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venerdì 30 giugno 2023

Elemental - la recensione

È uscito lo scorso 21 giugno Elemental, nuova pellicola firmata Disney / Pixar, che dopo aver esplorato la vita segreta dei giocattoli, il megaminimondo di A Bug's Life, le avventure del pesciolino Nemo, le complesse dinamiche della psiche umana di Inside Out, la difficile tematica del rapporto dell'essere umano con la morte in Coco e Soul, stavolta ci regala una storia che affonda le radici nella sostanza di tutto ciò che ci circonda: i quattro elementi. 

Ember, ragazza di fuoco di nome e di fatto, ambiziosa e tenace, lavora insieme ai genitori Bernie e Cinder, due immigrati arrivati ad Element City, all'emporio che hanno faticosamente costruito. Pur essendo popolata principalmente da abitanti costituiti da terra e foglie, acquatici e cumulonembi, i due sono precursori di un'integrazione e di un crescente ripopolamento che diventa un'isola felice, il nido perfetto, il luogo sicuro nel quale rifugiarsi. A cercare di distruggere questo piccolo idillio arriva però il nemico giurato degli abitanti di fuoco: l'acqua. La rottura di una diga rischia di distruggere tutto ma soprattutto di insinuarsi nel cuore della giovane Ember quando il dolce Wade, un acquatico, viene risucchiato all'interno del negozio.

La sceneggiatura tocca tematiche difficili e sempre più attuali come l'inclusione, il razzismo, l'immigrazione, ma non rinuncia alla leggerezza dell'amore vero, passionale, teoricamente impossibile, ma coraggioso di due soggetti che per natura sarebbero incompatibili.

Peter Sohn (Il Viaggio di Arlo) sovverte il sistema "classico" che vuole uno stuolo di bambine sognanti innamorate del principe azzurro ed offre un modello di mascolinità non tossica, puro, ideale, dal quale è impossibile non rimanere affascinate. Pur non essendo la Pixar vergine di uno stile innovativo ed all'avanguardia, la qualità di animazione e di caratterizzazione raggiunta per creare l'universo di Element City sfiora la perfezione.

Elemental è un piccolo gioiellino, che si avvale di una delicata colonna sonora composta da Thomas Newman, già noto per il suo straordinario lavoro in Alla Ricerca di Nemo e Wall-E e della versione italiana di una delle canzoni più orecchiabili dell'ultima era Pixar.

Nota di merito al doppiaggio italiano, con la strepitosa Valentina Romani che si conferma, nonostante la sua giovane età, come una delle migliori giovani del settore cinematografico/televisivo, e del ballerino e presentatore Stefano de Martino, assolutamente irriconoscibile ma estremamente piacevole e credibile.

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venerdì 23 dicembre 2022

Glass Onion - Knives Out - la recensione

Per allietare le festività natalizie, sbarca finalmente su Netflix, dopo un breve passaggio nelle sale, Glass Onion - Knives Out, il secondo murder mistery con protagonista il detective Benoit Blanc, con il suo equilibrato mix di eccentricità alla Poirot e fascino alla Holmes. 

Siamo in piena pandemia quando una scatola in legno contenente una sequela di enigmi viene fatta recapitare dal multimilionario dell'hi-tech Miles Bron (Edward Norton) a cinque eccentrici individui e al celebre e annoiatissimo detective Benoit Blanc (Daniel Craig), col fine di invitare ciascuno di loro, sulla sua isola-resort privata nell'assolata Grecia, per trascorrere uno spensierato e lussuoso weekend all'insegna del crimine e risolvere una complessa, a detta sua, cena con delitto.

Se la tenuta di Harlan Thrombey nel precedente film, costruita in un cupo bosco, lontana dagli occhi anche più indiscreti, celava segreti ed intrighi, la Glass Onion di Bron, fiore (di cristallo) all'occhiello del suo paradiso sul mare, rappresenta l'ostentazione e lo sfarzo di una generazione che deve mostrare ed apparire per essere ritenuta valida.
Della storia non si può svelare molto, ma sin dai primi minuti, la pellicola promette una trama criptica e ricca di colpi di scena, che convinceranno lo spettatore a mantenere gli occhi incollati allo schermo per quasi due ore e mezza. Rian Johnson conferma la sua capacità di sceneggiatore e regista, creando un cocktail di generi godibilissimo, che critica con toni caustici ed irriverenti le ipocrisie ed i pregiudizi della società odierna, popolata di affabulatori che, seppur dotati di ottima parlantina, non sono veri oratori e innovatori.

L'efficacissimo cast del primo capitolo passa uno scottante testimone a questa seconda, frizzante compagnia. I cinque personaggi, a tratti quasi caricaturali ma che non scadono mai nel macchiettistico, che si trovano a fare i conti con le capacità deduttive dello charmant Daniel Craig, rappresentano differenti categorie del tessuto sociale americano (e non solo): una sensualissima ex top model, adesso reinventatasi fashion designer (Kate Hudson) e la fida compagna Peg (Jessica Henwick), un brillante scienziato (Leslie Odom Jr.), un ottuso influencer tutto muscoli e attivista dei diritti maschili (Dave Bautista), accompagnato dalla giovane fidanzata Whiskey (Madelyn Cline), la Governatrice del Connecticut (Kathryn Hahn), e l'ex-partner d'affari dello stesso Bron (Janelle Monae). 
Esilaranti, poi, i cameo della compianta Angela Lansbury, Joseph Gordon Levitt e Ethan Hawke.

La colonna sonora, nuovamente firmata da Nathan Johnson, rimanda molto al film precedente, mentre il montaggio, più frammentario, aggiunge un tocco di quel cinema futuristico che rende il tutto ancora più appetibile. La scenografia, curata dal premio Oscar Rick Heinrichs, è meticolosa, quasi barocca nella sua pienezza di dettagli eccessivi, quasi stratificati proprio come la cipolla del titolo richiede.

Ripetere il successo di Cena con Delitto non era affatto facile ma Glass Onion riesce a mantenere più o meno lo stesso livello e si potrebbe dire che risulta "diversamente riuscito" rispetto al suo predecessore. È un giallo che funziona e appassiona lo spettatore fino alla fine.

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martedì 19 aprile 2022

Animali Fantastici: I Segreti di Silente - la recensione

La saga magica che vede protagonista il magizoologo Newt Scamander, e la sua eterogenea cricca, arriva al terzo capitolo con I Segreti di Silente.

Anni ’20. Incaricato da Silente (Jude Law), Newt (Eddie Redmayne) si lancia alla ricerca del Qilin, una creatura mitologica in grado di leggere l’anima delle persone per scovarne la purezza di cuore. Ma, oltre all’intrepido Tassorosso, qualcun altro è sulle tracce dell’indifeso animale. Accecato sempre più dalla bramosia di potere ed intenzionato a prendere il controllo totale del mondo magico, Grindelwald (Mads Mikkelsen, accuratamente scelto in sostituzione di Johnny Depp) continua senza sosta a reclutare sostenitori, raccogliendo consensi in tutta Europa, sino a riversare la sua ombra oscura sulle elezioni che vedono Liu e Santos, il candidato cinese e la candidata brasiliana, fronteggiarsi per il ruolo di Presidente dell’Associazione Internazionale dei Maghi. Al fianco di Grindelwald, oltre ai fedeli seguaci, il sempre più dubbioso e iracondo Creadence (Ezra Miller), la cui forza si fa sempre più distruttiva, e Queenie (Alison Sudol) passata "al Lato Oscuro" accecata dal desiderio di un amore libero con Jacob (Dan Fogler). Per sventare il sanguinoso piano del potente mago oscuro, Newt cercherà quindi la cooperazione di suo fratello Theseus (l’affascinante Callum Turner), del fratellastro dell’ormai defunta Lita Lestrange, Yusuf Kama (William Nadylam), dell’ormai migliore amico Jacob, e di una nuova conoscenza, Eulalie Hicks (la spumeggiante Jessica Williams), insegnante di incantesimi alla Scuola di Magia di Ilvermorny.
Dire di più di questa trama intrecciata sarebbe controproducente per la visione, la storia del terzo film è lo snodo decisivo per tirare le somme di una tela magica intrisa di passioni.

La magia, così come i bambini dell'inizio degli anni 2000 l’hanno conosciuta, si macchia dei colori di un’avvincente spy story, che fatica un po' a spingersi verso la risoluzione, forse poco supportata dal ritmo che avrebbe potuto essere più incalzante, da un montaggio confusionario, e una regia nella media, che non lascia molto il segno. Buona la colonna sonora, assolutamente in linea con gli altri capitoli magici, compresi quelli di Harry Potter, che troverà consenso anche tra i fan più nostalgici. Indiscusso punto di forza del film sono gli effetti speciali, che lo rendono ancora più godibile sul grande schermo.
Impossibile criticare il cast, selezionato con cura e diretto molto bene. Su tutti spiccano il protagonista Eddie Redmayne, che con grande sensibilità aggiunge ancora più dettagli al suo Newt Scamander, rendendolo di una tenerezza disarmante, e l'ottima new entry Mads Mikkelsen, che con la sua interpretazione scarna e spietata, risulta assolutamente convincente.

Animali Fantastici: I Segreti di Silente, con le sue novità, a partire dal nuovo volto del villain, dà una decisiva e positiva sterzata alla saga per indirizzarlo verso il suo penultimo capitolo.

Francesca Matteucci

venerdì 24 dicembre 2021

House of Gucci - la recensione

House of Gucci ha una reputazione che lo precede, sin dalla prima proiezione, pubblico e critica si è diviso tra sostenitori della nuova pellicola di Ridley Scott e scettici. Dov'è la verità?

Durante una festa privata, Maurizio (Adam Driver), rampollo di casa Gucci, figlio del superbo Rodolfo (Jeremy Irons), conosce la graziosa, e ben più umile, Patrizia (Lady Gaga), che pare da subito drizzare le orecchie e languire di gioia al solo udire il famoso cognome del giovane. Tra i due scatta una scintilla che Patrizia continuerà prepotentemente ad alimentare, scatenando così l'ira del lungimirante padre di lui, che lo ripudierà, in un'escalation di passione che porterà i due al matrimonio. In questo contesto viene svelata la Famiglia Gucci, rappresentata come una vera e propria casta che si alimenta e proficuamente cresce grazie alle boutique, allo sfarzo, alle ville ed agli eccessi dei suoi componenti. Sarà lo zio Aldo (un sublime e fantasticamente doppiato Al Pacino), spinto dal desiderio di potere e di denaro di Patrizia, a portare a sé Maurizio, e sarà questa scelta il primo ciottolo che scatenerà la valanga di eventi che porterà all'assassinio di quest'ultimo.

House of Gucci è tratto da un omonimo libro e sebbene si dica "ispirato" a fatti realmente accaduti, la messa in scena risulta decisamente macchiettistica, esasperata, quasi ridicola, e irrispettosa, anche verso l'Italia e gli italiani. A questo va aggiunto un montaggio forsennato, frettoloso, poco fluido e una durata (157 minuti!) estremamente lunga da risultare estenuante.
Il cast è formato da attori meritevoli, che si muovono però su binari scomodi ed anchilosati. Da segnalare, in negativo, un Jared Leto irritante, troppo sopra le righe, offre una pessima interpretazione; in positivo invece la performance di Salma Hayek.
Tra le note di merito, sicuramente una colonna sonora da urlo.

Dopo mesi e mesi di attesa, con le aspettative alle stelle, grazie soprattutto a dei trailer ben architettati, si entra in sala carichi, con una grande voglia, purtroppo però ci si trova davanti a un film approssimativo, impreciso nei fatti e anche scorretto verso la famiglia Gucci, e che forse porterà Lady Gaga a una immeritata candidatura all'Oscar. Alla fine, si torna a casa con tanto amaro in bocca.

La verità è che House of Gucci è il film delusione dell'anno.

Francesca Matteucci

domenica 19 dicembre 2021

Spider-Man: No Way Home - la recensione [NO SPOILER]

Torna in grande stile lo Spider-Man di Tom Holland.

In No Way Home, ritroviamo il nostro eroe esattamente dove l'avevamo lasciato al termine del precedente Far From Home, appollaiato su di un lampione mentre apprende dai luminosi schermi pubblicitari di Times Square, e dalla voce di J. Jonah Jameson del Daily Bugle, che la sua identità è stata rivelata e la sua immagine macchiata dell'omicidio di Mysterio. Proprio per questa fuga di notizie, Peter si trova ben presto al centro di una bufera mediatica che divide la popolazione in due fazioni: chi crede nei valori di Spider-Man e lo innalza a supereroe, e chi, invece, pensa che Spider-Man possa rappresentare una minaccia. Da qui la decisione di far dimenticare a tutti la sua identità, per evitare a chi ama di soffrire e contrasti con la popolazione. Peter chiederà quindi aiuto a Steven Strange, che cercherà di aiutarlo costruttivamente, ma che finirà per combinare un bel pasticcio, a causa della pedanteria e sbadataggine di Peter.
Questo il panorama iniziale di quello che è forse il film più atteso dell'anno, del quale non abbiamo intenzione di fare spoiler, ma che possiamo sicuramente additare come spettacolare.

Prima di tutto, assicuriamo che la nostra recensione è assolutamente SPOILER-FREE, e non verremo meno a questa promessa dicendo semplicemente che un fan Marvel non potrà che rimanere soddisfatto da questo film.

Ottimo il cast. Tom Holland, in costante crescita come attore, regala una performance superiore ai due precedenti capitoli, decisamente più profonda, riuscendo a dare molte più sfumature al suo Peter Parker. MJ / Zendaya e Ned / Jacob Batalon danno colore alle trame cupe di questa tela, con siparietti davvero spassosi. Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), sempre più a suo agio sotto il suo mantello rosso, è una presenza piuttosto aleatoria, ma dosata nel modo giusto. Marisa Tomei (Zia May) offre una performance matura, degna di nota.
Una menzione speciale al doppiaggio italiano, con il magistrale ritorno di Francesco Pannofino (Willem Dafoe - Goblin) e di Massimo Lodolo (Alfred Molina - Dr. Octopus).

Sotto il profilo tecnico, il film è esplosivo e spettacolare, effetti speciali di alto livello, montaggio accurato e preciso, una colonna sonora, firmata da Michael Giacchino, che accompagna nel miglior modo le scene, tutto questo va a formare un film che, al momento, rappresenta forse la punta di diamante dell'attuale MCU.

Spider-Man: No Way Home è un film corposo, pieno, e viste le altissime aspettative iniziali, il rischio di delusione era in agguato, ma così non è stato. Le aspettative vengono rispettate e, sotto certi aspetti, anche superate. Promosso a pieni voti.

Francesca Matteucci

lunedì 22 novembre 2021

Ghostbusters: Legacy – la recensione [no spoiler]

È uscito da pochi giorni nelle sale italiane il nuovo capitolo della saga sugli Acchiappafantasmi più conosciuti al mondo, Ghostbusters: Legacy

Il film riprende con cura e devozione l’albero genealogico della famiglia Spengler e ci mostra la vita tutt’altro che priva di difficoltà della figlia di Egon (il compianto Harold Ramis, uno dei "papà" della saga cult originale), Callie, interpretata da Carrie Coon, e dei suoi figli: Trevor (Finn Wolfhard), alle prese con le pulsioni della sua invadente adolescenza, e Phoebe (Mckenna Grace), la più giovane dei due, che tanto somiglia al nonno, sia per la sua mente brillante, che per i suoi occhialoni rotondi e il suo sguardo deciso, ma anche per il suo singolare senso dell’umorismo. Queste tre pedine, estremamente diverse tra loro, si vanno ad inserire su una scacchiera sulla quale si gioca il destino del mondo, tra sciami sismici inspiegabili e trappole per fantasmi nascoste, aggiungendo ai toni brillanti e volutamente poco seri della trama originale, dei toni più cupi e nostalgici che solo la scomparsa di un personaggio tanto amato possono dare. A tutto questo poi si deve aggiungere una colonna sonora coinvolgente e dei personaggi secondari ben definiti, come il buffo compagno di classe, Podcast (Logan Kim), e il professore di scienze più improbabile e sbadato che si possa desiderare, Mr. Grooberson (Paul Rudd). Tutto questo messo insieme è Ghostbusters: Legacy. “Chi chiameranno?

Il film, della durata di 124 minuti, attinge direttamente all'immaginario della saga originale, vanta una trama ben architettata, che porta lo spettatore attraverso un dedalo che piano piano si districa, rendendo evidente ogni singolo collegamento possibile.
La performance corale del cast è senza sbavature, ed è sicuramente un punto di forza del film. Strabiliante, nonostante la sua giovane età, la deliziosa Mckenna Grace, che con semplicità ci presenta una versione in miniatura e tutta riccioli del caro Harold Ramis, e trasmette anche un senso di malinconia nel vederla interagire con Podcast, che ricorda molto un "piccolo Raymond Stantz" (Dan Aykryod nei film originali), quasi a voler sancire un netto passaggio generazionale che apre verso la possibilità di nuove avventure.

Jason Reitman, figlio di Ivan, regista dei primi due episodi, costruisce il ponte perfetto tra passato e presente, con un palpabile rispetto per i film del padre e tanto cuore, tenendo lo spettatore saldamente incollato alla poltrona con un film che stringe con forza la mano ai suoi predecessori, come solo un fan affezionato ed emozionato potrebbe fare.

Francesca Matteucci

mercoledì 6 ottobre 2021

No Time To Die - la recensione

A più di un anno dalla data di uscita originale, finalmente approda in sala il nuovo film sull’agente segreto del controspionaggio più famoso d’Inghilterra e del mondo: 007. Nato nel 1963 dalla penna dello scrittore britannico Ian Fleming, James Bond, con il suo charme e la sua intelligenza continua, da più di 50 anni, a far battere il cuore ed appassionare i suoi fan.

No Time to Die si apre con la suadente voce di Billie Eilish che, come una sirena, ci porta via e ci prepara a bearci di questa nuova avventura. Ritroviamo un James Bond (Daniel Craig) in ritiro, dopo la cattura di Franz Oberhauser (Christoph Waltz), e sembra ormai deciso a godersi una vita serena, fatta di vacanze in location mozzafiato e lusso sfrenato, lontano dai frenetici ritmi londinesi del crimine e dalla minaccia dei nemici, assieme alla sua amata Madeleine (Léa Seydoux). Tutto sembra procedere fin troppo bene, ma presto James dovrà scontrarsi con una minaccia sconosciuta proveniente dal passato della sua dolce metà, il pericoloso criminale Lyutsifer Safin (Rami Malek). Circondato da amici storici che tornano a bussare alla porta, su tutti Felix Leither (Jeffrey Wright), con il quale James aveva lavorato per la CIA, e nuovi agenti, riuscirà il nostro eroe a sventare il malvagio piano di distruzione dell’umanità progettato da Safin?

La tensione è alle stelle in questo avvincente venticinquesimo capitolo, che vanta una colonna sonora, mozzafiato di un ormai sempre più paradisiaco Hans Zimmer, in cui spicca la traccia pazzesca "Cuba Chase", che riporta l'orecchio al main theme classico, ma strizza l'occhio al sound dell'Havana. Il film eccelle anche nel compartimento tecnico, aggressivo ed affamato, che punta allo stupore, basti pensare alla sequenza interminabile, ma super godibile girata a Matera, della quale si ha già un assaggio nel trailer.
Il cast è davvero ben assortito. Daniel Craig, alla sua ultima interpretazione, è intenso e che pare aver finalmente trovato l’abito giusto per il suo Bond, ne coglie la vera essenza, pronto a sferrare l'attacco finale, scontrandosi con un Rami Malek impeccabile, qui in veste di vero “baddie”, che punta tutto sull’inquietudine e sull’angoscia e su una mimica facciale studiata e calibrata nel profondo, sino al più impercettibile dettaglio. 
Ritroviamo Ralph Fiennes, nel ruolo di un sempre impettito M, Rory Kinnear, un tenerissimo Ben Whishaw e la prorompente Naomie Harris, che insieme ci regaleranno alcune deliziose gag, affiancati da una nuova e misteriosa agente, Nomi, interpretata da Lashana LynchNota di merito alla deliziosamente simpatica Paloma, interpretata dalla bellissima Ana De Armas, un po' sprecata in un personaggio che avrebbe meritato più spazio.

Dopo una gestazione non poco travagliata, tra passaggi di sceneggiatura, inizialmente interamente affidata agli storici Purvis e Wade, ma che è, poi, stata revisionata, su richiesta dello stesso Craig, qui in veste anche di produttore, dalla geniale Phoebe Waller-Bridge (seconda in questa impresa solo a Johanna Warhood, co-sceneggiatrice di 007 – Licenza di uccidere e 007 – Dalla Russia con amore), e registi (erano stati fatti nomi del calibro di Nolan, Villeneuve, Boyle...), Cary Fukunaga ci regala una pellicola esplosiva, intrigante, seducente, che si divora come un sacchetto di M&M’s nell’oscurità della sala in quel che sembra poco più di mezz’ora e che lascia una punta di amaro in bocca quando ci si accorge che si sta afferrando l’ultimo.

domenica 19 settembre 2021

Dune - la recensione

Dopo una lunga ed estenuante attesa, arriva al cinema Dune, la nuova opera di Denis Villeneuve (Arrival, Blade Runner 2049). Basato sul primo dei tre romanzi dello scrittore statunitense Frank Herbert, la pellicola racconta le vicissitudini della famiglia Atreides.

In un futuro molto lontano, il duca Leto Atreides (Oscar Isaac), accetta la gestione del pianeta Arrakis, noto anche con il nome di Dune, da sempre conteso per la presenza, sul suo suolo, della sostanza più preziosa dell'Universo: la spezia, una droga in grado di fornire abilità mentali formidabili e di allungare la durata della vita. Leto parte alla volta del nuovo pianeta, con la moglie, Lady Jessica (Rebecca Ferguson) e il figlio, suo successore, Paul (Timothée Chalamet), che sembra possedere con questa nuova terra, per lui inesplorata, un legame molto profondo. La spezia si troverà ad essere inconsapevole protagonista della contesa per il suo monopolio e sarà causa di una vera e propria guerra, che porterà con sé morte, sangue e distruzione.

La pellicola non ammette fretta, si prende i suoi tempi, lascia decantare, respira. La sua lentezza è necessaria e giustificata, in quanto trasposizione di una letteratura complessa, ricca di particolari e dettagli che Denis Villeneuve non teme di spennellare sulla sua tela della durata di 155 minuti. La regia è portatrice di classe e spettacolarità, ma a tratti può risultare pesante, un peso di cui lo spettatore deve essere consapevole e accettare fino ai titoli di coda. 

A fare da contorno a questa tanto complessa quanto intrigante trama, un comparto tecnico da Oscar, in particolare una fotografia mozzafiato che si amalgama perfettamente alla colonna sonora arabeggiante firmata da un Hans Zimmer in stato di grazia. Costumi curatissimi, vezzosi, design di armi e navicelle spaziali, e scenografie mozzafiato, che a volte sembrano strizzare l'occhio a Star Wars.

Il cast è stellare e vanta la presenza di Josh Brolin (Gurney Halleck), Zendaya (Chani, nativa appartenente alla tribù Fremen, abitanti del pianeta Arrakis), Stellan Skasgård (camaleontico nei panni del barone Harkonnen, cugino di Leto), Dave Bautista (Glossu Rabban), Jason Momoa (sorprendente nel ruolo di Duncan Idaho), Javier Bardem e Charlotte Rampling, oltre ai già citati protagonisti. Timothée Chalamet, attore in costante crescita, accusa forse una leggera fatica nel complesso ruolo del protagonista, ma risulta comunque credibile. 

Nonostante il suo plumbeo spessore, Dune è un film assolutamente da vedere, una visione irrinunciabile e, una volta finito, ti lascia con la sensazione di volerne ancora.


Francesca Matteucci

lunedì 30 novembre 2020

Elegia Americana - la recensione

Ha debuttato su Netflix lo scorso 24 novembre l’ultima fatica cinematografica di Ron Howard, Hillbilly Elegy, impropriamente tradotto con il titolo Elegia Americana, "Hillbilly" infatti è un termine dispregiativo utilizzato da persone che vivono in città e metropoli per definire un individuo che viene dalle zone rurali e che è, di conseguenza, piuttosto "rozzo" perché lontano dagli agi della "civiltà".

Il film racconta le vicende di tre generazioni solo apparentemente differenti tra loro: J.D. Vance (Gabriel Basso), al quale si deve peraltro questa trasposizione cinematografica grazie alla sua riuscita autobiografia, si lascia alle spalle la vita da marine e studia legge a Yale. In lizza per ottenere il lavoro che ha sempre desiderato, che gli consentirebbe di cambiare finalmente la sua vita, riceve una telefonata urgente dalla sorella (Haley Bennett). Colto, come un fulmine a ciel sereno, dalla notizia del ricovero della madre Bev (Amy Adams), infermiera tossicodipendente che raramente si è presa cura del figlio, J.D. si trova costretto a fare ritorno in Ohio, nel suo paese di origine ai piedi degli Appalachi.

Il film ha una struttura piuttosto convenzionale: si alternano flashback e flashforward che rendono pesante la visione e il tutto ha un sapore antico, come l’eco di un qualcosa di già vissuto e sentito. Nonostante il montaggio dispersivo e ridondante, si riesce comunque a cogliere l’amaro che Ron Howard intendeva trasmettere e con la sua regia tagliente porta alla luce lo spaccato sociale di un paese ben distante da quello del Sogno Americano al quale siamo abituati: ci racconta un paese spezzato, sanguinante nel quale violenza, disuguaglianze, povertà e rabbia la fanno da padrone. Ci si ritrova in un guado nel quale è sempre più difficile incedere; la melma impasta le gambe, ci inzuppa sempre di più in questo vortice di sofferenza.

Uno dei punti di forza assoluti di questa pellicola è la colonna sonora di Hans Zimmer (qui con David Fleming), non nuovo a collaborazioni con Howard, per il quale ha creato alcune delle più trascinanti soundtrack della sua carriera.
La nota di merito è interamente dedicata a nonna Mamaw, figura salvifica che sarà il punto di riferimento di J.D. nel suo percorso per diventare uomo, interpretata da una sublime Gleen Close, quasi totalmente irriconoscibile sotto un make-up da 10 e lode. Un’attrice tra le migliori della sua generazioni che purtroppo non è mai riuscita a conquistare la statuetta più ambita, ci si augura che almeno la sua nomination sia assicurata. Non sulla stessa lunghezza d'onda l'interpretazione di Amy Adams, piuttosto ridondante e a grandi tratti stereotipata, risulta inefficace e poco sfaccettata.

In conclusione, Elegia Americana non brilla per ritmo, ma appare esacerbata su più di un aspetto, quando si avvicina l'idea di una svolta, torna ancora una volta sui suoi passi, rimanendo incastrata in un loop che appare infinito e non decolla. Ricorda molto una complicata ricetta eseguita da un pessimo cuoco: deliziosa sulla carta, si ha l'acquolina sin dalla prima lettura, ma una volta portata la forchetta alle labbra, ci si rende conto di quanto le aspettative siano state deluse.

sabato 12 settembre 2020

Tenet - La Recensione

Dopo essere stato rimandato più volte, alla fine arriva a fare da apripista per il rientro in sala post pandemia.
Sembra un po’ il destino, quello che vuole che sia proprio l’ultimo attesissimo film del regista Christopher Nolan a segnare il ritorno del cinema, anche se non proprio ovunque. Un film non solo tanto atteso, ma di cui si è sentito parlare come di una specie di concentrato all’ennesima potenza di tutti i pregi e i difetti di un autore che, nel bene o nel male, ha un’impronta fortissima e che è diventato di culto.
Ma quindi, questo Tenet, è davvero così incomprensibile? E’ il capolavoro di cui tutti parlano? E’ una schifezza?



Non è facile rispondere a nessuna di queste domande.
Siamo sicuramente di fronte a un film molto complesso, prima di tutto a livello di trama: un uomo, probabilmente un agente della CIA, viene contattato da una non ben specificata organizzazione per combattere all’interno di una guerra di cui il mondo non è a conoscenza, ma una guerra talmente letale e distruttiva che l’esistenza stessa e il tempo sono messi a repentaglio. 
E l’unico indizio è una sola parola: Tenet.

Alla fine, se si va alla radice delle cose, il film non è altro che uno spy movie vecchio stampo, di quelli in cui un gruppo di buoni deve salvare il mondo da un gruppo di cattivi della fazione opposta.
Ma è Christopher Nolan e quindi non si può prescindere dall’aspetto più interessante, geniale, mindblowing di tutta la faccenda: il tempo non è lineare, forse è circolare, forse è addirittura palindromo, non può essere cambiato ma in realtà solo cambiandolo si può salvare il mondo. 
La parte migliore del film è sicuramente questa immersione incredibile e a volte confusa in una sceneggiatura dalla struttura insolita, che potrebbe risultare forse familiare ai fan della serie inglese Doctor Who ma che mette a dura prova tutti gli altri. Ci si può discutere per giorni, addirittura per mesi, servono sicuramente più visioni per comprendere tutto pienamente, ma è innegabile che l’intera operazione abbia in sé un magnetismo quasi magico da cui è difficile staccarsi. 
In questo è il film più nolaniano della filmografia di Nolan.
Eppure siamo molto lontani dalla perfezione e non si può certo definire Tenet il miglior film del regista. Da un punto di vista puramente tecnico siamo di fronte all’apoteosi del mezzo cinematografico e la storia è una droga che ci spinge a volerne sempre di più: se da un lato si sfidano le leggi della Fisica, dall'altro lo spettatore ignaro attende, in punta di poltroncina, e si fa travolgere da una colonna sonora (stavolta non affidata allo storico collaboratore Hans Zimmer, impegnato nella composizione del Dune di Villeneuve, ma bensì Ludwig Göransson, che ne segue magnificamente le orme, ma non stupisce, perché a tratti ne ricalca totalmente lo stile) incalzante e ben studiata e a delle sequenze al cardiopalma. Dispiace che al centro di questo meccanismo ben oleato, non venga conservato un pochino di spazio per una tridimensionalità dei personaggi "alla Inception", con un cuore, un vissuto ed un'umanità che il Protagonista ( John David Washington, figlio di Denzel) ed i suoi collaboratori non svelano. Questo è un peccato, perché ad esempio il personaggio interpretato dal sempre ottimo Robert Pattinson lascia intuire un potenziale enorme; il risultato è un coinvolgimento sempre e solo cerebrale dello spettatore.
In questo film mancano il cuore, l'anima.

Probabilmente non era nelle intenzioni di Nolan, perciò forse va anche bene così, tutto dipende da cosa si cerca dall’esperienza cinematografica.



Chiara&Francesca

giovedì 19 dicembre 2019

Star Wars: L'Ascesa di Skywalker - la recensione (SPOILER FREE)

Sono passati ormai 42 anni dall'uscita di Star Wars - Episode IV: Una Nuova Speranza, "primo" episodio per data di uscita, e da allora la Saga ha coinvolto ed appassionato generazioni intere.
Se di quella meraviglia che fu la trilogia classica iniziale si riesce ancora ad intravedere qualche contorno però, c'è da ringraziare, perché è noto ai più che i capitoli seguenti, Episodio I, II e III abbiano riportato in un certo qual modo un "equilibrio" nel fandom, che all'unisono si è opposto con tutte le sue forze al destino riservato alle origini della discendenza Skywalker, il cui eco riecheggia ancora, sino al capitolo IX, forse per un'ultima volta (?).


Che dire quindi di questa conclusione, capitanata nuovamente da J.J. Abrams, dopo la pausa di riflessione de Gli Ultimi Jedi, che va ad inserire un tassello molto pesante al multicolore e complesso mosaico dell'universo nato dalla geniale mente di George Lucas?
Il film inizia, dopo gli iconici titoli in giallo che tutti amiamo, come uno schiaffo inaspettato sul volto, in medias res e senza lasciar presagire un granché, il ritmo incalza, quasi a voler recuperare il terreno dei buchi di trama del capitolo precedente, ti fa roteare ferocemente come intrappolato in un giro di centrifuga e poi ti lancia ancora una volta contro la poltroncina.
Momento di stallo, si recupera fiato e finalmente il film inizia a prendere una piega più decisa, a tratti quasi prevedibile, ma quella prevedibilità che quando si materializza ti toglie comunque il fiato. A reggere il tutto, effetti speciali alle stelle, (coreografie di combattimento a parte, forse si poteva far meglio), una sceneggiatura apparentemente in linea con le precedenti, un John Williams in forma smagliante, che regala l'ennesima colonna sonora da brividi lungo la schiena sulla quale i protagonisti danzano alla perfezione.
A stridere è il montaggio, un po' troppo effetto patchwork, spigoloso in modo quasi disturbante in alcune sequenze. Tangibile l'impronta disneyana, da molti considerata una grossa caduta di stile, ma assolutamente giustificata, soprattutto nell'ultima mezz'ora di film. Il risultato finale è un prodotto godibile anche se a tratti "buttato in caciara"... Eppure sarà impossibile non commuoversi ed amarlo un pochino, se si è mai davvero stati fan.


Il cast regala ancora molte gioie, su tutti Adam Driver, la cui interpretazione è ancora una volta magistrale. Molto più in linea anche Daisy Ridley, meno rigida rispetto al capitolo precedente. C-3PO, mattatore indiscusso, regala momenti comici delicati e british alla vecchia maniera, quasi inaspettatamente, ma d'altronde: "Mai sottovalutare un droide!".

Ci sarebbe molto altro da dire, ma sarebbe complicato farlo senza lasciarsi sfuggire dettagli. Correte in sala, andate a vederlo, perché è arrivato il momento di scartare il regalo definitivo!

giovedì 21 novembre 2019

Klaus - I Segreti del Natale - la recensione

Mettete una giornata piovosa, quando il clima nient'altro vi fa desiderare se non una cioccolata calda, una coperta ed una serie Netflix... Ecco.
Adesso mettete che invece di una serie, decidiate di dare una chance ad un film natalizio, arrivato silenziosamente in programmazione, dato che tra poco più di un mese sarà la Vigilia di Natale...

Klaus - I Segreti del Natale inizia con la stessa semplicità, da una innocente lettera, una di quelle di carta, sempre meno comuni, soprattutto tra i ragazzi della "generazione smartphone", e ti trascina in un'atmosfera magica e senza tempo.
Jesper Johannsen (nella versione italiana doppiato da un sorprendente Marco Mengoni), viziato e fannullone figlio di un pezzo grosso dell' Accademia Regia dei Postini, viene spedito in un paesino sperduto del nord, Smeerensburg (che in olandese si traduce con "Città del grasso di balena"), all'estremità più remota del globo, con il solo "semplice" scopo di aprire e dirigere un ufficio postale. Il primo scoglio che incontra, però, è proprio che nessuno degli abitanti, grigi e bruti, sembra in alcun modo interessato a spedire lettere; questo perché la popolazione, divisa in due clan rivali, è intenta a lottare e litigare sin dalla notte dei tempi. La missione di Jesper sembra destinata a fallire, ma un giorno il giovane incontra un misterioso uomo solitario che vive nei boschi: Klaus (Francesco Pannofino).

Come storia, il film è abbastanza prevedibile, ma l'ensemble diventa un puzzle conosciuto dai mille colori, che lo spettatore potrà costruire pezzo dopo pezzo con l'evolversi degli avvenimenti, cercando nuove sfaccettature. Questo grazie anche alla scelta dell'animazione, che combina elementi della classica animazione 2D a fondali ed effetti di illuminazione dei personaggi che si rifanno molto alla tecnica 3D, dando vita ad una sorta di animazione ibrida, che permette di dare una sfumatura e un tratto molto caratteristico a tutto ciò che viene rappresentato, vecchio e nuovo si fondono, dando origine ad uno stile dinamico ed innovativo, che non preclude l'esistenza e la coesistenza dell'uno o dell'altro stile.
Per i più piccoli, sarà sicuramente un'occasione per godere di un buon prodotto che un po' mancava al panorama cinematografico degli ultimi anni. Per i bambini ormai cresciuti, sarà un modo per tornare a sognare ad occhi aperti e per sentire ancora una volta il calore e la bellezza della festività più amata nel mondo.
La sceneggiatura risulta sapientemente costruita, il modo nel quale il tutto viene descritto è decisamente poetico e non mancano momenti commoventi. Buono il lavoro del doppiaggio italiano, il cast è ben assortito: Marco Mengoni torna a prestare la voce al protagonista di un film d'animazione, dopo la chiacchierata performance de Il Re Leone; l'esperto Francesco Pannofino è magnifico al 100% e riuscitissimo nei panni del vecchio signore con barba argentea che tutti ben conosciamo. Nota di merito per una Carla Signoris che strizza l'occhio al doppiaggio di Izma (Le Follie Dell'Imperatore) della compianta Anna Marchesini.

Regalatevi la visione di questo piccolo gioiello!

sabato 20 luglio 2019

Edison - L'Uomo che Illuminò il Mondo - la recensione

America, fine '800. Thomas Alva Edison (Benedict Cumberbatch) riesce per la prima volta a donare al mondo la luce per 13 ore. Questo piccolo miracolo gli permette, con successo, di aprire la sua prima centrale elettrica a New York. Tuttavia, l'illuminazione di intere città rimane un problema che con la corrente continua, Edison, non riesce a risolvere. L'ingresso in gioco di George Westinghouse (Michael Shannon), aiutato dal giovane Nikola Tesla (Nicholas Hoult), scatena una vera e propria guerra.
Una "guerra della corrente" che il regista Alfonso Gomez-Rejon mette in scena come un Risiko luminoso alimentato da lampadine gialle e rosse. Da una parte Edison, con la sua lampadina e la forza della corrente continua, purtroppo inefficace, dall'altra gli sfidanti, che puntano tutto sul potere della corrente alternata: scelta tanto pericolosa quanto rischiosa.

Il film, già completato nel 2017, arriva finalmente in sala dopo una post-produzione turbolenta legata allo scandalo Weinstein. Nel complesso, Edison - L'Uomo che Illuminò il Mondo, è un film godibile ma non memorabile, vanta un cast stellare e capace, pilotato però con poca precisione, forse anche a causa di una sceneggiatura rigida, a tinte bianche e nere, con poche sfumature, e da una regia poco fluida. A risentirne è soprattutto la caratterizzazione dei personaggi, anchilosati, composti e chiusi, capaci di emozionare con il contagocce.
La miccia si accende, la luce si abbassa, ma il fuoco artificiale non abbaglia come ci si sarebbe aspettati da un progetto di questa portata.

Francesca Matteucci

giovedì 3 gennaio 2019

Ralph Spacca Internet - la recensione

Finalmente approda nelle sale italiane Ralph Spacca Internet, il 57° Classico Disney. Alle porte del 2019, a sei anni dal primo capitolo, incontriamo nuovamente Ralph e Vanellope, migliori amici sempre più complici.

Durante una partita a "Sugar Rush", una ragazzina rompe il volante necessario al funzionamento del gioco, l'unica soluzione per salvarne le sorti sarebbe acquistare un nuovo volante, l'ultimo in stock, su EBAY. Il prezzo troppo elevato però fa dubitare il Signor Litwak, che decide di scollegare il gioco. Vanellope e i suoi amici vengono quindi adottati dai giochi vicini. La speranza sembra perduta, ma tra i cavi connessi alla presa multipla dell'Arcade, viene installata la rete wi-fi, una vera novità per tutti i personaggi dei videogiochi. E' questa la premessa per una nuova, mirabolante avventura!
Ralph e Vanellope, incuriositi, si lanciano online per cercare di aggiudicarsi il volante su eBay ed è proprio qui che, tra palazzi blasonati come Amazon e Google, personaggi caricaturali molto espressivi e personaggi famosi del mondo Disney, incontreranno e conosceranno tutte le comodità ed i pericoli che la Rete riserva.


Molto interessante la resa tutta disneyana del concetto di Internet a portata di tutti, soprattutto dei più giovani, talvolta ancora poco sensibilizzati prima dell'utilizzo.



Geniale come il fascino passato e vintage della sala giochi anni '80, incontri il nostro frenetico mondo sempre ON, che diviene terreno fertile per un'evoluzione, un cambiamento, sia nel cuore dei due protagonisti, sia nello sviluppo della loro amicizia. Una crescita che porta inevitabilmente ad una divergenza nelle priorità. Un tema a tutto tondo, che riguarda l'amicizia, ma anche il rapporto tra fratelli e sorelle, genitori e figli, nel quale tutti possano riconoscersi. E se da un lato troviamo le principesse Disney alle prese con una Vanellope (principessina anche lei) alla ricerca di sé stessa e di ciò che davvero desidera dalla sua esistenza, ballando su coreografie in puro stile La La Land, volteggiando tra le nuvole con un'auto come Philippe Brainard di Flubber (solo due delle numerose chicche nascoste), dall'altra ritroviamo Ralph, sempre più dolce nella sua semplicità, determinato e coraggioso, affrontare mille prove (cyber bullismo compreso) per tenere alto lo stendardo dell'amicizia.
A garanzia di questo sequel, probabilmente addirittura più valido del primo capitolo, una CGI che ormai gode della stessa credibilità della sorella Pixar.

Unica pecca: un piccolo errore di post-produzione nella versione italiana, con una specifica scritta che passa continuamente dall'italiano all'inglese. Una piccola sbavatura non al livello Disney.

giovedì 15 novembre 2018

Animali Fantastici - I Crimini di Grindelwald


La pellicola si apre con una sequenza incalzante, come un colpo di frusta: Grindelwald (Johnny Depp, nuovamente alle prese con delle lenti a contatto molto inquietanti) deve rispondere dei suoi crimini commessi in Europa... Quali? Non è ancora dato saperlo, e viene caricato su di una carrozza per essere estradato dal MACUSA. Riesce magicamente (in tutti i sensi) ad evadere e, dopo una rocambolesca fuga, a rifugiarsi a Parigi.
Tre mesi dopo, a Londra, un sentimentalmente confuso Newt Scamander (Eddie Redmayne), viene incaricato da Albus Silente (per la prima volta portato in vita da Jude Law) di compiere una missione: trovare il fuggitivo per sconfiggerlo e salvare l'anima di Credence (un sempre istrionico Ezra Miller).

Il film sposta, quindi, il suo complesso intreccio in Francia, dove il cast originale cerca zoppicando di riunirsi con alcuni risvolti dei più inaspettati.
Contorto l'epilogo, che ci porta a pensare ad un terzo capitolo, per il quale pare che i casting stiano già iniziando a Rio de Janeiro, potenzialmente ricco di sorprese. C'è da augurarsi che le promesse vengano mantenute!
Meglio non svelare troppi dettagli di questa trama, ricca di un fan service forse addirittura eccessivo, giocata quasi interamente su fitti rapporti, prevedibili e non, e che reputo comunque priva della densità sperata. La regia di David Yates è ancora complicata e dispersiva; caotica. Gli spazi sono mal gestiti e nelle scene d'azione si perde data di ciò che succede. Si punta al "bel guazzabuglio moderno" con lampi di luce ed ottimi effetti speciali, forse studiati per una migliore riuscita del 3D, ma che la fanno da padrona su un soggetto spoglio e caratterizzazione dei nuovi personaggi, ai quali sono riservati pochi momenti.


Johnny Depp rinasce finalmente dalle ceneri, metafora più che appropriata, dopo tanti ruoli monotoni, e crea un villain violento, ma dotato di una calma disarmante, un futuro dittatore, se guardiamo con lungimiranza, ma dotato già da adesso di una parlantina che incanta e convince lo spettatore, che si troverà in difficoltà a scegliere da che parte stare.
Il Newt di Eddie Redmayne diventerà, perciò, la necessità del trovare un eroe che, però, al momento non spicca e non si sbilancia, ma che rimane bensì a vivere nel suo baule, con il suo nuovo sentimento del quale ha probabilmente paura, con i suoi vecchi rancori, la sua velata sociopatia, la sua vena autistica adorabile e le sue creature che custodisce ed ama con tanta passione e presso le quali trova rifugio. Gli altri personaggi, già visti e nuovi, roteano come satelliti intorno a queste due stelle, senza infamia e senza lode.

Interessante il montaggio sonoro, bello il ritorno al motivo del primo episodio e l'omaggio al tema tutto potteriano del castello di Hogwarts che è ormai totalmente sedimentato nel nostro cuore e non manca di emozionare chi assieme a Harry Potter è cresciuto.

L'amore come concetto universale, la necessità di appartenere a qualcosa di concreto, l'identità della famiglia, l'amore sensuale, eterosessuale e non, l'amore per i propri ideali è il cardine intorno al quale ruota un film godibile, ma non un capolavoro del genere.

sabato 27 ottobre 2018

Bohemian Rhapsody - la recensione

Dopo una gestazione durata anni, ecco finalmente sugli schermi inglesi (e, presto, mondiali) una delle storie più incredibili dei nostri tempi, quella di Farrokh Bulsara (Rami Malek), un ragazzo di origini umili, figlio di immigrati parsi, destinato a diventare leggenda.
Il biopic dai colori accesi apre il suo sipario su un Wembley Stadium gremito, pochi istanti prima del suo ingresso sul palco, per poi riportarci indietro, quando un Freddie Mercury poco più che ventenne lavorava come facchino all'aeroporto internazionale di Heathrow, una divisa che gli stava visibilmente "stretta". Freddie scrive canzoni e sogna... Tant'è che una sera, sgattaiolando ad un concerto, conosce Brian May (Gwilym Lee) e Roger Taylor (Ben Hardy), e si fa ingaggiare come cantante per la band "Smile".
Il resto è storia della musica!

Ciò che emerge è da subito la vena creativa che contraddistingue il percorso artistico dei Queen, i quattro sono pronti a vendersi il furgone, loro unico mezzo di trasporto, per incidere il primo pezzo, a usare mestoli, pentole e ogni sorta di utensile da cucina in uno studio di registrazione, o a comporre e registrare "Bohemian Rhapsody" in un fienile. Il loro fare musica è tutto cuore, passione, e divertimento, la concezione di musica come rifugio da dipingere, decorare, arredare, e il loro sentirsi una famiglia, con tutte le delusioni e le soddisfazioni che una convivenza può portare, è lo strumento di connessione che hanno con il mondo e con il pubblico.
"I want to give them a song they can perform!", esclama Brian May, proponendo a Freddie il ritmo di "We Will Rock You". Ed ecco che quattro ragazzi, con il loro sogno, fanno (e continueranno a far) cantare generazioni di persone. La chiusura ciclica ci riporta a Wembley, durante il Live Aid del 1985, tappa finale dei 15 anni di carriera raccontati. A rendere il tutto fluido, ci sono una colonna sonora e un montaggio ben amalgamati.



Con la sua durata di ben 2h 15m, il film mette il luce un Freddie sicuro di sé, attento allo stile, curato, ricercato ed estroso, e la sua testardaggine, il suo egocentrismo, ma accentua anche le crepe del suo animo tormentato. Il conflitto interiore circa la sua sessualità è trattato con dolcezza e rispetto, il suo continuo senso di vuoto, la ricerca di evasione da una soffocante solitudine, e quella stessa famiglia che talvolta rifugge come unica cura a tutto questo dolore. Sebbene sia impossibile non versare qualche lacrima, il film continua ad essere un grido di speranza, per i sognatori, per gli amanti, per chi combatte tutti i giorni i suoi demoni, per chi sta per arrendersi.

La regia, com'è noto, fu affidata inizialmente a Bryan Singer, rimosso dall'incarico a tre settimane dalla fine della lavorazione, al quale è subentrato tempestivamente Dexter Fletcher. Ne risulta un'opera a quattro mani valida, raramente banale.
Singer ha anche firmato la sceneggiatura, molto delicata, e che apparentemente può sembrare superficiale, ma dove si vuole evidenziare non il Freddie Mercury dei rotocalchi che tutti conoscono, bensì quello più profondo, scavando in quegli aspetti che nel quotidiano si tendono a dimenticare parlando di una superstar.
Non manca qualche momento comico, i cui tempi sono molto congeniali, e che alleggeriscono un po' la complessità di alcune scene. Il trucco e la ricostruzione di outfit ed ambientazioni sono il fiore all'occhiello di questa pellicola, che sembra ipnotizzarci e portarci indietro nel tempo.

Il cast è di ottima qualità, anche se in alcune occasioni le performance risultano sottotono. Su tutti spicca ovviamente Rami Malek. Un Freddie Mercury intenso, imponente, magnetico, ma anche tenero e commovente. In alcune sequenze si fa fatica a distinguere la sua silhouette da quella delle immagini di repertorio e video ufficiali, forse anche grazie a un lip sync che inganna non solo vista e udito, ma anche il cuore... che salta qualche battito.

domenica 21 ottobre 2018

A Star is Born - la recensione

Terzo remake del celebre film del 1937, E' Nata Una Stella, riportato poi al cinema, nelle due versioni più famose, nel 1954 con Judy Garland protagonista, e nel 1976 con Barbra Straisand e Kris Kristofferson.

Jackson (Bradley Cooper) è famoso musicista (e sognatore) acclamato in tutto il mondo ma afflitto da una pesante dipendenza da alcool e farmaci. Dopo un suo concerto, incontra, in un locale Drag, Ally (Lady Gaga), una talentuosa cameriera con il pallino del canto che, dopo svariate bocciature ricevute da diversi produttori a causa del suo aspetto fisico, in particolare del naso, ormai si è arresa all'idea di non intraprendere più la carriera da cantante. Jackson però trova interessante la sua voce, e dopo un'intensa interpretazione de "La Vie En Rose" di Edith Piaf, decide di invitarla alla tappa successiva del suo tour per conoscerla. Il loro amore condiviso per la musica e la loro passione sbocciata sul palco, tessono le trame profonde di questa pellicola dal finale del tutto inaspettato.

La regia, che segna il debutto di Bradley Cooper dietro la macchina da presa, non è delle più coinvolgenti, la ripresa in primissimo piano e con telecamera a mano vuol essere quella di un imponente film d'autore, che poco si amalgama al resto. Il ritmo è una continua altalena tra il dilatato ed il frettoloso. Il montaggio è quello di un meccanismo mal oleato che spezza completamente alcune scene e ne esaspera eccessivamente altre.
Performance meravigliosa di una Lady Gaga fragile alla quale non siamo abituati, ma della quale non potremo più fare a meno. Bradley Cooper, con la sua interpretazione tormentata, rude, evidenziata anche da un "prepotente" accento, dà l'ennesima dimostrazione delle sue capacità. Colonna sonora dai testi struggenti, ma dalla pura anima rock.



A Star is Born si presta a molteplici letture, quella predominante è sicuramente una spiccata critica all'industria musicale così come la conosciamo oggi: modelli che ci vengono imposti, la spersonalizzazione massima dell'individuo, l'omologazione, e la ormai introvabile originalità. Ci sono poi la fragilità dell'essere umano, talvolta troppo sensibile per reggere le imposizioni del sistema, la necessità di legarsi e di tornare a qualcosa di autentico, l'amore, gli affetti... e la musica. La musica come evasione, come sfogo, come grido di aiuto, come ragione di vita.

Francesca Matteucci

venerdì 26 settembre 2014

Magic In The Moonlight - recensione

L'ultima, attesa, fatica di Woody Allen si apre con uno spettacolo di magia, leitmotiv dell'intera vicenda.

Stanley (Colin Firth) è un'illusionista inglese di fama mondiale che viene introdotto da un amico a casa di una facoltosa famiglia della Costa Azzurra, i Baker, col fine di smascherare una giovane e bella sensitiva americana, Sophie (Emma Stone), della quale il figlio Brice (Hamish Linklater) si è invaghito, e che è sospettata di essere mossa da scopi fraudolenti. Stanley, misantropo estremamente razionale, si pone prima con sarcasmo nei confronti della ragazza, prendendosi pubblicamente gioco di lei, poi, a poco a poco, inizia a nutrire curiosità per le sue pratiche e ad interessarsene.

Strani movimenti del destino accompagnano questi personaggi verso l'epilogo della vicenda: amore, magia, inganno e spiritualità si intrecciano in questa pellicola che incanta, ma non stupisce. Woody Allen, ancora una volta dirige un film di discreta qualità, con costumi mozzafiato e paesaggi da sogno, ma noiosamente adagiati su cliché che a lungo andare stancano lo spettatore, nonostante la splendida interpretazione dei suoi attori - del cast fanno parte anche Marcia Gay Harden, Jacki Weaver e Eileen Atkins -, purtroppo confinati in personaggi stereotipati, descrivibili con una manciata di aggettivi.

La trama accattivante risulta scontata dopo la prima mezz'ora, al di là dei dolci momenti di romanticismo che fanno comunque battere il cuore e fantasticare. L'impressione è che Allen non abbia creduto fino in fondo alla storia, che si sia limitato lasciando che il film scivolasse verso risvolti facili invece di impreziosirlo con i colpi di genio a cui ci ha abituato.

Francesca Matteucci

sabato 7 dicembre 2013

Blue Jasmine - La recensione

La vita dell'altolocata Jeanette Francis (Cate Blanchett), che ha deciso di cambiare il suo nome in Jasmine, è appena stata sconvolta da un disastro finanziario, perciò, dopo la bancarotta, la morte del marito Hal (Alec Baldwin), fedifrago e truffatore professionista e la chiusura del rapporto con il figliastro Danny, sola, alcolizzata e imbottita di psicofarmaci e antidepressivi, è costretta a trasferirsi dalla sorella Ginger a San Francisco.
Tra Vodka Martini, pasticche, emicranie e litigi con l'insopportabile, animalesco fidanzato della sorella, Jasmine cercherà di dividersi tra un lavoro che detesta (sarà segretaria in uno studio dentistico), un corso per imparare ad usare il computer e il desiderio di risollevare la sua vita diventando arredatrice di interni. Potrà l'incontro fortuito con l'apparente uomo perfetto salvarla e cancellare l'oscura impronta del passato?

La crisi contemporanea morale ed economica è messa in scena con somma maestria e Woody Allen, come un burattinaio senza scrupoli, muove le fila di personaggi complessi e complessati, nevrotici, umani al punto da apparire reali. Crudele e sadico ci mostra un panorama disastrato e tragicomico della vita, con un finale che non sa, forse, dove poter andare, perso, come la nostra protagonista, ma che fa da cesura ad una narrazione precisa ed elegante, ma non abbastanza ammorbante e coinvolgente. Di tanto in tanto la trama inciampa su qualche traccia di inverosimilità che sembra voler rendere la vita troppo facile a quei pupazzi che tanto repentinamente il regista guida e che ci riporta con il sedere incollato alla poltroncina in sala.
Scaltra la creazione di una tale corposità antieroica di Jasmine che accoglie tra le braccia un pubblico simpatizzante che si può con facilità immedesimare. Divina l'interpretazione di Cate Blanchett, alle prese con un personaggio particolare, eppure quasi comune, labile il confine tra lo scontato e il macchiettistico, lei riesce con coraggio e forza a camminare in bilico tra i due, rendendo questa donna matura intensa e unica. Intorno a lei si muovono tanti piccoli satelliti interessanti, a tratti stereotipati, che non si scoprono fino in fondo e che non brillano di luce propria.

Francesca Matteucci