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sabato 29 ottobre 2022

The Good Nurse - la recensione

È uscito direttamente su Netflix il film The Good Nurse, con Jessica Chastain e Eddie Redmayne protagonisti, che racconta la storia di uno dei serial killer più prolifici degli Stati Uniti.

New Jersey, 2003, al Somerset Hospital lavora l'infermiera Amy (Chastain), sola con due figlie e una malattia cardiaca che sta peggiorando. Ad aiutarla nei pesanti turni di notte in terapia intensiva, c'è il suo nuovo collega Charlie Cullen (Redmayne), arrivato all'ospedale dopo averne girati ben nove. Charlie fin da subito si mostra calmo e gentile, soprattutto verso Amy, con cui stringe una sincera amicizia. In terapia intensiva però alcuni pazienti muoiono in modo sospetto. La polizia indaga, la direzione dell'ospedale cerca di coprire i fatti, mentre Amy inizia a sospettare di Charlie e sarà proprio lei ad indirizzare la polizia verso una sconvolgente verità.

Una storia decisamente inquietante, in particolare sotto due punti di vista. Charlie Cullen è un personaggio che mette i brividi, un "angelo della morte" che ha provocato il decesso di almeno una trentina di pazienti accertati, ma che si sospetta possano essere addirittura 400, ed è proprio la sua calma, la pacatezza, la sua totale assenza di empatia a fare paura, il suo essere assolutamente normale e crudele. Se da una parte Charlie provoca inquietudine come persona, dall'altra si prova rabbia a pensare quanti sapevano e non hanno parlato, quanti ospedali hanno preferito nascondere tutto sotto al tappeto invece di fermare un assassino. Tutto il senso di una vicenda che impressiona e inquieta, è rinchiuso nella frase che Charlie dice ad Amy quando lei gli chiede il perché delle sue azioni: "Non mi hanno fermato". Il sistema non lo ha fermato e lui ha ucciso semplicemente perché poteva farlo.

L'inquietudine che pervade la storia dall'inizio alla fine è ben rappresentata dalla regia poco mobile di Tobias Lindholm che offre inquadrature molto "tagliate", e da una fotografia fredda, grigia, buia, che suggerisce bene un'atmosfera claustrofobica, carica di sofferenza e allo stesso tempo asettica da ospedale. Visivamente il film fa il suo, è concreto, senza fronzoli, questo nonostante un ritmo non proprio incalzante. Il film ha un andamento che manca di un vero picco, crea tensione senza mai farla sfociare, ma più che un difetto vero e proprio, si tratta di una precisa scelta narrativa, la voglia di non diventare un puro "crime", o un thriller, di non cedere all'enfasi, e lasciare ai due protagonisti lo spazio per muoversi e creare la storia.

Il vero punto di forza del film infatti sono proprio le interpretazioni di Jessica Chastain e Eddie Redmayne, davvero ottime, tengono perfettamente sulle spalle le due ore di durata. Entrambi mai sopra le righe, sempre al servizio della parte, il loro è un duetto e un duello, Jessica Chastain riesce a trasmettere tutta la sua umanità, il conflitto emotivo che la attraversa e si trasforma durante la storia, mentre dall'altra parte Eddie Redmayne riesce ad essere gentile e freddo, affabile ma dallo sguardo vuoto, inquietante nella sua ambiguità e nei suoi piccoli momenti di rabbia, trattenuti e limitati a pochi brevi secondi.

The Good Nurse è un film ben fatto, ben girato, e soprattutto ottimamente interpretato.

venerdì 7 gennaio 2022

The Unforgivable - la recensione

Da giorni ormai è stabile nella Top10 dei film più visti su Netflix, si tratta di The Unforgivable, nuovo film con Sandra Bullock protagonista.

Ruth esce di prigione dopo aver scontato 20 anni per omicidio e tutti gli anni passati dentro li porta addosso, sul corpo e nell'anima, l'unica piccola speranza che ancora resta accesa in lei, è la possibilità di rivedere la sorella minore, Katy, lasciata il giorno dell'omicidio, quando aveva solo 5 anni. Ruth prova a ripartire, trova due lavori, ma la nomea di ex galeotta, e soprattutto quella di "ammazza poliziotti", la perseguita. I ricordi la riportano alla sua vecchia casa, dove è avvenuto il fatto e dove ora vive una nuova famiglia, in cui l'uomo è avvocato e si propone di aiutarla a cercare di contattare la sorella, che ormai vive con un'altra famiglia e ha solo vaghi e confusi ricordi del suo passato. Ma sulle tracce di Ruth ci sono anche i figli del poliziotto morto e nemmeno loro hanno dimenticato.

Adattamento di una serie tv inglese, il film è diretto dalla regista tedesca Nora Fingscheidt, al suo esordio in un lungometraggio. The Unforgivable ha una bella premessa: com'è la vita di chi esce dal carcere dopo aver scontato la sua pena? c'è davvero la possibilità di ripartire? Ruth ci prova ma il marchio che ha addosso sembra indelebile e, come dice il titolo, imperdonabile. Questa è la traccia in cui il film dà il suo meglio, sorretto soprattutto dall'interpretazione di Sandra Bullock. Il film si appoggia totalmente sulle sue spalle e lei dimostra, ancora una volta, di saper reggere il peso. La sua Ruth è una donna che ha imparato ad incassare in silenzio, sia i continui giudizi che i colpi, anche quelli fisici, che le arrivano continuamente addosso. È una Sandra Bullock molto diversa dal solito, dimessa, sciatta, con un'espressione dura e fredda sul volto, manifestazione totale della sua resilienza.

Il film dura meno di due ore, quasi una rarità visto che oggi anche le commedie durano più di due ore, in questo caso però, una ventina di minuti in più avrebbero forse aiutato ad analizzare meglio le altre strade che la storia propone: la nuova famiglia della sorella che non vuole farla avvicinare; i figli del poliziotto morto in cerca di vendetta; la nuova famiglia che vive nella vecchia casa di Ruth. Il film si accontenta di accennarle soltanto, ed è un peccato, sarebbe stato bello vedere più interazioni tra Sandra Bullock e la sempre brava Viola Davis, e sarebbe servito anche a dare un po' più di spessore agli "antagonisti" della storia.

The Unforgivable ha forse il difetto di restare sempre sul sentiero sicuro, ma è un buon dramma che ha come punto di forza l'ottima interpretazione di Sandra Bullock.

sabato 9 gennaio 2021

The Midnight Sky - la recensione

George Clooney torna a sedersi dietro la macchina da presa e per il suo settimo film da regista sceglie una storia sci-fi esistenziale tratta dal libro "La Distanza tra le Stelle" di Lily Brooks-Dalton.

Siamo nel 2049 e la Terra è ormai un luogo quasi del tutto invivibile a causa dell'aria diventata tossica. Lo scienziato Augustine Lofthouse (Clooney) non è fuggito nei rifugi sotterranei come gli altri, ha deciso di rimanere nella stazione scientifica al Polo Nord. Augustine è malato terminale, è isolato, solo... o almeno così crede. Per cercare di contattare Aether, l'unica nave spaziale ancora funzionante di rientro dal pineta abitabile K-23, pianeta indicato proprio da un giovane Augustine, e dirgli di non tornare, che la Terra è perduta, deve trovare un'antenna più potente. Decide così di spostarsi in un'altra base ma il viaggio è impervio e pieno di pericoli.
Parallelamente, sull'astronave Aether, l'equipaggio formato da cinque elementi, cerca di contattare la Terra senza ottenere risposta. Improvvisamente si trova fuori rotta, tra piogge di meteoriti, avarie e importanti scelte da prendere.

The Midnight Sky è un film "ibrido", Clooney decide di piazzarsi esattamente a metà tra film d'autore esistenzialista e blockbuster sci-fi, e questo è sia un bene che un male. Dove il film riesce meglio è senza alcun dubbio nei risvolti più personali, quando si fa intimo e malinconico, per questo è quasi un peccato quando decide di "lasciare la Terra", e virare verso il classico sci-fi nello spazio, con incidenti e meteoriti, cercando di essere più spettacolare e meno "autoriale". Il vero difetto del film però è l'assenza di una sceneggiatura solida, un problema che più di una volta porta una storia volutamente lenta a dilatare troppo i tempi formando dei passaggi a vuoto che le interpretazioni, la regia e la bellissima fotografia, non riescono sempre a riempire.

Nel film George Clooney ha il doppio ruolo di regista e attore. La sua regia è molto buona, pulita, essenziale, sobria, adatta al tipo di storia che vuole raccontare, soprattutto nella parte che lo vede protagonista. Un barbuto Clooney, stanco, sfinito, offre una prova attoriale davvero ottima, va a sottrazione, non carica mai l'interpretazione ma riesce a trasmettere tutta la rassegnazione del suo personaggio, la consapevolezza e il fardello di rimpianti - personali, umani, universali - che porta con sé.
Bene anche il resto del cast, con Felicity Jones, David Oyelowo, Tiffany Boone, Damien Bichir e Kyle Chandler, ma è sicuramente la piccola Caoilinn Springall a spiccare rispetto agli altri, non parla praticamente mai ma riesce a dire molto, una prova molto intensa per una bambina così piccola.

The Midnight Sky non offre niente che non abbiamo già visto in passato in molte forme diverse. E' un film che si prende tutto il tempo, è lento e compassato, ma ha i suoi momenti e nella parte che vede George Clooney al centro della scena riesce a regalare emozioni. Alla fine è un peccato (o ordini di produzione per renderlo più appetibile al pubblico?) che l'attore e regista non abbia deciso di focalizzarsi solo sulla prima parte della storia, quella intimista e personale, cedendo all'azione della seconda parte, decisamente meno interessante.

mercoledì 17 giugno 2020

Kristen Stewart sarà Lady Diana nel nuovo film di Pablo Larraín

Dopo aver raccontato la figura di Jackie Kennedy nel bel film Jackie, Pablo Larraín si prepara a raccontare un'altra donna che ha segnato il ventesimo secolo: la Principessa Diana Spencer.

Per un ruolo così delicato, il regista cileno ha già scelto la sua protagonista, Kristen Stewart.

"Kristen è una delle più grandi attrici in circolazione al giorno d’oggi", ha dichiarato il regista a Deadline, "Può essere tante cose, molto misteriosa, molto fragile ma anche estremamente forte, tutte qualità di cui abbiamo bisogno. È questa combinazione di elementi che mi ha fatto pensare a lei".

Il film, scritto da Steven Knight (Peaky Blinders), si concentrerà su un periodo molto ristretto e molto preciso della vita di Lady Diana, all'inizio degli anni '90, quando capì che il suo matrimonio con il Principe Carlo stava andando male e che per cambiare quel percorso che sembrava ormai stabilito, e che l'avrebbe portata a diventare regina, avrebbe dovuto fare qualcosa. Tutta la storia dovrebbe svolgersi nei tre giorni della vacanza di Natale nella residenza degli Windsow nella tenuta di Sandringham a Norfolk.

"Siamo tutti cresciuti, per lo meno le persone della mia generazione, leggendo le fiabe. Normalmente c’è un Principe che trova una Principessa, si sposano e lei diventa regina", ha detto ancora il regista, "Spesso nelle fiabe accade questo. Ma quando una persona dice “preferisco andare per la mia strada che essere Regina” si tratta di una decisione non da poco. È come se la fiaba venisse capovolta. È una cosa che mi ha sempre sorpreso e immagino che non sia stata una decisione semplice da prendere. Al centro del film c’è proprio questo."

Le riprese del film dovrebbero partire a inizio 2021.

lunedì 2 marzo 2020

Tornare a Vincere: il regista racconta il "crollo emotivo" di Ben Affleck durante una scena

Per Ben Affleck non dev'essere stato affatto facile affrontare un film come Tornare a Vincere, a causa di una storia che ha diversi punti in comune con i trascorsi personali dell'attore.

Il film racconta la storia di Jack Cunningham, ex promessa del basket uscito dal college con una borsa di studio e un futuro roseo davanti. Jack però, inspiegabilmente, decide di abbandonare il basket rinunciando a quel futuro. Anni dopo, Jack si ritrova con una vita in rovina, senza soldi, senza famiglia, senza moglie, e con una grave e profonda dipendenza dall'alcol. La svolta arriverà quando gli verrà offerto il ruolo di allenatore della squadra giovanile di basket del suo ex liceo. La strada verso la redenzione però non è facile e Jack si troverà ad affrontare il suo presente e il suo passato.

Ben Affleck, come lui stesso ha raccontato, ha avuto un grave problema di dipendenza dall'alcol e questa è stata la causa del fallimento del suo matrimonio con Jennifer Garner. Perciò la storia personale dell'attore ha dei punti in comune con la storia del film.
A tal proposito, il regista Gavin O’Connor (Warrior) ha raccontato un particolare episodio che ha provocato un vero crollo emotivo da parte dell'attore, nella scena in cui il personaggio di Jack chiede scusa alla moglie. Un momento molto toccante che ha colpito tutte le persone presenti sul set e che il regista ha deciso di accorciare nel montaggio finale per rispetto verso Affleck.

"Credo fosse il secondo ciak, e Ben ha avuto un crollo emotivo. Ho i brividi solo a pensarci. E' stato come se un fiume in piena fosse appena straripato. Ricordo che tutti sul set sono rimasti immobili mentre lo hanno visto aprirsi e parlare a cuore aperto. Era tutto vero. Ha dovuto dire cose che magari aveva già detto in passato, chi lo sa. [...] Sarebbe stato troppo duro per il pubblico guardarla, era un momento troppo personale."



Durante gli incontri con la stampa, Ben Affleck ha parlato del problema della dipendenza in modo molto sincero.
"So quanto possa sembrare disperato, e so quanto sia enormemente frustrante, ma una cosa molto importante è questa: le persone guariscono. Si può guarire. [...] Quello che serve, e parlo per me ma l’ho visto anche in altre persone, è un profondo grado di umiltà. Non sei più forte della cosa da cui sei dipendente. La tua dipendenza è più forte di te e lo sarà sempre."

Tornare a Vincere uscirà il 6 marzo negli USA e il 23 aprile in Italia.

domenica 6 ottobre 2019

Joker - la recensione

Uscito nelle nostre sale lo scorso 3 ottobre, Joker è probabilmente il film più atteso dell'autunno, per molti motivi: perché è fresco vincitore del Leone d'Oro all'ultimo Festival di Venezia; perché il noto nemico di Batman è uno dei personaggi maggiormente radicati nell'immaginario comune, tanto da aver quasi surclassato l'Uomo Pipistrello stesso; perché già dal trailer si riusciva a intuire un tono dark e drammatico che non è comune riscontrare in un cinecomic; e infine la curiosità di vedere un grande attore come Joaquin Phoenix in un ruolo che in passato è valso l'Oscar al compianto Heath Ledger e che è stato interpretato anche da un mostro sacro come Jack Nicholson.
Insomma, cinefili, appassionati di fumetti, pubblico generalista, tutti aspettavano questo Joker. Ora che è finalmente uscito, le aspettative sono state mantenute?


Il regista Todd Philips veniva da una serie di successo come Una Notte da Leoni, che sicuramente non un film drammatico, perciò poteva esserci una certa perplessità in merito a come avrebbe gestito un progetto come questo. Preoccupazioni che si sono rivelate infondate perché la regia è davvero ottima, senza grandi virtuosismi ma perfetta nel destreggiarsi in questa atmosfera cupa e soprattutto nel raccontare il personaggio di Arthur.

La forza del film sta proprio in questo: nessuna grossa scena d'azione, nessuna battaglia, ma una lenta e inesorabile discesa nella follia di un uomo problematico, emarginato e maltrattato dalla società che, nascosto dietro la maschera del clown, libera il suo vero Io, un mostro che, pur non potendo mai essere giustificato in alcun modo, può sicuramente essere compreso. Siamo spaventati da Arthur, ma siamo anche e soprattutto dispiaciuti per lui, e pur non facendo il tifo per la sua rivalsa, non possiamo che empatizzare fortemente con le sue sventure. Questo film ci mette davanti a una scelta morale ambigua, Bene e Male che non sono facilmente distinguibili e non sono così netti.

Se la regia riesce a essere molto buona e mai invadente, e la scrittura interessante e di impatto emotivo notevole, sicuramente a reggere buona parte del film e ad elevarlo da buonissimo a ottimo è la performance straordinaria di Joaquin Phoenix, per niente spaventato dal confronto con i suoi predecessori. Emaciato, con una risata inquietante, è allo stesso tempo esile e imponente sulla scena, Phoenix regala probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera ed è ormai scontato che sia in odore di Oscar.

Intenso, potente, emotivamente devastante, con un grandissimo protagonista, Joker è un film che muove profondamente le coscienze dello spettatore e a cui si continua a pensare per giorni dopo la visione.
Capolavoro? Qualcuno non ha avuto paura a usare quella parola con la C, ma al di là di definizioni che è sempre difficile dare a mente ancora calda, di sicuro è un film che non passerà inosservato dopo la sua uscita, ma che rimarrà impresso per molto tempo nella mente e nel cuore degli spettatori.



martedì 25 giugno 2019

Arrivederci Professore - la recensione

E' uscito un po' in sordina il nuovo film con Johnny Depp, ma è stato capace di conquistare il box office italiano sfidando il caldo e la solita diaspora di spettatori estiva. 
Merito del richiamo di Depp probabilmente, attore che, nonostante gli alti e bassi, rimane sempre un nome di rilievo da avere in locandina, ma anche di una premessa che, per quanto poco originale, attira sempre al cinema un po' tutti. 


Richard è un professore di letteratura inglese a cui viene diagnosticato un cancro ai polmoni in fase avanzata: non avrà più di un anno di vita. Dopo questa diagnosi Richard, che ha sempre vissuto in modo impeccabile, si lascia totalmente andare, sia sul lavoro che nella sua vita privata. 
Non la più originale delle trama sicuramente, a cui però va aggiunto un pizzico de L'attimo fuggente nel rapporto che Richard instaura con i suoi studenti, aprendosi con loro totalmente e portandoli ad aprirsi a loro volta.

Tuttavia dopo la prima metà il film prende una strada diversa da quella che ci si potrebbe aspettare e il nichilismo si fa man mano più presente e va, stranamente, di pari passo anche con una ripresa della vita di Richard, dal rapporto con moglie e figlia a quello con il suo migliore amico, unico a sapere della malattia.
Sicuramente gran parte della riuscita del film alla fine si deve all'interpretazione ottima di Johnny Depp, che in maniera misurata e andando di sottrazione, riesce a trasmettere la paura e la disperazione di un uomo che, messo davanti alla sua fine imminente, si rende conto di non aver mai vissuto davvero, ed è sempre grazie a lui se alla fine ci si riesce ad emozionare pur conoscendo già il finale dal primo momento. e nonostante il film non calchi eccessivamente sulla parte più emotiva.

Insomma, non stiamo parlando sicuramente del film dell'anno, molto probabilmente è uno di quei film che non rimarranno nella storia del cinema, ma Arrivederci Professore riesce comunque a ritagliarsi un posticino fra i bei film che potrebbe far piacere rivedere. 

domenica 16 giugno 2019

Beautiful Boy - la recensione

Tra ricadute, sofferenza, e tentativi di venirne fuori, Beautiful Boy racconta la difficile lotta di un ragazzo contro la dipendenza dalle droghe.

Nic Shelf è un ragazzo come tanti, genitori separati, cresciuto dal padre e dalla sua nuova compagna che non gli hanno mai fatto mancare l'affetto, così come la madre, anche se da lontano. Legge, scrive, disegna, ascolta musica, ma a un certo punto, da adolescente, comincia a isolarsi e a sperimentare qualche droga, in particolare la metanfetamina, che lo fa piombare in una spirale infinita che lo porterà rapidamente all'eroina in vena. Nick vorrebbe venirne fuori ma non riesce a liberarsi di quella pesante scimmia sulla spalla e la sua caduta nel baratro finisce inevitabilmente per coinvolgere tutta la famiglia, in particolare il padre David.

Il film si basa sul vero calvario passato da Nic Shelf e da suo padre David e racconta una storia che oggi è più attuale che mai, come ci ricorda la scritta alla fine del film infatti, negli Stati Uniti la droga è la prima causa di morte per gli under 50. Questa storia in particolare racconta come una vicenda del genere possa succedere a chiunque, la droga non colpisce solo gli emarginati o i disperati, ma anche un ragazzo dalla vita normale, che vive in una casa serena, e ha ricevuto tutto l'amore possibile nella sua infanzia.
Il "beautiful boy" del titolo è ovviamente Nic, ma gran parte del peso emotivo della storia grava sulle spalle del padre David, pronto a tutto per aiutare il figlio, anche a provare quelle stesse droghe per cercare di capire gli effetti. Il regista del film, Felix Van Groeningen, usa proprio il punto di vista del padre per introdurci nella storia ma lo fa in modo troppo frammentario, con continui intrecci temporali, che non solo fanno perdere il filo ma fanno anche calare l'intensità emotiva. Il film va avanti così per almeno un'ora, poi cambia, si focalizza su un momento preciso della vita di Nic, e migliora in modo evidente, riuscendo a far entrare in contatto lo spettatore sia con i personaggi principali che secondari. Convince poco la colonna sonora, a volte troppo invadente e fuori contesto.

Ottimo Steve Carell, misurato, mai sopra le righe, se nella prima ora, quando il film zoppica, si riesce comunque ad empatizzare con il padre, il merito è solo della sua sentita interpretazione. Bene anche Timothée Chalamet, ogni tanto cade nello stereotipo del "bello e dannato" ma era un ruolo sicuramente non facile che ha saputo affrontare in modo piuttosto convincente.

Di base, Beautiful Boy sarebbe un film molto classico, riesce anche ad evitare le trappole da "film sulla droga", ma si complica inutilmente la vita con un andamento troppo articolato e frammentario che finisce per disperdere la forza della storia e lasciare lo spettatore con meno emozioni di quante avrebbe potuto avere.

giovedì 14 marzo 2019

Boy Erased - la recensione

Nelle sale italiane, con uno stratosferico ritardo, arriva Boy Erased, un racconto autobiografico di un ragazzo, Jared, che dopo aver fatto coming out viene spedito dai suoi genitori, perfetti rappresentanti dell'America bigotta e benestante, in un centro di cura per omosessuali.


Joel Edgerton trae dal memoir di Garrard Conley un film che sembra strutturato appositamente per questi tempi e per colpire il pubblico: la violenza, fisica ma soprattutto psicologica, che Jared e gli altri ragazzi subiscono, viene mostrata subdolamente ma senza mai davvero andare a fondo, fallendo probabilmente proprio dove non avrebbe dovuto, ovvero nel provocare disagio e disgusto nello spettatore, nel creare quella morsa allo stomaco che avrebbe potuto scuotere la coscienza a molti.
Rimane tutto un po' troppo pulito, troppo "buono" in un certo senso, nonostante il grandissimo cast sia impeccabile, con una Nicole Kidman che spicca per intensità e delicatezza.
Sicuramente un grande pregio del film è quello di riportare a galla il tema dei centri di conversione, incredibilmente ancora attivi in molte zone degli Stati Uniti (ma anche in altri paesi, purtroppo), riflettendo su quanto questi veri e propri internamenti forzati possano influire sulla vita di ragazzi già provati da un ambiente familiare spesso ostile, ma ancora più spesso orlato di buone intenzioni.

Un film pulito, senza grandi sbavature, ma che scivola via senza riuscire a emozionare troppo e che purtroppo rischia di essere subito dimenticato. Un peccato se si considera il tema che affronta e la storia (vera) che racconta, una storia che avrebbe meritato forse una messa in scena più cruda in alcuni frangenti, soprattutto nell'esplorazione della psicologia del suo protagonista.
Resta comunque da incorniciare la prova dell'intero cast e soprattutto quella di una sempre magistrale Nicole Kidman, vero valore aggiunto della pellicola.

domenica 28 ottobre 2018

Disobedience - la recensione

Ancora una storia di donne per il regista cileno premio Oscar Sebastian Lelio, che per il suo debutto in lingua inglese ha scelto l'adattamento del romanzo "Disobbedienza" di Naomi Alderman.

Londra, in un quartiere periferico della metropoli vive la comunità ebreo ortodossa, in lutto per la scomparsa del rabbino capo, figura importante e molto rispettata. Questo evento porta Romit (Weisz), unica figlia del rabbino che ha abbandonato la comunità ormai da tempo, a tornare a casa per assistere al funerale del padre. Lì ritrova il cugino Dovid (Nivola), estremamente dedito alla sua fede, "figlio spirituale" e successore predestinato del rabbino defunto, ma soprattutto ritrova Esti (McAdams), che, con grande sorpresa di Romit, è ora sposata con Dovid diventando una moglie devota e una fedele credente. Tra Romit ed Esti ci sono dei trascorsi, un amore giovanile troncato, e l'incontro tra le due riaccende una incontrollabile passione che porta turbamenti all'interno della comunità.

Se si cerca sul vocabolario la parola "disobbedienza" si legge: trasgressione ad un ordine, atto di resistenza passiva alle leggi. E' esattamente quello che viene raccontato in Disobedience. Un titolo perfetto per una storia che va oltre l'amore e la passione carnale tra le due protagoniste. In una comunità rigida come quella descritta, l'arrivo di Romit, un'anticonformista che ha addosso la "macchia" della disobbedienza, crea un inevitabile turbamento in un'atmosfera soffocata in cui tutti seguono rigidamente delle regole: l'uomo comanda, tutti sono vestiti uguali, le donne indossano abiti scuri e delle parrucche per coprire i capelli, le case e i giardini sono curati e perfetti. Romit è l'elemento di rottura che risveglia in Esti non solo la passione e il desiderio fisico, ma soprattutto l'improvviso bisogno di libertà.
La disobbedienza descritta nel film non è un atto urlato, rabbioso o liberatorio, è un più un sofferto e sospirato passo verso una personale consapevolezza, verso la libertà di scelta, il libero arbitrio.



La bravura di Sebastian Lelio sta nel mostrare tutto questo in modo semplice, profondo, puntando molto sui particolari. Grazie anche a un'ottima fotografia, la descrizione della comunità e dei riti ebraici, dell'atmosfera, è talmente precisa che al regista basta immergere i personaggi nel contesto per mostrare quanto Romit sia un elemento di disturbo: i suoi capelli sciolti, il suo modo di vestire, il suo modo di parlare, le sue idee. E in questo contesto bastano pochi sguardi per cogliere il desiderio di Esti nei confronti di Romit.

Ottimo il cast. Le "due Rachel" sono stata una scelta davvero perfetta. La presenza scenica è una dote naturale di Rachel Weisz (anche produttrice del film) e lei riesce sempre a metterla al servizio del suo personaggio. In questo film incarna perfettamente e con grande naturalezza tutti gli aspetti del suo personaggio: figlia rinnegata, elemento di disturbo, pietra dello scandalo, anticonformista, oggetto del desiderio. Allo stesso modo, Rachel McAdams riesce a trasmettere la sottile ma repentina trasformazione del suo personaggio. L'intesa tra le due attrici è ottima, bastano gli sguardi, i gesti, ma anche quando non si guardano si percepisce la connessione e il desiderio tra i due personaggi. Le due attrici sicuramente catturano l'attenzione, ma non bisogna dimenticare il terzo elemento del triangolo, perché quella del film non è una storia a due ma a tre, e il terzo è Alessandro Nivola, molto bravo nel ruolo di un rabbino schiacciato dai suoi doveri ma pronto a fare uno sforzo verso, e non contro, chi "trasgredisce".

Disobedience è un ottimo film in cui, al di là della passione, della storia d'amore tra due donne, dei tabù imposti della religione, si parla di come a volte l'essere umano per affermare se stesso non può fare altro che disobbedire, e come questo sia parte stessa del suo essere.

giovedì 25 ottobre 2018

Scorsese e DiCaprio di nuovo insieme per Killers of the Flower Moon

Si rinnova la proficua collaborazione tra il regista Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio.

L'occasione stavolta è il film Killers of the Flower Moon, adattamento del romanzo best-seller di David Grann, che la Imperative Entertainment ha appena iniziato a sviluppare. Il film sarà diretto da Scorsese, a curare la sceneggiatura sarà Eric Roth (Forrest Gump, Insider), e vedrà come protagonista Leonardo DiCaprio, coinvolto anche come produttore con la sua Appian Way.

"Quando ho letto il romanzo di Grann, ho iniziato immediatamente a vederlo, i personaggi, le ambientazioni, l’azione", ha dichiarato recentemente Scorsese. "Sapevo che ne avrei fatto un film. Sono davvero entusiasta di lavorare con Eric Roth, e di tornare a lavorare con Leo, per portare sullo schermo questa inquietante vicenda americana". Le riprese dovrebbero iniziare nell'estate del 2019.

In realtà, era da un po' che Martin Scorsese inseguiva questo progetto. Se n'era già parlato nel 2017 ma in quel caso il regista aveva ipotizzato una possibile collaborazione con un altro suo attore feticcio, Robert De Niro. Del progetto poi non se ne seppe più nulla, fino ad oggi, solo che invece di De Niro ci sarà Leonardo Di Caprio, pronto alla sua sesta collaborazione con Scorsese dopo Gangs of New York, The Aviator, The Departed, Shutter Island, The Wolf of Wall Street, a cui bisogna aggiungere anche il cortometraggio The Audition.


Ambientato negli anni '20, il libro di Grann racconta una pagina inquietante della storia americana, una serie di omicidi in Oklahoma che iniziano quando viene scoperto un giacimento di petrolio nella nazione dei nativi americani Osage. Una scoperta che portò molta ricchezza tra le persone che abitavano quel luogo, le stesse persone che poi però vennero uccise, una ad una. Questa fu una delle prime indagini della neonata FBI, che dietro la serie di omicidi scoprì una cospirazione ricordata come uno dei crimini più inquietanti della storia americana.

mercoledì 4 luglio 2018

Stronger - la recensione

Per fare colpo sulla ragazza di cui è innamorato, Jeff prepara un cartellone e si piazza sulla linea del traguardo della Maratona di Boston. E' il 15 Aprile 2013 e proprio lì, dove si trova Jeff, esplodono due ordigni a breve distanza l'uno dall'altro, uccidendo tre persone e ferendone 264 fra cui proprio Jeff che, nell'incidente, perde entrambe le gambe.


La storia vera di Jeff Bauman è sicuramente una di quelle adatte a essere trasformate in un film, la storia di un ragazzo che vede la sua vita stravolta completamente da qualcosa che sembra non avere alcun senso, e che, nonostante tutto, va avanti e combatte per riprendere in mano quella vita.
Dove Stronger si dimostra sicuramente riuscito è nella componente emotiva. La storia di Jeff emoziona moltissimo, provoca più volte un groppo in gola e riesce a non sfociare mai nel patetismo e nella lacrima facile a tutti i costi, grazie soprattutto a Jake Gyllenhaal. L'attore, infatti, dà prova di tutta la sua bravura destreggiandosi nei panni difficili di un ragazzo normale che improvvisamente diventa pesantemente disabile e, allo stesso tempo, un eroe nazionale suo malgrado. Il suo personaggio e la sua interpretazione sono totalizzanti, con l'effetto che praticamente nessuno del cast secondario rimane impresso e i personaggi co-protagonisti rimangono molto abbozzati e mai approfonditi.
Si poteva anche spingere un po' di più sull'aspetto puramente traumatico di un'esperienza del genere, portando l'introspezione psicologica del personaggio di Jeff più in profondità, dando anche modo a un attore del calibro di Gyllenhaal (incredibilmente e ingiustamente snobbato da qualsiasi premio importante nella sua carriera) di incidere maggiormente e regalare davvero una performance da Oscar. Non era evidentemente quello l'intento di un film confezionato per emozionare a un livello abbastanza superficiale, obbiettivo pienamente raggiunto.

martedì 3 luglio 2018

Il Sacrificio del Cervo Sacro - la recensione

Presentato al Festival di Cannes 2017, arriva in sala con un considerevole ritardo il nuovo film di Yorgos Lanthimos, già autore del disturbante The Lobster.

Steven è un cardiologo con una vita piuttosto regolare, con una bella moglie, anche lei medico, e due figli. Senza dire niente a nessuno, Steven instaura un rapporto di amicizia con un ragazzo problematico, Martin, figlio di un paziente morto sotto i ferri durante un'operazione per cui Steven vuole convincersi di non avere colpa. Un'amicizia apparentemente innocua ma il ragazzo si fa sempre più insistente, diventa più invadente. All'improvviso il figlio più piccolo di Steven si ammala di qualcosa di misterioso, e poco dopo anche la figlia. A quel punto Martin confessa la "maledizione" che ha lanciato sulla famiglia di Steven: i suoi figli, e anche sua moglie, si ammaleranno e moriranno se lui non deciderà di uccidere, di sacrificare, un membro della famiglia a caso. Ucciderne uno a scelta per evitare che muoiano tutti.

Che Yorgos Lanthimos sia un regista che ama provocare è cosa risaputa, basta guardare i suoi precedenti lavori per rendersene conto, e Il Sacrificio del Cervo Sacro non è da meno. Il regista provoca, cerca di disturbare lo spettatore mettendolo di fronte non solo a scelte difficili ma anche davanti a scene e dialoghi poco piacevoli. Tutto nel film è fatto per mettere lo spettatore perennemente a disagio, non c'è un solo personaggio nel film che faccia qualcosa di piacevole o di positivo, non c'è un momento nel film che può far tirare il fiato e "consolare" un po' chi sta guardando. Questo non sarebbe un male se non fosse puramente fine a se stesso.
La sensazione che si ha guardando il film è che Lanthimos non voglia dare risposte ma nemmeno porre domande. Il regista non cerca di andare nel profondo, di affondare le mani nei risvolti psicologici molto forti che una storia del genere comporta, non è interessato a far provare empatia verso i personaggi e verso le scelte impossibili che devono prendere, non è interessato a coinvolgere lo spettatore sotto quell'aspetto, Lanthimos vuole provocare, dall'inizio alla fine, e basta.

Stilisticamente il film è ben fatto, un'ambientazione asettica che crea un'atmosfera cupa e asfissiante, anche quando la scena si svolge all'aria aperta, sottolineata costantemente dalla musica e da un ritmo molto lento e compassato.
Buona la scelta di Barry Keoghan (già visto in Dunkirk) nel ruolo di Martin, riesce ad essere inquietante e molto odioso. Bene Colin Farrell e Nicole Kidman che offrono delle buone prove ma purtroppo non riescono ad esprimere totalmente la drammaticità dei propri personaggi perché intrappolati nella scelta del regista di rimanere sempre superficiale.

Il Sacrificio del Cervo Sacro è sicuramente affascinante nella forma, ben fatto tecnicamente, e lodevole nella voglia di provocare, ma una volta finito di vedere il film si ha la sensazione di un'occasione mancata. Poteva essere una tragedia greca di grande impatto emotivo e invece si riduce a un puro esercizio di stile del regista.

martedì 6 marzo 2018

Natalie Portman glam rock sul set di 'Vox Lux'

Grande curiosità intorno al film Vox Lux, musical diretto dall'attore Brady Corbet (visto in Funny Games), che vede protagonista una Natalie Portman in versione rock star.

Vox Lux racconta l'ascesa di Celeste, una ragazza che partirà dalle ceneri di una tragedia nazionale fino a diventare una cantante di grande successo. Il film inizierà il suo racconto nel 1999 e coprirà un arco di tempo di 14 anni.

La protagonista originale del film doveva essere Rooney Mara, che poi ha abbandonato il progetto ed è stata sostituita dal premio Oscar Natalie Portman.
Nel cast anche Jude Law, Jennifer Jason Leigh e la giovane Raffey Cassidy. Le canzoni originali del film saranno scritte da Sia.

Nelle nuove immagini dal set possiamo ammirare una Portman decisamente badass vestita da rock star, e poi in una inedita versione glam rock, con tanto di frezza bianca da una parte.











(Photos by James Devaney/GC Images)

venerdì 17 novembre 2017

La Signora dello Zoo di Varsavia - la recensione

La Seconda Guerra Mondiale è stata teatro di eventi drammatici che hanno segnato in modo indelebile la Storia, ma anche di esempi di grande coraggio, storie che il Cinema continua giustamente a riproporre e raccontare, come quella, meno nota, accaduta in uno zoo in Polonia.

Varsavia, 1939, i coniugi Zabinski gestiscono con grande passione lo zoo della città, che ospita animali di vario tipo, anche esotici. Quando la città viene bombardata e occupata dai nazisti, lo zoo viene distrutto e sequestrato dai soldati tedeschi per farne un deposito di armi. I coniugi riescono ad ottenere dal capo zoologo del Reich il permesso per rimanere aperti con la scusa di un allevamento di maiali per fornire cibo alle truppe tedesche, mentre in realtà si adopereranno per far uscire gli ebrei dal ghetto, nasconderli nelle gabbie sotterranee, e aiutarli a fuggire da Varsavia. Alla fine della guerra i coniugi Zabinski riusciranno a salvare centinaia di ebrei, ottenendo un meritato riconoscimento nel giardino dei Giusti dello Yad Vashem di Gerusalemme.

Basato sul romanzo "Gli ebrei dello zoo di Varsavia" di Diane Ackerman, il film parte da un contesto diverso e originale rispetto ad altri film sul tema, quello dello zoo. Un "micro-cosmo" perfetto e pacifico che fa da contrasto alla brutalità della guerra, e su questo punto la regista Niki Caro insiste molto, forse anche troppo, finendo per dimenticare il resto.
Il problema principale del film è che il valore e l'importanza di una storia straordinaria come quella dei coniugi Zabinski non viene valorizzata abbastanza dalla resa cinematografica, troppo "edulcorata" e superficiale, con dei dialoghi piatti, zero tensione, sia emotiva che storica, e uno svolgimento che inizia a correre troppo proprio quando avrebbe dovuto scavare in profondità, con più durezza e realismo, nel dramma e nella disumanità dei nazisti.

A causa di questa superficialità, il film "spreca" la sempre brava Jessica Chastain, e questo è un vero peccato. Grazie alla sua grande sensibilità, e nonostante dei dialoghi non sempre all'altezza, l'attrice rende vivo e pulsante il personaggio di Antonina Zabinska, e regala al film i suoi momenti migliori, e di conseguenza quando lei non c'è il film soffre. Nonostante sia la protagonista infatti, c'è troppa poca Jessica Chastain in questo film.

La Signora dello Zoo di Varsavia è un film che parte con delle buone intenzioni ma poi pecca nella resa, è troppo timido nel raccontare la crudeltà e il dramma di quel periodo, ma è un film utile per conoscere una storia incredibile che era giusto raccontare. Sicuramente una visione la merita, magari dal divano di casa.

domenica 29 ottobre 2017

[RomaFF12] Last Flag Flying - la recensione

Tre vecchi compagni d'armi, insieme in Vietnam, ormai vecchi e pieni di traumi e sensi di colpa non sempre risolti, accompagnano uno di loro che deve seppellire suo figlio, morto in Iraq.

Da una storia tutto sommato semplice, trasposizione del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan è sequel del film The Last Detail del 1973 (anch'esso tratto dal romanzo di Ponicsan), Richard Linklater dimostra ancora una volta che prima di essere un ottimo regista è un grandissimo sceneggiatore.
In Last Flag Flying riesce a trasformare il viaggio fisico dei tre protagonisti in un viaggio interiore, con naturalezza e senza facili moralismi, sfruttando un impianto quasi teatrale nei dialoghi e nelle situazioni e sfruttando la bravura del trio Carell-Cranston-Fishburne, davvero in stato di grazia.

La riflessione su un'America ancora profondamente scossa dall'11 settembre e incapace di ritrovare se stessa se non immergendosi nuovamente in una guerra che, come il Vietnam anni prima, sembra incapace di vincere davvero e che porta solo a nuove insicurezze. L'ossessione per la verità e per il suo significato permea l'intera pellicola, in particolare il personaggio interpretato da Bryan Cranston ne rappresenta l'espressione diretta, ma anche la verità deve scontrarsi con ciò che è giusto, con la fede e con il dolore per la perdita di un figlio.
Si ride molto, nonostante non sia affatto un film allegro, ed è sempre una risata positiva, speranzosa e nonostante tutto mai amara, così come si piange e ci si commuove per una storia che colpisce il cuore per come riesce a essere vera e semplice nella sua verità.
Due ore che scivolano via senza mai pesare, tre uomini che si ritrovano, si riconoscono e alla fine imparano qualcosa in più su se stessi, così come fa lo spettatore che alla fine ha l'impressione di essersi guardato dentro.
Linklater non sbaglia mai, Last Flag Flying è un film stupendo.

mercoledì 8 marzo 2017

La luce sugli oceani - la recensione

Tom (Michael Fassbender) è un reduce della prima guerra mondiale. Per sfuggire ai fantasmi che ancora lo perseguitano, sceglie un esilio volontario come guardiano di un Faro isolato dal mondo, proprio al limite fra l'Oceano Indiano e l'Oceano Australe. Poco prima di lasciare la terraferma per l'isola su cui passerà i successivi tre anni, conosce e si innamora di Isabel (Alicia Vikander), e dopo poco tempo la sposa, portandola con sé al faro. La loro vita tranquilla, però, è sconvolta dalla tragedia della perdita del loro figlioletto non ancora nato, trasportando i due coniugi in una spirale di ossessione, segreti e bugie.

Dopo il bellissimo Blue Valentine, Derek Cianfrance torna a parlare di matrimonio e vita coniugale con la trasposizione del romanzo omonimo di M.L Stedman, rimanendo piuttosto fedele al testo di partenza e affidandosi a un duo di protagonisti di talento, appoggiati anche da una coprotagonista, Rachel Weisz, che sicuramente non sfigura. 
Il film risulta diviso quasi nettamente in due parti. La prima metà è senza dubbio quella che funziona meglio, si è affascinati e avvinti dalle atmosfere sognanti e romantiche del Faro, dalla vita quotidiana dei protagonisti, dalle loro gioie e dalle loro tragedie, aiutati anche da una fotografia davvero suggestiva che va a valorizzare il paesaggio naturale e gli attori stessi.

La seconda metà, invece, assume toni molto diversi, un vero e proprio melodramma, ampliando sia locations che personaggi. Questo si traduce in una marcata velocizzazione del ritmo, ma anche in una più evidente discontinuità di scrittura: il film, infatti, spesso si perde e risulta a volte affrettato a volte eccessivamente lento e non sempre si riesce a tenere alta la componente drammatica, privilegiando forse troppo la forma sulla sostanza.
Comunque le oltre due ore scorrono piacevolmente e il risultato è più che buono, soprattutto grazie alla bravura dei tre interpreti principali. Si sarebbe potuto fare molto meglio, questo è certo, ma non ci si può lamentare.

venerdì 16 ottobre 2015

Woman in Gold - la recensione

La Seconda Guerra Mondiale da sempre offre tantissime storie al cinema, Woman in Gold di Simon Curtis si aggiunge alla lista di film che raccontano le vergognose ingiustizie perpetrate dai nazisti.

Il film racconta la vera storia di Maria Altman (H.Mirren), una donna austriaca, ebrea, fuggita dal proprio paese per sfuggire ai nazisti che, come erano soliti fare, saccheggiarono l'abitazione della sua famiglia. Tra i quadri portati via c'era che il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt, la "Donna in Oro". dipinto che raffigurava l'amata zia di Maria.
Passati cinquanta anni, Maria, con l'aiuto di un giovane avvocato (R.Reynolds), decide di chiedere al governo austriaco la restituzione del suo quadro, che nel frattempo è diventato un vero e proprio simbolo per il paese.

Simon Curtis, regista di Marilyn, decide di puntare sulla leggerezza e sull'intrattenimento invece di premere sulla drammaticità degli eventi storici. Il regista divide il film tra presente e passato, raccontato tramite flashback (con un'ottima fotografia) che all'inizio sembrano spezzare un po' il ritmo delle scene ambientate nel presente ma, piano piano, conquistano l'attenzione dello spettatore.

Il film punta praticamente tutto sulla sua protagonista, la sempre meravigliosa Helen Mirren, che grazie alla sua straordinaria bravura e presenza scenica, riesce a rendere credibile, emozionante e divertente qualsiasi battuta. Tutto quello che succede nel film passa dalla Mirren, sia i momenti più leggeri e spiritosi che quelli più profondi. L'attrice premio Oscar catalizza tutta l'attenzione e a farne le spese è il suo partner di set, Ryan Reynolds, che fatica un po' a venire fuori anche se alla fine riesce a ritagliarsi il suo piccolo spazio. Nel cast sono presenti anche Daniel Brühl, Katie Holmes, Tatiana Maslany, Max Irons, Charles Dance, Jonathan Pryce e Antje Traue, a cui è stato affidato il compito di interpretare la malinconica zia rappresentata nel celebre quadro di Klimt.

Il film di Curtis ha forse la pecca di non voler essere troppo serio, di voler essere solo il racconto di una storia, senza epicità, senza dramma, senza approfondire troppo l'aspetto storico, ma Woman in Gold è un film che si vede e si lascia vedere con piacere.

giovedì 23 ottobre 2014

Dieci nuove immagini da Foxcatcher

Presentato all'ultimo Festival di Cannes, 'Foxcatcher', il nuovo film diretto da Bennett Miller ('Moneyball'), in questi mesi ha raccolto diversi consensi e giudizi positivi, sopratutto per quanto riguarda le interpretazioni dei suoi protagonisti, Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo (del cast fa parte anche Vanessa Redgrave).

Un film che potrebbe strappare più di una nomination ai prossimi Oscar, o comunque dire la sua nella stagione dei premi. Intanto ecco dieci nuove immagini dal film.











Il film racconta una storia vera, è infatti basato sulla vita di John du Pont (un quasi irriconoscibile Steve Carell), ricco, paranoide e tendente alla schizofrenia, che finanziò la squadra di lotta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 e, in una escalation di follia e gelosia, finì per uccidere il campione di lotta David Shultz, fratello di Mark Shultz, allenato proprio da du Pont.

In Italia arriverà l'8 gennaio. Negli USA dal 14 novembre.

lunedì 31 marzo 2014

'Serena': otto immagini dal nuovo film con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper

Jennifer Lawrence e Bradley Cooper insieme per la terza volta nel film drammatico 'Serena', diretto dal premio Oscar Susanne Bier.

Tratto dal romanzo di Ron Rash, la storia è ambientata nel 1929 e segue una coppia di neo sposi, George e Serena (Cooper e Lawrence) in viaggio da Boston al North Carolina, dove hanno intenzione di stabilirsi per mettere su un'impresa commerciale di legnami. Per George è un ritorno, essendo cresciuto da quelle parti dove ha anche un figlio illegittimo nato da una relazione passata, mentre per Serena è un radicale cambiamento ma riesce ad adattarsi velocemente rivelandosi una donna molto forte. I due riescono a costruire un impero commerciale eliminando, anche violentemente, tutti quelli che gli ostacolano la strada. Le cose precipiteranno quando il passato di George, s'intreccerà con la scalata al potere e a rimetterci sarà anche il rapporto fra marito e moglie.
Nel cast anche Toby Jones e Rhys Ifans.

Aspettando una data d'uscita, probabilmente nella seconda metà del 2014, ecco otto nuove immagini del film.