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domenica 14 dicembre 2025

Wake Up Dead Man – Knives Out - la recensione

Dopo un (troppo) breve passaggio nei cinema, è approdato su Netflix il terzo capitolo della saga mistery Knives Out, Wake Up Dead Man.

Padre Jud (O'Connor) è un giovane prete che predica e aspira al cristianesimo dell'accoglienza e del perdono, ma ha un carattere incline alla reazione, anche fisica, ricordi di un passato da pugile e di una esperienza dolorosa per cui sta ancora cercando di fare ammenda. Per calmare il suo temperamento, viene spedito nella piccola comunità di Nostra Signora della Fortezza Perpetua, a Chimney Rock, provincia rurale di New York, nella chiesa di Monsignor Wicks (Brolin), un uomo completamente diverso da padre Jud. Wicks è un prete ultraconservatore misogino, ipocrita, manipolatore aggressivo e carismatico che ha radicalizzato i suoi pochi fedelissimi, un gruppo di persone deboli e insoddisfatte, i quali lo considerano quasi un messia. Padre Jud non lo sopporta e quando, durante la messa del Venerdì Santo, Wicks viene ucciso misteriosamente, in una piccola stanza senza uscite, diventa subito il principale sospettato. Ma in suo soccorso arriva Benoit Blanc (Craig), che ha un pessimo rapporto con la Fede ma smania per risolvere un omicidio apparentemente impossibile.

Rian Johnson, autore di una splendida regia, confezione un altro giallo che gira come un orologio, stavolta aggiungendo elementi nuovi rispetto ai precedenti. Se il primo film prendeva di mira l'avidità di una famiglia ricca, il secondo prendeva in giro la personalità vuota di un miliardario dell'high-tec, questa volta il regista diventa più "politico" e decisamente attuale, puntando il dito contro il fanatismo ideologico, contro quei leader spregiudicati che, con invettive aggressive, distorcendo anche la religione, spargono odio e paura per ottenere il controllo ed essere adorati dalle masse. Il riferimento alla attuale situazione politica americana (e non solo...) è più che evidente.

Ma il regista non dimentica il genere, il messaggio politico è perfettamente inserito nella storia, non prende mai il sopravvento su quello che è il centro del film: un omicidio da risolvere. Ancora una volta, Johnson affonda le mani nei classici del giallo, citando esplicitamente una delle sue fonti d'ispirazione per la storia, "Le tre bare" di John Dickson Carr. Il meccanismo funziona, magari stavolta ci vuole un pochino di più per entrare nella storia, ma tutto poi fila liscio, ogni pezzo va al suo posto nel modo e nel momento giusto. Il regista cambia il tono rispetto ai due precedenti, si fa più oscuro, puntando sul giallo gotico, con alcuni momenti che strizzano l'occhio anche al thriller, ma senza dimenticare deliziosi momenti da commedia.
Se c'è un punto dove il film pecca un po', è nei personaggi secondari. Nei precedenti, in particolare in Cena con Delitto, ogni personaggio aveva il suo spazio, una caratterizzazione ben delineata, e soprattutto un movente, stavolta invece Johnson ne lascia molti sullo sfondo, concentrandosi solo su alcuni, in particolare su Padre Jud, tanto da togliere spazio addirittura al protagonista Benoit Blanc, e questo è un vero peccato.

Daniel Craig è semplicemente meraviglioso nel ruolo di Benoit Blanc, è un personaggio che indossa perfettamente e di cui non abbiamo mai abbastanza, e che qui svela qualcosa di più di sé e della sua storia. Molto bravo Josh O'Connor, un'ottima spalla per Craig, dimostra di essere a suo agio anche con toni da commedia. Bene anche Josh Brolin, assolutamente odioso e sgradevole. Se il resto del cast, come detto, viene lasciato un po' troppo sullo sfondo, a spiccare su tutti è senza dubbio Glenn Close. Attrice fenomenale, e non lo scopriamo oggi, ma lei ce lo ricorda con una performance dalle mille sfaccettature, comica già dall'entrata in scena, capace di microespressioni letali, e alla fine protagonista con una scena di grande intensità.

Wake Up Dead Man è un bel film, un ottimo terzo capitolo di una saga che speriamo continui ancora a questo livello. Peccato che sia uscito in sala solo per pochi giorni, un film così avrebbe meritato il grande schermo e le sale piene.

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domenica 19 settembre 2021

Dune - la recensione

Dopo una lunga ed estenuante attesa, arriva al cinema Dune, la nuova opera di Denis Villeneuve (Arrival, Blade Runner 2049). Basato sul primo dei tre romanzi dello scrittore statunitense Frank Herbert, la pellicola racconta le vicissitudini della famiglia Atreides.

In un futuro molto lontano, il duca Leto Atreides (Oscar Isaac), accetta la gestione del pianeta Arrakis, noto anche con il nome di Dune, da sempre conteso per la presenza, sul suo suolo, della sostanza più preziosa dell'Universo: la spezia, una droga in grado di fornire abilità mentali formidabili e di allungare la durata della vita. Leto parte alla volta del nuovo pianeta, con la moglie, Lady Jessica (Rebecca Ferguson) e il figlio, suo successore, Paul (Timothée Chalamet), che sembra possedere con questa nuova terra, per lui inesplorata, un legame molto profondo. La spezia si troverà ad essere inconsapevole protagonista della contesa per il suo monopolio e sarà causa di una vera e propria guerra, che porterà con sé morte, sangue e distruzione.

La pellicola non ammette fretta, si prende i suoi tempi, lascia decantare, respira. La sua lentezza è necessaria e giustificata, in quanto trasposizione di una letteratura complessa, ricca di particolari e dettagli che Denis Villeneuve non teme di spennellare sulla sua tela della durata di 155 minuti. La regia è portatrice di classe e spettacolarità, ma a tratti può risultare pesante, un peso di cui lo spettatore deve essere consapevole e accettare fino ai titoli di coda. 

A fare da contorno a questa tanto complessa quanto intrigante trama, un comparto tecnico da Oscar, in particolare una fotografia mozzafiato che si amalgama perfettamente alla colonna sonora arabeggiante firmata da un Hans Zimmer in stato di grazia. Costumi curatissimi, vezzosi, design di armi e navicelle spaziali, e scenografie mozzafiato, che a volte sembrano strizzare l'occhio a Star Wars.

Il cast è stellare e vanta la presenza di Josh Brolin (Gurney Halleck), Zendaya (Chani, nativa appartenente alla tribù Fremen, abitanti del pianeta Arrakis), Stellan Skasgård (camaleontico nei panni del barone Harkonnen, cugino di Leto), Dave Bautista (Glossu Rabban), Jason Momoa (sorprendente nel ruolo di Duncan Idaho), Javier Bardem e Charlotte Rampling, oltre ai già citati protagonisti. Timothée Chalamet, attore in costante crescita, accusa forse una leggera fatica nel complesso ruolo del protagonista, ma risulta comunque credibile. 

Nonostante il suo plumbeo spessore, Dune è un film assolutamente da vedere, una visione irrinunciabile e, una volta finito, ti lascia con la sensazione di volerne ancora.


Francesca Matteucci

giovedì 20 giugno 2019

Sean Penn torna dietro la macchina da presa con Flag Day

Il due volte premio Oscar Sean Penn è pronto a sedersi nuovamente dietro la macchina da presa per il film Flag Day.

Già annunciati i protagonisti, si tratta di Josh Brolin e Miles Teller. Nel cast ci sarà anche lo stesso Penn, oltre ai figli dell'attore, Dylan Penn e Hopper Penn. A completare il cast saranno Katheryn Winnick (Lagertha in Vikings), Norbert Leo Butz, Dale Dickey, Eddie Marsan, e Bailey Noble.

Della trama si sa molto poco, il film è tratto dal libro biografico "Flim-Flam Man: The True Soty of My Father's Countrefeit Life", scritto da Jennifer Vogel (2005), e sarà "un illuminante ritratto di una figlia che lotta per superare l'oscuro passato dell'amato padre truffatore".

L'ultimo film da regista di Sean Penn è stato Il Tuo Ultimo Sguardo (The Last Face), presentato al Festival di Cannes nel 2016. Un film che non ha raccolto consensi molto positivi, stroncato sia dalla critica che dal pubblico, ma Penn in passato ha dimostrato di saperci fare, con La Promessa (2001), e soprattutto con Into the Wild (2007).

Le riprese del nuovo film, Flag Day, inizieranno nei prossimi giorni. L'uscita è prevista per il 2020.

giovedì 18 ottobre 2018

Soldado - la recensione


Nel 2015, con Sicario, il regista canadese Denise Villeneuve aveva portato la lotta al narcotraffico e ai cartelli su un livello nuovo, film che univa magnificamente azione, morale e introspezione grazie anche dei personaggi sfaccettati e profondi.
Non si sentiva la necessità di un seguito a quello che era un film perfettamente compiuto in sé stesso, ma sicuramente la notizia che a dirigerlo sarebbe stato Stefano Sollima prometteva bene, dato che il regista italiano ha dato prova di saperci fare con il noir, sia in tv che al cinema, con le serie Romanzo Criminale e Gomorra e i film A.C.A.B. e Suburra.



E infatti Sollima mantiene le aspettative, regalando grandissima azione, con un paio di sequenze non solo girate molto bene ma anche di grande tensione, con la camera che stacca alternativamente su più fronti così da farci entrare nella scena e partecipare anche emotivamente.
La componente d'azione è sicuramente la parte più riuscita, la ruvidezza dell'ambiente e dei personaggi è percepibile, quello che però manca è la potenza drammatica e narrativa del suo predecessore.
La mancanza del personaggio di Emily Blunt, vero contraltare morale della vicenda in Sicario, si fa sentire, tutto risulta meno compatto e più sfilacciato, anche i personaggi di Alejandro e Matt, interpretati da Benicio Del Toro e Josh Brolin, ne risentono, soprattutto il secondo che viene messo in ombra diventando quasi di contorno.

Sicuramente il film è un thriller d'azione di altissimo livello e non c'è dubbio che da qui Stefano Sollima potrebbe lanciarsi nella produzione hollywoodiana, ma ci saremmo aspettati un po' di più sul piano narrativo, alla luce di quanto fatto da Villeneuve, e considerando che tutto sembra far presagire a un terzo capitolo.

venerdì 27 aprile 2018

Avengers: Infinity War - la recensione

Era il 2008 quando nelle sale usciva Iron Man. 
Altri tempi, in cui i film sui supereroi avevano oscillato fra capolavori d'autore e risultati a dir poco deludenti. Qualcosa però stava per cambiare e proprio con Iron Man, perché non solo ha segnato la rinascita di un attore, Robert Downey Jr., che è diventato una super star mondiale, ma ha anche dato vita a un genere a sé stante, quello dei Cinecomic, e un universo Marvel incredibilmente coeso e coerente dove, come in una enorme serie tv cinematografica, ogni film era il tassello da aggiungere a un quadro molto più grande.
Ora, dieci anni e diciotto film dopo, con un successo di milioni di dollari, serie tv e quant'altro, l'uscita nelle sale di Infinity War non è solo il compimento della Fase 3 Marvel, ma la somma di dieci anni di lavoro e un evento cinematografico di portata storica.


Con un tale carico di aspettative (anche econimiche, poichè è costato 300 milioni di dollari e il suo predecessore, Black Panther, ne ha incassati più di 600 solo negli USA) c'era il reale pericolo che si rivelasse la più sonora delusione di sempre.
Ma i fratelli Russo, registi e sceneggiatori, lo sapevano benissimo e non hanno sbagliato praticamente nulla, anzi, questo terzo film degli Avengers è ancora più sorprendente di quanto ci si potesse aspettare.
Non solo i team-up fra i tantissimi personaggi funzionano alla grande (con i Guardiani della Galassia sempre un gradino sopra tutti gli altri), ma soprattutto un cattivo straordinario che rende grande il film.
Uno dei difetti dei film Marvel sono sempre stati i cattivi, ed escludendo Loki (ormai vero e proprio personaggio antieroe) solo ultimamente si era riusciti a creare qualcosa di interessante, soprattutto con Black Panther e, in misura minore, con Spider-Man. Questo, invece, è senza dubbio il film di Thanos, vero protagonista, sfaccettato e profondo, seppur cattivissimo, interpretato magistralmente da Josh Brolin e reso benissimo da un gran lavoro di CGI. Thanos giganteggia (letteralmente) per tutte le quasi due ore e mezza di pellicola, è tormentato, soffre, ha una morale distorta che lui considera sopra ogni altra cosa, si vede super eroe incompreso dell'Universo e lo spettatore ne è catturato quasi in maniera ipnotica. Ma, lo ripetiamo ancora, è cattivissimo, violento e brutale tanto da essere spaventoso.


Nonostante sia probabilmente il personaggio ad avere più screentime di tutti, non toglie affatto scena agli eroi che tutti aspettavano e ognuno di loro (e sono davvero tantissimi) ha il proprio spazio, il proprio stile e le caratteristiche che lo hanno reso ormai familiare allo spettatore dopo dieci anni.
Si ride moltissimo, si piange moltissimo, ci si esalta moltissimo, ci si spaventa anche moltissimo, un film di puro, godurioso intrattenimento, probabilmente il più grande blockbuster di sempre ed è innegabile che esisterà un prima e un dopo Infinity War, non solo nel Marvel Cinematic Universe, come è ovvio (nell'attesa del prossimo Ant-Man, di Capitan Marvel e soprattutto di Avengers 4), ma nell'intera industria cinematografica di intrattenimento.

Non era affatto facile, ma la Marvel non ha deluso e ha fatto il film perfetto, non solo quello che tutti volevano e aspettavano, ma andando oltre. Se ne parlerà per mesi, forse anni, sicuramente all'uscita dalla sala (e mi raccomando, rimanete fino alla fine dei titoli di coda!) ci si pensa e ripensa per ore o addirittura giorni.

domenica 13 marzo 2016

Ave, Cesare! - la recensione

La giornata di Eddie Mannix non è tra le più rilassanti. Lui è un "fixer", cioè un uomo pagato da una grossa major cinematografica per risolvere tutti quei problemi che le capricciose star di Hollywood creano dentro e fuori dal set. Quando il protagonista del film Ave, Cesare!, colossal a carattere biblico che si sta girando proprio in quei giorni, viene rapito, Eddie dovrà riuscire a barcamenarsi tra attrici troppo libertine, attori dalle inesistenti capacità recitative e giornalisti impiccioni, il tutto tentando in ogni modo di riportare sano e salvo il divo sul set in tempo per le riprese della scena madre.


I fratelli Coen scrivono una commedia, o meglio, una farsa, che mette in ridicolo Hollywood ma che alla fine vuole parlare di altro, in senso più ampio di scelte e di cosa sia giusto fare. Lo fanno mettendo insieme una sceneggiatura brillante e un grandissimo cast, su cui primeggiano un fantastico George Clooney e Josh Brolin, mai così in stato di grazia, ma purtroppo non vanno al segno al cento percento.
Se nella trama principale (il rapimento del personaggio di Clooney da parte dei comunisti e relativa contrattazione per il riscatto) si procede in modo ben strutturato e senza passi falsi, divertendo non poco, e proponendo anche intelligenti spunti di riflessione, il resto è troppo abbozzato, con personaggi che non riescono mai ad avere un vero mordente e una vera caratterizzazione, più comparse dai nomi altisonanti che altro. Un peccato perché alcune di queste storyline avevano delle potenzialità notevoli e risultano anche molto divertenti quando portate avanti, ma a un certo punto sembrano perdersi, come se i Coen se ne fossero dimenticati o abbiano deciso di accantonarle per concentrarsi su altro.
Nulla si può dire invece dell'aspetto più puramente tecnico: regia, fotografia e soprattutto montaggio sono impeccabili e contribuiscono a ricreare l'atmosfera da farsa che caratterizza tutto il film.

Ave, Cesare! è un film tecnicamente bellissimo e molto divertente, ma che non riesce mai ad andare del tutto a segno, per colpa soprattutto di alcuni difetti nella sceneggiatura e nell'impostazione complessiva. Peccato, perché avrebbe potuto fare molto di più con un cast di questo livello

mercoledì 2 settembre 2015

Venezia 72 - giorno 1

Prende il via il 72° Festival di Venezia e ad aprire i battenti ci pensa Everest, di Baltasar Kormakur, con Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes e Emily Watson presenti al Lido.

Tratto da fatti realmente accaduti, il film racconta la drammatica scalata alla montagna più alta del mondo da parte di due diverse spedizioni guidate da due uomini molto diversi: quella guidata da Rob Hall (Jason Clarke), capo della Adventure Consultants che cerca di accompagnare i suoi clienti fino alla vetta, e quella di Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), alpinista americano sopra le righe, incosciente e col vizio dell'alcol. Ma la vetta dell'Everest è una sfida ai limiti umani e le due spedizioni si troveranno ad affrontare mille difficoltà, tra cui una violenta tempesta di neve.

Difficile è stata anche la lavorazione del film, con le riprese che si sono svolte tra gli studi di Pinewood, quelli di Cinecittà e le Dolomiti. Inizialmente il regista aveva deciso di girare proprio in Nepal ma il cast e la troupe non hanno resistito al clima estremo. "Ho portato davvero i miei attori in Nepal, prima a Katmandu e poi al campo base", ha raccontato Baltasar Kormakur, "ma dopo poco hanno cominciato a stare male e abbiamo optato per le Dolomiti, siamo stati in Val Senales e poi a Cinecittà e negli studi di Pinewood. Ma avevo le immagini dell'Everest girate nel 2014, anche durante una valanga". Le Dolomiti però non sono state sempre gentili. "Ci sono stati momenti difficili", ha continuato a raccontare il regista, "In Val Senales la produzione è stata colpita da una nevicata molto intensa e l'allarme valanghe è diventato reale, ma è stata un'esperienza straordinaria sia per il rapporto con la natura che per il senso di cameratismo che si è creato tra gli attori. Li ho fatti soffrire parecchio ma non li ho mai messi in pericolo". "Abbiamo girato con un vento pungente e temperature sotto zero", gli fa eco Jason Clarke, "ma nonostante il freddo, le punte dei piedi e delle mani quasi congelate è stata la migliore esperienza cinematografica che abbia mai avuto". "Poi siamo venuti a Cinecittà in cerca del sole!", ha scherzato il regista.

Da una parte il clima estremo, dall'altra l'emozionante incontro con i familiari delle due guide, Hall e Fischer. "E' stata un'emozione incredibile", ha raccontato Clarke, "incontrare la moglie di Hall, Jen, e la figlia Sarah che oggi è un'adolescente e non ha mai conosciuto suo padre. E' stata l'emozione più forte della mia carriera di interprete, sapere di dover restituire la verità su quell'uomo". Stessa emozione anche per Jake Gyllenhaal e Josh Brolin che hanno sentito molto il peso della responsabilità. "Speriamo che quando le persone coinvolte vedranno il film possano riconoscersi. Mi sono chiesto tutto il tempo se quello che facevo fosse giusto", ha detto Brolin. "Interpretare questo personaggio mi ha fatto provare una grande responsabilità. Quando i figli di Scott Fischer mi hanno contattato direttamente è stato molto emozionante", ha raccontato Gyllenhaal, "Erano preoccupati dell'immagine che avrei restituito di loro padre, incontrarli mi ha permesso di vedere il mio personaggio attraverso i loro occhi. Ho cercato di rappresentarlo non attraverso le caratteristiche fisiche, che comunque abbiamo studiato, ma con l'essenza del personaggio e spero di esserci riuscito". Emily Watson invece ha raccontato che per prepararsi al suo personaggio ha parlato spesso con al vera Helen (assistente di Rob Hall): "Mi ha fatto ascoltare le registrazioni delle loro conversazioni telefoniche, è stato come toccare con mano la verità".

Il film, che vede nel cast anche Keira Knightley e Robin Wright, è stato presentato in anteprima mondiale ed è stato accolto in modo positivo, con delle recensioni abbastanza buone.

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Si è tenuta oggi la conferenza stampa della giuria del Concorso, che vede Alfonso Cuarón come presidente, con lui ci saranno Elizabeth Banks, Diane Kruger, Emmanuel Carrère, Hou Hsiao-hsien, Francesco Munzi, Pawel Pawlikowski, Lynne Ramsay e Nuri Bilge Ceylan.

"Non ho una idea precisa di quello che vorrei vedere o premiare, ma penso sia giusto così. Mi avvicinerò ai film con innocenza, e con la stessa innocenza voglio essere sorpreso", ha dichiarato Cuarón.

Il Direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera ha annunciato che verrà fatto un omaggio a Wes Craven, scomparso pochi giorni fa, sabato 5 settembre a mezzanotte, in sala Darsena, verrà proiettato gratuitamente, sia per la stampa che per il pubblico, Nightmare. "Renderemo omaggio a un grande regista, con un grande film. La proiezione sarà aperta a tutti, spargete voce", ha dichiarato Barbera.

martedì 19 maggio 2015

Festival di Cannes 2015 - giorno 7

Il festival arriva a metà e in Concorso presenta il nuovo thriller di Denis Villeneuve, Sicario, mentre fuori dal festival scoppia la polemica dei "tacchi alti"!

Protagonista del film una convincente Emily Blunt, accanto a lei Benicio Del Toro e Josh Brolin.

Ambientato al confine tra Stati Uniti e Messico, la storia vede al centro Kate (Blunt), agente dell'FBI idealista arruolata in una task force d'elite per combattere il traffico della droga. Guidati da un consulente con un passato oscuro e discutibile, la task force parte per una missione segreta che metterà Kate nella condizione estrema di dover abbandonare i suoi ideali per poter sopravvivere.

Una storia che racconta il difficile e controverso tema del traffico di droga, già affrontato in tantissimi film, ma con la particolarità di avere una donna come protagonista. "L’idea del film è nata dopo Prisoners", ha dichiarato il regista canadese Denis Villeneuve, "Mi sono subito innamorato della sceneggiatura di Taylor Sheridan quando l’ho letta, perché è anomala per questo genere di film, per il fatto che la protagonista è una donna. [...] Il film cerca domande più che risposte viviamo in un’epoca dove le ‘zone grigie’ la fanno da padrone. Proprio questo mi ha affascinato dello script. Quando il mio agente me lo ha proposto ho capito che era esattamente quello che stavo cercando. Desideravo proprio concentrarmi sulla zona tra USA e Messico". Sicario è un film a cui il regista tiene moltissimo, come ha specificato il regista durante la conferenza stampa: "Lo sento come il mio film migliore, non tanto per la qualità della pellicola in sé, ma è quello più vicino a me, perché fatto senza compromessi, coinvolgendo chi lavorava con me. È difficile dirlo per il mio ego, ma sono qui a Cannes per merito loro. La sceneggiatura è diventata poi qualcosa di diverso, migliore, grazie alle discussioni avute con Emily e Benicio".

"Penso che ci siano molte donne forti lì fuori", ha dichiarato la protagonista Emily Blunt parlando del suo personaggio, "Non è solo una questione di tirar fuori la pistola. Il mio personaggio in realtà è vulnerabile, si trova con gente sconosciuta in un ruolo sconosciuto, e non penso di averla resa come un personaggio mascolino. Cerca di sopravvivere. Ho parlato con diverse agenti dell’FBI e sono donne normalissime. Tornano a casa e guardano Gosford Park e Downton Abbey come tutte. Mi ha interessato entrare in parte e capire come essere una donna poliziotto possa influenzare la tua vita". Un ruolo per cui l'attrice ha dovuto fare un po' di addestramento. "Ho avuto molti uomini intorno, ma ci sono abituata"; ha detto la Blunt, "Per l’uso delle armi ero già allenata per altri film. Quello che mi ha stupito è stata la preparazione minuziosa, le coreografie quasi da danza, degli agenti incaricati di fare irruzione nei casi di rapimento con assedio".
Josh Brolin invece aveva inizialmente rifiutato il ruolo, per fortuna poi ci ha ripensato. "Mi sento fortunato per aver lavorato con Denis, inizialmente avevo rifiutato perché ero carico di lavoro, stupidamente!", ha raccontato l'attore, "Ma poi sono tornato sui miei passi e ne sono contento. Denis era sempre umile, dicendo che non era certo su come rispondere alle nostre domande. Vedendo il film poi mi sono reso conto che sapeva benissimo dove andare. Ho capito che voleva darci la sensazione di essere indispensabili al film, di aver avuto noi delle grandi idee, mentre invece ci ha manipolati". "Denis è stato principalmente un grande motivatore, Sul set trasmetteva entusiasmo, motivato dalla sua ricerca di autenticità", ha continuato Benicio Del Toro, "Sa ascoltare le ragioni degli attori e metterle tutte insieme. Personalmente ho girato molti film in quell'area e penso che quello che accade da quelle parti sia un problema di difficile soluzione. Per tornare alla domanda iniziale non penso che il film dica che il fine giustifica i mezzi. Forse lo fanno alcuni dei personaggi, tra cui il mio, ma non il film".

Alla fine il cast, in particolare Emily Blunt, è stato interrogato sulla polemica che si è scatenata sulla decisione della direzione del festival dell'"obbligo di tacchi alti" per le donne. Tutto è nato dalla premiere di Carol, dove ad alcune donne è stato negato l'accesso al red carpet perché non indossavano i tacchi alti ma delle semplici "ballerine". La notizia ha fatto velocemente il giro del web, tante donne, giornalisti ma anche attrici, sono rimaste deluse dal comportamento del festival. E la polemica è arrivata alla conferenza stampa del film Sicario, e anche Emily Blunt si è detta molto delusa da questa imposizione. "Il mio punto di vista è che nessuno dovrebbe indossare i tacchi alti, ma solo scarpe basse!", ha scherzato l'attrice per poi farsi più seria, "Sinceramente penso che ognuno dovrebbe indossare quello che vuole. Io preferisco indossare le Converse, o le scarpe da ginnastica, è il mio punto di vista. Ma questo è davvero deludente". Per solidarietà il regista ha dichiarato che lui, Benicio Del Toro e Josh Brolin avrebbero indossato i tacchi durante il red carpet. Sarebbe bello ma difficile da realizzare.

Dopo il divieto di selfie in passerella - sfidato da molti attori che se li sono fatti ugualmente - la scelta del festival di imporre i tacchi alti alle donne è sembrata una inutile forzatura.

venerdì 10 ottobre 2014

Sin City: Una Donna per cui Uccidere - la recensione

A nove anni di distanza dal primo, splendido, Sin City, dopo rinvii e traversie, arriva finalmente in sala Una donna per cui uccidere, ma la musica non sembra cambiare poi molto.



Nelle strade della Città Vecchia si muovono ancora i personaggi creati dalla mente di Frank Miller (co-regista anche di questo secondo film), con storie prese dagli albi a fumetti e altre invece originali, nuovi protagonisti e vecchie conoscenze. Manca a volte un intreccio completo e complesso come era avvenuto nel primo film, ma sostanzialmente quello che conta è sempre lì e funziona ancora dannatamente bene.
I riflettori erano tutti su di lei, Eva Green, bellissima e fatale, una vera e propria dea che rende gli uomini suoi schiavi, vestita solo di quei piccoli tocchi di colore che rendono le sue labbra più rosse o i suoi occhi più verdi, bravissima e bellissima. Bravi anche i nuovi acquisto Josh Brolin e, soprattutto, Joseph Gordon Levitt, protagonista della storia forse più debole, ma che riesce a dare al suo personaggio un alone di mistero che lo rende estremamente interessante.

Robert Rodriguez  confeziona un film che potrebbe benissimo essere il secondo tempo del precedente, stesse musiche, stessa atmosfera, stesso fascino della fotografia che sembra trasportarci dentro le pagine del fumetto di Frank Miller, uno stile particolarissimo e subito riconoscibile che non si vede spesso e che, bisogna riconoscere, Rodriguez infonde in ogni aspetto, occupandosi lui stesso di ogni reparto della realizzazione della pellicola. Non sempre funziona, ma questa volta è da applausi.



Sin City torna dopo ben nove anni, ma allo spettatore sembra di non essersi mai spostato dalla Città Vecchia, di non aver mai lasciato i molti, iconici, personaggi che la popolano, tutti buoni, tutti cattivi, tutti ugualmente affascinanti.
Sin City è tornato ed è sempre un piacere per gli occhi.

sabato 23 febbraio 2013

'Gangster Squad' - commento a caldo

Gangster Squad è un film di Ruben Fleicher, un tizio che praticamente ha fatto solo pubblicità e videoclip, ma può vantare un cast davvero stellare: Sean Penn, Josh Brolin, Ryan Goslin, Emma Stone, Nick Nolte, Giovanni Ribisi.

Un po' dovunque è stato presentato come un gangster movie, di quelli che riportano alla mente Gli Intoccabili o Quei Bravi Ragazzi...beh, dimenticateli! Gangster Squad è un grosso e divertente giocattolo, un Ocean's Eleven negli anni '50 solo che invece di avere un gruppo di ladri che devono rapinare casinò, qui abbiamo un gruppo di poliziotti molto sopra le righe che devono sgominare la gang di un grosso gangster con la faccia di Sean Penn a Los Angeles.
Una volta appurato che di serio c'è molto poco, il film funziona alla grande, ci si siede in poltrona e ci si gode le sparatorie, le stranezze tragicomiche, le battute "da gangster" che i personaggi si compiacciono di ripetere prima di sparare una raffica di mitra mentre fumano tranquillamente il sigaro.
Ci si diverte alla grande, con un pizzico di drama che non fa mai male. Comunque il cast stellare vale il prezzo del biglietto e si dimostrano tutti molto bravi.
Lo si potrebbe paragonare all'episodio della serie classica di Star Trek Chicago anni 20; chi lo conosce avrà già capito, per gli altri traduco: fracassone, volutamente esagerato, ma dannatamente divertente.


*Chiara*

mercoledì 22 agosto 2012

Josh Brolin nel nuovo film di Sean Penn?

Dopo lo splendido 'Into The Wild' del 2007, c'è grande attesa per il prossimo film da regista di Sean Penn. Il film sarà tratto da Crazy for the Storm (in Italia 'Pazzo della Tempesta'), libro autobiografico di Norman Ollestad.

Secondo quanto riporta Variety, Josh Brolin sarebbe in trattative per un ruolo da co-protagonista.

Il libro racconta la storia di un padre che trascina il figlio (Ollestad stesso) in imprese rischiosissime, come gettarsi da un ghiacciaio con gli sci o surfare fra le alte onde dell'Oceano. La storia è vista dagli occhi del figlio che si trova coinvolto fin dalla tenera età di 3 anni. Gli insegnamenti estremi del padre però gli salveranno la vita quando a 11 anni, mentre è in aereo col padre, la compagna del padre e il pilota, precipiterà su una montagna durante una bufera di neve. Solo Norman riuscirà a salvarsi scendendo a valle in nove lunghissime ore.

Il film sarà sceneggiato da Will Fetters. Brolin potrebbe essere stato chiamato per interpretare il ruolo dello spericolato padre. Non si sa ancora nulla su altri attori o sulla data di inizio delle riprese. Le basi per un grande film ci sono tutte.

Brolin e Penn si sono già incontrati sul grande schermo, in 'Milk' di Gus Van Sant, che diede il secondo Oscar a Sean Penn, e nel film 'Gangster Squad', in arrivo nella prossima stagione.


Frra

lunedì 20 agosto 2012

Samuel L. Jackson nel remake di 'Old Boy'

Nuovo ingresso nel cast della versione americana del film cult coreano di Park Chan-wook, 'Old Boy'.

E' il Los Angeles Times a dare la notizia che Samuel L. Jackson è stato scritturato per una parte nel remake che verrà diretto da Spike Lee.

"Jackson si unisce al cast in un ruolo piccolo ma estremamente importante, secondo una fonte vicina alla produzione che non ha avuto il permesso di parlarne pubblicamente. L'attore, infatti, sarà l'uomo torturato dal protagonista (Josh Brolin) in una scena-chiave di vendetta.
I fan dell'originale ricorderanno la scena come forse la più viscerale e inquietante del film. Il protagonista Dae-su Oh si vendica sul suo guardiano estraendogli uno a uno i denti con la punta biforcuta di un martello."

Nella versione di Spike Lee però la scena sarà diversa, secondo LA Times non ci sarà la famosa asportazione dei denti ma a quanto pare Jackson subirà comunque una dolorosa tortura.
Il sito comunica anche che le musiche del film sono state affidate al compositore Bruce Hornsby.

Le riprese del film partiranno a breve, l'inizio è previsto per settembre. Nel cast, ricordiamo, Josh Brolin e Sharlto Copley saranno i protagonisti. Non ancora confermata la presenza di Clive Owen, di Mia Wasikowska e di Elizabeth Olsen.


Frra

venerdì 1 giugno 2012

A caldo su Men in Black 3

10 Anni, 10 Anni son passati dal precedente episodio, e chi lo avrebbe mai detto?!


E' uno dei sequel più coerenti mai visti (forse l'unico), quindi inutile dire che il film mantiene la solita matrice comica fantascientifica che ci aveva, o mi aveva, sorpreso più di un decennio fa con i primi 2 episodi. 


Davvero una grande sorpresa, non ero molto fiducioso sinceramente, anche perché il cinema ci aveva abituato a pessimi risultati in campo di "sequel postumi" e invece mi verrebbe da dire "Si..può..fare!"


Grandi lodi a Josh Brolin, giovane agente K perfetto!


Gli stralunati MIB sono tornati, e come sempre, si faranno riconoscere! 




Mat