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domenica 16 giugno 2019

Beautiful Boy - la recensione

Tra ricadute, sofferenza, e tentativi di venirne fuori, Beautiful Boy racconta la difficile lotta di un ragazzo contro la dipendenza dalle droghe.

Nic Shelf è un ragazzo come tanti, genitori separati, cresciuto dal padre e dalla sua nuova compagna che non gli hanno mai fatto mancare l'affetto, così come la madre, anche se da lontano. Legge, scrive, disegna, ascolta musica, ma a un certo punto, da adolescente, comincia a isolarsi e a sperimentare qualche droga, in particolare la metanfetamina, che lo fa piombare in una spirale infinita che lo porterà rapidamente all'eroina in vena. Nick vorrebbe venirne fuori ma non riesce a liberarsi di quella pesante scimmia sulla spalla e la sua caduta nel baratro finisce inevitabilmente per coinvolgere tutta la famiglia, in particolare il padre David.

Il film si basa sul vero calvario passato da Nic Shelf e da suo padre David e racconta una storia che oggi è più attuale che mai, come ci ricorda la scritta alla fine del film infatti, negli Stati Uniti la droga è la prima causa di morte per gli under 50. Questa storia in particolare racconta come una vicenda del genere possa succedere a chiunque, la droga non colpisce solo gli emarginati o i disperati, ma anche un ragazzo dalla vita normale, che vive in una casa serena, e ha ricevuto tutto l'amore possibile nella sua infanzia.
Il "beautiful boy" del titolo è ovviamente Nic, ma gran parte del peso emotivo della storia grava sulle spalle del padre David, pronto a tutto per aiutare il figlio, anche a provare quelle stesse droghe per cercare di capire gli effetti. Il regista del film, Felix Van Groeningen, usa proprio il punto di vista del padre per introdurci nella storia ma lo fa in modo troppo frammentario, con continui intrecci temporali, che non solo fanno perdere il filo ma fanno anche calare l'intensità emotiva. Il film va avanti così per almeno un'ora, poi cambia, si focalizza su un momento preciso della vita di Nic, e migliora in modo evidente, riuscendo a far entrare in contatto lo spettatore sia con i personaggi principali che secondari. Convince poco la colonna sonora, a volte troppo invadente e fuori contesto.

Ottimo Steve Carell, misurato, mai sopra le righe, se nella prima ora, quando il film zoppica, si riesce comunque ad empatizzare con il padre, il merito è solo della sua sentita interpretazione. Bene anche Timothée Chalamet, ogni tanto cade nello stereotipo del "bello e dannato" ma era un ruolo sicuramente non facile che ha saputo affrontare in modo piuttosto convincente.

Di base, Beautiful Boy sarebbe un film molto classico, riesce anche ad evitare le trappole da "film sulla droga", ma si complica inutilmente la vita con un andamento troppo articolato e frammentario che finisce per disperdere la forza della storia e lasciare lo spettatore con meno emozioni di quante avrebbe potuto avere.

lunedì 21 gennaio 2019

Vice: l'Uomo nell'Ombra - la recensione

In Italia forse non è particolarmente conosciuto, ma Dick Cheney, vice presidente durante il mandato di George W. Bush, negli Stati Uniti è un personaggio molto famoso, da molti ritenuto il vero uomo al comando dietro le quinte alla Casa Bianca.
Adam McKay scrive e dirige un biopic atipico, come è nel suo stile, con un Christian Bale istrionico come mai prima d'ora, ma allo stesso tempo duro e misurato come non lo si vede spesso.

Siamo sicuramente di fronte ad un film molto solido, sapientemente scritto e girato, con quelle incursioni nell'assurdo e l'abbattimento della quarta parete tipico del cinema di McKay che aveva trovato il suo apice perfetto ne La Grande Scommessa.
In Vice c'è la volontà di riproporre lo stesso tipo di umorismo, applicandolo non solo al campo della politica, ma anche alla figura di un singolo uomo, controverso e a dir poco sgradevole. Non sempre l'intento è riuscito, e se si escludono un paio di scene (il momento shakesperiano su tutti), il resto del film risulta piuttosto piatto, soprattutto se paragonato al lavoro precedente del regista.
Ad essere davvero convincente, a tratti spettacolare, è un Christian Bale. Seppur affiancato da un'ottima Amy Adams e da grandi prove sia di Steve Carell che di Sam Rockwell, l'attore ruba la scena  tutti. Trasformando il suo corpo ancora una volta, Bale diventa totalmente il personaggio che interpreta, tanto che quasi subito ci si dimentica di chi sia.

Pur rimanendo un film per molti versi estremamente valido, due ore che scorrono piacevolmente, piene di ritmo e senza annoiare mai, Vice resta una mezza delusione. Per fortuna ad alzare il livello c'è la performance incredibile del solito trasformista Christian Bale.

domenica 29 ottobre 2017

[RomaFF12] Last Flag Flying - la recensione

Tre vecchi compagni d'armi, insieme in Vietnam, ormai vecchi e pieni di traumi e sensi di colpa non sempre risolti, accompagnano uno di loro che deve seppellire suo figlio, morto in Iraq.

Da una storia tutto sommato semplice, trasposizione del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan è sequel del film The Last Detail del 1973 (anch'esso tratto dal romanzo di Ponicsan), Richard Linklater dimostra ancora una volta che prima di essere un ottimo regista è un grandissimo sceneggiatore.
In Last Flag Flying riesce a trasformare il viaggio fisico dei tre protagonisti in un viaggio interiore, con naturalezza e senza facili moralismi, sfruttando un impianto quasi teatrale nei dialoghi e nelle situazioni e sfruttando la bravura del trio Carell-Cranston-Fishburne, davvero in stato di grazia.

La riflessione su un'America ancora profondamente scossa dall'11 settembre e incapace di ritrovare se stessa se non immergendosi nuovamente in una guerra che, come il Vietnam anni prima, sembra incapace di vincere davvero e che porta solo a nuove insicurezze. L'ossessione per la verità e per il suo significato permea l'intera pellicola, in particolare il personaggio interpretato da Bryan Cranston ne rappresenta l'espressione diretta, ma anche la verità deve scontrarsi con ciò che è giusto, con la fede e con il dolore per la perdita di un figlio.
Si ride molto, nonostante non sia affatto un film allegro, ed è sempre una risata positiva, speranzosa e nonostante tutto mai amara, così come si piange e ci si commuove per una storia che colpisce il cuore per come riesce a essere vera e semplice nella sua verità.
Due ore che scivolano via senza mai pesare, tre uomini che si ritrovano, si riconoscono e alla fine imparano qualcosa in più su se stessi, così come fa lo spettatore che alla fine ha l'impressione di essersi guardato dentro.
Linklater non sbaglia mai, Last Flag Flying è un film stupendo.

martedì 4 ottobre 2016

Café Society - la recensione

 Negli anni '30 era stata definita "Café society" una certa tipologia di persone, star di Hollywood, intellettuali e nuovi ricchi, che frequentavano i locali più in di New York, tra costosi drink e musica jazz, fra vuoto pettegolezzo e fascinazione per i gangster.
Titolo quanto mai azzeccato per la storia di Bobby (Jesse Eisemberg), giovane ebreo del Bronx che si trasferisce a Los Angeles pieno di illusioni. Lavorando per suo zio Phil (Steve Carell), pezzo grosso del mondo degli studios cinematografici, conosce e si innamora di Vonnie (Kristen Stewart), la segretaria, ragazza intraprendente e cinica, ormai disillusa rispetto al luccicante ambiente che li circonda.

Woody Allen delinea con pochissimi ed efficaci tratti una serie di personaggi continuamente al limite fra lo stereotipo, quasi macchiettistico, del cinema di quegli anni (il gangster, il produttore senza cuore, il giovane di belle speranze, la dolce segretaria, ecc.), ribaltandoli, rendendoli straordinariamente veri e profondi, spesso indimenticabili, grazie anche a un cast stellare su cui spicca uno straordinario Steve Carell, il quale dimostra, ancora una volta, che oltre a saper far ridere di gusto, è capace di emozionare con un solo sguardo.

Ciò che più di ogni altra cosa cattura di Café Society è il puro spirito alleniano che ne pervade ogni minuto, dall'inizio alla fine: per quanto ci si affanni non c'è speranza, i sogni non significano nulla, persino l'amore non può salvarci. Il pessimismo tipico del regista newyorkese non è più mitigato dalla speranza che, forse, qualcosa può cambiare, all'età di 80 anni, Allen è ormai disilluso come i suoi personaggi,rassegnati e perduti in una New york lontana da qualsiasi possibilità di redenzione, che trascina con sé in un vortice beffardo in cui la vita non è che una commedia scritta dal più sadico degli sceneggiatori.
Eppure lì, dove cinismo e pessimismo si fanno più forti, l'ironia non manca mai e il film è infarcito di battute squisitamente alleniane e personaggi esilaranti nelle loro tragedie.

Malinconico, irriverente. colorato e tremendamente romantico, Café Society è il meglio che ci si può aspettare da un autore che racconta sì sempre la stessa cosa, ma lo fa splendidamente bene.

lunedì 25 gennaio 2016

La grande scommessa - la recensione

Il crollo delle banche che ha portato, nel 2008, alla crisi economica mondiale che ancora oggi affligge la società. Non esattamente un tema facile da affrontare senza dilungarsi in tecnicismi e questo Adam McKay lo sa benissimo e ci gioca con maestria e ironia, sfondando più volte la quarta parete cinematografica per rendere un argomento tanto complesso fruibile a tutti.
Grazie a dialoghi brillanti ed espedienti narrativi originali (come i divertenti momenti in cui personalità note del mondo dello spettacolo spiegano in termini semplici concetti complicati) non ci si annoia mai e si riesce a seguire abbastanza fluidamente la trama attraverso gli alti e bassi del mercato finanziario, la compravendita di 'swag' e la bolla immobiliare pronta a scoppiare travolgendo il mercato.

Il cast è a dir poco azzeccato, a cominciare da Ryan Gosling, narratore solo a volte onnisciente che si rivolge direttamente al suo pubblico, a un fantastico Steve Carrell, personaggio caratterizzato dal suo pessimo carattere e da una storia tragica, perfettamente in grado di destreggiarsi tra momenti spiccatamente comici ad altri di fortissimo impatto emotivo, fino a un Christian Bale istrionico e con un occhio di vetro.
Degno di nota è il personaggio interpretato da Brad Pitt, particolare, a volte al limite del macchiettistico, ma a cui è affidato il compito di ricordare come alla fine a fare i conti con le conseguenze dei giochi di chi si diverte tra night club e macchine sportive, è la gente comune.

Nonostante lo stile particolare, i momenti metacinematografici e i personaggi sempre al limite del folle, ne La Grande Scommessa c'è un forte spirito documentaristico, che dona compattezza al film, rendendolo estremamente completo, raccontando attraverso le storie di chi, per primo, si accorse della crisi imminente, anche quegli anni della storia recentissima in cui si aveva l'impressione che nulla potesse andare storto, grazie anche a una colonna sonora perfetta che si adatta magnificamente a ogni momento e prende in prestito brani dal rap al rock per raccontare una società così vicina a noi eppure così diversa.
Scommettendo contro le stesse regole del racconto cinematografico, Adam McKay vince su tutta la linea, confezionando una pellicola di quasi totale perfezione narrativa e registica, con un cast stellare. 

martedì 20 ottobre 2015

Freeheld - la recensione

La vera storia di Laurel Hester, detective di polizia nel New Jersey che, affetta da cancro terminale, intraprese una vera e propria battaglia per far sì che i suoi benefici pensionistici potessero andare alla sua compagna Stacie.

Freeheld è un film che punta a commuovere il suo pubblico, lo fa piuttosto palesemente e alla fine ci riesce anche, grazie soprattutto alle due magnifiche interpreti, una sempre perfetta Julianne Moore e una fantastica Ellen Page. Entrambe donano un'interpretazione misurata, mai eccessiva nonostante il pesante trucco che sfigura la Moore per la maggior parte del film. Ottimo come sempre anche Steve Carrell, comic relief atto a sdrammatizzare una storia che è davvero pesante e drammatica, anche se le sue battute non sempre risultano riuscite e a volte sono un po' fuori luogo.

Senza particolari guizzi, Peter Sollett porta a casa un buon film che riesce perfettamente nel suo intento di toccare le corde più emotive, provocando più di qualche lacrima in sala, un po' meno quando si tratta di andare a fondo in una denuncia sociale e politica riguardo un argomento di grande attualità, relegato alle didascalie finali forse eccessivamente lunghe e piuttosto buoniste.

giovedì 12 marzo 2015

Foxcatcher - la recensione

Terza film per Bennett Miller che, dopo il bellissimo Moneyball, torna a parlare di sport con il film drammatico Foxcatcher, presentato al Festival di Cannes 2014 dove ha vinto il premio per la regia.

Mark Shultz (Tatum), campione olimpico di lotta, viene contattato da un uomo mandato dal miliardario John du Pont (Carell), che vuole creare e allenare una squadra di lotta che tenga alto l'onore degli USA ai mondiali di lotta e alle Olimpiadi.
Nonostante le perplessità del fratello di Mark, Dave (Ruffalo), anche lui campione di lotta e vera leggenda della specialità, Mark accetta, anche per cercare di uscire dall'ombra del fratello, e si trasferisce nella enorme tenuta di famiglia dei Du Pont. Il rapporto tra Mark e John du Pont evolve nel tempo e ben presto Mark si troverà di fronte alla vera natura del suo coach: un uomo solo, molto patriottico, pressato e influenzato dal giudizio dell'anziana madre, sociopatico e fortemente disturbato. Mark si lascerà trasportare in un vortice autodistruttivo e a risentirne saranno le sue performance sul tappeto. L'arrivo del fratello, chiamato e convinto ad unirsi alla squadra dallo stesso Du Pont, farà precipitare ancora di più la situazione, portando alla luce sempre di più i disturbi psicologici di Du Pont, fino alla tragedia.

La storia è tratta da fatti realmente accaduti, Mark e Dave Shultz, entrambi campioni olimpici, sono stati delle vere leggende della lotta libera. Il film è l'adattamento della biografia "Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia", scritto dallo stesso Mark Shultz.
Foxcatcher non è un "film sportivo", non lo era nemmeno Moneyball, ma non è neanche un semplice racconto cronologico. Bennet Miller ha scelto la via più difficile, o meno convenzionale, decidendo di raccontare non gli eventi ma i personaggi, la psicologia, il malessere e, nel caso di John du Pont, la follia. Per farlo il regista usa un ritmo compassato, a tratti lento, pochi dialoghi e un'atmosfera cupa e fredda che risulta efficace nel dare quel senso di soffocamento in cui sembra vivere e voler imporre il personaggio di Du Pont, ma allo stesso tempo crea un distacco tra lo spettatore e i personaggi rendendo difficile il coinvolgimento emotivo.

Ottimo il trio di protagonisti. Il sociopatico John du Pont è interpretato da Steve Carell, quasi irriconoscibile sotto chili di trucco (a cui però bisogna abituarsi). Una performance sorprendente e molto inquietante quella di Carell, che di solito siamo abituati a vedere in ruoli comici o brillanti ma che ha dimostrato di essere in grado di interpretare anche personaggi molto sfaccettati (vedere Little Miss Sunshine per credere). Meritata la nomination agli Oscar 2015. Ottima anche la prova di Mark Ruffalo, che nel film interpreta Dave Shultz, dei tre è quello con meno spazio ma l'attore riesce a incidere in modo deciso sul film. Anche Ruffalo nominato all'Oscar 2015 meritatamente. A rimanere un po' schiacciato nel mezzo è Channing Tatum, cioè Mark Shultz, calato anima e corpo nel personaggio, ma l'attore offre una performance convincente. Nel cast sono presenti anche Sienna Miller e Vanessa Redgrave.

Miller attraverso la storia del film cerca di fare una parabola sull'America, visto come un paese che elegge i propri campioni come eroi per poi dimenticarli e lasciarli cadere nell'indifferenza. Da una parte l'erede miliardario di una delle famiglie più importante d'America che è alla disperata e ossessiva ricerca di un riconoscimento - trofei, medaglie - che lui, in prima persona, non potrà mai avere e che quindi cerca di conquistare attraverso gli altri; dall'altra un atleta vincente ma che viene costantemente affiancato e paragonato alla figura del fratello, anche lui vincente, che l'ha cresciuto e allenato ma che gli fa ombra. Due personaggi molto distanti che si trovano, si avvicinano pericolosamente, morbosamente, per poi distaccarsi in modo netto e irrecuperabile. Fra queste due figure s'intromette quella di Dave, mosso da affetto vero vero il fratello minore e da una profonda serietà nell'affrontare il suo mestiere e il suo sport. Un'integrità che pagherà a caro prezzo.

Foxcatcher non è un film facile da affrontare, il risultato finale è ottimo, tecnicamente ineccepibile, ma un po' freddo.

giovedì 23 ottobre 2014

Dieci nuove immagini da Foxcatcher

Presentato all'ultimo Festival di Cannes, 'Foxcatcher', il nuovo film diretto da Bennett Miller ('Moneyball'), in questi mesi ha raccolto diversi consensi e giudizi positivi, sopratutto per quanto riguarda le interpretazioni dei suoi protagonisti, Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo (del cast fa parte anche Vanessa Redgrave).

Un film che potrebbe strappare più di una nomination ai prossimi Oscar, o comunque dire la sua nella stagione dei premi. Intanto ecco dieci nuove immagini dal film.











Il film racconta una storia vera, è infatti basato sulla vita di John du Pont (un quasi irriconoscibile Steve Carell), ricco, paranoide e tendente alla schizofrenia, che finanziò la squadra di lotta alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 e, in una escalation di follia e gelosia, finì per uccidere il campione di lotta David Shultz, fratello di Mark Shultz, allenato proprio da du Pont.

In Italia arriverà l'8 gennaio. Negli USA dal 14 novembre.

lunedì 19 maggio 2014

Festival di Cannes 2014 - giorno 5

Due film molto attesi nella sesta giornata del festival, entrambi in Concorso.

E' stato accolto molto bene alla proiezione stampa, 'Foxcatcher', nuovo film di Bennett Miller (regista del bellissimo 'Moneyball'). E tanti applausi anche per il cast, Channing Tatum, Steve Carell e Mark Ruffalo. Del cast fa parte anche Vanessa Redgrave, assente al festival.

Tratto da una storia vera, il film è un dramma ambientato nel mondo della lotta libera. La storia dei fratelli Schultz, Mark e Dave, (Tatum e Ruffalo), entrambi campioni di lotta che vengono ingaggiati da un eccentrico e paranoico ricco magnate, John du Pont (un irriconoscibile e trasfigurato Carell), con l'obbiettivo di vincere l'oro alle Olimpiadi. Ma, ossessionato in modo malato, du Pont finì per uccidere uno dei due fratelli, Dave, con un colpo di pistola.

La storia è stata raccontata da Mark Schultz in un libro che ha fatto da base per la sceneggiatura. Il cast ha anche incontrato la famiglia Schultz, come ha raccontato il regista durante la conferenza stampa. "Abbiamo cercato di avere contatti con gli Schultz il più possibile", ha detto Miller, "ci è capitato di mangiare con loro e di parlare del triste destino di Dave. Mark è veramente una persona sensibile e speciale. Siamo stati in contatto anche con alcuni membri della famiglia du Pont prima del film, ma non dopo". La presenza di Mark Schultz è stata importante soprattutto per Channing Tatum, che lo interpreta nel film. "Mi ha allenato", ha detto l'attore, "la sua presenza sul set era una cosa polarizzante e in qualche modo mi terrorizzava. È strano guardare fuori campo e vedere la persona che stai interpretando. Ho studiato sicuramente gli aspetti fisici, il modo in cui si muove, le piccole eccentricità". "Per Mark era terribile e io lo sentivo", ha dichiarato Mark Ruffalo, la vittima Dave Schultz nel film, "Sostanzialmente, stava rivivendo il momento più brutto della sua vita. E’ diventato una sorta di consigliere anche per me e ho stretto molta amicizia anche con la vedova di Dave e con i bambini. Lei è una donna straordinaria".
Sorprendente l'interpretazione di Steve Carell, che tutti siamo abituati a vedere in ruoli brillanti e divertenti, qui invece, trasformato da un trucco che lo rende quasi inquietante, si cala nei panni difficili e "malati" del miliardario allenatore John du Pont. Passare dalla commedia al dramma non è stato difficile per lui. "Il processo non è diverso da quello di una commedia", ha spiegato Carell, "l’attore non si pone il problema di essere in un dramma o in una commedia. Approccia un personaggio e ne racconta la storia, semplicemente". E sul suo personaggio, "Non ho potuto incontrare il vero du Pont, che è morto in carcere nel 2010", ha raccontato l'attore, "Ho visto e letto il possibile per vedere che persona fosse. Ci sono dei video, alcuni dei quali erano stati commissionati da lui stesso. Ci sono diverse interpretazioni su chi fosse nel suo intimo. È  difficile dire cosa lo spinse a compiere un gesto così drammatico come quello che si vede nel film, quali demoni aveva dentro di sé; noi abbiamo deciso di mostrare quali fossero con un lavoro tutto interiore". Una storia che è quasi una tragedia greca secondo Mark Ruffalo, "Ci racconta cosa succede quando ogni cosa è in vendita, al talento quando può essere comprato, alle persone quando sono in un sistema che valuta quasi tutto con un prezzo. Mi sembra un tema interessante e topico nel mondo di oggi".
"L’approccio che ho nei miei film non è quello di raccontare una storia ma di osservarla, vedere cosa succede nella vicenda, nell'America nascosta, che qui sembra repressa, non comunicante", ha concluso il regista Bennett Miller, "Quando ho sentito la storia per la prima volta, i dettagli, era cosi bizzarro, non c’era niente che conoscessi. Una famiglia ricca, la lotta libera. Una vicenda assurda, talvolta comica e alla fine orribile. Mai vissuto niente di simile. Ma era familiare, perché c’erano temi più ampi con cui potevo connettermi, il mondo e il paese in cui viviamo. Non è un film politico che prende posizioni morale, ma cerca solo di capire alcune di queste dinamiche. E’ come se avessimo filtrato il mondo attraverso un microscopio".

Un film che ha convinto e colpito e che potrebbe dire la sua nella stagione dei premi, soprattutto per quanto riguarda le interpretazioni dei tre protagonisti.

L'altro film della giornata, anche questo in Concorso, è 'Maps to the Stars' di David Cronenberg, un habitué del Festival di Cannes. Protagonisti del film, Julianne Moore, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, John Cusack, Sarah Gadon e Evan Bird. Nel film ci sono anche Olivia Williams e Carrie Fischer (che interpreta sé stessa), entrambi assenti al festival.

Cronenberg offre la sua visione del cinico, avido e crudele mondo di Hollywood, attraverso delle storie che s'intrecciano: un'attrice figlia d'arte ossessionata dalla figura della madre, un fisioterapista televisivo con un figlio baby star del cinema, una ragazza appena arrivata a Los Angeles che ha volto rovinato da un'ustione. Vite che s'intrecciano per motivi professionali e per dei segreti tenuti nascosti.

Raccontato così sembra un luogo "negativo" ma David Cronenberg dice di non avercela con Hollywood. "Non ce l’ho con i divi o lo show business", spiega il regista, "non provo repulsione per questo ambiente, le stesse cose si potrebbero dire di Wall Street, l’ambizione smodata è la stessa, il vuoto è lo stesso. [...] Certo, ha a che fare con l’ambizione e l’identità, ma non si applica solo alla gente famosa, è qualcosa di più universale, riguarda chiunque stia cercando di avere successo e di fare soldi nel suo campo e di restare sulla cresta dell'onda, quindi quasi chiunque nel mondo del business o della finanza o dello spettacolo". "Il film non vuole essere una presa in giro dello show business e non è un mio attacco personale a Hollywood, se ci vedete questo la colpa è dello sceneggiatore", scherza Cronenberg dando tutta la colpa a Bruce Wagner, autore dello script. Meno estremo il punto di vista di Mia Wasikowska, che a Hollywood ci è arrivata molto giovane e ancora ricorda gli inizi: "un mondo completamente alieno, come nessun altro, con una luce particolare ed una strana forza. In questo film c'è molto della città di L. A., anche se la storia è una versione esagerata dello stile di vita di Hollywood".
Nel film c'è anche Robert Pattinson, che torna a lavorare con Cronenberg (in 'Cosmopolis' stava sempre chiuso in una limousine, in 'Maps to the Stars' invece le guida). "Ho accettato di far parte di questo film prima ancora di leggere il copione", ha detto l'attore. Anche John Cusack ha accettato subito, colpito dalla sceneggiatura, "era così accurata che era come seguire un resto teatrale, non c’era davvero bisogno di aggiungere nulla", ha dichiarato.
Il film è una tragedia o una commedia? per Cronenberg è più una commedia più che un dramma. "Ho finalmente fatto una commedia. Ma non faccio altro", ha detto il regista, "del resto anche l’inferno di Dante era una Divina Commedia, questo è una commedia, un dramma familiare con echi di incesto e horror". Per Julianne Moore, che molti già vedono come possibile vincitrice del premio come migliore attrice, è entrambe, perché in fondo tragedia e commedia non sono distanti. "Tutto in realtà può essere paradossale e divertente. La tragedia è sempre divertente. La tragedia è ridicola, la vita è ridicola, in tutto puoi trovare da ridere", ha spiegato l'attrice, "Il mio personaggio ha una tendenza a esternare tutto ciò che le succede, piuttosto che a interiorizzarlo e da qui nasce il suo lato comico".

Il film ha diviso molto la critica, non tutti sono rimasti particolarmente soddisfatti ma, allo stesso modo, altri lo hanno elogiato.

mercoledì 28 agosto 2013

Alexander and the Terrible, Horrible No Good, Very Bad Day: Prime foto dal set!

Sono iniziate da pochi giorni le riprese del nuovo film disney con Steve Carell e Jennifer Garner 'Alexander and the Terrible, Horrible No Good, Very Bad Day' (basato sull'omonimo libro), e già sono online le prime foto dal set (clicca per ingrandire):
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Il film uscirà negli Stati Uniti il 10 ottobre 2014.

Fonte: ComingSoon.net

venerdì 14 giugno 2013

Date e aggiornamenti sui film Disney dei prossimi anni

La Walt Disney Pictures ha comunicato aggiornamenti e modifiche sulle date d'uscita dei film in programma fino al 2017, titoli Marvel e Pixar compresi.

- il film fantascientifico di Brad Bird, 'Tomorrowland', scritto da Damon Lindelof con George Clooney e Hugh Laurie , uscirà il 12 dicembre 2014 negli USA;

- 'Into the Woods', musical diretto da Rob Marshall, uscirà il 25 dicembre 2014. Super cast con Meryl Streep e Johnny Depp, e con Christine Baranski, Chris Pine, Jake Gyllenhaal e Emily Blunt ancora in forse;

- 'Alexander and the Terrible, Horrible, No Good, Very Bad Day', con Steve Carell e Jennifer Garner, uscirà il 10 ottobre 2014;

- annunciati due nuovi film Marvel ancora senza titolo. Il primo fissato al 6 maggio 2016 e il secondo il 5 maggio 2017. Aperte mille ipotesi, da un film su Hulk e uno su Dottor Strange a nuovi capitoli di Thor, Captain America e Iron Man 4 (con o senza Robert Downey Jr.);

- cambio di titolo per il sequel dei Muppet, non si chiamerà 'The Muppet's... Again' ma 'Muppets Most Wanted'. L'uscita è fissata per il 1 marzo 2014;

- 'The Hundred-Foot Journey', di Lasse Hallestrom, tratto dal best seller di Richard Morais e prodotto da Oprah Winfrey e Steven Spielberg (con la DreamWorks), uscirà l’8 agosto 2014;

- annunciato il sequel di 'Planes', spin off di 'Cars', s'intitolerà 'Planes: Fire & Rescue', sarà in 3D, e uscirà in sala dal 18 luglio 2014;

- uscita strategica per la stagione dei premi per 'Saving Mr. Banks', con Tom Hanks nei panni di Walt Disney e Emma Thompson in quelli dell'autrice di Mary Poppins, il film uscirà il 13 dicembre in copie limitate, per poi allargarsi a tutti i cinema il 20 dicembre.

Dunque ancora nessuna novità ufficiale sulla nuova trilogia di 'Star Wars'.

Frra

venerdì 4 gennaio 2013

'Cercasi Amore per la Fine del Mondo' - la recensione

Il 17 gennaio arriverà sui nostri schermi il film 'Cercasi Amore per la Fine del Mondo', con Steve Carrell e Keira Knightley protagonisti.

Un asteroide sta per colpire la Terra, l'umanità è ormai alla fine e quando anche l'ultimo tentativo per salvare il pianeta fallisce la moglie di Dodge lo abbandona. La reazione di Dodge è composta mentre il mondo sta scendendo sempre più nel baratro, vivendo nella follia e nella disperazione le ultime due settimane che gli restano. Dodge decide di partire alla ricerca della sua prima fidanzata, il suo grande amore. Ad accompagnarlo, Penny, semisconosciuta e stralunata vicina di casa, che vorrebbe tanto rivedere la sua famiglia prima della fine.

'Cercasi Amore per la Fine del Mondo' potrebbe rientrare nella categoria delle commedie indipendenti americane ma non lasciatevi ingannare dal trailer o dalla presenza di Steve Carrell, il film non fa ridere, strappa qualche amaro sorriso ma non è un film comico. Diretto da Lorene Scafaria, il film è delicato, sentimentale e romantico senza risultare mai zuccheroso, sceglie la via della semplicità. C'è un alone di tristezza che pervade tutto il film per la consapevolezza che l'amore e l'amicizia che vediamo nascere hanno inevitabilmente le ore contate. C'è poco tempo per i due protagonisti, poco tempo per fare tutto, eppure non è mai troppo tardi per innamorarsi. Allo stesso tempo il film riflette, soprattutto nella prima parte, sul comportamento dell'uomo medio, consapevole che gli rimangono due settimane di vita, e il modo in cui viene ritratto non è affatto rassicurante ma tristemente credibile.

Sorprende positivamente la coppia Carrell-Knightley. Steve Carrell, qui molto misurato, dimostra (ma dopo 'Little Miss Sunshine' non ce n'era bisogno) di essere un attore di grande sensibilità oltre ad essere uno capace di farti sorridere anche con una leggera smorfia. Molto brava Keira Knightley, deliziosa e ingenua, in un genere in cui non siamo abituati a vederla, se la cava egregiamente, anche la sua è un'interpretazione di grande sensibilità, e in lingua originale rende molto di più. I due insieme funzionano benissimo. Onore anche a Martin Sheen, attore talmente esperto da risultare incisivo anche con poco spazio. Bella la colonna sonora.

Alla fine del film si resta con un senso di malinconia e tristezza, forse avrebbero potuto regalare qualche momento di leggerezza in più, non che il film sia pesante ma quel meteorite che incombe sulla Terra e sui protagonisti lo avverte anche lo spettatore, qualche sorriso in più non avrebbe fatto male e in questo modo si sarebbe sfruttato a pieno il potenziale di Steve Carrell.

Negli Stati Uniti il film è uscito quando ancora c'era la "paura" per la profezia Maya, ora che il 21/12 è passato e siamo tutti vivi e vegeti forse ci sarà un po' di snobismo verso un film con questo tema e invece è meglio così, almeno si può vedere senza particolare e assurde ansie (per chi le ha avute). Non un capolavoro ma un film molto carino, delicato e sincero.


Frra

sabato 17 novembre 2012

'Il Matrimonio che Vorrei' (Hope Springs) - commento a caldo

Una moglie un po goffa, un po insicura e profondamente sfiduciata, un marito cinico e burbero, questo è Il Matrimonio che Vorrei o Hope Springs in lingua originale, si questo è uno dei rarissimi casi in cui la traduzione completamente sbagliata non è così completamente sbagliata, la stramba rivisitazione del titolo è adeguata al film anche se quello originale è leggermente più "poetico".

Il sapiente regista di Io e Marley, Il Diavolo veste Prada e il più recente Un Anno da Leoni, David Frankel, confeziona e costruisce un film molto elegante e sofferente, anche se forse il suo film meno riuscito, che offre molti spunti di riflessioni riguardanti la vita di coppia (ovviamente). 
Molto discrete (non eccezionali in effetti) le interpretazoni dei protagonisti principali Meryl Streep e Tommy Lee Jones e non da meno Steve Carell nel ruolo del terapista di coppia standard e un po stereotipato, anche lui assodato interprete di talento che non delude mai.




L'unico appunto che potrei fare al film è sulle dinamiche musicali della prima parte, Frankel è un regista che usa molte canzoni nei suoi progetti e forse qui nella prima parte appunto, sono forse troppo abusate e un po stucchevoli, per il resto tutto giusto e misurato.

Commedia amara tutta realistica.

Mat