non c'è un mistero mistico/religioso ma una minaccia da sventare per salvare l'umanità. L'assenza di una tematica religiosa inevitabilmente fa perdere al film quel tono più epico che ha contraddistinto, in maniera diversa, i due film precedenti. Inferno in alcuni momenti ci prova, ma non riesce a raggiungere l'epicità degli altri film, lasciando spazio ai classici ritmi da thriller, sicuramente più adatti alla storia, ma che potrebbero far storcere il naso a chi, non avendo letto il libro, pensava di assistere a una nuova "caccia al tesoro" nella Storia.

Il film parte molto bene, in modo molto più cupo rispetto ai precedenti, incontriamo subito un Robert Langdon in grande difficoltà (e questa è una novità), e assistiamo a delle visioni quasi horror che richiamano in modo molto efficace l'atmosfera dell'Inferno dantesco. Visivamente Ron Howard gestisce molto bene le digressioni apocalittiche delle allucinazioni di Langdon, davvero inquietanti. Nella parte centrale il film invece corre un po' troppo. Ron Howard, e soprattutto lo sceneggiatore David Koepp, evitano gli "spiegoni" - quei momenti da "sediamoci e parliamo" che rallentavano molto Il Codice da Vinci - ma, per evitarli, il film finisce con l'andare un po' di fretta in alcune parti, lasciando poco spazio alla ricerca degli indizi, e dando poca profondità a personaggi che invece nel libro sono molto interessanti, come ad esempio la killer Vayentha. Nel finale il film si riprende bene, con un'ultima parte tesa e dal ritmo sostenuto, in cui c'è spazio anche per un po' di rimpianti romantici.

Ottimo il cast. Straordinario Tom Hanks, ma questa non è certo una novità; molto bene Felicity Jones, perfetta controparte di Hanks e brava nel dare le giuste sfaccettature al personaggio. Da sottolineare l'ottima prova di Irrfan Khan, ambiguo e ironico, nonostante non abbia molte scene riesce a lasciare il segno e a spiccare nel cast.

Inferno non è un capolavoro, nemmeno un film indimenticabile ma ha i giusti ingredienti - il fascino intramontabile dell'opera di Dante, la bellezza dell'arte italiana, un buon ritmo sostenuto, un complotto diabolico, bravi attori - e riesce ad essere ottimo intrattenimento.

sabato 11 ottobre 2014

Lucy - la recensione

Luc Besson torna al cinema dopo la commedia d'azione 'Cose Nostre - Malavita' e cambia registro con il thriller fantascientifico 'Lucy'.

Lucy (S.Johansson) è una studentessa che vive a Taiwan. Ingannata da un suo amico, è costretta a consegnare una valigetta, di cui non conosce il contenuto, a un criminale coreano, Mr. Jang (Choi Min-sik). La valigetta contiene una nuova droga sintetica, il CPH4. Mr. Jang decide di usare Lucy come corriere della droga. Alla ragazza viene inserito un pacchetto di quella droga nell'intestino. Durante un violento pestaggio però il pacchetto si rompe e lei assimila velocemente una grande quantità di quella pericolosa sostanza. Gli effetti sono particolari: la sostanza risveglia la parte non utilizzata del cervello di Lucy, che si trasforma in una "super donna", con una incredibile capacità di conoscenza e un potere inimmaginabile, illimitato e sconosciuto. Lucy si mette in contatto con un professore universitario (M.Freeman) e intanto va alla ricerca degli altri pacchetti di droga.

In 'Lucy' ci sono tutti gli elementi del cinema classico di Luc Besson, c'è azione, una dose di follia (un corsa in auto per le strade di Parigi) e una personaggio femminile come protagonista. Il film non ha una struttura narrativa ben precisa, sembra quasi un puzzle, la storia si sviluppa in un arco di tempo ristretto e procede a tappe seguendo la percentuale del "potere" di Lucy, fino al 100%. Besson parte dalla teoria che l'uomo ha sviluppato e usa solo una piccola parte della reale capacità del proprio cervello - come è spiegato dal personaggio di Morgan Freeman nella parte iniziale del film - e si chiede: cosa succederebbe se un essere umano arrivasse al 100%? Da questa domanda si sviluppa una storia che parte da film d'azione e finisce nella fantascienza pura, e non potrebbe essere altrimenti vista la domanda iniziale a cui è impossibile dare una risposta. Il film parte molto bene, Besson costruisce questa scalata verso il 100%, a un certo punto però, proprio sul finale, quando si è vicini al traguardo, la storia gli scivola via dalle mani finendo un po' in confusione, un difetto che si può trovare anche nel precedente film del regista, 'Cose Nostre - Malavita'.
Grande nota di merito a Scarlett Johansson. L'attrice riesce a trasmettere il cambiamento estremo della sua Lucy, da ragazza terrorizzata di fronte a un pericoloso criminale a donna fredda ed emotivamente distaccata da tutto che riesce a percepire il potere crescere dentro di lei. Significativa - sia per il personaggio che per comprendere la bravura dell'attrice - la scena della telefonata alla madre durante una "operazione chirurgica" senza anestesia, in cui Lucy non sente affatto il dolore fisico come qualsiasi essere vivente ma sente le emozioni e l'amore della madre. La Johansson ormai è un'attrice capace di passare dall'azione alla commedia al dramma con grande facilità. E' davvero brava, c'è poco da dire.

'Lucy' è un film folle, un po' "fumetto", con tanta azione, divertente, che a volte sembra completamente senza senso, anche se forse, a guardare bene fra le righe, un senso ce l'ha. C'è qualcosa di filosofico all'interno della storia, qualcosa che il regista ha messo lì ma senza pretendere che lo spettatore se ne accorga e ci rifletta, perché lo scopo principale del film è raccontare una storia e intrattenere. Besson costruisce un film imperfetto ma ci regala un altro bel personaggio femminile da ricordare.

lunedì 14 luglio 2014

'Lucy' - otto nuove immagini dal film con Scarlett Johansson

Arriverà in Italia il 25 settembre, il nuovo atteso thriller d'azione, con un po' di fantascienza, diretto da Luc Besson, 'Lucy'.

Protagonista del film è Scarlett Johansson, nei panni di una donna costretta a usare il suo corpo per trasportare droga. Accidentalmente però il suo corpo assorbirà la droga e invece di morire svilupperà dei super poteri che le permettono di usare il suo cervello al 100%, di spostare oggetti con la forza della mente e non provare dolore. E si trasformerà in un killer in cerca di vendetta. Nel cast anche Morgan Freeman.

Ecco otto nuove immagini.









venerdì 24 gennaio 2014

"Plush" di Catherine Hardwicke - la recensione (inedito al cinema)

Plush è l'ultimo film di Catherine Hardwicke con Emily Browning, Cam Gigandet, Xavier Samuel e Frances Fisher. In america ha avuto una distribuzione penosa lo scorso anno, uscito in una manciata di sale per pochi giorni è stato subito messo in streaming sulla rete, infine dopo neanche un mese distribuito direttamente sul mercato home video. Negli altri paesi distribuzione proprio non ne ha avuto. Infatti in italia è ancora inedito nelle sale e penso non arriverà mai.

Hayley è una giovane rockstar che si gode l'apice della sua carriera da musicista. Ad un tratto il fratello, chitarrista della sua band, muore per un'overdose di eroina. Hayley cade in depressione anche a causa delle pessime critiche e delle poche vendite del nuovo album appena pubblicato. Il mondo le cade addosso, proprio nel momento in cui la vita le conferisce il ruolo di madre e moglie. Troverà un ancora di salvezza cadendo tra le braccia del misterioso Enzo, nuovo chitarrista della band in sostituzione del defunto fratello. Tra alcool e stupefacenti nasce tra i due una relazione segreta, passionale, ma Enzo non è quello che sembra...

Catherine Hardwicke ha dimostrato in passato di avere un occhio sensibile verso le angosce, i piaceri e i tormenti dell'adolescente, specialmente per quanto concerne il popolo femminile. Ne è la prova il bel "Thirteen" con Evan Rachel Wood e anche "Lords of Dogtown" sulla generazione underground. Tutti film abbastanza indipendenti i primi. Poi sono arrivati film meno belli, ma anche produzioni più ricche, vedi il primo capitolo di Twilight e  la favola horror "Cappuccetto Rosso Sangue". Ma nonostante la qualità delle pellicole, lo sguardo della Hardwicke si mantiene coerente sul mondo dei giovani, che tanto ama e studia.
Con "Plush" la Hardwicke, dopo la fama e i soldoni per aver lanciato la famosa saga dei vampiri, fa marcia indietro. Torna ai piccoli film indipendenti, fatti con "due soldi", cercando l'ispirazione che l'aveva lanciata ad Hollywood agli inizi. Ma sbaglia.
Troppo sicura di se la cinquantottenne regista si lancia senza misure di sicurezza in una produzione indipendentissima, si scrive il film, si siede in cabina di regia, si finanzia praticamente tutto il budget lei, insomma fa tutto da sola, per poco non scritturava lei stessa per il ruolo da protagonista, se non fosse che non è più giovane. Perchè chiaramente il personaggio principale è un adolescente, qualche dubbio?
Il problema è che esistono due casistiche: la prima, su cui molti converranno, è che le case di produzione spesso stritolano le idee e la creatività dei registi; i produttori si atteggiano da ineccepibili sovrani della macchina cinematografica. Certe volte il mancato successo di un film e la qualità di esso, sono fattori che dovrebbero essere imputati ai produttori stessi, che non lasciano libertà ai registi nel seguire le proprie intuizioni, spesso e volentieri avendo l'ultima parola sulla forma finale del prodotto.
Il secondo caso, e questa è una mia considerazione personale pienamente contestabile, è invece l'esatto opposto del primo. Ovvero alcuni registi, se lasciati totalmente a briglia sciolta, senza un occhio dall'alto, senza una troupe con esperienza sul campo, senza qualcuno che li ridimensioni per le proprie manie di onnipotenza,  possono andare totalmente fuori strada. In certi casi certi registi potrebbero addirittura mostrare alcune falle nella propria educazione cinematografica commettendo irrimediabili strafalcioni.
Ecco la Hardwicke con "Plush" calza a pennello a quest'ultima tesi.
Per carità il film non è un disastro, ha belle musiche, qualche suggestiva messa in scena (sesso in albergo, scena della piscina), alcuni interessanti movimenti di macchina e un inizio niente male. I primi minuti ci mostrano la natura di una rockband di successo, che suona un genere tra il dark e l'alternative, con un'attenzione particolarmente soddisfacente al retroscena, la vita delle star nel backstage, l' industria musicale ecc. similmente ad un altra pellicola,"The Runaways", ma in maniera forse più efficace.
Poi però il film affoga, è indeciso su che strada prendere, mischia generi, stili, e diventa immobile... oltre che brutto.
Il problema in primis è la sceneggiatura, non parte da una storia forte e coinvolgente. Il film ha dei risvolti estremamente prevedibili, e pecca di una parte centrale debolissima dove non succede praticamente niente, tutto e noia fino ad un epilogo insipido, dove il colpo di scena è maledettamente telefonato.

Ma sceneggiatura a parte, cio che infastidisce è la messa in scena, soprattutto per la pazzesca mistura di generi. La Hardwicke indugia senza mai decidersi tra documentario musicale, dramma familiare, thriller erotico, horror... insomma in Plush c'è un pò di tutto ma alla fin fine poco e niente.
Abbiamo anche una forte contrapposizione tra bene e male, luce e oscurità. Da una parte la famigliola con lui biondo, muscoloso, innamorato. Dall'altra l'amante dark, ambiguo, bisessuale, misterioso. Proprio questa netta marcatura di confine tra le due nature e i clichè con cui ci vengono rappresentate impediscono di farle funzionare.


Sebbene gli attori scelti siano poco adatti la recitazione non è scadente, sono i personaggi scritti male, Emily Browning (bravissima in "Sleeping Beauty") interpreta Hayley ma non ha la "stazza" per il ruolo, viso angelico, pelle di porcellana, bellissima, mica una torbida star dedita a sesso, alcool e droghe. Xavier Samuel che non conoscevo, ma a quanto pare (mi sono informato!) ha dalla sua parte un'orda di fan sfegatate, interpreta Enzo ed è il migliore tra tutti. Riesce ad avere un fascino ambiguo, inquietante, nei panni del misterioso cattivo ragazzo ci sta bene. Peccato che il suo agire sia di quanto più stereotipato ci possa essere, abbiamo altri milioni di film con personaggi identici.
In conclusione "Plush" è una delusione, non è trasgressivo ne marcio, non scandalizza ne affascina, sembra solo un filmetto per la televisione (di serie b) abbastanza fatto male e anonimo.
Non so cosa voglia fare la Hardwicke a questo punto della sua carriera ma ho l'impressione che  senza essere guidata non sia tutto questo gran talento, poi magari mi sbaglio, forse questo è solo un episodio. Dopotutto "Thirteen" era proprio un bel film.


Voto: * ½ / *****



sabato 16 novembre 2013

Prisoners - la recensione

Il regista canadese Denis Villeneuve firma il suo primo film americano, il thriller 'Prisoners'.

In una tranquilla cittadina della provincia americana, due bambine, Anna e Joy, spariscono nel nulla. Subito scattano le ricerche, il detective Loki (J.Gyllenhaal) conduce le indagini. I primi sospetti cadono su un ragazzo (P.Dano) che era parcheggiato lì vicino con il suo camper. Preso e interrogato, il ragazzo viene rilasciato, nessuna prova contro di lui. Non è dello stesso avviso il padre di Anna, Keller Dover (H.Jackman), che perde la fiducia nella polizia e decide di agire per conto suo mentre il detective Loki continua ad indagare in una storia che diventa sempre più complicata. Intanto le famiglie reagiscono in modo diverso: la moglie di Keller (M.Bello) si chiude nel dolore, i genitori di Joy (T.Howard e V.Davis), anche se non condividono i modi, lasciano che Keller continui la sua personale ricerca.

'Prisoners' è un thriller molto intelligente, la storia è stata sicuramente ispirata da tanti fatti di cronaca di cui si sente parlare ogni tanto. Il regista incarta il film nel genere del thriller classico ma unisce intrattenimento ad una trama che pone delle domande interessanti: cosa sei disposto a fare per riuscire ad ottenere quello che vuoi? fino a dove sei in grado di arrivare? in casi estremi tutto è concesso? La storia indaga non solo sulla scomparsa di due bambine ma anche sulle persone e le loro reazioni davanti ad un evento sconvolgente, le loro paure e la loro rabbia, la loro sfiducia, la fede, personaggi ritratti come persone in lotta contro qualcuno o qualcosa che si sfogano in modi diversi, un percorso che vale per i "buoni" e per i "cattivi". Visivamente il film ricorda 'Mystic River' di Eastwood, ma anche 'Insomnia' di Nolan o i thriller di Fincher, viene ambientato in una zona suburbana con atmosfera invernale, fredda, in cui si ha la sensazione che tutto sia più duro e difficile. Il film inoltre non va in linea retta, offre punti di vista diversi sui fatti raccontati, la storia s'intreccia, diventa più complessa, senza mai allontanarsi troppo dal fatto centrale e senza mai dare giudizi su uno o un altro personaggio, lasciando sempre un vago senso di ambiguità.
L'ottimo risultato non sarebbe mai stato possibile senza il gran cast del film. Viola Davis, Terrence Howard, Maria Bello, Paul Dano, Melissa Leo, e i due protagonisti Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal. In particolare Gyllenhaal offre una splendida interpretazione, mai sopra le righe e per niente stereotipata, non sarebbe una sorpresa se venisse preso in considerazione per qualche nomination.

Nonostante la durata importante del film (quasi due ore e mezza), 'Prisoners' non annoia, il tempo è assolutamente ben utilizzato per riuscire a dare il giusto spazio ai tanti punti di vista della storia. Un film molto solido, con tematiche forti, anche dure, un film appassionante che tiene gli occhi incollati allo schermo, con ottime interpretazioni e una bella regia. Uno dei migliori film dell'anno.

giovedì 24 ottobre 2013

Prime immagini di Scarlett Johansson sul set di 'Lucy'

Sono iniziate da pochi giorni le riprese del nuovo action-thriller di Luc Besson, 'Lucy'. Protagonista della pellicola sarà Scarlett Johansson, che vediamo in queste prime immagini rubate dal set.


La trama ruoterà intorno Lucy, che è costretta a diventare un 'mulo della droga', ossia a trasportare illegalmente la droga nel suo corpo. Queste sostanze la porteranno in un essere in grado di spostare gli oggetti con la mente, leggere il pensiero, ecc... Fin quando non si troverà nella situazione di dover salvare un suo ex professore, che sarà interpretato da Morgan Freeman.

mercoledì 2 ottobre 2013

Il Cacciatore di Donne - la recensione

Nicolas Cage e John Cusack si rincontrano a qualche anno di distanza da 'Con Air' per il thriller 'Il Cacciatore di Donne' ('The Frozen Ground'), di Scott Walker.

Alaska, è il 1983, dopo il ritrovamento del cadavere di una ragazza al detective Jack Holcombe, in procinto di lasciare il lavoro, viene affidato un caso molto difficile, un serial killer che per 13 anni ha agito indisturbato sequestrando, violentando e infine uccidendo giovani ragazze. Le prove portano all'insospettabile Robert Hansen, un tranquillo padre di famiglia, già fermato in passato e poi rilasciato. Mancano le prove schiaccianti però, fino a che una ragazza, Cindy Poulson, giovane prostituta minorenne, non riesce a scappare. Farla testimoniare però non sarà facile e nemmeno incastrare Hansen.

La storia è tratta da fatti realmente accaduti, Robert Hansen è stato accusato di aver sequestrato e violentato almeno 30 donne e si ipotizza che fra queste ne abbia uccise un numero imprecisato fra 17 e 21. Attualmente Hansen sta scontando 461 anni di carcere. Il film però non mette al centro la figura del serial killer, il suo metodo, i motivi (per quel poco che viene raccontato), vengono descritti da altri durante le indagini del detective Holcombe. Molto spazio viene dato a Cindy Poulson che, con molto coraggio, ha raccontato la sua storia per la prima volta dopo anni, per questo motivo vanno fatti i complimenti a Vanessa Hudgens, non perché fornisca una interpretazione memorabile ma per la devozione, l'attenzione e il rispetto con cui interpreta il ruolo di una donna che ha avuto una vita molto difficile e vissuto un esperienza spaventosa. Nicolas Cage invece è un credibilissimo detective con un peso doloroso nel cuore, buona la sua prova. Bene anche John Cusack nei panni di Robert Hansen, non ha molto spazio nel film ma riesce a trasmettere l'instabilità del suo personaggio, freddo, metodico, cattivo e folle.

Il film non spicca per originalità, può ricordare vagamente 'Zodiac' e l'ambientazione "glaciale" dell'Alaska sa di già visto ('Insomnia', ad esempio). E' un thriller classico che percorre la strada battuta da tanti altri film in passato, non cerca scorciatoie strizzando l'occhio con l'enfatizzazione gli omicidi, li mostra in modo molto secco e diretto, il che rende l'idea della follia di Hansen. Il film ha una buona premessa, inizia bene, cala e stenta un po' al centro e si riprende sul finale quando i due protagonisti, Cage e Cusack si incontrano faccia a faccia. La decisione di concentrarsi di più sulla vittima scappata è giusta e condivisibile ma alla fine si toglie spazio all'indagine che probabilmente avrebbe meritato di più.

In generale, un thriller che sicuramente merita una visione.

sabato 31 agosto 2013

La Notte del Giudizio - la recensione

La programmazione estiva dei cinema italiani a volte riesce a regalare qualche sorpresa dove non te la aspetti... almeno per chi va al cinema d'estate. E così che ci si imbatte in un film di cui avevi sentito parlare mesi fa, 'The Purge', che in Italia è diventato 'La Notte del Giudizio'.

Stati Uniti, 2022. L'economia è fiorente, la disoccupazione è al minimo e la criminalità è quasi inesistente, tutto questo grazie a "Lo Sfogo". Per una notte all'anno si può dare libero sfogo ai propri istinti più violenti, vandalismo, violenza, omicidi, tutto è permesso per dodici ore. James (Ethan Hawke) vende attrezzature per fortificare le abitazioni durante la notte dello Sfogo, è il migliore nel suo campo. Quel giorno torna a casa pronto a barricarsi dentro con moglie e figli per far passare la notte in tutta tranquillità. Due imprevisti però daranno una svolta inaspettata alla nottata, uno dall'interno e uno dall'esterno.

'La Notte del Giudizio' è un thriller sostanzialmente lineare, classico, violento quanto basta, che sorprende nonostante alcuni momenti prevedibili. In più il film si carica di riflessioni decisamente interessanti e intelligenti: accettare e permettere lo sfogo più brutale della violenza per salvaguardare il benessere del paese. Le vittime vengono trattate come sacrifici necessari ma a farne le spese sono soprattutto i più poveri che non hanno i mezzi per difendersi, e così diventa anche una lotta fra ricchi e poveri. Il film regala diversi spunti di riflessione morale, si arriva a chiedersi fin dove è giusto spingersi per la sopravvivenza, ma non si fa mai "impegnato" e si concentra sull'intrattenimento e sul lato più thriller, riuscendo a creare tanta tensione fino alla fine dell'assedio. Bene i protagonisti, sia Ethan Hawke che Lena Headey.

Un film onesto che fa il suo e alla fine sorprende.

lunedì 26 agosto 2013

Prima clip e foto per 'Locke' con Tom Hardy

Diretto e sceneggiato da Steven Knight, 'Locke' verrà presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia.
È un thriller diretto in 'tempo reale', con protagonista Tom Hardy.

Questa la sinossi pubblicata dal sito della Biennale:
Ivan Locke si è dato molto da fare per crearsi una vita soddisfacente. Stanotte quella vita gli crollerà addosso. Alla vigilia della più grande sfida della sua carriera, Ivan riceve una telefonata che mette in moto una serie di eventi che faranno a pezzi la sua famiglia, il suo lavoro e la sua anima. La regia di Locke è un’esperienza cinematografica più unica che rara che mette letteralmente il pubblico al posto del passeggero a guardare la vita del guidatore che si dipana.

C'è chi lo definisce il 'Drive del 2013', sarà così? Il trailer da questa impressione, grazie anche alla fotografia, che è stata curata da Haris Zambarloukos (Thor).
Alcune dichiarazioni di Knight riguardo il suo film:
È stata una gioia e una sfida realizzare Locke in modo completamente diverso. Girato in tempo reale, il film si inoltra in territori inesplorati della cinematografia per cui Hardy regge lo schermo da solo mentre la cinepresa non chiude mai occhio. L’autostrada di notte è in parte sfondo e in parte installazione artistica, mentre un cast d’eccezione interpreta le persone che Ivan ama e odia e che assistono al suo viaggio straordinario verso la disperazione e, infine, verso la redenzione. La vita di un uomo trasformata in mezzo serbatoio di benzina. Credo che il viaggio di Ivan Locke sia profondamente commovente ed estremamente compulsivo.
Ecco dunque la prima immagine:

E la clip:

Nel cast a fianco di Tom Hardy troviamo Olivia Colman, Ruth Wilson, Andrew Scott, Ben Daniels e Tom Holland, e sarà presentato a Venezia il 2 Settembre.

venerdì 23 agosto 2013

Prime immagini ufficiali di 'Plush' di Catherine Hardwicke

Dopo Twilight e Cappuccetto Rosso Sangue, Catherine Hardwicke torna al cinema, questa volta allontanandosi dal genere vampiresco.
Plush è un thriller erotico che racconta la storia di Hayley (Emily Browning), una giovane rock star che perde il fratello (componente della band) a seguito di un overdose.
Nel cast saranno presenti anche Xavier Samuel e Cam Gigandet (già diretto dalla Hardwicke in Twilight).

Di seguito potete vedere le prime immagini ufficiali:





















Lòisa