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martedì 10 febbraio 2015

[Oscar 2015] Selma: La Strada per la Libertà - la recensione


"Selma: La Strada per la Libertà" è incentrato sugli eventi accaduti per l'appunto nella cittadina di Selma in Alabama nel Marzo 1965, ovvero quando un gruppo di manifestanti guidati dal reverendo Martin Luther King, leader del movimento, organizzarono tre marce per protestare pacificamente contro gli impedimenti opposti ai cittadini afroamericani  nell'esercitare il proprio diritto di voto. Eventi che prendono seguito da quando tra il 1963 e il 1964 il movimento antisegregazionista "Dallas Country Voters League"  iniziò a registrare i cittadini di pelle nera nelle liste elettorali trovando l'accanita resistenza da parte dei sistemi politici americani e moltissimi bianchi. Le marce del '65 infiammarono i 54km del  tragitto statale che va appunto da "Selma" a Montgomery, esse sono ricordate come simbolo della parità dei diritti di voto dei cittadini neri e della campagna di Martin Luther King antisegregazionista.  Una battaglia sulla non violenza ma mai non violenta, basti ricordare la giornata della prima marcia ricordata come "Bloody Sunday" poichè in quel giorno più di 500 attivisti furono caricati e piegati selvaggiamente sotto i colpi di manganello della polizia. Martin Luther King portavoce e leader del movimento dopo due marce bloccate solo con la terza, autorizzata,  riuscì a tagliare il traguardo e a raggiungere l'obbiettivo affinché il diritto di voto, legalmente riconosciuto a tutti i cittadini americani, non fosse più ostacolato da atteggiamenti intimidatori o vessatori nei confronti dei neri negli Stati del sud. Obbiettivo sancito anche dal "Voting Rights Act" promulgato dal  presidente democratico Lyndon B. Johnson.


E' un film importante quello di Ava DuVernay , prima di tutto perchè tratta un episodio di storica importanza per l'America e il mondo intero, e poi  perchè offre un dipinto nuovo e a 360 gradi su una delle personalità più influenti  del passato americano. Martin Luther King vive all'interno del film non solo negli intensi discorsi rivolti alla folla, di cui tutti conoscono i veri filmati in bianco e nero, ma ci viene mostrato anche in un'inedita sfera privata e nel rapporto coniugale con sua moglie Coretta.


"Selma - La Strada per la Libertà" non punta il dito contro nessuno, è consapevole del razzismo ancora permeato tutt'oggi nella mentalità dei più, ma non è un film rabbioso, non denuncia, al contrario è positivo e ottimista grazie ai risultati e i trionfi ottenuti nel corso della storia, di cui quello raccontato è uno dei più importanti.
 "Selma"porta avanti in modo pacifico il suo discorso sulla non violenza e sulla uguaglianza razziale con la stessa convinzione, la stessa umanità  e lo stesso rigore etico del suo leder.  Interpretato da un grandioso David Oyelowo, che in lingua originale trasferisce sullo schermo tutto il carisma del personaggio, soprattutto davanti ai microfoni, dove si accende in un crescendo di magniloquenza oratoria a dir poco ammaliante. 
Il tutto è stato possibile anche grazie ai restanti membri del solido cast: Tom Wilkinson nel ruolo del presidente Johnson e Tim Roth in quello del governatore dell’Alabama GeorgeWallace, la bravissima Carmen Ejogo nel difficile ruolo della moglie di King e una toccante Oprah Winfrey, la quale ha creduto nel progetto tanto da essere presente anche in veste di produttrice assieme a Brad Pitt.

Lo stile della regista afroamericana 42 enne (miglior regista al Sundance Film Festival del 2012 per "Middle of Nowhere") è a tratti documentaristico e storiografico ma anche intimo nel raccontare il percorso travagliato dei suoi personaggi. Commuove ma offre anche momenti di ironia che vanno ad alleggerire un'opera il cui più grande rischio sarebbe stato quello di cadere in una pesantezza di fondo devastante. "Selma" è un film ben ponderato nel ritmo e nella sensazioni profuse allo spettatore, il quale non si sente mai manipolato da un prodotto studiato a tavolino per far leva sulla sua sensibilità, ma al contrario, le emozioni  emergono genuinamente, evocate dalla potenza delle immagini e da una storia fortemente sentita e sincera nei suoi meccanismi di rappresentazione.


Voto:  **** / *****

lunedì 8 dicembre 2014

The Rover - la recensione

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2014, 'The Rover' è l'ultimo film di David Michôd, regista dell'apprezzato e pluripremiato 'Animal Kingdom', ed è tratto da una storia scritta dallo stesso regista insieme all'attore Joel Edgerton.

Ambientato nel deserto dell'Australia "dieci anni dopo il collasso", un evento sconosciuto di cui non si sa nulla ma che ha fatto piombare il paese in un far west, senza legge, pieno di desolazione e violenza.
In questo quadro si muove il solitario Eric (G.Pearce), deciso più che mai a ritrovare la sua unica proprietà, la sua auto, rubata da tre uomini in fuga. Ad aiutarlo, un po' ostaggio un po' compagno di viaggio, c'è Ray (R.Pattinson), il fratello di uno dei tre, abbandonato per strada perché ritenuto morto dopo essere stato ferito in uno scontro a fuoco con dei militari.

Alla base del film c'è una trama molto semplice e lineare, un uomo alla ricerca di qualcosa che incrocia sulla sua strada un'altra anima persa, il tutto ambientato in un futuro distopico, ma non molto lontano dal presente. Su questa base semplice Michôd realizza un film "grezzo", un road movie, un po' western e un po' film post-apocalittico, con un'atmosfera che a volte ricorda quelle di 'Mad Max', in cui il regista ci porta a conoscere dei personaggi senza morale, con un passato oscuro e un'anima buia, violenti, a cui interessa solo la propria sopravvivenza o i propri pochi averi. Unica pecca del regista è che a volta si piace un po' troppo.

Il film si pregia dell'eccellente interpretazione di sofferente Guy Pearce nei panni di un personaggio difficile da inquadrare, violento, ambiguo, chiuso, che si è adattato al mondo che lo circonda, uno spietato in un mondo di spietati. Buona la prova di Robert Pattinson, finalmente convincente nei panni del disturbato Ray. Da sottolineare la presenza Scoot McNairy, presente in poche scene che riesce a rendere intense.

'The Rover' è un film che forse, in generale, non spicca particolarmente per originalità ma è formato da elementi - una buona regia, dei bei personaggi, ottime interpretazioni, una tensione costante nella storia - che lo rendono un bel film. Sicuramente da vedere.

martedì 11 novembre 2014

Sils Maria - La Recensione

 "Clouds of Sils Maria" questo il titolo originale del nuovo film di Oliver Assayas con Juliette Binoche e Kristen Stewart protagoniste. Rispettivamente la prima intrprete di Maria Enders, un'attrice di mezz'età con una carriera cinematografica e tetrale di tutto rispetto, la seconda invece nei panni della sua giovane assistente Valentine, una ragazza molto intelligente e professionale nel suo lavoro.
Il film racconta la vita di questa affermata attrice nel momento in cui le viene riproposto un testo teatrale che interpretò molti anni prima, opera che segnò il suo debutto alle scene nelle vesti della diciottenne Sigrid e della sua relazione saffica con una donna matura di nome Helena. La relazione avrà un epilogo tragico con il suicidio di Helena.
A vent'anni di distanza il ruolo di Sigrid viene affidato per ovvie questioni di età alla neo star emergente Jo-Ann (interpretata da Chloë Grace Moretz), mentre alla nostra Maria Enders viene proposta la parte di Helena.
La difficile scelta di prendere parte al progetto getterà Maria in un vortice di insicurezza mettendo alla prova non solo la sua carriera lavorativa ma anche la sua persona e dovendosi così scontrare con la paura di invecchiare e con i fantasmi che tornano dal passato. Fortuna che l' assistente Valentine, oltre che aiutarla a memorizzare il copione recitando la parte di Sigrid, cercherà con determinazione di guidare le sue scelte con amorevoli attenzioni...

 Presentato a Cannes come degno erede di "Eva contro Eva", film a cui innegabilmente il regista si è ispirato, "Sils Maria"  è stato acclamato con un buonissimo responso da parte della critica soprattutto in virtù dell' interpretazioni delle due attrici protagoniste. La recitazione in un film che è un chiaro esercizio di metacinema e che vede le sue attrici onnipresenti alle prese con verbosi dialoghi è fondamentale. E questa si presenta agli occhi dello spettatore fin da subito la più potente arma di quest'opera, la più potente ma forse anche l'unica a disposizione. Perchè "Sils Maria" nel sua struttura meta-cinematografica e nella sua dimensione strettamente dialogica ci presenta un mondo che per forza di cose può coinvolgere soltanto coloro che vivono al suo interno, tutti gli altri che non fanno fanno parte della macchina cinematografica vengono relegati in un angolino. E in questo circolo di esclusi sono compresi anche coloro che hanno la passione per il cinema, come il sottoscritto, ma che non lavorando sul campo e non facenti parte dello star-system difficilmente potranno empatizzare e provare interesse verso questioni e problematiche che mai testeranno. 
 E' un film ermetico Sils Maria, dalla destinazione elitaria. Ed'è proprio la sua natura discriminatoria e molto borghese a renderlo per niente coinvolgente e tanto soporifero. Dove anche l'assenza di colpi di scena risulta disfunzionale ad una narrazione che si mostra piatta dal primo all'ultimo minuto. Lo spettatore assiste a questo gioco di specchi dove Maria e l'assistente Valentine si muovono in parallelo con i personaggi di finzione che interpretano, quasi come se questi ultimi si stessero impossessando delle loro vite, ma il tutto rimane molto trattenuto e lo spettatore attende invano un'improvvisa svolta di trama che mai avrà luogo.

A parte l'eccellenza di una Juliette Binoche giustamente in parte, e di una Kristen Stewart, mai così brava fino ad ora (già lo si sapeva, anche prima di Twilight) e capace di rubare la scena più di una volta alla sua ben più navigata comprimaria, cosa rimane dunque nella pellicola di Oliver Assayas ? Rimane la bellezza dei passi di montagna di Sils Maria, le nuvole, i colori che riempiono il cuore più di ogni parola.

Voto: * * / *****


Mr.Carrey

lunedì 31 marzo 2014

'Serena': otto immagini dal nuovo film con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper

Jennifer Lawrence e Bradley Cooper insieme per la terza volta nel film drammatico 'Serena', diretto dal premio Oscar Susanne Bier.

Tratto dal romanzo di Ron Rash, la storia è ambientata nel 1929 e segue una coppia di neo sposi, George e Serena (Cooper e Lawrence) in viaggio da Boston al North Carolina, dove hanno intenzione di stabilirsi per mettere su un'impresa commerciale di legnami. Per George è un ritorno, essendo cresciuto da quelle parti dove ha anche un figlio illegittimo nato da una relazione passata, mentre per Serena è un radicale cambiamento ma riesce ad adattarsi velocemente rivelandosi una donna molto forte. I due riescono a costruire un impero commerciale eliminando, anche violentemente, tutti quelli che gli ostacolano la strada. Le cose precipiteranno quando il passato di George, s'intreccerà con la scalata al potere e a rimetterci sarà anche il rapporto fra marito e moglie.
Nel cast anche Toby Jones e Rhys Ifans.

Aspettando una data d'uscita, probabilmente nella seconda metà del 2014, ecco otto nuove immagini del film.












domenica 30 marzo 2014

Nymphomaniac Vol.2 (Soft Version) - la recensione

'Nymphomaniac Vol.2' verrà qui analizzato, come per il primo volume, nella sua versione corta e censurata.
Il seguente articolo va integrato con la recensione di 'Nymphomaniac Vol.1' che trovate QUI.

La seconda parte dell'opera di Lars Von Trier ci presenta un percorso, dopo il precedente di "formazione", dedicato alla ricerca di sé e alla discesa negli inferi del personaggio di Joe. 

Un capitolo in cui la patologia sessuale si traduce in una vera e propria piaga mentale che farà cadere Joe in un totale stato di apatia. Ne consegue un periodo di asetticismo affettivo, in cui Joe avrà anche un figlio, e di profonda solitudine in cui anche il suo corpo comincerà a risentirne, perdendo ogni capacità di provare sensazioni fisiche. 
Joe si mette dunque alla disperata ricerca del piacere perduto, e troverà modo di sentirsi viva con le pratiche di "K", interpretato da un insolito e bravo Jamie Bell (Billy Elliot), che nel suo laboratorio sodomizza le sue "pazienti" in cerca di emozioni forti.

'Nymphomaniac Volume 2' pur essendo leggermente superiore al volume primo non ne rivoluziona  le sorti e la qualità artistica dell'opera complessiva rimane mediocre. Questa volta non è presente quella smania dal parte del regista nel voler continuamente accostare il basso con il colto, operazione che in precedenza aveva delineato uno stile che dire tracotante è poco. Nel secondo capitolo si percepisce meno artificiosità formale e più autenticità. Lars Von Trier ripone da parte il suo egocentrismo e sembra mettersi in un angolino concedendo così più spazio al racconto di Joe e riducendo gli interventi di Saligsman che, come lui, pare più disposto ad ascoltare. Non che questo sia un bene, anche perché la storia di Joe si poggia su una sceneggiatura piatta, dove l'apatia della protagonista coincide con quella dello spettatore. Nymphomaniac non appassiona mai, si resta nella più totale indifferenza, non si prova né compassione né disgusto nei confronti di Joe. Tutti i climax sono gestiti nel peggiore dei modi, si potrebbe dire che è proprio climax non esiste, la narrazione non raggiunge mai un apice, un culmine emotivo o di tensione drammatica. A fare da padrona è la perplessità dello spettatore messo di fronte a diversi passaggi forzati e all'irrazionalità di alcune scene, basti pensare alla macchina in fiamme o alla conversione mafiosa di Joe, decisamente folle.

Rimangono degne di nota alcune immagini dal forte impatto visivo, come la protagonista in cerca del proprio albero-anima su una rupe rocciosa, ma in generale l'estetica del film non è lontanamente paragonabile a quella lussureggiante di Melancholia e neanche a quella gotica di Antichrist.


La pornografia in questo secondo capitolo è più controllata ma è più violento a livello di immagini, penso alla crudezza delle pratiche sadomaso di "K" o il preambolo che va a spiegare come mai Joe all'inizio giaceva in uno sporco vicolo ferita e priva di sensi, sicuramente la scena più forte e tesa del film.
Lars Von Trier  fortunatamente non è caduto nel didascalico per la seconda volta, e le digressioni di Seligman sono più misurate. Inoltre alcuni concetti espressi sono decisamente più provocatori di quanto il film sappia fare con le immagini, oltre che essere i punti più interessanti del film, basti pensare ad alcuni riferimenti alla religione o al punto di vista di Joe sulla pedofilia, una visione decisamente scomoda e anticonformista. Nymphomaniac quando decide di tirare le somme si conclude traendo una morale tutta "femminista" della vicenda, in cui viene evidenziato il doppio standard di una società che tende a condannare la sessualità femminile, al contrario di quella maschile dove uno stile di vita del genere potrebbe tranquillamente essere considerato "normale". Un epilogo scontato e totalmente convenzionale, troppo poco per un film di oltre 4 ore che vorrebbe essere cinico e provocatorio. Soprattutto un finale che lascia in sospeso molti quesiti e che non risolve la dicotomia sesso/amore.

In fin dei conti 'Nymphomaniac' è il tipico film lanciato con tanto fracasso ma che nei fatti si rivela insoddisfacente sotto tutti i punti di vista. Magari con una distribuzione televisiva, sotto forma di "miniserie" ,l'idea di Von Trier avrebbe trovato un mezzo espressivo più adatto.



Voto:  **½ / *****

martedì 25 marzo 2014

Nymphomaniac Vol.1 (Soft Version) - la recensione

 Si parla da molto dell'ultimo film di Lars Von Trier, "Nymphomaniac", da quando lui dichiarò di voler portare al cinema un' opera pornografica, che esplorasse la sessualità e il mondo femminile dal punto di vista di una ninfomane, senza però dimenticare un certo spessore nei contenuti. E in questo Lars è di parola, non dimenticando mai introspezioni, studi psicologici e riflessioni sui temi affrontati; con questo Nymphomaniac il regista inserisce falli, vagine, sesso orale e penetrazioni a fare bella mostra di sé, della serie "guarda come sono bravo a farti entrare in punta di piedi il porno in un film d'autore". L'intento, manco a dirlo, è quello di provocare.
Il regista, probabilmente sotto pressione dalla produzione, decide però di montare due versioni delle 5 ore e mezzo di girato totale entrambe suddivise in due parti : una "soft" più corta destinata ai cinema e l'altra una versione "hard" integrale e dunque senza censure.
La recensione qui proposta analizza la prima parte della versione soft "Nymphomaniac vol.1" dalla durata di 115 minuti contro i 145 minuti della "long version".
Joe, la protagonista, viene trovata in un vicolo priva di sensi da Seligman durante una giornata nevosa, che provvederà a soccorrerla portandola nel suo appartamento. Qui Joe davanti ad una tazza di té caldo rivelerà a Seligman di essere una ninfomane. Comincia così a raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione. Seligman accetta di ascoltarla senza giudicare...
Questa è la trama del film e da qui Von Trier innesca un discorso su come la sessualità è discussa e capita, ponendo complesse riflessioni sulla dicotomia tra sesso e amore. Un discorso che vuole farsi complesso andando a cercare confronti e parallelismi in campo scientifico, filosofico e religioso. Spesso proponendo simbolismi e riferimenti legati il più delle volte alla numerologia e alla matematica. E trovando nella pesca un giusto alleato esplicativo, a causa delle forti analogie e coincidenze tra la tecnica della pesca e la sessualità. Infatti sarà proprio la passione per la pesca di Seligman ad aprire la maggior parte degli spunti di discussione e di riflessione sulla vicenda raccontata da Joe.

In un opera dunque che si mostra abbastanza intellettuale e che si pone innegabilmente dei propositi piuttosto alti sul piano dei contenuti, allora la pornografia delle immagini diventa spesso superflua. Vi giuro che il mio non è un discorso che vuole essere bigotto, ma ho trovato lo sbandieramento di penetrazioni e organi genitali nel dettaglio un qualcosa di abbastanza gratuito. Messo là in un contesto che vuole farsi colto e intellettualoide per il solo gusto di scandalizzare.

 Un po' come l'eccesso di violenza splatter di alcuni film, spesso stupida ed evitabilissima. Per questo penso che la versione estesa non aggiunga niente di più al valore artistico del film (dato che sono 30 minuti di materiale pornografico ancora più esplicito). Molti hanno giustificato la pornografia, spiegando che l'occhio del regista è quello di uno studioso, uno sguardo che chiameremo scientifico. Io francamente non condivido questa tesi, conoscendo il personaggio (Lars Von Trier) immagino che l'unico suo intento sia stato quello di voler provocare e scandalizzare il suo pubblico, perché si diverte un mondo nel farlo.
Che poi in fin dei conti cosa ci dovrebbe scandalizzare? Un primo piano su una penetrazione ? Alla fine si sta parlando di sesso. Nessuno uscirà traumatizzato dalle immagini visionate.
Adesso però mettiamo da parte il comparto a luci rosse del film e concentriamoci sui contenuti "di qualità". Ovvero le digressioni in cui vengono inserite annotazione e cenni culturali che vanno a toccare le materie e le arti disparate, ovviamente legate allegoricamente alla sfera sessuale. Un eccesso culturale che più che atto d'amore di un uomo nei confronti della cultura stessa sembra solo un'ostentazione presuntuosa di un bagaglio di conoscenze, proprie non di un intellettuale ma di un odioso saccente. Un insulso gioco tipico di chi si vuole pavoneggiare. Un' opera che si traduce come un esercizio di stile sofisticato e mai sincero, dove non mancano alcune forzature nel voler appiccicare a tutti i costi riflessioni letterarie e quant'altro alle attività sessuali della protagonista.
Una cosa che ho capito da questo "Nymphomaniac vol.1" è che nel fare l'intellettuale ci vuole una certa dose di umiltà e il senso della misura, a Lars Von Trier tutto ciò manca e agli occhi dello spettatore si fa spocchioso e dunque irritante.

Purtroppo la pellicola non funziona nemmeno quando mette in scena gli episodi di vita raccontati da Joe, che si presentano poco interessanti, evidenziando debolezze di sceneggiatura, incapaci di far scattare un coinvolgimento emotivo di qualunque sorta nello spettatore. Il film per questo procede senza ritmo e annoia parecchio. Manca anche una fotografia di lussureggiante bellezza come quella vista in Melancolia, che avvolgeva il film in una atmosfera di suggestione magnetica.
Detto tutto ciò mi fermo qui, non vorrei sembrare fin troppo prevenuto nei confronti della totalità dell'opera considerando che per il momento sono a metà del suo corso, e mi rimprovero di aver forse mosso delle critiche in maniera fin troppo radicale.
Sono invece pronto a ricredermi con il secondo capitolo (di cui la recensione a breve). Anche se ho l'impressione che Nymphomaniac al termine della sua novella sia molto più "morale" e molto meno "politically scorret" di quanto ci voglia far credere.


Voto:  ** / *****


La recensione del Secondo Volume è disponibile nel seguente link http://frameseven7.blogspot.it/2014/03/nymphomaniac-vol2-soft-version-la.html




mercoledì 19 febbraio 2014

Oscar 2014: 12 Anni Schiavo - la recensione

Il regista Steve McQueen ('Hunger', 'Shame') esplora altri territori e racconta la schiavitù negli Stati Uniti del 1840.

Solomon Northup (Ejiofor) è un musicista nero e un uomo libero che vive nello stato di New York. Persuaso con una proposta di lavoro, viene fatto ubriacare e messo in catene per essere poi venduto come schiavo nel sud del paese per lavorare nei campi. Solomon passa di padrone in padrone, dodici anni d'inferno tra lavoro duro e frustate fino all'incontro con un uomo, un canadese anti schiavismo, che lo ascolterà e lo aiuterà a tornare dalla sua famiglia.
Le didascalie finali ci raccontano il dopo, la battaglia legale persa contro gli schiavisti e la misteriosa fine.

Negli ultimi tempi il tema dello schiavismo/razzismo negli Stati Uniti è stato affrontato in diverse forme, dal biopic 'Lincoln' al pulp-western 'Django Unchained', fino al recente 'The Butler', '12 Anni Schiavo' è un altro capitolo che racconta l'orrore e la sofferenza patita dai neri d'America. La storia di Solomon Northup è vera, il film è tratto da un libro che lui stesso ha scritto per raccontare la sua incredibile storia, un uomo libero che diventa schiavo e subisce di tutto dai terribili schiavisti bianchi prima di essere liberato, uno in mezzo a tanti che invece hanno continuato a subire e soffrire.
Steve McQueen esce fuori dalle storie "intime" dei suoi primi due film e allarga gli orizzonti, lavorando molto sulle immagini, gli spazi aperti, il paesaggio, ma non rinuncia a descrivere e raccontare la mortificazione del corpo, e allora insiste sulle violenze inflitte ai personaggi del film allungando le scene. Non ci fa vedere dieci frustate ma trenta, allunga i tempi per mostrare la violenza allo spettatore con l'intento di farlo indignare davanti a quelle immagini. Una scelta che il regista aveva già fatto in 'Shame', raccontare per immagini e suggestione piuttosto che con storia e parole. McQueen è un ottimo regista, le immagini del film sono studiate, precise, belle da vedere, artistiche, riescono a dare un tocco diverso a un film che di base è solido ma molto classico nel suo svolgimento, immagini che però a volte risultano un po' troppo studiate, quasi patinate.
Nel film non mancano scene emotivamente forti, la tratta degli schiavi, l'estenuante attesa di Solomon appeso per il collo che riesce a malapena a reggersi sulle punte per non soffocare mentre intorno nessuno si preoccupa per lui perché solo il padrone può liberarlo, il gospel liberatorio, le infinite frustate contro la giovane Patsey, ma la scena che forse in pochi secondi e senza mostrare e insistere in modo estenuante racconta di più di tutte è il risveglio di Solomon in una stanza buia con il solo suono delle catene a farci capire che sta per iniziare la sua personale odissea.
Protagonista del film un bravo Chiwetel Ejiofor, attore visto come non protagonista in tanti film, peccato che il suo personaggio, nonostante sia il fulcro assoluto della storia, a volte sembra non essere poi così importante, viene lasciato lì a sperare e basta, una caratterizzazione limitata per un personaggio che avrebbe meritato maggiore interesse e un attore che ce la mette davvero tutta. Ottimo il cast di supporto. Bravo, anche se a volte un po' eccessivo, Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen, nei panni di un odioso e perfido padrone. Bravi anche Paul Dano e Sarah Paulson. Sorprendente con un'interpretazione molto intensa l'esordiente Lupita Nyong'O. Danno un buon contributo, anche se in poco spazio, Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch, Alfre Woodard e Brad Pitt (anche produttore).

'12 Anni Schiavo' è indubbiamente un bel film, da vedere, confezionato nel miglior modo possibile, con una storia classica, solida e coinvolgente, non annoia, racconta bene l'orrore della schiavitù, è emotivamente forte ma ha il "difetto" di fermarsi titoli di coda. Mostra l'orrore, lo spettatore lo condanna, prova disgusto davanti a tanta insensata cattiveria, però lo guarda soltanto senza "viverlo", è un orrore che rimane lontano senza toccarci più di tanto. Per quanto Steve McQueen si sia impegnato nel confezionare il film nel miglior modo possibile si è perso un po' troppo nella forma dimenticando la sostanza, si è fermato agli occhi dimenticando di colpire lo spettatore al cuore.

mercoledì 5 febbraio 2014

'All Is Lost - Tutto è Perduto' - la recensione

Presentato al Festival di Cannes 2013, 'All Is Lost' di J.C. Chandor vede un solo ed unico (grande) protagonista: Robert Redford.

Oceano Indiano, un uomo naviga con la sua barca a vela e, improvvisamente, s'incaglia su un container caduto da una nave che gli lascia uno squarcio sullo scafo. Riparato in modo approssimativo e con grande pazienza il danno, arrivano i problemi veri. Una tempesta si avvicina, l'uomo si organizza nel migliore dei modi ma la barca non regge, si rovescia e affonda. L'uomo, sul gommone di salvataggio, va alla deriva. I viveri scarseggiano, cercare aiuto nelle poche enormi navi commerciali che passano è praticamente impossibile. L'uomo si ritrova solo contro la natura. Come dice il titolo, tutto è perduto.

Due ore di film, un solo protagonista in lotta per la sopravvivenza. Robert Redford è il film, riempie tutti gli spazi, non parla quasi mai (all'inizio, una richiesta d'aiuto e un "fuck" gridato al cielo), non ci dice praticamente nulla dell'uomo che interpreta ma ce lo racconta con i gesti, con la pazienza e la calma di chi sa che nel bel mezzo del nulla non può semplicemente aspettare che qualcuno arrivi in aiuto, e allora lui si organizza, ripara quello che c'è da riparare, abbandonato da qualsiasi strumento tecnologico cerca di imparare ad usare gli strumenti per calcolare la posizione, resiste al mare in burrasca che più di una volta lo mette alle strette, tutto con grande dignità e coraggio. Il regista lo segue senza aggiungere altro e Redford lo ripaga con la sua innata presenza scenica e una grande interpretazione.
La storia ci parla di sopravvivenza, un uomo a cui va tutto male, un susseguirsi di sfortune che sembra non avere fine, l'impotenza di un uomo davanti agli eventi della natura, ma ci parla anche di un uomo che resiste, lotta, si rimbocca le maniche come forse oggi non siamo più abituati a fare. Un film che ha una trama ridotta all'osso ma non scarna, una regia semplice che non cerca mai di enfatizzare o drammatizzare i fatti, lascia tutto al protagonista e tiene bene la tensione per tutta la sua durata. Forse alla fine al regista è mancato un po' di coraggio nel dare un colpo deciso alla trama preferendo risolvere la (dis)avventura del protagonista in modo "consolante" ma che va un po' nel senso opposto rispetto il resto del film.

Sicuramente un film da vedere, soprattutto per il grande Robert Redford, che probabilmente avrebbe meritato maggiore considerazione dell'Academy in vista degli Oscar.

sabato 11 gennaio 2014

Il Grande Match - La recensione

Devo dire, da fan di Stallone (e, ovviamente, grande estimatore di De Niro) questo era un progetto che mi ispirava davvero poco: Sly che torna ancora sul ring nei panni di un pugile che non è Rocky Balboa!? Bob che rimette i guantoni ad oltre 30 anni dall'unica volta che gli è capitato!? L'impressione era che il tutto non potesse che diventare assurdo e ridicolo... E, invece, sorpresa: IL GRANDE MATCH funziona e convince, attraverso un approccio fondamentalmente comico ma nel contempo anche drammatico per merito, in particolare, di un'intelligente sceneggiatura in grado di coniugare a dovere i caratteri migliori del dramedy.

IL GRANDE MATCH si presenta subito come un "Grande Omaggio", riassumendo il glorioso passato sul ring dei due protagonisti attraverso, soprattutto, varie ritagli di giornale "rubati" da ROCKY e TORO SCATENATO, conditi da un ringiovanimento digitale dei volti, un po' stonato ma funzionale... Sintesi di un'associazione immediata dei personaggi di Stallone&De Niro con le loro rispettive icone Balboa&La Motta. L'eterna rivalità (e insopportabilità) tra i due diventa poi la benzina dello sviluppo di una trama che intreccia abilmente amore, maturazione, responsabilità come sfumature all'interno di un contesto tanto spassoso, con ovviamente abbondanti ironie geriatriche, quanto toccante. Tutto, ovviamente, in un funzione dell'incontro finale sul ring, in cui l'epicità del passato lascia spazio alla sportività del presente, dandogli così una dimensione più realistica e, magari, meno spettacolare ma comunque convincente (che poi è quello che conta).
Contraddistinto da una regia praticamente scolastica, Peter Segal lascia che siano Stallone&De Niro a trainare il film e, data l'ottima intesa tra i due, la scelta si rivela semplice ed efficace... Sly&Bob si cimentano in una complessiva auto-citazione/ironia che diverte ed emoziona, ponendo la regia in un contesto di puro contorno. Insomma, poteva essere un pasticciaccio e invece... Colpisce a dovere e non è soltanto chi è fan.

VOTO: 7

Alberto

mercoledì 18 dicembre 2013

Oscar 2014: Philomena - la recensione

Philomena Lee (Judi Dench) è un anziana donna irlandese che, dopo 50 anni di silenzio, dice alla figlia che da ragazza è stata chiusa quattro anni in un convento a causa di una gravidanza avvenuta fuori dal matrimonio.
La figlia, per caso, incontra il giornalista Martin Sixsmith (Steve Coogan), e gli propone di scrivere un libro sulla storia di sua madre, chiedendogli di aiutarla a ritrovare il figlio che le suore del convento le hanno portato via. Dopo un primo momento di perplessità, Martin accetta e parte con Philomena alla ricerca di tracce di quel bambino che sembrano perdute nel tempo.

Una bella storia quella di Philomena, una di quelle che sembrano trovarsi solo nei libri. Invece questa è una storia vera, portata sul grande schermo da Steve Coogan, che ha curato la sceneggiatura, e Stephen Frears ('The Queen' e 'Le Relazioni Pericolose') alla regia.
Un'ottima sceneggiatura, scritta in maniera perfetta. È drammatico, ma la presenza di personaggi così ironici rende il tutto godibile e a tratti molto divertente. Steeve Coogan ci mostra in Martin la faccia scettica di chi ha ricevuto tante delusioni dalla vita, delusioni che lo hanno portato a non credere in nulla. Mentre Philomena, nonostante abbia avuto molte più delusioni, è una persona molto positiva, cerca sempre di trovare il meglio nelle persone, le considera tutte speciali a modo loro ed è riuscita a mantenere salda la propria fede, ritenendo che tutto quello che è successo è stata comunque colpa sua e del suo "peccato".
Judi Dench veste alla perfezione i panni di Philomena, un personaggio che è impossibile non amare per la sua ironia e, ovviamente, la grande interpretazione dell'attrice, che probabilmente vedremo nominata anche ai prossimi Oscar.


Philomena è sicuramente un film da vedere, consigliato a tutti quelli che non vogliono un classico  drammone, ma che vogliono passare una serena serata ed uscire dalla sala con un sorriso.

sabato 7 dicembre 2013

Blue Jasmine - La recensione

La vita dell'altolocata Jeanette Francis (Cate Blanchett), che ha deciso di cambiare il suo nome in Jasmine, è appena stata sconvolta da un disastro finanziario, perciò, dopo la bancarotta, la morte del marito Hal (Alec Baldwin), fedifrago e truffatore professionista e la chiusura del rapporto con il figliastro Danny, sola, alcolizzata e imbottita di psicofarmaci e antidepressivi, è costretta a trasferirsi dalla sorella Ginger a San Francisco.
Tra Vodka Martini, pasticche, emicranie e litigi con l'insopportabile, animalesco fidanzato della sorella, Jasmine cercherà di dividersi tra un lavoro che detesta (sarà segretaria in uno studio dentistico), un corso per imparare ad usare il computer e il desiderio di risollevare la sua vita diventando arredatrice di interni. Potrà l'incontro fortuito con l'apparente uomo perfetto salvarla e cancellare l'oscura impronta del passato?

La crisi contemporanea morale ed economica è messa in scena con somma maestria e Woody Allen, come un burattinaio senza scrupoli, muove le fila di personaggi complessi e complessati, nevrotici, umani al punto da apparire reali. Crudele e sadico ci mostra un panorama disastrato e tragicomico della vita, con un finale che non sa, forse, dove poter andare, perso, come la nostra protagonista, ma che fa da cesura ad una narrazione precisa ed elegante, ma non abbastanza ammorbante e coinvolgente. Di tanto in tanto la trama inciampa su qualche traccia di inverosimilità che sembra voler rendere la vita troppo facile a quei pupazzi che tanto repentinamente il regista guida e che ci riporta con il sedere incollato alla poltroncina in sala.
Scaltra la creazione di una tale corposità antieroica di Jasmine che accoglie tra le braccia un pubblico simpatizzante che si può con facilità immedesimare. Divina l'interpretazione di Cate Blanchett, alle prese con un personaggio particolare, eppure quasi comune, labile il confine tra lo scontato e il macchiettistico, lei riesce con coraggio e forza a camminare in bilico tra i due, rendendo questa donna matura intensa e unica. Intorno a lei si muovono tanti piccoli satelliti interessanti, a tratti stereotipati, che non si scoprono fino in fondo e che non brillano di luce propria.

Francesca Matteucci

venerdì 18 ottobre 2013

Oscar 2014: Gravity - la recensione

Alfonso Cuarón è un regista dalle mille abilità, ce lo ha dimostrato con ogni suo lavoro, da Y tu mamá también fino ad arrivare a Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, questa volta ha incantato il pubblico di tutto il mondo con il dramma/sci-fi Gravity, creando "il tutto nel nulla".

Non è da tutti riuscire a creare qualcosa di tanto indimenticabile quanto complesso, e Gravity in questo risulta al limite della perfezione. Cuarón è riuscito a creare sentimento, bellezza e complessità  nel luogo più vasto e "vuoto" che esista: lo spazio. Un vortice emotivo nello spazio, solo per questo il progetto merita una grande lode, perché in molti probabilmente sarebbero caduti nel banale e nel prolisso, invece lui ha studiato nei minimi dettagli ogni possibile escamotage per evitare tutto questo: due astronauti perduti nello spazio dopo un grave incidente incontrollabile, incidente che porterà ai limiti dell'animo umano, tanto complesso quanto primordiale. Nel film ci si perde nella morte ritrovando la vita. Ogni minimo particolare è inserito per enfatizzare lo stato d'animo dei protagonisti, anche i cambiamenti atmosferici che si intravedono sulla terra hanno un ruolo, la luce e la notte, le voci. Una splendida Sandra Bullock, che come ha detto qualcuno dopo la presentazione al Festival del Cinema di Venezia, "ha vinto oscar per molto meno", un George Clooney diverso dal solito, un "Virgilio dantesco" fondamentale per il vero personaggio principale: la vita.

E questa è solo una piccola parte del grande e meritato successo che Gravity ha avuto, perché grandi lodi vanno anche a Steven Price, compositore della splendida e ben scandita colonna sonora che accompagna questo estenuante viaggio ansiogeno e claustrofobico nei meandri della psiche umana, e un grande plauso anche agli sviluppatori degli effetti speciali e alle scenografie, semplicemente spaziali.Un viaggio, Gravity è un viaggio nella mente umana, nello spazio, nella psiche e nelle contraddizioni.

sabato 31 agosto 2013

Trailer, locandina e qualche immagine per 'Around the Block'

Debutterà al Toronto Film Festival questo settembre 'Around the Block', il nuovo film della regista australiana Sarah Spillane, che vede come protagonista Christina Ricci, che interpreta un insegnate americana che a Sidney instaura un rapporto con un giovane problematico che andrà oltra all'insegnamento.

Sinossi:
Dino Chalmers (Christina Ricci) è un’insegnante alle prime armi desiderosa di portare il suo amore per Shakespeare alla popolazione studentesca estremamente diversificata di una scuola difficile. La sua attenzione si concentra ben presto su Liam, uno studente aborigeno che sta cercando disperatamente di terminare gli studi e restare fuori dai guai, nonostante il padre e il fratello siano noti criminali di Redfern.
Dino e Liam si trovano entrambi isolati, alle prese con problemi di identità, razza, sessualità e implacabili pressioni sociali e culturali, mentre scopriranno insieme che la chiave per la libertà di entrambi potrebbe risiedere nello spirito dell’altro.

Locandina:


Trailer:


E qualche immagine:
 
 
 


'Around the Block' debutterà questo settembre al Toronto Film Festival 2013.

Fonte: CineBlog.it

martedì 20 agosto 2013

Nuove immagini ufficiali di 'The Fifth Estate'

Dopo la locandina ufficiale, rilasciata ieri, la DreamWorks ha diffuso alcune immagini ufficiali di 'The Fifth Estate, che in italia uscirà con il ritolo di 'Wikileaks - Quinto Potere'.

Nelle foto vediamo Benedict Cumberbatch nei panni di Julian Assange, che nel 2006 ha fondato Wikileaks, pubblicando alcuni segreti diplomatici degli Stati Uniti.
Nel cast troviamo anche Laura Linney, Daniel Bruhl, Peter Capaldi, Dan Stevens, Alicia Vikander, Anthony Mackie e David Thewlis.












Il film debutterà al Toronto Film Festival, mentre uscirà il 18 ottobre negli USA e il 17 in Italia.

Lòisa

lunedì 12 agosto 2013

Nuove immagini da Gravity!


In attesa del debutto di Gravity, nuovo film di Alfonso Cuaron, al Festival di Venezia, sono online quattro nuove immagini dal film (in bassa risoluzione), dove vediamo Sandra Bullock e George Clooney alle prese con una missione nello spazio.




Il film aprirà la 70esima edizione del festival di Venezia il 28 Agosto, e uscirà in Italia a partire dal 4 Ottobre.


Lòisa

giovedì 31 gennaio 2013

'Looper' - La recensione

Looper è un film del 2012 (2013 in Italia), diretto da Rian Johnson, con Joseph Gordon-Lewitt, Bruce Willis, Emily Blunt, Paul Dano e Jeff Daniels.


Nell'anno 2044 Joe (Joseph Gordon-Lewitt) è un killer che lavora per per un associazione che si occupa di uccidere persone inviate dal futuro, questi killer vengono chiamati "looper". Perchè in quell'anno il viaggio nel tempo non è ancora stato inventato, ma sarà perfezionato e nelle mani dei criminali circa 30 anni dopo (2074).
Per i criminali di quel futuro infatti, è più comodo inviare le loro vittime indietro nel tempo e farle uccidere, in modo da non far rimanere tracce.
Per far parte di questa organizzazione però c'è un limite, 30 anni di servizio, poi i Loopers vengono mandati indietro nel tempo per essere uccisi da loro stessi nel passato.
E un giorno anche Joe si ritrova a dover uccidere se stesso…



Di storie sui viaggi nel tempo ne abbiamo viste e lette, e quindi in questo caso si parte da un idea che non è molto originale. Poi bisogna tener conto che una storia del genere potrebbe incorrere in paradossi e trame intricate che renderebbero un film non riuscito.
Rian Johnson è però riuscito a costruire una trama interessante, dove non mancano colpi di scena, e sopratutto facile da seguire.
Le scene d'azione forse potevano essere fatte un pò meglio, ma purtroppo il budget era molto limitato, ma le interpretazioni tutto sommato buone riescono a compensare i "pochi" effetti speciali.

Joseph Gordon-Lewitt continua a crescere come attore di film in film, Bruce Willis ormai è "l'attore di film d'azione", una garanzia per questo genere di film.
Bravo anche il bambino che fa Cid, inquietante al punto giusto.

domenica 21 ottobre 2012

'Hunger Games' - la recensione

Hunger Games è un film del 2012 diretto da Gary Ross basato sull'omonimo romanzo di Suzanne Collins, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Stanley Tucci e Donald Sutherland.

La nazione di Panem, che sarebbe una versione post-apocalittica dell'America, è formata da Capitol City ed altri 13 distretti più poveri (ormai 12 perchè il tredicesimo completamente distrutto).
Ogni anno, come punizione alla ribellione avvenuta in passato, vengono organizzati gli Hunger Games, giochi che prevedono la lotta alla sopravvivenza di 24 ragazzi (due per distretto) chiamati "tributi", in un luogo prestabilito, chiamato "arena".
Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) è una sedicenne del dodicesimo distretto che, per evitare che la sorella minore partecipi agli Hunger Games di offre come volontaria per il tributo. A questo punto lei e l'altro ragazzo scelto, Peeta Mellark (Josh Hutcherson), vengono portati a Capitol City per prepararsi ai giochi, aiutati dall'ex vincitore Haymitch Abernathy (Woody Harrelson), ormai ubriacone...

È un film che trae la sua forza sopratutto dalla qualità degli attori. Jennifer Lawrence ci regala un'ottima interpretazione, in questo caso mi fa piacere che per il cast abbiano scelto bravi attori, e non attori uguali ai personaggi del libro, è così che si fanno i film. Bravo anche Josh Hutcherson che, a parer mio, già da Aiuto Vampiro sta dimostrando di poter fare qualcosa di più interessante oltre alle solite parti da "ragazzino immaturo che cresce a fine film".

La storia in generale è abbastanza prevedibile, di colpi di scena praticamente non ce ne sono, ma la narrazione è molto lineare, e ad un certo punto il coinvolgimento è obbligatorio, grazie sopratutto all'ottima regia. È studiata bene, e ideata specialmente per la visione al cinema, infatti se ve lo siete perso e volete guardarlo comodamente a casa, vi consiglio di prendere la versione Blu-Ray e di guardarlo in un televisore molto grande.



Inoltre il blu-ray merita per i molti contenuti inediti!

L'ideatrice del gioco Suzanne Collins e il fenomeno Hunger Games
Realizzare Hunger Games
Lettere dal Rose Garden
Controllare le partite
Intervista
Il percorso di un regista
Propaganda film
Archivio marketing
Copia digitale (scadenza attivazione 18/09/2014)




e dal 21 Novembre sarà in vendita una DELUXE EDITION a 3 dischi, sia in blu ray che in dvd!

L'ideatrice del gioco Suzanne Collins e il fenomeno Hunger Games
Realizzare Hunger Games
Lettere dal Rose Garden
Controllare le partite
Intervista
Il percorso di un regista
Propaganda film
Archivio marketing
Storie dai tributi
Il casting dei tributi
Video diari dei tributi
Biografie
Album fotogrefico
Copia digitale (scadenza attivazione 18/09/2014)




Lòisa