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giovedì 15 gennaio 2026

Un'ultima Avventura: Stranger Things - la recensione del documentario

È sbarcato su Netflix il 12 gennaio, Stranger Things: Un'ultima Avventura, documentario che racconta la lunga lavorazione della quinta e conclusiva stagione di Stranger Things.

La serie si è conclusa con un gran finale e un degno emozionante epilogo che ha segnato la fine di un'epoca. Ovviamente, come succede sempre con i finali, non tutti hanno apprezzato com'è stata portata a termine la storia, questo ha scatenato anche un fenomeno incredibile di allucinazione collettiva chiamato "Conformity Gate", un gruppetto di utenti social, "fan" della serie, hanno inventato presunti indizi sull'esistenza di un episodio segreto che avrebbe regalato (a questi fan disagiati) il vero finale della serie. Inutile dire che non c'era nessun episodio segreto, con buona pace di chi ci ha creduto e dopo ha spaccato la tv a pugni o si è messo a piangere su TikTok. Quello che invece ci è stato regalato dalla produzione è un documentario sulla realizzazione della quinta stagione. Ed è davvero molto bello.

L'aspetto più affascinante e interessante del documentario è che non sceglie la via più semplice, più ovvia, cioè prendere i protagonisti e fargli raccontare la propria esperienza, ovviamente c'è anche questo, ma Un'ultima Avventura fa una scelta diversa, in un certo senso anche più romantica, mettendo davvero al centro del racconto il backstage, i fratelli Duffer in primis, ma con loro gli sceneggiatori, scenografi, truccatori, stuntmen, cameramen, la cosiddetta manovalanza, quelli che hanno concretamente, fisicamente, artigianalmente, realizzato la serie.

La lavorazione dell'ultima stagione è stata piuttosto travagliata, rinviata per la pandemia, poi bloccata dagli scioperi, ma alla fine il vero problema per chi ha lavorato alla serie era solo uno: come concludere?
E così vediamo i fratelli Duffer in riunione con gli altri sceneggiatori mentre cercano di pianificare la conclusione della storia, comunicare ai vari capi settore cosa succederà, con gli addetti alle scenografie che si ritrovano a dover inventare ambienti nuovi dal nulla, scegliere i materiali adatti, le costumiste che devono trovare il giusto look ad ogni personaggio, gli addetti di scena che posizionano con cura e attenzione gli oggetti per rendere gli ambienti reali e vissuti o spargere la giusta quantità di sangue, il capo degli stuntmen provare e riprovare le scene d'azione con le controfigure e il cameraman, gli addetti alla produzione pianificare le riprese, anche quelle per cui non c'è ancora un copione. Quello che vediamo è un grandissimo lavoro di squadra.
È molto bello vedere la costruzione delle scenografie, guardando la serie si potrebbe pensare che sia tutta opera della CGI, che ovviamente è stata utilizzata, ma molti dei set sono reali, sono stati costruiti fisicamente negli studi e all'esterno, una specifica richiesta dei fratelli Duffer che ammettono di non amare dirigere solo con il bluescreen. In particolare, è stupefacente la creazione dell'interno del Mind Flayer, realizzato dalle mani di scultori che hanno lavorato per mesi senza sosta, con una incredibile cura del dettaglio. Tanto per ribadire come il lavoro degli artigiani, degli scultori, degli scenografi, sia decisamente migliore rispetto ad un lavoro in CGI, che dev'essere un supporto e non un sostituto del lavoro manuale. E se pensiamo che c'è chi vorrebbe lasciar fare tutto all'AI... c'è davvero da disperarsi!
Nel documentario però non c'è solo tecnica e lavoro, c'è anche l'aspetto umano. La squadra che si vede all'opera è la stessa che ha lavorato alla serie in tutti e dieci gli anni, un viaggio lunghissimo, consapevoli di aver preso parte a una serie che ha segnato un'epoca, orgogliosi di averne fatto parte e impegnati profondamente per concludere al meglio.

Poi c'è il cast. Dalla prima lettura del copione, alla emozionante lettura dell'ultimo episodio, li vediamo all'opera sul set, suggerire le proprie idee ai registi, e nelle interviste dal backstage. Come dice Millie Bobby Brown in un momento del documentario, aveva 12 anni quando ha iniziato, e ne aveva 20 quando ha girato l'ultima stagione, ha passato quindi metà della sua vita su quel set, e questo vale per tutti i giovani protagonisti, che in questo lasso di tempo, sono diventati davvero una famiglia, come sottolinea Natalia Dyer. L'addio alla serie per loro non poteva non essere commovente. E infatti, le lacrime scorrono a fiumi nel finale ma, anche qui, il documentario non si concentra solo sugli attori, si muove su chi sta dietro la telecamera a piangere o chi, in lacrime, distribuisce i copioni all'entrata.

Il documentario è una bella lettera d'addio a una serie eccezionale come Stranger Things e una lettera d'amore e di ringraziamento a chi l'ha resa possibile, ma è anche una bellissima finestra sul "dietro le quinte", che appassionerà i nerd e chi vuole capire come funziona un set, e ci ricorda come un film per il Cinema o una serie TV non sia solo "attori, cachet e red carpet", ma dietro c'è un lavoro lungo, impegnativo, e soprattutto ci sono tante persone che lavorano insieme.

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domenica 14 dicembre 2025

Wake Up Dead Man – Knives Out - la recensione

Dopo un (troppo) breve passaggio nei cinema, è approdato su Netflix il terzo capitolo della saga mistery Knives Out, Wake Up Dead Man.

Padre Jud (O'Connor) è un giovane prete che predica e aspira al cristianesimo dell'accoglienza e del perdono, ma ha un carattere incline alla reazione, anche fisica, ricordi di un passato da pugile e di una esperienza dolorosa per cui sta ancora cercando di fare ammenda. Per calmare il suo temperamento, viene spedito nella piccola comunità di Nostra Signora della Fortezza Perpetua, a Chimney Rock, provincia rurale di New York, nella chiesa di Monsignor Wicks (Brolin), un uomo completamente diverso da padre Jud. Wicks è un prete ultraconservatore misogino, ipocrita, manipolatore aggressivo e carismatico che ha radicalizzato i suoi pochi fedelissimi, un gruppo di persone deboli e insoddisfatte, i quali lo considerano quasi un messia. Padre Jud non lo sopporta e quando, durante la messa del Venerdì Santo, Wicks viene ucciso misteriosamente, in una piccola stanza senza uscite, diventa subito il principale sospettato. Ma in suo soccorso arriva Benoit Blanc (Craig), che ha un pessimo rapporto con la Fede ma smania per risolvere un omicidio apparentemente impossibile.

Rian Johnson, autore di una splendida regia, confezione un altro giallo che gira come un orologio, stavolta aggiungendo elementi nuovi rispetto ai precedenti. Se il primo film prendeva di mira l'avidità di una famiglia ricca, il secondo prendeva in giro la personalità vuota di un miliardario dell'high-tec, questa volta il regista diventa più "politico" e decisamente attuale, puntando il dito contro il fanatismo ideologico, contro quei leader spregiudicati che, con invettive aggressive, distorcendo anche la religione, spargono odio e paura per ottenere il controllo ed essere adorati dalle masse. Il riferimento alla attuale situazione politica americana (e non solo...) è più che evidente.

Ma il regista non dimentica il genere, il messaggio politico è perfettamente inserito nella storia, non prende mai il sopravvento su quello che è il centro del film: un omicidio da risolvere. Ancora una volta, Johnson affonda le mani nei classici del giallo, citando esplicitamente una delle sue fonti d'ispirazione per la storia, "Le tre bare" di John Dickson Carr. Il meccanismo funziona, magari stavolta ci vuole un pochino di più per entrare nella storia, ma tutto poi fila liscio, ogni pezzo va al suo posto nel modo e nel momento giusto. Il regista cambia il tono rispetto ai due precedenti, si fa più oscuro, puntando sul giallo gotico, con alcuni momenti che strizzano l'occhio anche al thriller, ma senza dimenticare deliziosi momenti da commedia.
Se c'è un punto dove il film pecca un po', è nei personaggi secondari. Nei precedenti, in particolare in Cena con Delitto, ogni personaggio aveva il suo spazio, una caratterizzazione ben delineata, e soprattutto un movente, stavolta invece Johnson ne lascia molti sullo sfondo, concentrandosi solo su alcuni, in particolare su Padre Jud, tanto da togliere spazio addirittura al protagonista Benoit Blanc, e questo è un vero peccato.

Daniel Craig è semplicemente meraviglioso nel ruolo di Benoit Blanc, è un personaggio che indossa perfettamente e di cui non abbiamo mai abbastanza, e che qui svela qualcosa di più di sé e della sua storia. Molto bravo Josh O'Connor, un'ottima spalla per Craig, dimostra di essere a suo agio anche con toni da commedia. Bene anche Josh Brolin, assolutamente odioso e sgradevole. Se il resto del cast, come detto, viene lasciato un po' troppo sullo sfondo, a spiccare su tutti è senza dubbio Glenn Close. Attrice fenomenale, e non lo scopriamo oggi, ma lei ce lo ricorda con una performance dalle mille sfaccettature, comica già dall'entrata in scena, capace di microespressioni letali, e alla fine protagonista con una scena di grande intensità.

Wake Up Dead Man è un bel film, un ottimo terzo capitolo di una saga che speriamo continui ancora a questo livello. Peccato che sia uscito in sala solo per pochi giorni, un film così avrebbe meritato il grande schermo e le sale piene.

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sabato 29 novembre 2025

Frankenstein - la recensione

Disponibile su Netflix il nuovo film di Guillermo del Toro, Frankenstein, tratto dal celebre romanzo di Mary Shelley, un grande classico della letteratura ma anche del Cinema Horror.

La storia è nota, così come l'ossessione di Del Toro per Frankenstein, da quando, a 7 anni, vide il Classico del 1931, con Boris Karloff protagonista, per poi leggere il libro. Il regista ha inseguito questo progetto per anni e, guardando il film, si nota subito come questo sia un progetto a cui teneva particolarmente.

Visivamente il film è eccezionale, ogni scena è curata nei minimi dettagli, le scenografie in particolare sono davvero notevoli, sia nell'ampiezza, negli spazi aperti, che negli interni, e meritano un ulteriore elogio perché - in gran parte - sono scenografie vere, costruite, realizzate fisicamente e non con l'utilizzo di effetti speciali (che comunque ci sono). Ottimi anche i costumi e il trucco. Nel film ritroviamo tutti gli elementi tipici del regista messicano, che dà al film uno stile si potrebbe definire "gotico barocco steam punk". Molto bella anche la fotografia che accompagna la solida regia di Del Toro.

Se visivamente il film è davvero ineccepibile, dove zoppica invece è nella sceneggiatura e nella caratterizzazione dei personaggi. Del Toro ha covato il sogno di raccontare la propria versione di Frankenstein per così tanto tempo che, come spesso accade a chi per troppo tempo rimugina su una storia, alla fine ha perso un po' l'equilibrio del racconto. Il regista vorrebbe dire tante cose, affrontare molti temi, tra cui quelli cardine della storia di Frankenstein, dal rapporto padre-figlio al mito di Prometeo, al romanticismo, l'amore impossibile, il dolore, la morte, il rimorso, i rimpianti, che finisce con accennarli soltanto e passare da un tema all'altro, da un momento della storia all'altro, senza fluidità e senza approfondirne nemmeno uno, e questo in ben 2 ore e mezza di durata.

A pagarne le spese sono i personaggi, soprattutto quelli secondari. Oscar Isaac è bravo ma è davvero difficile empatizzare con il suo Victor Frankenstein, non attrae, non si prova simpatia per lui nemmeno per un momento, è logorroico,  eccessivamente teatrale. Lo sviluppo del personaggio è troppo confuso, Victor dovrebbe essere mosso dalla sua ossessione, quella di sconfiggere la morte, il lavoro di una vita, su cui però cambia idea in un attimo e per motivi davvero futili, quasi per un capriccio. Ai limiti dell'inutilità il personaggio di Christoph Waltz, davvero molto piatto invece quello di Mia Goth, che invece nella storia dovrebbe avere un peso importante. La sua Elizabeth dovrebbe essere l'elemento scatenante, della gelosia e dell'amore, ma succede tutto così in fretta e viene raccontato in modo così superficiale e confuso, che non si capisce come possa essere così importante per i protagonisti. In questo quadro confuso di personaggi, a sorpresa, a convincere di più è Jacob Elordi, sepolto sempre sotto un pesante trucco, l'attore fa il suo e lo fa bene. Nota di merito, in particolare, per la sua performance a livello vocale, e per apprezzarlo è necessario vedere il film in lingua originale.

Frankenstein, versione Guillermo Del Toro, decisamente poco horror ma più gotica, è un film che ha delle grosse pecche nel racconto ma riesce, in parte, a nasconderle e a colpire lo spettatore con la sua grande forza visiva. Davvero un peccato che sia stato relegato ad una uscita in streaming, un film del genere, con questa cura per l'immagine, le scenografie e la fotografia, meritava il grande schermo e, onestamente, è triste che lo stesso regista non si sia imposto per avere un'ampia distribuzione in sala. A rimetterci alla fine è il film stesso, le cui immagini vengono soffocate da una banale visione in streaming, e non importa quanto sia grande o definita la tv, sarà sempre più piccola e meno coinvolgente di una proiezione sul grande schermo, nel buio di una sala cinematografica.

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giovedì 11 gennaio 2024

La Società della Neve - la recensione

Presentato in anteprima al Festival di Venezia 2023, La Società della Neve racconta una delle storie più drammatiche, estreme e incredibili sulla sopravvivenza realmente accadute.

Il 13 ottobre del 1972, una squadra uruguayana giovanile di rubgy, più amici e familiari, si imbarca su un piccolo aereo per andare in Cile. Sorvolando la Cordigliera delle Ande, un tratto estremamente complicato per i voli, l'aereo si schianta sulle montagne, spezzandosi in due. Delle 45 persone a bordo, dodici muoiono nell'incidente e i sopravvissuti si ritrovano soli sulle Ande, senza possibilità di curare i feriti (in cinque moriranno nei primi giorni), senza possibilità di chiamare aiuto, di ripararsi dal freddo, e senza acqua né cibo. I ragazzi della squadra sopravvissuti si organizzano, cercano di aiutare i feriti, ma quel luogo così inospitale per l'essere umano, tra gelo e valanghe, è una sfida impossibile e, dopo giorni di digiuno, capiscono che l'unico modo per sopravvivere è quello di andare oltre il limite, con una scelta drastica e dolorosa, sia eticamente che fisicamente, che li segnerà profondamente. Una volta capito che i soccorsi non sarebbero arrivati, due di loro decidono di scalare le Ande a mani nude e con un sacco a pelo ricavato con delle imbottiture dell'aereo, per andare a cercare aiuto. Un viaggio estenuante di dieci giorni fino alle vallate del Cile, dove finalmente trovano aiuto. I soccorsi arriveranno il 23 dicembre, due mesi dopo lo schianto dell'aereo.

Una storia incredibile già portata al cinema due volte, in particolare nel 1993 con il bel film Alive - Sopravvissuti, fino ad oggi la versione più famosa. La Società della Neve di J.A Bayona, tratto dall'omonimo romanzo di Pablo Vierci, ha prima di tutto il pregio di non rifarsi al suo predecessore, stessa storia ma approccio e stile diversi.
Tecnicamente il film di Bayona è davvero ben fatto, girato molto bene, crea la giusta tensione nei momenti chiave (da un regista di horror, ce lo aspettiamo), ha una bella fotografia che riesce a trasmettere molto bene l'idea del freddo gelido provato sulle Ande, rappresentate come un luogo bellissimo, tanto bello quanto severo e inospitale, in cui l'uomo è totalmente fuori posto, come dice uno dei protagonisti: "qui gli estranei siamo noi". Il film riesce ad avere un buon ritmo nonostante la ripetitività delle situazioni, giorni sempre uguali che si susseguono, e non perde mai tempo, non svaga, e alla fine non sente minimamente il peso delle sue due ore e venti. La pellicola inoltre fa un ottimo uso della voce fuori campo, che diventa un intelligente espediente emotivo della storia. Ma oltre la tecnica, il film di Bayona ha il pregio di avere tanto cuore, senza romanzare, eroicizzare e senza diventare morboso nei risvolti più delicati, anzi andando ad analizzare in modo molto intimo certi momenti.
Quella dei sopravvissuti delle Ande è una storia che racconta i limiti umani, fisici, etici e morali, ma in questa storia non c'è solo dramma e sofferenza, c'è anche tantissima speranza. Bayona e gli sceneggiatori mettono al centro di tutto l'umanità dei giovani protagonisti, le paure, la fede (religiosa ma non solo), la consapevolezza, e il senso di responsabilità di ognuno per l'altro e ognuno per il gruppo, per quella piccola "società" dell'areo schiantato sulle Ande. I protagonisti sono tutti alla pari, non c'è il leader carismatico che spicca, non ci sono quei caratteri stereotipati che si possono trovare nei classici survival movie, sono tutti uguali (scelta sottolineata da un cast di nomi praticamente sconosciuti ma tutti molto bravi), sono solo ragazzi che cercano di sopravvivere come possono e che, una volta tornati a casa, non si sentono eroi ma dei sopravvissuti.

La Società della Neve è un film fatto bene tecnicamente ed emotivamente coinvolgente senza mai cercare la lacrima facile o esagerare nei toni, sfugge sempre alla tentazione "blockbuster", è un film che ci porta sulle Ande con i sopravvissuti e ci fa vivere la loro sofferenza e la loro speranza.

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martedì 21 novembre 2023

The Killer - la recensione

Presentato al Festival di Venezia 2023 e ora disponibile su Netflix il nuovo film di David Fincher, The Killer, adattamento di una omonima serie a fumetti scritta da Matz e illustrata da Luc Jacamon.

Un meticoloso killer su commissione è in attesa del suo bersaglio in un edificio semiabbandonato di Parigi. Il killer mal sopporta le attese e occupa il suo tempo con stretching, yoga, musica in cuffia e un giro da McDonald. Quando finalmente il suo bersaglio si presenta, per uno sfortunato caso, lui fallisce la missione. Scappa e torna nella sua casa a Santo Domingo, dove scopre che la sua compagna è stata brutalmente aggredita. È la conseguenza del suo errore. In quel momento il killer decide di risalire ai colpevoli di quella aggressione, continuando ad applicare il suo rigido codice di comportamento.

The Killer è un thriller volutamente asettico su un assassino spietato, estremamente freddo e pragmatico. La trama non brilla per originalità ma a fare il film è il suo personaggio principale, che ci viene presentato nella sua routine in attesa di uccidere, un modo per farci conoscere le manie e la precisione di un uomo che segue un suo codice molto preciso che riesce ad applicare con grande abnegazione perché, come sentiamo dalla sua voce fuori campo che accompagna tutto il film, sostanzialmente "non gliene frega un caz*o" degli altri. La regia di David Fincher è pulita e lineare, precisa e meticolosa tanto quanto il suo protagonista. In particolare nel film spicca una lunga scena di lotta, molto fisica, realistica, tra le più belle viste negli ultimi anni. Molto belle anche le musiche, firmate da Trent Reznor e Atticus Ross.

Protagonista, e letteralmente presente in ogni istante del film, un ottimo Michael Fassbender, che riesce a trasmettere la freddezza e la spietatezza totale del suo personaggio. Pochi minuti ma di grande impatto per Tilda Swinton, a cui basta davvero poco per prendersi la scena.

Tutto bene quindi? No. David Fincher sceglie un finale che ha diviso molto pubblico e critica, tra chi ci ha visto una metafora della società contemporanea, chi lo vede come un colpo di genio che si pone in antitesi ai thriller d'azione classici, e chi invece è semplicemente rimasto insoddisfatto. Il film, grazie soprattutto alla sua divisione in capitoli, ci porta in un percorso a tappe: la missione fallita, l'aggressione, l'inizio della vendetta, trovare il primo nome sulla lista, poi il secondo, e infine la persona dietro a tutto. Il difetto del film - che per alcuni invece è il suo punto di forza - è che tutto questo crescendo si conclude in niente. Alla fine si resta con la sensazione di aver assistito ad un film tecnicamente perfetto, freddo ma coinvolgente, con un bel personaggio protagonista, e un crescendo ben strutturato che promette tanto ma non esplode mai, non sfoga, che in sostanza non ha una conclusione, e questo lascia un senso di insoddisfazione.

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mercoledì 27 settembre 2023

El Conde - recensione

Dopo aver raccontato Jackie Kennedy e Lady D, Pablo Larrain torna in patria con El Conde, una storia surreale che vede protagonista il dittatore Pinochet... ma vampiro.

Una figura in divisa militare vola nei cieli di Santiago del Cile in cerca di cuori e sangue per potersi nutrire. Questa figura che semina paura e morte indossa una divisa ben riconoscibile, quella del generale Augusto Pinochet.
La storia del film parte da lontano, addirittura nella Francia del '700, con il soldato francese Claude Pinoche, un vampiro, che attraversa i secoli fino ad arrivare in Cile, dove negli anni '70, diventato il generale Augusto Pinochet, fece un colpo di stato per rovesciare il governo socialista di Allende e imporre un regime autoritario e dittatoriale, fatto di svariate violazioni dei diritti umani, tra cui torture e omicidi. Ma nel 2006, "il Conte", come lo chiama la famiglia, non ha più voglia di vivere e decide di inscenare la sua morte per ritirarsi in una fattoria isolata, assistito dalla moglie e dal fedele (vampiro) maggiordomo Fëdor, essere subdolo e dal passato macchiato di sangue.
I figli, preoccupati esclusivamente per l'eredità, chiedono alla chiesa di occuparsi del padre e "aiutarlo" a morire. Una giovane suora viene mandata alla fattoria con un preciso compito: esorcizzare Pinochet, estirpare il male dentro di lui e cercare di salvare quel che resta della sua anima... sempre che ci sia anima da salvare e non sia lui stesso il Male.

Gli anni della dittatura di Pinochet sono una ferita ancora aperta per il popolo cileno e per raccontare il mostro che ha insanguinato il Cile, senza mai pagare per quanto fatto, Pablo Larrain lo ha davvero trasformato in un mostro, un vampiro. Pinochet nel film è un anziano stanco e senza rimorso, consapevole del suo passato e delle sue azioni ma infastidito solo dal fatto di passare alla storia come un ladro (e lo è stato). Intorno a lui si muove una famiglia di ipocriti, che non spicca per intelligenza, preoccupata solo di recuperare i soldi nascosti nelle varie banche nel mondo. Un ritratto spietato e grottesco di una famiglia senza cuore, con Pinochet che materialmente va a caccia dei cuori e del sangue dei cileni per mangiarli e restare in vita. Un'allegoria che non ha certo bisogno di spiegazioni.

El Conde è difficile da inquadrare in un genere. Girato in un bianco e nero vecchio stile, è un film surreale, ironico, molto politico, ma di fatto una storia di vampiri messa in scena come un B movie horror e una commedia grottesca, capace però di regalare anche momenti visivamente poetici, come la danza della giovane suora nell'aria, supportata dalla bella regia di Larrain.

Non è un film adatto a tutti i palati, alla fine risulta un po' freddo e con un ritmo non proprio incalzante, ma il regista merita davvero i complimenti per aver pensato una storia così assurda e surreale, e allo stesso tempo estremamente politica, una perfetta allegoria del Male che dura nel tempo, che sia Pinochet o altri nomi di politici e dittatori a noi più vicini.

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venerdì 16 giugno 2023

Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo - la recensione

Disponibile su Netflix dal 9 giugno, Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo, la nuova serie scritta da Zerocalcare.

C'era grande attesa intorno alla nuova serie scritta da uno dei fumettisti più apprezzati degli ultimi anni, un'attesa divisa tra chi non vedeva l'ora e chi invece lo aspettava al varco per stroncarlo dopo il grande successo della bellissima Strappare Lungo i Bordi. Chi far parte del secondo gruppo dovrà rassegnarsi perché Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo è un'altra perla firmata Zerocalcare.

Non è il sequel di Strappare Lungo i Bordi, non è la continuazione di quella storia, anche se ci sono dei riferimenti e gli effetti di quella serie, ma è una storia tutta nuova che per tematiche e argomenti affrontati, si avvicina di più alle sue graphic novel. È un racconto molto più politico, sociale, senza però distaccarsi dal suo stile, dal suo umorismo, e dalle citazioni pop/nerd seminate ovunque, nei dialoghi, nelle scene e sullo sfondo.

La serie è ambientata a Rebibbia, quartiere periferico di Roma, dove a scuotere gli animi è l'arrivo di un gruppetto di migranti in un centro accoglienza. La loro presenza attira gruppi nazisti (perché chiamarli fascisti ormai non fa più effetto), che tappezzano i muri delle strade con manifesti con slogan come "No alla sostituzione etnica" e "l'Italia agli italiani" per far alzare ancora di più la tensione, mentre nel quartiere si inizia a sentire aria di scontri violenti. La presenza di questi individui infastidisce uno Zerocalcare alle prese con gli impegni dovuti al successo della serie Strappare Lungo i Bordi, ma a scuoterlo è anche il ritorno di Cesare, un vecchio amico d'infanzia tornato dopo 20 anni passati in comunità. Vorrebbe aiutarlo, ma Cesare sembra ormai una persona molto diversa, molto lontana da lui, forse troppo.
Una storia che ha molte storie dentro che corrono parallele, quella di un quartiere pronto ad esplodere nell'indifferenza della politica e delle forze dell'ordine, che va ad incrociarsi con una storia di amicizia sospesa e impantanata tra diecimila problemi della vita che sembrano irrisolvibili.

La serie assesta dei pugni allo stomaco che non lasciano indifferenti su temi rischiosi da affrontare in un paese come l'Italia. La critica sociale è molto dura, non bisogna per forza conoscere il quartiere di Rebibbia per capire cosa succede perché quel quartiere potrebbe essere la periferia di qualsiasi città d'Italia, un paese che, come canta Giancane nella sigla, è un "Paese meraviglioso" dove i ponti crollano, navi affondano, diritti muoiono e ministri applaudono ed "è tutto stupendo, basta non tocchi a me". Il racconto di quello che accade del suo quartiere, dove ancora oggi vive, è molto schietto e duro contro chi abbandona e sfrutta le periferie, cioè quei luoghi dimenticati dove i politici si precipitano a fare campagna elettorale per poi sparire, dove vengono "scaricati" problemi che creano tensione che poi quegli stessi politici usano per alimentare i propri slogan. In questo senso, divertente e amara la descrizione che fa della composizione del municipio, con la raffigurazione in forma animale delle diverse anime politiche in cui non salva nessuno. La critica sociale non è solo "di massa", sul quartiere, perché quello che succede va ad impattare sulla vita delle persone, ad esempio su Cesare, rappresentazione di come il malcontento e il senso di sconfitta possono covare dentro qualcuno fino a rovinarlo, di come questo possa spingere verso l'estremo fino a renderlo irrecuperabile, o anche sul comportamento di Sarah, costretta dalla sua realtà ad andare contro il proprio credo. Non manca una parte in cui Zerocalcare parla di sé e dei suoi cambiamenti, in cui prende in giro e si prende in giro, anche sull'assurda polemica che è seguita a Strappare Lungo i Bordi, sul suo modo di parlare per qualcuno esageratamente incomprensibile quasi al livello di una lingua straniera.

Il talento di Zerocalcare si conferma ancora una volta nella capacità di raccontare storie che racchiudono tanti temi diversi, personali, sociali, politici, che a loro volta portano a riflessioni profonde, spesso dolorose, sulle insicurezze, l'inadeguatezza, a volte l'impotenza davanti a certi eventi, il tutto con un tocco che unisce divertimento e dramma, ma soprattutto umanità. È un attimo passare dalle battute alle riflessioni più profonde, dalle risate alle lacrime, e a volte le due cose accadono insieme, questo perché i suoi personaggi, compreso l'immaginario amico Armadillo (doppiato ancora una volta da Valerio Mastandrea, che stavolta non è l'unica voce famosa), sono vicini a noi, sono simili a noi, sono persone che potremmo conoscere e in cui ci riconosciamo facilmente. Zerocalcare ha il pregio di saper raccontare in modo semplice, con calore e colore, vita vera ma riportata in formato animato.
Alla fine di tutto si capisce il senso del titolo della serie, tutti i problemi, grandi e piccoli, personali e sociali, ci mettono davanti ad una sfida difficile da affrontare, quella di cercare di non perdersi, fare in modo che questo mondo non ci renda cattivi.

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lunedì 27 febbraio 2023

SAG Awards 2023 - il trionfo di Everything Everywhere All at Once

Sono stati assegnati nella notte gli Screen Actors Guild Awards 2023, il premio del sindacato degli attori, che hanno segnato un altro trionfo per Everything Everywhere All at Once, ma hanno anche rimescolato le carte della corsa agli Oscars 2023, i SAG infatti sono molto indicativi perché la maggior parte dei votanti fanno anche parte dell'Academy.

EEAO ha vinto quattro premi su sei, compreso quello al miglior cast d'insieme, l'equivalente del miglior film.
Michelle Yeoh ha vinto il SAG come migliore attrice protagonista battendo la favorita, e pluripremiata durante la stagione, Cate Blanchett, e ora la corsa all'Oscar tende dalla parte dell'attrice malese.
Ke Huy Quan si conferma vincendo il premio come migliore attore non protagonista, invece Jamie Lee Curtis ha ottenuto il SAG come migliore attrice non protagonista, battendo Angela Bassett e riaprendo il discorso Oscar.

Il premio come migliore attore protagonista è andato a Brendan Fraser per il film The Whale, e la corsa all'Oscar come migliore attore diventa apertissima, con Fraser e Austin Butler che si contenderanno la statuetta e Colin Farrell come outsider.

Ma il vero grande trionfatore della serata è il distributore indie A24, che ha distribuito sia EEAO che The Whale, portandosi quindi a casa ben cinque premi su sei.

Per quanto riguarda la TV, trionfa The White Lotus, che vince anche il premio per il miglior cast, e la statuetta è andata anche agli italiani che hanno partecipato alla serie, sul palco sono saliti Sabrina Impacciatore, Simona Tabasco, Francesco Zecca, Federico Ferrante, Beatrice Grannò e Paolo Camilli.

Ecco tutti i vincitori.

Miglior cast d’insieme
EVERYTHING EVERYWHERE ALL AT ONCE

Miglior attore protagonista
BRENDAN FRASER - The Whale

Migliore attrice protagonista
MICHELLE YEOH - Everything Everywhere All at Once

Miglior attore non protagonista
KE HUY QUAN - Everything Everywhere All at Once

Migliore attrice non protagonista
JAMIE LEE CURTIS - Everything Everywhere All at Once

Miglior cast d’insieme di controfigure
TOP GUN: MAVERICK
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Miglior cast d’insieme in una serie drammatica
THE WHITE LOTUS

Miglior attore in una serie drammatica
JASON BATEMAN - Ozark

Migliore attrice in una serie drammatica
JENNIFER COOLIDGE - The White Lotus

Miglior cast d’insieme in una comedy
ABBOTT ELEMENTARY

Miglior attore in una comedy
JEREMY ALLEN WHITE - The Bear

Migliore attrice in una comedy
JEAN SMART - Hacks

Miglior attore in una miniserie o film tv
SAM ELLIOTT - 1883

Migliore attrice in una miniserie o film tv
JESSICA CHASTAIN - George & Tammy

Miglior cast d’insieme di controfigure in una serie tv
STRANGER THINGS
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I SAG hanno stretto un accorso con Netflix per la diretta della cerimonia, dal prossimo anno sarà possibile vederla sulla piattaforma ma quest'anno è stata trasmessa su YouTube. QUI il link per rivederla.

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martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - la recensione

È uscito da un paio di settimane ma è ancora nella top5 dei film più visti su Netflix, si tratta di The Pale Blue Eye, che segna una nuova collaborazione tra Christian Bale, protagonista del film, e il regista Scott Cooper.

È il 1830, il detective in pensione August Landor (Bale) sta ancora cercando di metabolizzare la morte della moglie e la scomparsa della sua unica figlia, ma nell'Accademia militare di West Point c'è un caso complesso e macabro: un cadetto è stato trovato impiccato ad un albero e, successivamente, dal suo corpo è stato rimosso il cuore. Landor verrà chiamato ad indagare e dovrà muoversi con cautela all'interno dell'Accademia, in una indagine che non è quello che sembra. Il detective troverà aiuto in un giovane cadetto molto interessato ai misteri, tanto quanto alla poesia, e il suo nome è Edgar Allan Poe (Harry Melling).

Una storia fredda, in cui si respira morte e lutto in ogni risvolto, c'è un'ombra angosciante su tutti i personaggi che si riflette nella regia di Scott Cooper, nell'ambientazione invernale e nella fotografia, anch'essa fredda e desaturata, o si potrebbe definite "pallida", come l'occhio del titolo. Il regista ha il merito di riuscire a mantenere un'atmosfera "alla Edgar Alla Poe", il che significa niente azione ma indagini, personaggi, intrighi e messaggi nascosti, questo rende il film un po' lento, magari anche statico, ma è una lentezza che serve a riflettere lo stato d'animo del protagonista della storia, sospeso nel suo lutto.

Il film ha un ottimo cast, Gillian Anderson, Toby Jones, Timothy Spall, Lucy Boynton e la partecipazione di Charlotte Gainsbourg e Robert Duvall, ma ovviamente al centro ci sono i due protagonisti. Christian Bale riesce benissimo a trasmettere tutto il dolore del suo personaggio, un dolore trattenuto e nascosto, mai esibito e molto intimo. Sorprendente Harry Melling (sì, il cugino odioso di Harry Potter), la sua performance ci regala un Edgar Allan Poe intenso e leggero, fragile eppure deciso, tanto poetico quanto attirato dal macabro, la sua prova è davvero convincente.

La freddezza e la lentezza del film potrebbe non essere adatto a tutti i palati, ma The Pale Blue Eye è un buon film in cui, proprio come nelle storie di Edgar Allan Poe, niente è come sembra e basta davvero un attimo per cambiare le carte in tavola e spiazzare lo spettatore.

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venerdì 23 dicembre 2022

Glass Onion - Knives Out - la recensione

Per allietare le festività natalizie, sbarca finalmente su Netflix, dopo un breve passaggio nelle sale, Glass Onion - Knives Out, il secondo murder mistery con protagonista il detective Benoit Blanc, con il suo equilibrato mix di eccentricità alla Poirot e fascino alla Holmes. 

Siamo in piena pandemia quando una scatola in legno contenente una sequela di enigmi viene fatta recapitare dal multimilionario dell'hi-tech Miles Bron (Edward Norton) a cinque eccentrici individui e al celebre e annoiatissimo detective Benoit Blanc (Daniel Craig), col fine di invitare ciascuno di loro, sulla sua isola-resort privata nell'assolata Grecia, per trascorrere uno spensierato e lussuoso weekend all'insegna del crimine e risolvere una complessa, a detta sua, cena con delitto.

Se la tenuta di Harlan Thrombey nel precedente film, costruita in un cupo bosco, lontana dagli occhi anche più indiscreti, celava segreti ed intrighi, la Glass Onion di Bron, fiore (di cristallo) all'occhiello del suo paradiso sul mare, rappresenta l'ostentazione e lo sfarzo di una generazione che deve mostrare ed apparire per essere ritenuta valida.
Della storia non si può svelare molto, ma sin dai primi minuti, la pellicola promette una trama criptica e ricca di colpi di scena, che convinceranno lo spettatore a mantenere gli occhi incollati allo schermo per quasi due ore e mezza. Rian Johnson conferma la sua capacità di sceneggiatore e regista, creando un cocktail di generi godibilissimo, che critica con toni caustici ed irriverenti le ipocrisie ed i pregiudizi della società odierna, popolata di affabulatori che, seppur dotati di ottima parlantina, non sono veri oratori e innovatori.

L'efficacissimo cast del primo capitolo passa uno scottante testimone a questa seconda, frizzante compagnia. I cinque personaggi, a tratti quasi caricaturali ma che non scadono mai nel macchiettistico, che si trovano a fare i conti con le capacità deduttive dello charmant Daniel Craig, rappresentano differenti categorie del tessuto sociale americano (e non solo): una sensualissima ex top model, adesso reinventatasi fashion designer (Kate Hudson) e la fida compagna Peg (Jessica Henwick), un brillante scienziato (Leslie Odom Jr.), un ottuso influencer tutto muscoli e attivista dei diritti maschili (Dave Bautista), accompagnato dalla giovane fidanzata Whiskey (Madelyn Cline), la Governatrice del Connecticut (Kathryn Hahn), e l'ex-partner d'affari dello stesso Bron (Janelle Monae). 
Esilaranti, poi, i cameo della compianta Angela Lansbury, Joseph Gordon Levitt e Ethan Hawke.

La colonna sonora, nuovamente firmata da Nathan Johnson, rimanda molto al film precedente, mentre il montaggio, più frammentario, aggiunge un tocco di quel cinema futuristico che rende il tutto ancora più appetibile. La scenografia, curata dal premio Oscar Rick Heinrichs, è meticolosa, quasi barocca nella sua pienezza di dettagli eccessivi, quasi stratificati proprio come la cipolla del titolo richiede.

Ripetere il successo di Cena con Delitto non era affatto facile ma Glass Onion riesce a mantenere più o meno lo stesso livello e si potrebbe dire che risulta "diversamente riuscito" rispetto al suo predecessore. È un giallo che funziona e appassiona lo spettatore fino alla fine.

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mercoledì 21 dicembre 2022

Pinocchio di Guillermo del Toro - la recensione

C'era davvero bisogno dell'ennesima riproposizione di Pinocchio al cinema?
Dopo aver visto il lavoro fatto per Netflix da Guillermo Del Toro la risposta non può che essere affermativa: sì, di Pinocchio al cinema ci sarà sempre bisogno, specie se, come ha fatto il cineasta messicano, diventa spunto e metafora per parlare di temi universali come la morte, l'elaborazione del lutto e il peso delle aspettative.


La prima cosa che balza all'occhio di questa trasposizione del romanzo di Collodi è che Del Toro decide deliberatamente di prendere dal libro praticamente solo in concept iniziale, ma già dall'inizio la direzione del film è tutt'altra rispetto a ciò cui siamo abituati, lasciando da parte sia Collodi, con la sua morale (a volte molto dark) sui bambini che devono dare ascolto ai genitori, sia la Disney (del classico e della poco riuscita versione live action) con il suo ottimismo romantico.
Il tema portante della storia è la morte, nelle sue varie sfaccettature, da quelle più dolorose fino a quelle più squisitamente "positive", a fine di una vita ben vissuta. Il lutto è un mantello che avvolge tutta la pellicola dall'inizio alla fine, e Pinocchio il burattino ne viene quasi soverchiato. Lutto che è collegato a doppio filo con l'altro grande tema del film, e cioè il peso delle aspettative che gli altri, e in particolare i genitori, ci pongono sulle spalle. I personaggi di Geppetto e del padre di Lucignolo sono infatti due facce di una stessa medaglia, così come lo sono Pinocchio e Lucignolo stessi. Se da una parte infatti abbiamo Geppetto che, oppresso dal dolore per la perdita di un figlio, riversa su Pinocchio l'immagine residua di quel figlio perduto, dall'altra c'è invece un padre che, forse inconsapevolmente, è oppresso dal suo ruolo e riversa sul figlio la sua frustrazione e le sue aspettative in modo crudele. Da questo punto di vista questo è un film di crescita e rivalsa personale tanto per i padri quanto per i figli.
Diventa quindi centrale la figura del Grillo, non più semplice personificazione della coscienza di Pinocchio, ma personaggio a tutto tondo che si evolve e ha un suo arco narrativo funzionale tanto a se stesso quanto a Pinocchio. Anche il Grillo dovrà imparare cosa significa vivere davvero e che forse vivere vuol dire anche morire.

La scelta di trasportare la storia durante la Seconda Guerra Mondiale risulta vincente non solo per la suggestione data dalla presenza del fascismo (e per l'esilarante macchietta che è Mussolini), ma anche perché la guerra e la morte diventano parte integrante delle atmosfere cupe e drammatiche che permeano tutto il film. Una cupezza e una drammaticità che smuovono le lacrime dello spettatore in modo tutt'altro che semplice o ruffiano.
Non si può non applaudire quindi la colonna sonora splendida di Alexandre Desplat che aiuta moltissimo a rendere la visione completamente immersiva.

Con una stop-motion semplicemente perfetta e una storia che rielabora in maniera intelligente e profonda il classico di Collodi, il Pinocchio di Guillermo del Toro è a mani basse uno dei film più belli dell'anno e sarò veramente difficile batterlo nella sua categoria durante la stagione dei premi. E per fortuna.

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lunedì 14 novembre 2022

Enola Holmes 2 - la recensione

Dopo il grande successo del primo film del 2020, torna Enola Holmes, sorella minore di Sherlock, alle prese con una nuova misteriosa avventura.

Dopo aver risolto con successo il suo primo caso, Enola è pronta ad intraprendere una carriera da investigatrice, proprio come il suo famoso fratello. L'inizio non è semplice, la gente non si fida della sua giovane età, e quando ormai è in procinto di chiudere bottega, ecco entrare nel suo ufficio una ragazzina che le chiede di ritrovare la "sorella" scomparsa. Enola accetta l'incarico che la porterà ad infiltrarsi in una fabbrica di fiammiferi, infestata da quella che sembra una epidemia di tifo. Lì è stata vista per l'ultima volta la ragazza scomparsa che in realtà, come Enola scoprirà, stava a sua volta indagando su qualcosa, un mistero che coinvolge nomi molto importanti, politici, polizia e un misterioso personaggio che collega il caso di Enola e quello di Sherlock.

Stessa formula del primo ma con qualcosa in più, Enola Holmes 2 ha prima di tutto il pregio di non essere solo una copia del suo predecessore. In questo sequel, la Storia si intreccia con le vicende del film, come viene spiegato alla fine, la protesta delle donne nella fabbrica di fiammiferi nel 1888 è stato un momento determinante nella lotta per i diritti delle donne e dei lavoratori, e questo fatto reale fa da sfondo al mistero che Enola deve affrontare. Il mistero, questo è l'elemento che il sequel ha in più rispetto al primo. Enola Holmes 2 è molto più "Holmes", ci sono più indagini, più indovinelli, indizi da seguire, interpretare e districare, e c'è l'intreccio con Sherlock, che apre la porta a un personaggio essenziale e immancabile quando si parla di Sherlock Holmes, spianando anche la strada a un possibile (praticamente certo) terzo capitolo.
Enola Holmes 2 è un film con una forte impronta femminile, è pervaso dal "girl power", ma lo fa senza mai risultare stucchevole o forzato, e per questo un applauso lo merita lo sceneggiatore Jack Thorne.

Come il primo, il film si appoggia sulle giovani spalle di Millie Bobby Brown, presente in quasi tutte le inquadrature e, forse non dovrebbe, eppure ancora una volta sorprende la sua capacità di reggere tutta la storia (quasi) da sola. L'attrice sa essere leggera e spiritosa, e sa anche come calibrare i momenti più seri, conferma di avere una grande padronanza della scena, anche quando deve rompere la quarta parete, caratteristica presente anche nel capitolo precedente. Perfetta l'intesa con Henry Cavill, nuovamente nei panni di Sherlock, i due dialogano in modo estremamente naturale. Sempre perfetta Helena Bonham Carter, il suo spazio è minore rispetto al primo film ma si fa sentire (e adorare) in ogni secondo in cui è presente sullo schermo.

Non sempre un sequel riesce a superare il primo capitolo, in questo caso sì. Enola Holmes 2 è un film che diverte e intrattiene con leggerezza e una buona dose di mistery in stile "Sherlock Holmes".

Il film è già disponibile su Netflix.

lunedì 7 novembre 2022

Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale - la recensione

Disponibile su Netflix, il film tedesco Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale, nuovo adattamento del celebre romanzo di Erich Maria Remarque. Film scelto per rappresentare la Germania agli Oscar 2023.

La Prima Guerra Mondiale è in pieno svolgimento e ogni giorno conta centinaia e centinaia di morti. La Germania si trova a corto di soldati così, grazie a una propaganda che fa leva sul patriottismo, persuade i giovani ad arruolarsi. Ansioso di affrontare la guerra, caricato dalle falsità che gli venivano raccontate, con l'idea di diventare un eroe e vivere un'avventura straordinaria, il diciassettenne Paul Bäumer si arruola insieme a tre amici. Una volta arrivato sul Fronte Occidentale, nel nord della Francia, i quattro ragazzi si trovano davanti una realtà molto diversa, una guerra cruda, una trincea fangosa dove la morte può arrivare in un attimo per chiunque.

Tre anni dopo il bellissimo 1917, il Cinema (attraverso lo streaming di Netflix) torna a raccontare la Prima Guerra Mondiale, una guerra che è stata soprattutto di trincea e che negli anni in cui è stata combattuta, dal 1914 al 1918, non ha mosso la sua linea del fronte. Una guerra "statica", una linea ferma, in cui migliaia di uomini sono morti per difendere o conquistare qualche inutile metro.
Stavolta tocca al regista Edward Berger raccontare quel fango e quei morti e lo fa attraverso un grande classico già trasposto nel 1930 e nel 1979, e che spiega, sostanzialmente, l'inutilità della guerra. Quello di Berger è un ottimo film, non cerca di "addolcire" o eroicizzare, non cerca vincitori e perdenti, racconta la trincea e la "terra di nessuno" in tutta la sua spietatezza e con il suo enorme carico di morti. La regia è molto bella, coinvolgente, bella la fotografia, le scenografie, la musica sottolinea bene i vari momenti dando la giusta gravità alle scene. 
Molto bravi gli interpreti, in particolare il protagonista Felix Kammerer e Albrecht Schuch.

L'unica pecca del film probabilmente è l'aspetto storico-politico, che viene raccontato in modo un po' sbrigativo. C'è la parte che riguarda le trattative per l'armistizio, con Daniel Bruhl nel ruolo del politico Matthias Erzberger, ma viene lasciato molto ai margini. Anche la figura del Generale Friedrichs, importante per gli sviluppi della storia, soprattutto nel finale, non viene approfondita abbastanza e alla fine risulta un po' abbozzata.

Nonostante non affondi troppo nella spiegazione del contesto, la nuova trasposizione di Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale è un bel film, davvero molto bello visivamente, ed è un grandissimo peccato che non sia uscito nei cinema (se non in un numero molto limitato di copie e per un brevissimo periodo), avrebbe meritato il grande schermo di una sala cinematografica. Il film offre un ottimo racconto della Prima Guerra Mondiale, molto coinvolgente, riesce a portare lo spettatore nella trincea, tra fango e sangue, e a descrivere molto bene la disperazione e l'assoluta precarietà dei soldati, in bilico tra la vita e la morte in una guerra inutile.

sabato 29 ottobre 2022

The Good Nurse - la recensione

È uscito direttamente su Netflix il film The Good Nurse, con Jessica Chastain e Eddie Redmayne protagonisti, che racconta la storia di uno dei serial killer più prolifici degli Stati Uniti.

New Jersey, 2003, al Somerset Hospital lavora l'infermiera Amy (Chastain), sola con due figlie e una malattia cardiaca che sta peggiorando. Ad aiutarla nei pesanti turni di notte in terapia intensiva, c'è il suo nuovo collega Charlie Cullen (Redmayne), arrivato all'ospedale dopo averne girati ben nove. Charlie fin da subito si mostra calmo e gentile, soprattutto verso Amy, con cui stringe una sincera amicizia. In terapia intensiva però alcuni pazienti muoiono in modo sospetto. La polizia indaga, la direzione dell'ospedale cerca di coprire i fatti, mentre Amy inizia a sospettare di Charlie e sarà proprio lei ad indirizzare la polizia verso una sconvolgente verità.

Una storia decisamente inquietante, in particolare sotto due punti di vista. Charlie Cullen è un personaggio che mette i brividi, un "angelo della morte" che ha provocato il decesso di almeno una trentina di pazienti accertati, ma che si sospetta possano essere addirittura 400, ed è proprio la sua calma, la pacatezza, la sua totale assenza di empatia a fare paura, il suo essere assolutamente normale e crudele. Se da una parte Charlie provoca inquietudine come persona, dall'altra si prova rabbia a pensare quanti sapevano e non hanno parlato, quanti ospedali hanno preferito nascondere tutto sotto al tappeto invece di fermare un assassino. Tutto il senso di una vicenda che impressiona e inquieta, è rinchiuso nella frase che Charlie dice ad Amy quando lei gli chiede il perché delle sue azioni: "Non mi hanno fermato". Il sistema non lo ha fermato e lui ha ucciso semplicemente perché poteva farlo.

L'inquietudine che pervade la storia dall'inizio alla fine è ben rappresentata dalla regia poco mobile di Tobias Lindholm che offre inquadrature molto "tagliate", e da una fotografia fredda, grigia, buia, che suggerisce bene un'atmosfera claustrofobica, carica di sofferenza e allo stesso tempo asettica da ospedale. Visivamente il film fa il suo, è concreto, senza fronzoli, questo nonostante un ritmo non proprio incalzante. Il film ha un andamento che manca di un vero picco, crea tensione senza mai farla sfociare, ma più che un difetto vero e proprio, si tratta di una precisa scelta narrativa, la voglia di non diventare un puro "crime", o un thriller, di non cedere all'enfasi, e lasciare ai due protagonisti lo spazio per muoversi e creare la storia.

Il vero punto di forza del film infatti sono proprio le interpretazioni di Jessica Chastain e Eddie Redmayne, davvero ottime, tengono perfettamente sulle spalle le due ore di durata. Entrambi mai sopra le righe, sempre al servizio della parte, il loro è un duetto e un duello, Jessica Chastain riesce a trasmettere tutta la sua umanità, il conflitto emotivo che la attraversa e si trasforma durante la storia, mentre dall'altra parte Eddie Redmayne riesce ad essere gentile e freddo, affabile ma dallo sguardo vuoto, inquietante nella sua ambiguità e nei suoi piccoli momenti di rabbia, trattenuti e limitati a pochi brevi secondi.

The Good Nurse è un film ben fatto, ben girato, e soprattutto ottimamente interpretato.

lunedì 3 ottobre 2022

Blonde - la recensione

È arrivato su Netflix uno dei film più attesi e discussi delle ultime settimane, Blonde, di Andrew Dominik, biopic tra realtà e finzione che racconta la storia e la figura di una delle più celebri icone del '900, Marilyn Monroe. Un film che sta letteralmente spaccando critica e pubblico.

Blonde è difficile da interpretare, si propone di raccontare la vita di una persona realmente esistita ma, sostanzialmente, attraverso fatti che non sono mai successi. Definirlo biopic non è corretto, proprio come il romanzo da cui è tratto non può essere definito "biografia", nemmeno romanzata. Della storia di Marilyn ci sono solo alcuni spunti, quello che poi viene raccontato, che vediamo nel film, per la maggior parte è stato inventato.

Il film inizia nel 1933, con Norma Jeane bambina con una madre con seri problemi mentali, poi vediamo gli inizi della carriera di Marilyn, la violenza sessuale subita da un produttore, una relazione a tre, audizioni andate male ma ruoli conquistati grazie al suo aspetto fisico, gli aborti, i matrimoni falliti, la ricerca costante del padre mai conosciuto, la distanza tra Norma e Marilyn, le continue delusioni, e la morte, che nel film viene mostrata come suicidio.

L'intento originale è interessante, analizzare un'attrice, una diva, che col tempo è diventata quasi un simbolo, un essere irreale, in contrasto con la persona fragile e segnata dai traumi che era in privato, in un ambiente crudele com'era quello della Vecchia Hollywood, lo sviluppo però è debole e confusionario.
Quella nel film è la vita di Marilyn solo a grandi linee, non ha mai avuto una relazione a tre con due figli d'arte falliti, gli aborti non sono avvenuti come si vede e nei periodi in cui sono stati piazzati, mancano enormi parti essenziali della sua vita, personaggi - nel bene e nel male - importanti, la relazione accertata con i Kennedy è stata con Robert (del tutto assente) e non con John, le presunte lettere del padre sono una finzione, la scena della morte è completamente diversa da quanto avvenuto realmente, tante cose inventate che, messe insieme, creano un ritratto fittizio di Marilyn, in sostanza, quello che vediamo è falso, volutamente falso. La vita di Marilyn è stata tragica nel privato e luminosa sullo schermo, breve negli anni, conclusa prematuramente con una morte mai chiarita, ma il suo mito è parte immortale della Storia del Cinema, quindi perché non raccontare la vera storia invece di inventare situazioni parallele e, in alcuni casi, anche poco rispettose della memoria dell'attrice?

Il vero punto debole del film infatti è proprio la storia che pretende di voler raccontare. Al centro di tutto c'è un dualismo in cui viene quasi demonizzato il personaggio Marilyn Monroe e i suoi film, mentre la povera Norma Jeane cerca di sopravvivere, alla disperata ricerca di una figura paterna. Un dualismo raccontato in modo troppo radicale, senza sfumature, che finisce per schiacciare sia Marilyn che Norma, che ne escono come due figure piatte, per niente approfondite. Il regista Andrew Dominik, che ha firmato anche la sceneggiatura, non sembra molto interessato a dare spessore a Marilyn, di cui sembra non avere particolare stima, né come attrice, né come donna. La sua Marilyn/Norma è inconsapevole, incapace di imporsi, vittima di tutti ma soprattutto sempre disposta ad essere vittima, senza reagire mai. Il punto di vista del regista vorrebbe essere schietto e spietato, quello di chi non guarda in faccia a nessuno, ma non riesce mai a staccarsi dal suo punto di vista "maschile" e l'unica vittima del suo sguardo alla fine è proprio Marilyn. A risultare piatti, in realtà, sono anche i personaggi maschili, di cui si preferisce non fare nomi e cognomi anche se è evidente chi sono: Joe DiMaggio è lo stereotipo dell'italoamericano in canottiera con famiglia tra fornelli e sughi; Arthur Miller, altro stereotipo, intellettuale quindi, ovviamente, pacato, sensibile e un po' distratto; John F. Kennedy, un cafone arrapato; il produttore che la violenta, chiamato "Mr. Z", è Darryl F. Zanuck e la scena dello stupro sembra uscita dalle testimonianze contro Harvey Weinstein. Andrew Dominik quindi non era molto interessato ad approfondire i personaggi, la sua intenzione era quella di raccontare la brutale Hollywood, come certi uomini di potere trattano le donne o si sentano in difficoltà con loro, ma soprattutto voleva distruggere l'"idea del mito" e mostrare come il mito può distruggere una persona, e Marilyn Monroe gli è servita solo come mezzo per arrivare al suo scopo, il problema è che Marilyn è una persona realmente esistita e in alcuni casi avrebbe meritato un po' più di rispetto, o almeno di non finire associata a scene di sesso inutilmente esplicite e grottesche.
Nota a parte, il modo in cui il regista tratta gli aborti dell'attrice, l'intento era quello di mostrare un senso di colpa che perseguita la protagonista negli anni, il suo difficile rapporto con la maternità, tutto attraverso in immaginario dialogo interiore della protagonista, ma il risultato è abbastanza imbarazzante e troppo simile a uno spot anti-abortista, onestamente fastidioso, soprattutto di questi tempi.

Chi invece ha rispettato davvero Marilyn è Ana de Armas, la nota più positiva di Blonde. L'attrice ci ha messo tutto l'impegno possibile per diventare Marilyn, si è calata anima e corpo, ed è ammirevole, quasi commovente, il modo in cui cerca di renderle omaggio. L'attrice riesce ad essere fragile, volubile, tenera, a dare corpo e sostanza a un personaggio piatto, a portare un po' di emozione vera, sincera, in un film dalle emozioni false. È davvero l'anima del film e avrebbe meritato una sceneggiatura, all'altezza della sua performance.

Da un punto di vista tecnico, Blonde è sicuramente ben fatto. Visivamente affascinante, il film cambia continuamente formato, passa dal bianco e nero ai colori da una scena all'altra, ha una fotografia un po' patinata ma molto bella, ed è evidente il grande lavoro di studio fatto sulle foto e i look più famosi di Marilyn. La regia di Dominik è ottima per quasi tutto il film... quasi, perché in più di un'occasione inserisce inquadrature piazzate solo per pura trasgressione personale/ego (la ripresa da dentro i genitali durante l'aborto), o imbarazzanti (il feto che parla, l'apparizione del padre tra le nuvole), che in un paio di situazioni vanno a rovinare delle scene visivamente molto coinvolgenti. Virtuosismi belli da vedere ma che non alleggeriscono le quasi 3 ore di durata e soprattutto non riescono a far dimenticare una storia debole.

Se ci si approccia a Blonde pensando di vedere un film su Marilyn Monroe, si resta delusi, anche un po' infastiditi e annoiati. E pensare che le nuove generazioni possano conoscere Marilyn con questo film, fa un po' rabbrividire. Blonde sicuramente merita una visione, ruba l'occhio, affascina con le immagini, e raccoglierà sicuramente nomination nella stagione dei premi (con Brad Pitt produttore è quasi scontato), ma sotto l'aspetto intrigante c'è una base debole impossibile da ignorare. Non è il film che Marilyn Monroe avrebbe meritato. Alla fine, Blonde usa Marilyn, non la racconta, la tratta come è stata trattata a suo tempo, senza molto rispetto per le sue capacità e per la sua complessità di donna e attrice.

mercoledì 15 giugno 2022

Pinocchio - tante nuove immagini dal film in stop-motion di Guillermo del Toro

Quest'anno, nel giro di pochi mesi, ci saranno ben due film su Pinocchio, per fortuna saranno due film molto diversi tra loro, il primo sarà la versione live action del Classico Disney del 1940, la seconda invece una versione in stop-motion diretta da Guillermo del Toro per Netflix.

Vanity Fair ha dedicato al film di Del Toro un lungo articolo in cui sono presenti molte immagini inedite e affascinanti, oltre ad una intervista in cui il regista messicano sottolinea di aver concepito la sua versione molto tempo prima di quella Disney.
"Ho sempre professato il mio amore e la mia grande ammirazione per la Disney", ha detto Del Toro, "ma stavolta devo prenderne le distanze. La mia è una storia di un burattino con burattini… con recitazione ottenuta grazie a degli animatori attraverso un mezzo completamente diverso. Non potremmo essere più diversi da qualunque altra versione di Pinocchio nei nostri intenti spirituali e filosofici, ma anche nell’ambientazione".

Ecco le nuove immagini.










Ispirato alla celebre fiaba di Collodi, il film di Del Toro è un musical stop-motion ambientato durante l'ascesa del Fascismo e di Mussolini in Italia. Gregory Mann sarà la voce di Pinocchio, Ewan McGregor quella del Grillo, tra i doppiatori anche Cate BlanchettTilda Swinton, Christoph Waltz, Finn Wolfhard, John TurturroBurn GormanRon Perlman, e Tim Blake Nelson.

Il film arriverà su Netflix a dicembre. QUI il link per l'articolo di Vanity Fair.