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martedì 21 novembre 2023

The Killer - la recensione

Presentato al Festival di Venezia 2023 e ora disponibile su Netflix il nuovo film di David Fincher, The Killer, adattamento di una omonima serie a fumetti scritta da Matz e illustrata da Luc Jacamon.

Un meticoloso killer su commissione è in attesa del suo bersaglio in un edificio semiabbandonato di Parigi. Il killer mal sopporta le attese e occupa il suo tempo con stretching, yoga, musica in cuffia e un giro da McDonald. Quando finalmente il suo bersaglio si presenta, per uno sfortunato caso, lui fallisce la missione. Scappa e torna nella sua casa a Santo Domingo, dove scopre che la sua compagna è stata brutalmente aggredita. È la conseguenza del suo errore. In quel momento il killer decide di risalire ai colpevoli di quella aggressione, continuando ad applicare il suo rigido codice di comportamento.

The Killer è un thriller volutamente asettico su un assassino spietato, estremamente freddo e pragmatico. La trama non brilla per originalità ma a fare il film è il suo personaggio principale, che ci viene presentato nella sua routine in attesa di uccidere, un modo per farci conoscere le manie e la precisione di un uomo che segue un suo codice molto preciso che riesce ad applicare con grande abnegazione perché, come sentiamo dalla sua voce fuori campo che accompagna tutto il film, sostanzialmente "non gliene frega un caz*o" degli altri. La regia di David Fincher è pulita e lineare, precisa e meticolosa tanto quanto il suo protagonista. In particolare nel film spicca una lunga scena di lotta, molto fisica, realistica, tra le più belle viste negli ultimi anni. Molto belle anche le musiche, firmate da Trent Reznor e Atticus Ross.

Protagonista, e letteralmente presente in ogni istante del film, un ottimo Michael Fassbender, che riesce a trasmettere la freddezza e la spietatezza totale del suo personaggio. Pochi minuti ma di grande impatto per Tilda Swinton, a cui basta davvero poco per prendersi la scena.

Tutto bene quindi? No. David Fincher sceglie un finale che ha diviso molto pubblico e critica, tra chi ci ha visto una metafora della società contemporanea, chi lo vede come un colpo di genio che si pone in antitesi ai thriller d'azione classici, e chi invece è semplicemente rimasto insoddisfatto. Il film, grazie soprattutto alla sua divisione in capitoli, ci porta in un percorso a tappe: la missione fallita, l'aggressione, l'inizio della vendetta, trovare il primo nome sulla lista, poi il secondo, e infine la persona dietro a tutto. Il difetto del film - che per alcuni invece è il suo punto di forza - è che tutto questo crescendo si conclude in niente. Alla fine si resta con la sensazione di aver assistito ad un film tecnicamente perfetto, freddo ma coinvolgente, con un bel personaggio protagonista, e un crescendo ben strutturato che promette tanto ma non esplode mai, non sfoga, che in sostanza non ha una conclusione, e questo lascia un senso di insoddisfazione.

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mercoledì 27 settembre 2023

El Conde - recensione

Dopo aver raccontato Jackie Kennedy e Lady D, Pablo Larrain torna in patria con El Conde, una storia surreale che vede protagonista il dittatore Pinochet... ma vampiro.

Una figura in divisa militare vola nei cieli di Santiago del Cile in cerca di cuori e sangue per potersi nutrire. Questa figura che semina paura e morte indossa una divisa ben riconoscibile, quella del generale Augusto Pinochet.
La storia del film parte da lontano, addirittura nella Francia del '700, con il soldato francese Claude Pinoche, un vampiro, che attraversa i secoli fino ad arrivare in Cile, dove negli anni '70, diventato il generale Augusto Pinochet, fece un colpo di stato per rovesciare il governo socialista di Allende e imporre un regime autoritario e dittatoriale, fatto di svariate violazioni dei diritti umani, tra cui torture e omicidi. Ma nel 2006, "il Conte", come lo chiama la famiglia, non ha più voglia di vivere e decide di inscenare la sua morte per ritirarsi in una fattoria isolata, assistito dalla moglie e dal fedele (vampiro) maggiordomo Fëdor, essere subdolo e dal passato macchiato di sangue.
I figli, preoccupati esclusivamente per l'eredità, chiedono alla chiesa di occuparsi del padre e "aiutarlo" a morire. Una giovane suora viene mandata alla fattoria con un preciso compito: esorcizzare Pinochet, estirpare il male dentro di lui e cercare di salvare quel che resta della sua anima... sempre che ci sia anima da salvare e non sia lui stesso il Male.

Gli anni della dittatura di Pinochet sono una ferita ancora aperta per il popolo cileno e per raccontare il mostro che ha insanguinato il Cile, senza mai pagare per quanto fatto, Pablo Larrain lo ha davvero trasformato in un mostro, un vampiro. Pinochet nel film è un anziano stanco e senza rimorso, consapevole del suo passato e delle sue azioni ma infastidito solo dal fatto di passare alla storia come un ladro (e lo è stato). Intorno a lui si muove una famiglia di ipocriti, che non spicca per intelligenza, preoccupata solo di recuperare i soldi nascosti nelle varie banche nel mondo. Un ritratto spietato e grottesco di una famiglia senza cuore, con Pinochet che materialmente va a caccia dei cuori e del sangue dei cileni per mangiarli e restare in vita. Un'allegoria che non ha certo bisogno di spiegazioni.

El Conde è difficile da inquadrare in un genere. Girato in un bianco e nero vecchio stile, è un film surreale, ironico, molto politico, ma di fatto una storia di vampiri messa in scena come un B movie horror e una commedia grottesca, capace però di regalare anche momenti visivamente poetici, come la danza della giovane suora nell'aria, supportata dalla bella regia di Larrain.

Non è un film adatto a tutti i palati, alla fine risulta un po' freddo e con un ritmo non proprio incalzante, ma il regista merita davvero i complimenti per aver pensato una storia così assurda e surreale, e allo stesso tempo estremamente politica, una perfetta allegoria del Male che dura nel tempo, che sia Pinochet o altri nomi di politici e dittatori a noi più vicini.

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venerdì 16 giugno 2023

Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo - la recensione

Disponibile su Netflix dal 9 giugno, Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo, la nuova serie scritta da Zerocalcare.

C'era grande attesa intorno alla nuova serie scritta da uno dei fumettisti più apprezzati degli ultimi anni, un'attesa divisa tra chi non vedeva l'ora e chi invece lo aspettava al varco per stroncarlo dopo il grande successo della bellissima Strappare Lungo i Bordi. Chi far parte del secondo gruppo dovrà rassegnarsi perché Questo Mondo Non Mi Renderà Cattivo è un'altra perla firmata Zerocalcare.

Non è il sequel di Strappare Lungo i Bordi, non è la continuazione di quella storia, anche se ci sono dei riferimenti e gli effetti di quella serie, ma è una storia tutta nuova che per tematiche e argomenti affrontati, si avvicina di più alle sue graphic novel. È un racconto molto più politico, sociale, senza però distaccarsi dal suo stile, dal suo umorismo, e dalle citazioni pop/nerd seminate ovunque, nei dialoghi, nelle scene e sullo sfondo.

La serie è ambientata a Rebibbia, quartiere periferico di Roma, dove a scuotere gli animi è l'arrivo di un gruppetto di migranti in un centro accoglienza. La loro presenza attira gruppi nazisti (perché chiamarli fascisti ormai non fa più effetto), che tappezzano i muri delle strade con manifesti con slogan come "No alla sostituzione etnica" e "l'Italia agli italiani" per far alzare ancora di più la tensione, mentre nel quartiere si inizia a sentire aria di scontri violenti. La presenza di questi individui infastidisce uno Zerocalcare alle prese con gli impegni dovuti al successo della serie Strappare Lungo i Bordi, ma a scuoterlo è anche il ritorno di Cesare, un vecchio amico d'infanzia tornato dopo 20 anni passati in comunità. Vorrebbe aiutarlo, ma Cesare sembra ormai una persona molto diversa, molto lontana da lui, forse troppo.
Una storia che ha molte storie dentro che corrono parallele, quella di un quartiere pronto ad esplodere nell'indifferenza della politica e delle forze dell'ordine, che va ad incrociarsi con una storia di amicizia sospesa e impantanata tra diecimila problemi della vita che sembrano irrisolvibili.

La serie assesta dei pugni allo stomaco che non lasciano indifferenti su temi rischiosi da affrontare in un paese come l'Italia. La critica sociale è molto dura, non bisogna per forza conoscere il quartiere di Rebibbia per capire cosa succede perché quel quartiere potrebbe essere la periferia di qualsiasi città d'Italia, un paese che, come canta Giancane nella sigla, è un "Paese meraviglioso" dove i ponti crollano, navi affondano, diritti muoiono e ministri applaudono ed "è tutto stupendo, basta non tocchi a me". Il racconto di quello che accade del suo quartiere, dove ancora oggi vive, è molto schietto e duro contro chi abbandona e sfrutta le periferie, cioè quei luoghi dimenticati dove i politici si precipitano a fare campagna elettorale per poi sparire, dove vengono "scaricati" problemi che creano tensione che poi quegli stessi politici usano per alimentare i propri slogan. In questo senso, divertente e amara la descrizione che fa della composizione del municipio, con la raffigurazione in forma animale delle diverse anime politiche in cui non salva nessuno. La critica sociale non è solo "di massa", sul quartiere, perché quello che succede va ad impattare sulla vita delle persone, ad esempio su Cesare, rappresentazione di come il malcontento e il senso di sconfitta possono covare dentro qualcuno fino a rovinarlo, di come questo possa spingere verso l'estremo fino a renderlo irrecuperabile, o anche sul comportamento di Sarah, costretta dalla sua realtà ad andare contro il proprio credo. Non manca una parte in cui Zerocalcare parla di sé e dei suoi cambiamenti, in cui prende in giro e si prende in giro, anche sull'assurda polemica che è seguita a Strappare Lungo i Bordi, sul suo modo di parlare per qualcuno esageratamente incomprensibile quasi al livello di una lingua straniera.

Il talento di Zerocalcare si conferma ancora una volta nella capacità di raccontare storie che racchiudono tanti temi diversi, personali, sociali, politici, che a loro volta portano a riflessioni profonde, spesso dolorose, sulle insicurezze, l'inadeguatezza, a volte l'impotenza davanti a certi eventi, il tutto con un tocco che unisce divertimento e dramma, ma soprattutto umanità. È un attimo passare dalle battute alle riflessioni più profonde, dalle risate alle lacrime, e a volte le due cose accadono insieme, questo perché i suoi personaggi, compreso l'immaginario amico Armadillo (doppiato ancora una volta da Valerio Mastandrea, che stavolta non è l'unica voce famosa), sono vicini a noi, sono simili a noi, sono persone che potremmo conoscere e in cui ci riconosciamo facilmente. Zerocalcare ha il pregio di saper raccontare in modo semplice, con calore e colore, vita vera ma riportata in formato animato.
Alla fine di tutto si capisce il senso del titolo della serie, tutti i problemi, grandi e piccoli, personali e sociali, ci mettono davanti ad una sfida difficile da affrontare, quella di cercare di non perdersi, fare in modo che questo mondo non ci renda cattivi.

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venerdì 5 maggio 2023

Peter Pan & Wendy - la recensione

Ha debuttato direttamente su Disney+ qualche giorno fa Peter Pan & Wendy, nuovo live action Disney che riprende sia il Classico del 1953 che l'opera originale di J. M. Barrie.

Wendy sta per passare la sua ultima notte in famiglia prima di partire per il collegio. La ragazza non vuole andare, è preoccupata dal cambiamento, vorrebbe rimanere nella sua casa, a leggere e a giocare con i suoi fratelli più piccoli, Michael e John. Quella notte, dalla finestra della stanza da letto piomba Peter Pan, alla ricerca della sua ombra, insieme alla fatina Trilli. Peter ha sentito il desiderio di Wendy di non voler crescere ed è andato da lei per portarla sull'Isola che Non C'è. Per Wendy, Micheal e John inizia così un'avventura fantastica che li porterà ad affrontare i pirati guidati dal temuto Capitan Uncino.

Peter Pan & Wendy dimostra che fare dei live action che non siano necessariamente dei copia&incolla è possibile. Il regista David Lowery, insieme al co-sceneggiatore Toby Halbrooks, è riuscito a prendere gli elementi giusti sia dal Classico Disney che dal testo originale in modo molto equilibrato, riuscendo a dargli una forma nuova senza stravolgere o forzare. È così che ritroviamo tutti gli elementi che conosciamo ma con delle modifiche che non vanno a rovinare nulla e  riescono a dare freschezza alla storia. Il ruolo di Wendy è stato ampliato, le è stato dato un background più solido, la paura di crescere, ed è servito a rendere meno piatto il personaggio, tutto questo senza rubare spazio ad altri. Peter Pan è un buon Peter Pan, faccia pulita e animo un po' sbruffone, e anche su Capitan Uncino è stato fatto un ottimo lavoro per renderlo cattivo ma non senza una vena di malinconia alle spalle.
Un altro punto di forza è l'ottima regia di Lowery, aiutata da una splendida ambientazione, delle belle scenografie e una buona fotografia.

Bene il cast, primo ruolo da protagonista per Ever Anderson, figlia di Milla Jovovich e del regista Paul W.S. Anderson, se la cava bene, ma a rubare la scena è senza dubbio Jude Law nel ruolo di Capitano Uncino. Il film dimostra anche che è possibile mettere insieme un cast molto inclusivo senza il bisogno di stravolgere o imporre forzatamente delle scelte.

Non è un film memorabile come l'Hook di Steven Spielberg, ma è assolutamente insensato paragonarli, Peter Pan & Wendy è un film leggero, una buona rivisitazione, piacevole da guardare, che riesce a raccontare in modo semplice e fanciullesco le difficoltà della crescita, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, il che lo rende adatto sia ai bambini che agli adulti.

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domenica 26 marzo 2023

Lo Strangolatore di Boston - la recensione

È uscito da pochi giorni direttamente su Disney+, Lo Strangolatore di Boston, crime movie con Keira Knightley e Carrie Coon protagoniste.

Boston, anni '60, la vita quotidiana della città viene sconvolta da una serie di omicidi, le vittime sono tutte donne, soprattutto anziane, e la modalità dell'uccisione è sempre la stessa: un uomo che si presenta alla porta, con una scusa convince la donna a farlo entrare, la uccide in modo brutale profanandone il corpo, e poi sparisce nel nulla. Una serie di omicidi che la polizia e la stampa trattano singolarmente, non avendo ancora la mentalità per indagare la figura del "serial killer". La prima a rendersi conto degli elementi in comune tra gli omicidi è Loretta McLaughlin (K.Knightley), giornalista di costume che aspira alla cronaca, ma essendo donna non viene presa sul serio. Affiancata dalla collega Jean Cole (C.Coon), Loretta riuscirà a collegare gli omicidi tra loro, a trovare dei sospettati, a mettere all'angolo una polizia poco collaborativa, e a portare in prima pagina quello che verrà per sempre chiamato "Lo Strangolatore di Boston".

Per quanto il titolo richiami a una figura maschile, Lo Strangolatore di Boston di Matt Ruskin è un film che mette al centro due giornaliste che cercano di farsi strada in un mondo prettamente maschile e maschilista. Quella di Loretta McLaughlin e Jean Cole è una storia dal forte stampo femminista, due donne sulle tracce di un serial killer di donne, in un periodo storico in cui la figura femminile era relegata solo alla famiglia, mentre in campo giornalistico il loro compito si limitava alla recensione di elettrodomestici e al gossip. Il film ha il pregio di essere femminista senza essere stucchevole sull'argomento, senza inserire forzati momenti "girl power", ma semplicemente mettendo al centro della storia le due giornaliste e il loro lavoro.
Molto brave le due protagoniste. Keira Knightley si porta dietro la fama di attrice che a volte eccede in espressività (per dirla breve, una che fa le faccette), qui invece fa il lavoro opposto, gioca di sottrazione, di contenimento, piccoli gesti, micro espressioni, reazioni contenute, riuscendo ad essere molto solida e convincente. Stesso discorso per Carrie Coon, che alla sua Jean aggiunge anche un'aria di navigata esperienza.

Il film rientra nel filone dei crime movie, la ricostruzione delle indagini sullo Strangolatore non è perfetta, qualcosa è stato cambiato, ma nell'insieme risulta abbastanza accurata, così come la ricostruzione storica, soprattutto nelle fumose ambientazioni d'epoca, ma il film pecca nel ritmo, non riuscendo mai ad avere un vero picco emotivo. Non vediamo gli omicidi, li sentiamo soltanto, e aver deciso di non puntare troppo sulla la morbosità dell'atto dell'uccisione e dei corpi profanati non è necessariamente un male, ma una storia contorta e complessa come quella dello Strangolatore, piena di risvolti che portano a domande inquietanti che tirano in ballo più protagonisti, domande che ancora oggi non hanno risposta, avrebbe meritato un maggiore approfondimento e soprattutto maggiore tensione.

Guardando il film, l'associazione più immediata, per tematica e ambientazione giornalistica, è quella con Zodiac, ma Lo Strangolatore di Boston purtroppo non si avvicina al livello della pellicola di David Fincher, è comunque un buon film per una serata crime sul divano di casa, e per conoscere la storia di due giornaliste che aprirono la strada alle donne nel giornalismo investigativo.

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martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - la recensione

È uscito da un paio di settimane ma è ancora nella top5 dei film più visti su Netflix, si tratta di The Pale Blue Eye, che segna una nuova collaborazione tra Christian Bale, protagonista del film, e il regista Scott Cooper.

È il 1830, il detective in pensione August Landor (Bale) sta ancora cercando di metabolizzare la morte della moglie e la scomparsa della sua unica figlia, ma nell'Accademia militare di West Point c'è un caso complesso e macabro: un cadetto è stato trovato impiccato ad un albero e, successivamente, dal suo corpo è stato rimosso il cuore. Landor verrà chiamato ad indagare e dovrà muoversi con cautela all'interno dell'Accademia, in una indagine che non è quello che sembra. Il detective troverà aiuto in un giovane cadetto molto interessato ai misteri, tanto quanto alla poesia, e il suo nome è Edgar Allan Poe (Harry Melling).

Una storia fredda, in cui si respira morte e lutto in ogni risvolto, c'è un'ombra angosciante su tutti i personaggi che si riflette nella regia di Scott Cooper, nell'ambientazione invernale e nella fotografia, anch'essa fredda e desaturata, o si potrebbe definite "pallida", come l'occhio del titolo. Il regista ha il merito di riuscire a mantenere un'atmosfera "alla Edgar Alla Poe", il che significa niente azione ma indagini, personaggi, intrighi e messaggi nascosti, questo rende il film un po' lento, magari anche statico, ma è una lentezza che serve a riflettere lo stato d'animo del protagonista della storia, sospeso nel suo lutto.

Il film ha un ottimo cast, Gillian Anderson, Toby Jones, Timothy Spall, Lucy Boynton e la partecipazione di Charlotte Gainsbourg e Robert Duvall, ma ovviamente al centro ci sono i due protagonisti. Christian Bale riesce benissimo a trasmettere tutto il dolore del suo personaggio, un dolore trattenuto e nascosto, mai esibito e molto intimo. Sorprendente Harry Melling (sì, il cugino odioso di Harry Potter), la sua performance ci regala un Edgar Allan Poe intenso e leggero, fragile eppure deciso, tanto poetico quanto attirato dal macabro, la sua prova è davvero convincente.

La freddezza e la lentezza del film potrebbe non essere adatto a tutti i palati, ma The Pale Blue Eye è un buon film in cui, proprio come nelle storie di Edgar Allan Poe, niente è come sembra e basta davvero un attimo per cambiare le carte in tavola e spiazzare lo spettatore.

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lunedì 7 novembre 2022

Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale - la recensione

Disponibile su Netflix, il film tedesco Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale, nuovo adattamento del celebre romanzo di Erich Maria Remarque. Film scelto per rappresentare la Germania agli Oscar 2023.

La Prima Guerra Mondiale è in pieno svolgimento e ogni giorno conta centinaia e centinaia di morti. La Germania si trova a corto di soldati così, grazie a una propaganda che fa leva sul patriottismo, persuade i giovani ad arruolarsi. Ansioso di affrontare la guerra, caricato dalle falsità che gli venivano raccontate, con l'idea di diventare un eroe e vivere un'avventura straordinaria, il diciassettenne Paul Bäumer si arruola insieme a tre amici. Una volta arrivato sul Fronte Occidentale, nel nord della Francia, i quattro ragazzi si trovano davanti una realtà molto diversa, una guerra cruda, una trincea fangosa dove la morte può arrivare in un attimo per chiunque.

Tre anni dopo il bellissimo 1917, il Cinema (attraverso lo streaming di Netflix) torna a raccontare la Prima Guerra Mondiale, una guerra che è stata soprattutto di trincea e che negli anni in cui è stata combattuta, dal 1914 al 1918, non ha mosso la sua linea del fronte. Una guerra "statica", una linea ferma, in cui migliaia di uomini sono morti per difendere o conquistare qualche inutile metro.
Stavolta tocca al regista Edward Berger raccontare quel fango e quei morti e lo fa attraverso un grande classico già trasposto nel 1930 e nel 1979, e che spiega, sostanzialmente, l'inutilità della guerra. Quello di Berger è un ottimo film, non cerca di "addolcire" o eroicizzare, non cerca vincitori e perdenti, racconta la trincea e la "terra di nessuno" in tutta la sua spietatezza e con il suo enorme carico di morti. La regia è molto bella, coinvolgente, bella la fotografia, le scenografie, la musica sottolinea bene i vari momenti dando la giusta gravità alle scene. 
Molto bravi gli interpreti, in particolare il protagonista Felix Kammerer e Albrecht Schuch.

L'unica pecca del film probabilmente è l'aspetto storico-politico, che viene raccontato in modo un po' sbrigativo. C'è la parte che riguarda le trattative per l'armistizio, con Daniel Bruhl nel ruolo del politico Matthias Erzberger, ma viene lasciato molto ai margini. Anche la figura del Generale Friedrichs, importante per gli sviluppi della storia, soprattutto nel finale, non viene approfondita abbastanza e alla fine risulta un po' abbozzata.

Nonostante non affondi troppo nella spiegazione del contesto, la nuova trasposizione di Niente di Nuovo sul Fronte Occidentale è un bel film, davvero molto bello visivamente, ed è un grandissimo peccato che non sia uscito nei cinema (se non in un numero molto limitato di copie e per un brevissimo periodo), avrebbe meritato il grande schermo di una sala cinematografica. Il film offre un ottimo racconto della Prima Guerra Mondiale, molto coinvolgente, riesce a portare lo spettatore nella trincea, tra fango e sangue, e a descrivere molto bene la disperazione e l'assoluta precarietà dei soldati, in bilico tra la vita e la morte in una guerra inutile.

sabato 29 ottobre 2022

The Good Nurse - la recensione

È uscito direttamente su Netflix il film The Good Nurse, con Jessica Chastain e Eddie Redmayne protagonisti, che racconta la storia di uno dei serial killer più prolifici degli Stati Uniti.

New Jersey, 2003, al Somerset Hospital lavora l'infermiera Amy (Chastain), sola con due figlie e una malattia cardiaca che sta peggiorando. Ad aiutarla nei pesanti turni di notte in terapia intensiva, c'è il suo nuovo collega Charlie Cullen (Redmayne), arrivato all'ospedale dopo averne girati ben nove. Charlie fin da subito si mostra calmo e gentile, soprattutto verso Amy, con cui stringe una sincera amicizia. In terapia intensiva però alcuni pazienti muoiono in modo sospetto. La polizia indaga, la direzione dell'ospedale cerca di coprire i fatti, mentre Amy inizia a sospettare di Charlie e sarà proprio lei ad indirizzare la polizia verso una sconvolgente verità.

Una storia decisamente inquietante, in particolare sotto due punti di vista. Charlie Cullen è un personaggio che mette i brividi, un "angelo della morte" che ha provocato il decesso di almeno una trentina di pazienti accertati, ma che si sospetta possano essere addirittura 400, ed è proprio la sua calma, la pacatezza, la sua totale assenza di empatia a fare paura, il suo essere assolutamente normale e crudele. Se da una parte Charlie provoca inquietudine come persona, dall'altra si prova rabbia a pensare quanti sapevano e non hanno parlato, quanti ospedali hanno preferito nascondere tutto sotto al tappeto invece di fermare un assassino. Tutto il senso di una vicenda che impressiona e inquieta, è rinchiuso nella frase che Charlie dice ad Amy quando lei gli chiede il perché delle sue azioni: "Non mi hanno fermato". Il sistema non lo ha fermato e lui ha ucciso semplicemente perché poteva farlo.

L'inquietudine che pervade la storia dall'inizio alla fine è ben rappresentata dalla regia poco mobile di Tobias Lindholm che offre inquadrature molto "tagliate", e da una fotografia fredda, grigia, buia, che suggerisce bene un'atmosfera claustrofobica, carica di sofferenza e allo stesso tempo asettica da ospedale. Visivamente il film fa il suo, è concreto, senza fronzoli, questo nonostante un ritmo non proprio incalzante. Il film ha un andamento che manca di un vero picco, crea tensione senza mai farla sfociare, ma più che un difetto vero e proprio, si tratta di una precisa scelta narrativa, la voglia di non diventare un puro "crime", o un thriller, di non cedere all'enfasi, e lasciare ai due protagonisti lo spazio per muoversi e creare la storia.

Il vero punto di forza del film infatti sono proprio le interpretazioni di Jessica Chastain e Eddie Redmayne, davvero ottime, tengono perfettamente sulle spalle le due ore di durata. Entrambi mai sopra le righe, sempre al servizio della parte, il loro è un duetto e un duello, Jessica Chastain riesce a trasmettere tutta la sua umanità, il conflitto emotivo che la attraversa e si trasforma durante la storia, mentre dall'altra parte Eddie Redmayne riesce ad essere gentile e freddo, affabile ma dallo sguardo vuoto, inquietante nella sua ambiguità e nei suoi piccoli momenti di rabbia, trattenuti e limitati a pochi brevi secondi.

The Good Nurse è un film ben fatto, ben girato, e soprattutto ottimamente interpretato.

lunedì 12 settembre 2022

Pinocchio - la recensione

È uscito direttamente su Disney+, Pinocchio di Robert Zemeckis, versione live action del Classico Disney del 1940 e nuovo adattamento della celebre fiaba di Carlo Collodi.

La storia è più che nota, si tratta infatti di una delle favole più famose di sempre, ed è stata riproposta (e verrà riproposta ancora) in tutte le versioni possibili. Approcciarsi a questo remake live action non era cosa facile e la scelta di Robert Zemeckis di buttarsi in questa avventura è sicuramente da ammirare. Una scelta che comunque non stupisce, il regista aveva già omaggiato Pinocchio e la scena degli orologi a cucù nel suo Ritorno al Futuro, evidentemente è un grande amante del Classico.
Non era facile quindi, nemmeno sotto il profilo tecnico. Il film è girato in modo ibrido, live action, attori in carne ed ossa, e personaggi in CGI, ma anche questo non è una novità, è qualcosa che ormai vediamo in tanti film e a cui ci siamo abituati.

Robert Zemeckis e lo sceneggiatore Chris Weitz non avevano molte carte da giocare in una storia più che conosciuta in cui c'è poco spazio per le novità, ma ci hanno provato, e l'intenzione era positiva. Se la parte dedicata al Teatro dei Burattini risulta poco incisiva, nonostante un Giuseppe Battiston sopra le righe nei panni di Mangiafuoco, il film presenta molti spunti interessanti: l'idea di Geppetto (un Tom Hanks che fa il suo) vedovo, che vive in solitudine, a cui manca tremendamente il figlio scomparso, tanto da cercare di rimpiazzarlo con un burattino simile a lui; la scena del maestro, in cui viene rappresentata una scuola in cui la "diversità" non viene accettata; notevole visivamente l'inseguimento del "mostro marino"; molto simpatico il Grillo Parlante; interessante anche la rappresentazione degli spiriti nel Paese dei Balocchi; il finale in cui viene suggerito che, in fondo, diventare un bambino vero non è poi così importante, perché anche burattino va bene. Gli spunti interessanti non mancano, quello che sembra mancare però è il "peso", tutto scorre troppo in superficie, niente viene approfondito, nemmeno le parti più famose della storia, ad esempio la Fata Turchina (interpretata da Cynthia Erivo) si vede in una sola scena. Si corre troppo ed è un peccato, oltre che strano in un film che comunque dura quasi due ore, alla fine viene quasi chiedersi con cosa abbiano riempito tutti quei minuti. 

Sotto il profilo tecnico, il film è fatto piuttosto bene, bisogna solo abituarsi a personaggi CGI uguali al film d'animazione ma calati in un contesto in cui si trovano ad interagire con persone e paesaggi veri, Pinocchio non è disegnato in modo realistico ma ha le fattezze del Pinocchio del Classico del 1940. Una scelta che ha fatto storcere il naso a molti, ma che è meno grave di come qualcuno la vorrebbe far passare, tecnicamente sono comunque fatti molto bene, soprattutto il mostro marino.
Un'altra scena criticata è quella degli orologi a cucù, scena iconica del Classico, una delle più belle mai fatte dalla "vecchia" animazione Disney, qui riproposta in modo quasi fedele, a cui però sono stati aggiunti riferimenti del mondo Disney, c'è Paperino, Il Re Leone, Dumbo. Troppo autoreferenziale? forse, ma dopotutto la Disney è solita citare sé stessa nei suoi film, e qui Zemeckis ha scelto di omaggiare a tutto tondo e senza freni. C'è da dire però che gli orologi di Biancaneve e La Bella Addormentata sono davvero spassosi.

Da un nome come Robert Zemeckis ci si aspetta sempre qualcosa di più, ma in questo caso non era facile e il risultato lo dimostra, una versione molto "light" di Pinocchio. Ai bambini piacerà, sembra infatti pensato e realizzato proprio per i più piccoli, e i genitori possono sempre sedersi sul divano accanto ai figli e vederlo con loro.

mercoledì 25 maggio 2022

Cip e Ciop Agenti Speciali - la recensione

Chi è nato negli anni '80 non può non ricordare la serie animata della Disney Cip & Ciop Agenti Speciali, andata in onda tra la fine degli anni '80 e inizio anni '90, dove i due protagonisti, Cip e Ciop appunto, vivevano mille avventure in stile "Indiana Jones". Un cartone cult che ora torna in una nuova veste, film e animazione mista.

Los Angeles oggi è una città in cui esseri umani e personaggi animati, che siano di film, serie o videogiochi, vivono insieme, e dove Cip e Ciop non sono più una coppia da anni, cioè da quanto hanno "rotto" a causa della chiusura della serie. Cip ormai vive una vita ordinaria, fa l'assicuratore, è sempre l'impiegato del mese, ha una casa col giardino e un cane; Ciop invece si è sottoposto a un "intervento di CGI" e si è inserito nelle convention nostalgiche, con il suo stand, insieme ad altri vecchi personaggi che cercano di trovare, o ritrovare, visibilità. I due si incontreranno di nuovo e saranno costretti ad unire le forze per salvare la vita del loro amico Monterrey Jack, rapito dai "banditi della valle", una banda che sequestra i vecchi cartoni animati e gli cambia i connotati per fargli girare brutti reamke di serie B, e a capo di questa banda c'è un insospettabile personaggio ormai invecchiato (male!).

Cip e Ciop Agenti Speciali è un film molto intelligente, astuto, sotto alcuni aspetti anche geniale, e soprattutto mai ruffiano. L'operazione messa in piedi è molto simile a quella fatta da Robert Zemeckis nel 1988 con il capolavoro Chi Ha Incastrato Roger Rabbit, ma non c'è mai l'intento di copiare, più che altro, quello di ripercorrere i suoi passi, e non solo con il particolare uso dell'animazione. Il film è a tecnica mista, live action e animazione, che recentemente abbiamo visto anche in Space Jam Legacy e Detective Pikachu, ma qui i diversi tipi di animazione che si incrociano sono molti di più, c'è l'animazione 2D, la perfetta animazione in 3D di oggi, la prima animazione in 3D, piena di difetti, e c'è anche la stop-motion. Tecnicamente è davvero bello da guardare, le animazioni diverse comunicano tra loro in modo molto naturale e fluido, a partire dai due minuscoli protagonisti, Cip in 2D e Ciop in 3D.
Tutto il film è un susseguirsi di umorismo, autoironia e citazioni molto nerd, non solo dal mondo Disney, basti pensare a "Ugly Sonic", cioè la prima versione di Sonic del film che tanto aveva inorridito il pubblico, qui riproposta come vero personaggio scartato e in cerca di visibilità. Sono tanti gli easter egg e le "chicche" da notare, dai personaggi sullo sfondo ai falsi film che vengono citati (uno su tutti, Meryl Streep in versione Mr. Doubtfire!), particolari che molto probabilmente solo il pubblico più adulto potrà capire, così come un certo tipo di umorismo e di battute (non guarderete più Peter Pan nello stesso modo). Il film prende in giro anche l'attualità del Cinema, perso tra mille reboot, remake, sequel e saghe, e lo fa mettendo al centro proprio due personaggi del passato che ritornano nelle loro vecchie vesti.
L'unico punto debole del film è forse la trama, un po' semplicistica, molto basilare e ovvia, pensata evidentemente per il pubblico più piccolo. Si potrebbe dire che il film viaggia su due livelli, uno ad altezza bambino, con una classica rocambolesca storia di amicizia ritrovata, l'altro ad altezza adulto, tra umorismo e citazioni. Se avessero investito di più sul livello per gli adulti, probabilmente avremmo avuto un vero e proprio cult.

Cip e Ciop Agenti Speciali è un esperimento riuscito, divertente e tecnicamente perfetto.

venerdì 6 maggio 2022

Licenziato da Netflix per "condotta inaccettabile", Frank Langella si difende e incolpa la "cancel culture".

È passato quasi un mese dalla notizia del licenziamento di Frank Langella da La caduta della casa degli Usher, serie Netflix diretta da Mike Flanaghan.

L'attore, 84 anni, è stato licenziato per "condotta inaccettabile" e molestie, dopo la lamentela di una giovane attrice del cast che ha denunciato alla produzione di essere stata toccata in modo inappropriato dall'attore. Il tutto è successo a tre settimane dalla fine delle riprese e Netflix, dopo aver svolto delle indagini interne, ha licenziato Langella e poi ha deciso di adottare lo stesso metodo usato per Kevin Spacey in Tutti i Soldi del Mondo, cioè cancellare l'attore e rigirare tutte sue scene con il sostituto, Bruce Greenwood.

Dopo giorni di silenzio, Frank Langella ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti, puntando il dito contro la a "cancel culture". Quello che si evince dal suo racconto, al di là di quanto si voglia credere a una o all'altra parte, è come sui set oggi, dopo l'ondata del #MeToo, ci sia molta più attenzione verso determinati comportamenti, soprattutto quando si devono girare scene d'amore, con l'ingresso di questa nuova figura, il coordinatore di intimità, a controllare che nessuno faccia più di quanto stabilito, e come questo stia portando attori e attrici a doversi adattare a qualcosa di nuovo, a un nuovo modo di stare sul set, e c'è chi ci riesce e chi no. Ma viene fuori anche il rovescio della medaglia, cioè quanto sia facile fraintendere, esagerare o esasperare, con le produzioni, in questo caso Netflix, molto preoccupate di evitare scandali e proteggere la propria immagine.

Ecco le parole dell'attore, che ha scritto una lunga lettera a Deadline.

"Sono stato cancellato. Così, all'improvviso. Nella crescente follia che attualmente pervade il nostro ambiente, non avrei mai potuto immaginare che le parole "danni collaterali" sarebbero state applicate a me. Hanno portato con sé un peso che non mi ero aspettato di dover sopportare nei decenni conclusivi della mia carriera. E insieme a questo è giunto un senso imprevisto di grave pericolo. Sono stato licenziato da Netflix per quello che hanno deciso fosse un comportamento inaccettabile sul set. Il mio primo istinto è stato quello di incolpare, di attaccare e cercare vendetta. Ho fatto colloqui con responsabili di gestione di crisi, tosti avvocati online, quelli che offrono comprensione professionale per 800 dollari l'ora. Mi hanno anche offerto consigli gratuiti: "Non fare la vittima". "Non citarli in giudizio, scaveranno nel tuo passato". "Firma l'accordo di non divulgazione, prendi i soldi e scappa". "Vai ai talk show, mostra pentimento, fingi umiltà, Dì che hai imparato un sacco". Scusati, scusati, scusati.
Avevo il ruolo protagonista di Roderick Usher in La caduta della casa degli Usher, modernizzata in una serie di otto episodi per Netflix. Un ruolo splendido, che ero giunto a considerare come probabile mio ultimo canto del cigno. Una cosa profetica in modo bizzarro, nelle attuali circostanze. Il 25 marzo di quest'anno interpretavo una scena d'amore con l'attrice che fa la mia giovane moglie. Entrambi eravamo interamente vestiti. Ero seduto su un divano e lei era in piedi di fronte a me. Il regista ha dato lo stop. "Mi ha toccato la gamba" - ha detto l'attrice - "Non era nel blocking" (il piano con cui vengono coreografate le azioni prima di girare una scena, ndr). Poi si è girata e se n'è andata dal set, seguita dal regista e dal coordinatore per le scene intime. Ho cercato di seguirla ma mi hanno chiesto di "darle un po' di spazio". Ho aspettato per circa un'ora, quando mi hanno detto che non sarebbe tornata sul set e che avevamo finito. Poco tempo dopo, è iniziata un'indagine.

Circa una settimana dopo, l'ufficio Risorse Umane ha chiesto di parlarmi al telefono. "Prima che iniziasse la scena d'amore il 25 marzo" - ha detto chi mi interrogava - "il nostro coordinatore per le scene intime ha suggerito a entrambi dove mettere le mani. Ci è stato detto che lei ha risposto "questo è assurdo!". "Sì" - ho risposto - "l'ho fatto e ne sono ancora convinto". Era una scena d'amore di fronte a una telecamera. Dettare per legge dove mettere le mani, per me, è ridicolo. Danneggia l'istinto e la spontaneità. Verso la fine della nostra conversazione, lei ha suggerito che non contattassi la signorina, il coordinatore per le scene intime o chiunque altro nell'azienda. "Non vogliamo rischiare dei contraccolpi", mi ha detto. Quando le ho detto che certo non era mia intenzione di... mi ha interrotto cortesemente e ha detto "Non ci interessano le intenzioni. Neflix si occupa solo degli effetti".

Quando è protagonista, un attore deve, secondo me, dare l'esempio mantenendo un'atmosfera leggera e amichevole. Tuttavia, questo faceva parte dell'accusa: 1. "ha raccontato una barzelletta sconcia". 2. "A volte mi ha chiamato tesoro o bambina". 3. "Mi ha abbracciato o mi ha toccato la spalla". "Non puoi fare questo, Frank" - mi ha detto il produttore - "non puoi scherzare. Non puoi fare complimenti. Non puoi toccare. È il nuovo ordine". Il 13 aprile, il titolo seguente è apparso su TMZ: "Frank Langella è stato licenziato da Netflix per aver palpeggiato un'attrice tra un ciak e l'altro e lei ha lasciato il set infuriata". Si faceva il nome dell'attrice. Era la stessa giovane donna che mi aveva accusato di "toccarle la gamba" durante le riprese della scena d'amore. Il giorno successivo l'articolo fu corretto in "Frank Langella non è stato licenziato ma è oggetto di indagine". In questa versione, il nome dell'attrice era cancellato. Quel pomeriggio stesso, sono stato licenziato. Netflix non mi ha dato udienza. La mia richiesta di un faccia a faccia con l'attrice è stata rifiutata. I registi e il produttore hanno smesso di rispondere alle mie email e alle mie telefonate. 30 minuti dopo il mio licenziamento, è arrivata una lettera al cast e alla troupe ed è stato mandato immediatamente un comunicato stampa. I miei rappresentanti ed io non abbiamo avuto opportunità di commentare o collaborare alla narrazione.

Non posso parlare delle intenzioni dei miei accusatori o di Netflix, ma l'impatto su di me è stato incalcolabile. Ho perso una parte fantastica, la possibilità di guadagni futuri e forse dovrò affrontare un periodo di disoccupazione. Netflix mi ha eliminato dopo tre mesi di lavoro, a sole tre settimane dalla fine delle riprese e devo ancora essere pagato interamente per il mio lavoro. Cosa ancora più importante, la mia reputazione è stata sporcata. Questi affronti sono, per me, la vera definizione di comportamento inaccettabile. La cancel culture è l'antitesi della democrazia. Reprime la conversazione e il confronto. Limita la nostra capacità di ascoltare, mediare e scambiare punti di vista antitetici. Cosa ancora più tragica, annienta il giudizio morale. Questo non è giusto. Questo non è americano.

Frank Langella. "

martedì 15 marzo 2022

The Adam Project - la recensione

È uscito su Netflix da pochi giorni, The Adam Project, sci-fi che rinnova la collaborazione tra Ryan Reynolds e il regista Shaw Levy.

Pronti via, incontriamo Adam (Reynolds) nel pieno di una battaglia nei cieli del 2050, proprio quando sta per fare un salto indietro nel tempo con la sua navicella per una missione importante e personale. Torna così al 2022, per farsi aiutare dal sé stesso dodicenne, cioè un ragazzino dalla parlantina sciolta proprio come la sua versione adulta ma piccolo, fragile, bullizzato e reduce dalla prematura morte del padre. La missione però cambia ancora, e dal 2022, entrambi gli Adam dovranno tornare indietro nel 2018 per parlare proprio con il padre e cercare di salvare il futuro.

Già solo leggendo la trama vengono in mente molti altri film, e infatti The Adam Project è un insieme di citazioni e situazioni prese da altre pellicole, e non lo nasconde affatto. C'è Terminator (citato proprio da Reynolds in una battuta), ovviamente Ritorno al Futuro, ci sono atmosfere "alla Spielberg" (la scena del capanno ricorda un po' E.T. e i rapporti familiari), le scene d'azione sono tra Star Wars e Top Gun, e così via. Il regista Shawn Levy pesca direttamente dalla cultura cinematografica più vicina alle sue corde, quella degli anni '80, e lo fa in modo evidente, ma soprattutto in un modo giusto.

In alcuni punti, il film dà l'impressione di correre un po' troppo negli eventi, succede tutto molto velocemente in una storia che si svolge in tre periodi diversi - 2050, 2022, 2018 - ma in un arco di tempo relativamente breve, un modo per rendere il film incalzante ma che ha il risvolto negativo di non dare il giusto spazio ad alcuni personaggi, come quello di Zoe Saldana o, ancora più importante, al villain del film, interpretato da Catherine Keener, che risulta troppo poco approfondito per mostrarsi come una vera minaccia per i protagonisti e per il mondo intero. È un film che parla del Tempo, forse una ventina di minuti in più avrebbero fatto comodo per approfondire alcuni aspetti, ma è un punto negativo in mezzo a dei punti positivi. Oltre che nelle citazioni, la pellicola trova forza sicuramente nell'ironia e nelle battute di Ryan Reynolds che "fa il Ryan Reynolds", ormai sembra quasi uno status parallelo dell'attore, c'è il Reynolds che recita e quello che "fa il Ryan Reynolds", in questo caso supportato, e in alcuni momenti anche superato, dal giovane Walker Scobell (Adam dodicenne), e trova forza in particolare nel risvolto più intimo della storia. Alla fine, spogliato del lato sci-fi, dell'azione e delle battute, il film racconta la storia di un rapporto interrotto in modo brusco, e soprattutto troppo presto, tra un figlio e suo padre (Mark Ruffalo), parla dei non detti, della tristezza repressa che si trasforma in rabbia, che poi viene scaricata su una madre (Jennifer Garner) rimasta sola, ed è qui che il film trova calore. 

The Adam Project non è un capolavoro, non passerà alla storia come alcuni dei film che cita, ma è piacevole, divertente, e ben fatto.

venerdì 7 gennaio 2022

The Unforgivable - la recensione

Da giorni ormai è stabile nella Top10 dei film più visti su Netflix, si tratta di The Unforgivable, nuovo film con Sandra Bullock protagonista.

Ruth esce di prigione dopo aver scontato 20 anni per omicidio e tutti gli anni passati dentro li porta addosso, sul corpo e nell'anima, l'unica piccola speranza che ancora resta accesa in lei, è la possibilità di rivedere la sorella minore, Katy, lasciata il giorno dell'omicidio, quando aveva solo 5 anni. Ruth prova a ripartire, trova due lavori, ma la nomea di ex galeotta, e soprattutto quella di "ammazza poliziotti", la perseguita. I ricordi la riportano alla sua vecchia casa, dove è avvenuto il fatto e dove ora vive una nuova famiglia, in cui l'uomo è avvocato e si propone di aiutarla a cercare di contattare la sorella, che ormai vive con un'altra famiglia e ha solo vaghi e confusi ricordi del suo passato. Ma sulle tracce di Ruth ci sono anche i figli del poliziotto morto e nemmeno loro hanno dimenticato.

Adattamento di una serie tv inglese, il film è diretto dalla regista tedesca Nora Fingscheidt, al suo esordio in un lungometraggio. The Unforgivable ha una bella premessa: com'è la vita di chi esce dal carcere dopo aver scontato la sua pena? c'è davvero la possibilità di ripartire? Ruth ci prova ma il marchio che ha addosso sembra indelebile e, come dice il titolo, imperdonabile. Questa è la traccia in cui il film dà il suo meglio, sorretto soprattutto dall'interpretazione di Sandra Bullock. Il film si appoggia totalmente sulle sue spalle e lei dimostra, ancora una volta, di saper reggere il peso. La sua Ruth è una donna che ha imparato ad incassare in silenzio, sia i continui giudizi che i colpi, anche quelli fisici, che le arrivano continuamente addosso. È una Sandra Bullock molto diversa dal solito, dimessa, sciatta, con un'espressione dura e fredda sul volto, manifestazione totale della sua resilienza.

Il film dura meno di due ore, quasi una rarità visto che oggi anche le commedie durano più di due ore, in questo caso però, una ventina di minuti in più avrebbero forse aiutato ad analizzare meglio le altre strade che la storia propone: la nuova famiglia della sorella che non vuole farla avvicinare; i figli del poliziotto morto in cerca di vendetta; la nuova famiglia che vive nella vecchia casa di Ruth. Il film si accontenta di accennarle soltanto, ed è un peccato, sarebbe stato bello vedere più interazioni tra Sandra Bullock e la sempre brava Viola Davis, e sarebbe servito anche a dare un po' più di spessore agli "antagonisti" della storia.

The Unforgivable ha forse il difetto di restare sempre sul sentiero sicuro, ma è un buon dramma che ha come punto di forza l'ottima interpretazione di Sandra Bullock.

giovedì 9 dicembre 2021

Florence Pugh segnalata dai fan su Instagram per un post su Hawkeye

Da ieri, su Disney+, è disponibile il nuovo episodio Hawkeye, serie Marvel dedicata a Occhio di Falco (Jeremy Renner) in coppia con Kate Bishop (Hailee Steinfeld). E nel quarto episodio è presente un personaggio che abbiamo già visto.

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ATTENZIONE! POSSIBILI SPOILER!
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Nella serie ha fatto il suo debutto Florence Pugh nei panni di Yelena Belova, "sorella" di Natasha Romanoff, già vista in Black Widow, film uscito lo scorso luglio. La sua presenza non è certo una sorpresa, il collegamento tra il personaggio e la serie era già stato annunciato nella scena dopo i titoli di coda nel film su Vedova Nera.
L'attrice ha voluto  festeggiare il suo ingresso nella serie con un post su Instagram, un post del tutto innocente che, incredibilmente, ha scatenato la rabbia dei fan che l'hanno accusata di aver fatto spoiler. Il post è stato segnalato in massa dai fan così il social lo ha rimosso.

Florence Pugh è rimasta male, con una storia, sempre su Instagram, si è lamentata del comportamento "oltre il ridicolo" dei fan.
Ecco il suo sfogo: "Non avrei mai pensato che  pubblicare il mio affetto per uno show in cui compaio potesse dar così fastidio. Ma eccoci qui, qualcuno si è lamentato e quindi ora non posso pubblicare le mie scene. Siamo oltre il ridicolo.
Partecipare a Hawkeye è un privilegio e grazie a tutti quelli che mi hanno accolto sul set, e a tutti coloro che stanno guardando".


È vero che l'episodio era online da meno di un giorno e quindi molte persone non l'avevano ancora visto, però addirittura segnalare e far cancellare un post quando su Twitter, Facebook e lo stesso Instagram, erano già apparsi centinaia di post e tweet che parlavano di Yelena Belova e della scena nella serie, ci sembra una reazione decisamente esagerata da parte dei fan.

Questo il post incriminato.



martedì 30 novembre 2021

Tick, Tick... Boom! - la recensione

Sono i primi anni 90 e Jonathan Larson è impegnato con il workshop newyorkese del suo musical, una space opera rock che sta scrivendo da otto anni e che spera sia il biglietto d'ingresso nel mondo di Broadway. Tutti i suoi idoli avevano raggiunto il successo prima dei trent'anni e per Jonathan l'orologio corre... tick, tick, tick... manca una sola settimana al suo trentesimo compleanno.


L'esordio alla regia cinematografica di Lin-Manuel Miranda non poteva che essere questo, l'adattamento della piece teatrale autobiografica scritta e interpretata dal geniale autore di Rent, che qui ha le sembianze e la voce di un Andrew Garfield in odore di premi. 

Andando avanti e indietro tra il palcoscenico, dove Larson racconta al suo pubblico della folle settimana che lo avrebbe portato a compiere quei fatidici trent'anni, e i flashback in cui lo vediamo scrivere un musical che non vedrà mai la luce ma che sarà in un certo senso davvero la sua rampa di lancio, Lin-Manuel Miranda dirige una vera e propria lettera d'amore sia all'autore, che è stato di così vitale importanza nel musical moderno, sia all'intero mondo del Teatro e in particolare del musical, capace di descrivere la realtà trasportandoti fuori del mondo reale, attraverso la musica, ma sempre parlando di temi molto veri.

E infatti assistiamo alla vita fallita (forse) di Larson che si sente già troppo vecchio rispetto al successo, che sente di aver perso ormai quel passaggio e di non poter recuperare. L'idea che i trenta siano gli anni in cui arrivare all'apice, è molto americana e poco italiana, così come la conseguente sensazione di fallimento che accompagna la consapevolezza che a volte la vita può andare diversamente, ma che la perseveranza ci farà raggiungere i nostri obiettivi. Una sensazione che molti hanno provato, anche in una società tanto diversa da quella americana come la nostra, dove l'età e la giovinezza hanno tutta un'altra concezione.


Allora perché Tick, Tick...Boom! risulta ugualmente tanto emozionante? Un po' perché se si conosce la triste storia di Jonathan Larson è impossibile non essere toccati dalla crudele ironia della vita e della morte, ma soprattutto perché tanto i personaggi quanto lo sfondo su cui si muovono, riescono ad avvincere lo spettatore e trasportarlo dentro la storia.

E poi, naturalmente, ci sono le musiche, che sono splendide e che è impossibile non amare durante e dopo la visione, confermando ancora una volta che Lin-Manuel Miranda è uno dei grandi del musical contemporaneo.

mercoledì 17 novembre 2021

The Harder They Fall - la recensione

 Disponibile su Netflix il western The Harder They Fall, con un cast "all black".

Nat Love (Jonathan Majors) è un fuorilegge che ruba ai fuorilegge ma ha una missione personale che riguarda la sua infanzia: uccidere chi ha ucciso i suoi genitori. Quando ormai è convinto di averli trovati tutti, viene a sapere che il responsabile principale, l'uomo che ha premuto il grilletto, Rufus Buck (Idris Elba), sta per essere rilasciato dal carcere per riunirsi alla sua banda e riprendersi la città che ha fondato. Per Nat Love è il momento della vendetta ma vendicarsi non è affatto facile.

The Harder the Fall è un film western che parla di vendetta ma il film stesso, in un certo senso, è una vendetta, e lo dice fin dalla prima immagine, con la scritta: "Anche se gli eventi di questa storia sono di fantasia... Queste. Persone. Sono esistite". Il senso del film è racchiuso in questa frase, riprendersi il posto in un genere che non li ha mai visti protagonisti e che in passato, nei western classici, dei tempi di John Wayne, li ha proprio esclusi. Si tratta di revisionismo storico? In parte sì ma il personaggio principale della storia, Nat Love, è davvero esistito, è stato uno schiavo, poi un cowboy, ed è considerato un vero eroe del Vecchio West.

Il film, diretto dal produttore musicale Jeymes Samuel, qui al suo debutto come regista, ci porta in una specie di "mondo parallelo" in cui il Vecchio West è popolato solo da afroamericani, con i bianchi che hanno le loro città (tutte bianche, senza colori), sono molto distanti dal mondo vissuto dai protagonisti della storia e hanno ruoli marginali, quasi sempre da idioti, razzisti o persone timorose.
Fin dalle prime scene, è evidente che il regista ha deciso di puntare tutto sullo stile, i personaggi sono "cool" in tutto, modo di vestire, di muoversi, di parlare, e sono così per tutta la durata del film, in qualsiasi situazione, una scelta un po' impostata, quasi fumettistica, che però funziona. Anche la regia è molto legata allo stile ed è evidente, il tentativo di Samuel di rifarsi ai grandi registi dei western, Sergio Leone e Sam Peckinpah, e al più recente Quentin Tarantino di Django Unchained. Da un punto di vista stilistico, il risultato non è male, ci sono buone trovate visive, ritmo, il problema è che a lungo andare si ha la sensazione che più che omaggiare, Samuel abbia proprio cercato di copiare, in particolare Tarantino, cosa che si nota anche nei dialoghi. Il regista e lo sceneggiatore Boaz Yakin, hanno provato a rifare dei dialoghi "alla Tarantino", riuscendo a dismotrare solo che i dialoghi alla Tarantino li può fare solo Tarantino, ma questo fa venire fuori il vero punto debole del film: la sceneggiatura. La storia di base è buona, il film parte con il bel pretesto della vendetta, che nel western ci sta sempre bene, ma andando avanti questo si perde per piegare verso un sentimentalismo di cui non si sentiva il bisogno, per poi cercare di riprendere il tema vendetta sul finale ma senza affondare, anzi cercando di spiazzare lo spettatore con una rivelazione troppo debole e troppo facile. A farne le spese sono i personaggi principali, non si riesce ad empatizzare fino in fondo con Nat Love e le sue motivazioni, non basta una breve scena iniziale per far capire la sua voglia di vendetta, e anche il villain, il cattivissimo Rufus Buck, se ne parla come un diavolo ma nella storia si vede talmente poco che non si riesce a percepirlo come un nemico da temere.

Il cast fa il suo con quello che ha, bravo Jonathan Majors, Idris Elba fa quello che può con il poco spazio che ha, avrebbe meritato un personaggio con più scene e più spessore, Delroy Lindo fa sempre la sua bella figura, ma a spiccare più di tutti è sicuramente Regina King, l'attrice riempie sempre la scena, basta uno sguardo e cattura l'attenzione, ha il personaggio migliore del film ma è lei a renderlo migliore.

The Harder They Fall sembra un fumetto western, con scenografie stilizzate, costumi "cool", le pistole d'oro, ha la forma, gli attori giusti, una bella colonna sonora che spazia dall'hip-hop al reggae, purtroppo gli manca la sostanza. Forse il regista avrebbe dovuto pensare un po' meno allo stile e più alla sceneggiatura.

lunedì 15 novembre 2021

Red Notice - la recensione

Costato la mostruosa cifra di 200 milioni di dollari, arriva su Netflix l'action comedy Red Notice, il film più costoso mai prodotto dalla compagnia streaming.

Il profiler dell'FBI John Hartley (Johnson) è sulle tracce di uno dei più famosi ladri d'arte del mondo, Nolan Booth (Reynolds), che si trova a Roma per rubare una delle tre Uova di Cleopatra, pezzi d'arte rari, unici, e pregiatissimi. Sulle tracce delle Uova però c'è anche un altro ladro, il più bravo di tutti, il misterioso Alfiere (Gal Gadot). Hartley si ritroverà incastrato per furto, con il proprio nome rovinato, e finirà in carcere proprio nella cella di Booth. Tra i due nascerà una strana e traballante alleanza, alla ricerca del terzo Uovo, di cui nessuno conosce la posizione, per cercare di battere l'Alfiere.

Commedia d'azione itinerante, che a causa del Covid non ha potuto girare fisicamente in tutte le città che visita (in particolare a Roma, Castel Sant'Angelo è stato ricostruito in studio, tra scenografie vere e CGI), che punta tutto sul suo trio di protagonisti, Dwayne Johnson, Ryan Reynolds e Gal Gadot. Il regista Rawson Marshall Thurber, anche sceneggiatore, gli costruisce intorno una storia divertente, con molta azione, ottimi effetti speciali, con qualche buon colpo di scena, e una marea di citazioni, che non sono nascoste ma spesso proprio dichiarate, soprattutto dal personaggio di Reynolds. Il riferimento più immediato ed evidente è senza alcun dubbio il capolavoro di James Cameron True Lies, per lo stile, i toni e la scena di tango, c'è tanto Indiana Jones (il bunker dei nazisti, il numero su una delle scatole, la musichetta fischiettata, il ponte di legno che crolla), un po' di James Bond e Mission: Impossible, una dose di Lupin e del videogioco Uncharted. Il regista mette insieme un cocktail che, nonostante non offra niente di nuovo, funziona senza grossi problemi restando sempre su un sentiero sicuro, senza mai provare a fare qualcosa per stupire più di tanto.

Dwayne Johnson fa il Dwayne Johnson, con tanto di spot alla sua tequila, Ryan Reynolds fa il Ryan Reynolds, che invece fa pubblicità al suo gin, i due attori insieme formano una coppia "buddy", e Gal Gadot porta equilibrio tra i due. I tre attori divertono perché si capisce che si sono divertiti a girare il film insieme, e questo fa funzionare bene il trio.

Red Notice non inventa niente di nuovo, è tutto già visto, ma è mescolato nel modo giusto e alla fine offre un buon intrattenimento.

giovedì 4 novembre 2021

The Guilty - la recensione

Nel 2018 usciva nei cinema europei il film danese Il Colpevole di Gustav Möller, nel 2021 è il regista Antoine Fuqua a firmare il remake americano, prodotto e interpretato da Jake Gyllenhaal e disponibile su Netflix.

Los Angeles è in piena emergenza incendi, Joe Baylor (Gyllenhaal) è un poliziotto "prestato" al turno notturno del centralino del 911 dopo essere stato sospeso dal servizio in strada. Joe è molto stressato, quasi rabbioso, vive un momento difficile in famiglia, odia lavorare al centralino, e la mattina dopo lo aspetta il processo per decidere sul suo futuro da poliziotto. La nottata procede tra le continue chiamate di gente in difficoltà o con problemi di vario genere, fino a una telefonata in particolare, quella di una donna, Emily, che finge di parlare con la figlia e gli fa capire di essere stata rapita. Joe intuisce che la situazione è serie e che deve agire in fretta per trovare quella donna e salvarla.

Girato in piena pandemia, Antoine Fuqua e lo sceneggiatore Nic Pizzolatto (True Detective) riprendono la forma e la struttura del film originale senza cambiare più di tanto, ma adattandola al contesto degli Stati Uniti, con i devastanti incendi di Los Angeles a creare un quadro e a definire il momento, e i fatti di cronaca relativi alla polizia USA a caratterizzare il background del protagonista. La particolarità della storia è che si svolge tutta in un solo spazio e vede praticamente un unico personaggio interagire con delle voci al telefono, una situazione che porta tensione alla storia ma che va maneggiata con grande sapienza per riuscire a riempire ogni spazio. The Guilty lo fa ma non sempre, nel film si riscontrano i problemi più ovvi che una storia impostata in questo modo può portare, ha momenti in cui l'attenzione è al massimo e altri in cui la storia sembra impantanarsi.
Fortunatamente, il film si appoggia sulle spalle larghe di Jake Gyllenhaal, che riesce a tenere la storia in carreggiata ogni volta che sembra iniziare a girare un po' a vuoto. Quella dell'attore è un'interpretazione molto convincente ed emotiva, riesce a trasmettere perfettamente la rabbia repressa ma pronta ad esplodere del personaggio e il coinvolgimento sempre più personale verso quella telefonata che ad ogni squillo cambia, si evolve in una direzione diversa, fino a diventare una specie di specchio in cui lo stesso protagonista trova consapevolezza.
Da vedere, se possibile, in lingua originale, le voci al telefono infatti sono di Riley Keough, Peter Sarsgaard, Ethan Hawke e la partecipazione di Paul Dano.

In The Guilty non funziona sempre tutto ma funziona abbastanza. A mancare maggiormente è forse proprio la mano di Antoine Fuqua, manca il suo timbro, il suo tocco in più, ma è un film che intrattiene bene, perfetto per una serata thriller sul divano, e può vantare un'interpretazione ottima di Jake Gyllenhaal che da sola vale la visione.

martedì 22 giugno 2021

L'Europa potrebbe limitare film e serie inglesi dalle piattaforme streaming

 La notizia è stata riportata ieri dal Guardian e, se confermata, sarebbe davvero clamorosa.

Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, l'Unione Europea starebbe preparando una mossa per "limitare" la presenza di prodotti UK dalle piattaforme streaming (e non solo), in modo da dare più spazio ai prodotti europei.
Il Guardian ha riportato di aver avuto accesso a un documento in cui viene dichiarato che la massiccia presenza di film e serie inglesi, metterebbe a rischio la "diversità culturale" dell'Europa e per questo l'UE potrebbe rivedere la direttiva sui servizi media audiovisivi, secondo la quale le tv devono trasmettere per la maggior parte contenuti europei, mentre sulle piattaforme streaming almeno il 30% dei titoli deve essere europeo (la Francia ha fissato una percentuale molto più alta, 60%).
Insomma, si sta pensando a un cambiamento per avere "più Europa" in tv e in streaming e, dopo la Brexit, la Gran Bretagna non è più Europa e i suoi prodotti non rientrano più nella definizione "europeo", quindi dovrebbe essere esclusa, o limitata, nella diffusione.

Ma succederà davvero? A quanto pare, sì. La Commissione Europea sarebbe pronta ad avviare uno studio per capire quanto i prodotti, ormai extra-europei, della Gran Bretagna influiscano negativamente sulla "diversità culturale" dell'Europa, e poi si potrà agire di conseguenza.

Per il settore audiovisivo della Gran Bretagna, questo sarebbe un colpo durissimo. Dopo gli USA, l'Europa è il mercato più importante per le produzioni britanniche, si parla di quasi 600 milioni di euro provenienti dalla vendita dei diritti (dato del 2019/2020), inoltre questa limitazione potrebbe portare a grossi rallentamenti nello sviluppo di determinati progetti.

"Attualmente i prodotti audiovisivi provenienti dal Regno Unito continuano a essere definiti europei", ha commentato un portavoce del governo, "in quanto il Regno Unito fa parte della Convenzione Europea sulla Televisione Transfrontaliera (ECTT)".

Francia, Spagna, Grecia e Austria sono favorevoli alla modifica, tra i paesi a favore anche l'Italia. Nel caso si decida per un cambiamento così radicale, e l'intento sembra essere quello, le modifiche potrebbero essere applicate tra un paio di anni.

Una conseguenza della Brexit.

martedì 4 maggio 2021

I Mitchell contro le Macchine - la recensione

Disponibile su Netflix dal 30 aprile, I Mitchell contro le Macchine si propone già da adesso come uno dei film d'animazione più interessanti dell'anno, e anche uno dei più divertenti.

I Mitchell sono una famiglia nella media, madre, padre, una figlia pronta per andare al college per studiare Cinema, un figlio più piccolo fissato con i dinosauri, e un bizzarro cane. Non mancano gli attriti con i genitori, in particolare tra la figlia e il padre, un uomo molto attivo, esuberante, grande amante della natura, che non si è mai sforzato troppo di capire le passioni della sua primogenita. Per cercare di rimettere le cose a posto prima che la figlia lasci il tetto familiare, il padre decide di organizzare un'ultima gita di famiglia per accompagnare tutti insieme la figlia in auto fino al college. Partono, cane compreso, e tutto sembra andare più o meno bene... fino all'arrivo di una "apocalisse robot". Mentre i Mitchell sono in viaggio, un'intelligenza artificiale "stile Siri", offesa per essere stata messa da parte dopo anni in cui è stata usata, prende il controllo di tutte le macchine, compresi i nuovissimi robot che stavano per essere messi sul mercato, e li rivolge contro gli umani. Gli unici a non essere catturati saranno proprio i Mitchell!

Diretto da Michael Rianda e Jeff Rowe, I Mitchell contro le Macchine è qualcosa di diverso dai film d'animazione più classici, e questo è un gran bene per il genere. La storia in sé, non è niente di nuovo, buoni sentimenti, tematiche familiari, tante citazioni cinematografie (e non solo), e una critica all'"abuso della tecnologia" che non prende mai davvero posizione, è sempre un po' buona e un po' cattiva, un po' sì e un po' no. Se la storia di base non è particolarmente originale, la caratterizzazione dei personaggi invece è molto riuscita, i Mitchell sono realistici, molto umani nei loro difetti e nei loro errori, nelle azioni che compiono, nelle loro reazioni, e si ritrovano ad essere eroi senza mai perdere il loro essere imperfetti, compiendo azioni spesso maldestre o assurde che riescono per puro caso.
A colpire più di qualsiasi cosa è sicuramente l'animazione, colorata, caotica, fatta di animazione 3D e 2D, con colori sgargianti, vivaci, e l'inserimento di immagini reali, prese da meme o da filtri da cellulare. Una scelta stilistica che ricorda alcune serie animate degli ultimi anni (tipo Lo straordinario mondo di Gumball) e per cui ci vuole qualche minuto per abituarsi, ma che funziona molto bene, e tutto è portato avanti da un ritmo travolgente, incalzante, quasi da film d'azione, anzi da commedia d'azione. E poi ci sono le gag comiche, sia verbali che fisiche, e sono davvero ben riuscite, il film è davvero molto divertente.

La Sony, grazie anche alla produzione di Phil Lord e Christopher Miller, potrebbe aver trovato una propria via per fare film d'animazione diversi, e in qualche modo alternativi, alla perfezione e alle tematiche della Disney e della Pixar. I Mitchell contro le Macchine è un film ben fatto, stilisticamente accattivante, molto divertente, e che non dimentica i buoni sentimenti. Un perfetto e originale film per tutta la famiglia.