giovedì 27 aprile 2023
venerdì 28 gennaio 2022
DGA Award 2022 - le nomination. È record per Spielberg.
domenica 19 settembre 2021
Dune - la recensione
Dopo una lunga ed estenuante attesa, arriva al cinema Dune, la nuova opera di Denis Villeneuve (Arrival, Blade Runner 2049). Basato sul primo dei tre romanzi dello scrittore statunitense Frank Herbert, la pellicola racconta le vicissitudini della famiglia Atreides.
In un futuro molto lontano, il duca Leto Atreides (Oscar Isaac), accetta la gestione del pianeta Arrakis, noto anche con il nome di Dune, da sempre conteso per la presenza, sul suo suolo, della sostanza più preziosa dell'Universo: la spezia, una droga in grado di fornire abilità mentali formidabili e di allungare la durata della vita. Leto parte alla volta del nuovo pianeta, con la moglie, Lady Jessica (Rebecca Ferguson) e il figlio, suo successore, Paul (Timothée Chalamet), che sembra possedere con questa nuova terra, per lui inesplorata, un legame molto profondo. La spezia si troverà ad essere inconsapevole protagonista della contesa per il suo monopolio e sarà causa di una vera e propria guerra, che porterà con sé morte, sangue e distruzione.La pellicola non ammette fretta, si prende i suoi tempi, lascia decantare, respira. La sua lentezza è necessaria e giustificata, in quanto trasposizione di una letteratura complessa, ricca di particolari e dettagli che Denis Villeneuve non teme di spennellare sulla sua tela della durata di 155 minuti. La regia è portatrice di classe e spettacolarità, ma a tratti può risultare pesante, un peso di cui lo spettatore deve essere consapevole e accettare fino ai titoli di coda.
A fare da contorno a questa tanto complessa quanto intrigante trama, un comparto tecnico da Oscar, in particolare una fotografia mozzafiato che si amalgama perfettamente alla colonna sonora arabeggiante firmata da un Hans Zimmer in stato di grazia. Costumi curatissimi, vezzosi, design di armi e navicelle spaziali, e scenografie mozzafiato, che a volte sembrano strizzare l'occhio a Star Wars.Il cast è stellare e vanta la presenza di Josh Brolin (Gurney Halleck), Zendaya (Chani, nativa appartenente alla tribù Fremen, abitanti del pianeta Arrakis), Stellan Skasgård (camaleontico nei panni del barone Harkonnen, cugino di Leto), Dave Bautista (Glossu Rabban), Jason Momoa (sorprendente nel ruolo di Duncan Idaho), Javier Bardem e Charlotte Rampling, oltre ai già citati protagonisti. Timothée Chalamet, attore in costante crescita, accusa forse una leggera fatica nel complesso ruolo del protagonista, ma risulta comunque credibile.
Nonostante il suo plumbeo spessore, Dune è un film assolutamente da vedere, una visione irrinunciabile e, una volta finito, ti lascia con la sensazione di volerne ancora.
Francesca Matteucci
venerdì 11 dicembre 2020
Il duro attacco di Denis Villeneuve alla Warner e AT&T: "Non c’è amore per il cinema né per il pubblico."
mercoledì 9 maggio 2018
Cannes 2018 - giorno 1
Il film d'apertura Everybody Knows (Todos lo Saben), del regista premio Oscar Ashgar Farhadi, presentato ieri al pubblico e anche alla stampa, in contemporanea, e quindi oggi protagonista della conferenza stampa (nuove regole del festival).
'Everybody Knows' segue le vicende di Laura, trasferitasi dalla Spagna all'Argentina, sposata con un uomo che non ama più e madre di due figli, che torna nel suo paese di nascita per il matrimonio della sorella. Tra i festeggiamenti per i matrimonio, il ritorno a casa e l'incontro con vecchi amori, come Paco, si riaffacciano anche vecchi fantasmi della vita di Laura, che la gettano nel panico e nella disperazione.
"Il film è un thriller, ma il genere è solo una scusa che mi permette di parlare di tanti temi che trovo importanti", ha dichiarato il regista Farhadi, "Come mi sarei comportato nella stessa situazione dei personaggi? Il film riflette sull'idea di proprietà, sulla lealtà e sul significato di paternità. Chi è il vero genitore: quello che ti concepisce o quello che ti cresce?".
Protagonisti del film Penelope Cruz e Javier Bardem, coppia sullo schermo e nella vita. "E' un progetto a cui abbiamo lavorato per cinque anni", ha raccontato l'attrice premio Oscar, "Asghar si è trasferito in Spagna, per viverla. Non parla spagnolo ma non è stato un problema. Asghar è umile, non solo risponde alle domande, ma le fa anche. Ascolta gli altri: è una persona che vede oltre".
Il film è il primo in una lingua straniera per il regista iraniano, ma calarsi in un'altra cultura non è stato difficile. "Al contrario di quello che si dice, gli esseri umani non sono poi così diversi", ha spiegato Farhadi, "Siamo molto simili nell'amore, rabbia, odio. È il modo di esprimere queste emozioni che cambia con la cultura. I film servono anche a questo, a mostrare quanto siamo simili come esseri umani. Personalmente è anche molto interessante mostrarlo agli iraniani che pensano che le altre persone siano molto diverse da loro".
Impossibile non parlare anche della coppia Bardem-Cruz e di come si sono trovati a lavorare (di nuovo) insieme. "Non ci portiamo i personaggi a casa, Javier e io abbiamo un modo di lavorare molto simile. E' bellissimo entrare e uscire dalla finzione. È uno degli aspetti che amo di più del mio lavoro", ha dichiarato Penelope Cruz. "Io e mia moglie sappiamo come separare realtà e fantasia", ha continuato Bardem, "altrimenti sarebbe impossibile lavorare insieme. Non è difficile, ci vuole impegno, ma la vita reale ci aiuta a calarci meglio nella finzione". E alla domanda infelice di un giornalista "Lei è l’unico uomo che riesce a lavorare con la propria moglie, come fa?", Bardem ha risposto con un secco: "È una domanda di cattivo gusto". Colpito e affondato.
Il film ha avuto una buona accoglienza dal pubblico, fredda invece quella della stampa.
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Ieri è stato anche il giorno della presentazione della giuria del Concorso, che vede come presidente l'attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett. Giuria composta da Denis Villeneuve, Kristen Stewart, Lea Seydoux, Chang Chen, Ava DuVernay, Andrei Zvyagintsev, Khadja Nin e Robert Guédiguian.
La conferenza stampa ha toccato diversi argomenti d'attualità, la parità tra uomini e donne, il movimento #MeToo, la disparità di genere, ma a catalizzare l'attenzione di tutti, stampa, pubblico e colleghi, è stata la presidente Cate Blanchett. L'attrice ha risposto in modo diretto, preciso, e quando è servito anche in modo ironico, a tutte le domande, anche a quelle non indirizzate direttamente a lei. Come quando un giornalista ha rivolto una domanda (nemmeno particolarmente intelligente) solo ai registi e Cate Blanchett ha risposto prontamente: "Che le attrici non si azzardino a rispondere, mi raccomando!". Insomma, la giuria non poteva avere una presidente più carismatica di così.
Cate Blanchett ha affrontato con grande padronanza l'argomento più caldo, la parità di genere e il movimento #MeToo, rispedendo subito al mittente lo "stupore" per la numerosa presenza femminile in giuria (cinque donne, quattro uomini). "Mi spiace dirvelo ma non è la prima volta che ci sono così tante donne in giuria..." ha dichiarato l'attrice in modo molto schietto, "Quando mi hanno chiesto di essere Presidente ho richiesto che ci fossero uomini e donne di razze e culture diverse, e mi hanno risposto che è il loro criterio di selezione ogni anno".
Risposta pronta anche riguardo alla presenza, meno numerosa, di registe donne in Concorso: "Che non venga in mente a nessuno che le donne in concorso siano state scelte solo per il loro genere. Certo, se poi mi chiedete se vorrei più donne in concorso, vi dico di sì, ovvio, ne vorrei più di tre, e spero che in futuro succeda. Ma l’anno scorso erano due, e prima ancora non ce n’era nessuna. Questi sono cambiamenti epocali che non possono avvenire dal giorno alla notte. Il movimento #Metoo per essere assorbito avrà bisogno di tempo I cambiamenti, per essere profondi, devono essere basati su azioni specifiche, e richiedono del tempo, per poter garantire equità sessuale e razziale, nel cinema come nelle altre industrie".Per quanto riguarda il metro di giudizio, Cate Blanchett ha dichiarato che la giuria sarà "indipendente". "Non ne abbiamo ancora visto nessuno, ma qualsiasi film potrebbe essere quello giusto", ha detto l'attrice, assolutamente padrona del suo ruolo, "Noi giudicheremo i film per il loro valore, la loro qualità intrinseca, come giuria indipendente. E' importante approvare ogni film con la mente il più aperta possibile, senza farsi condizionare dai nomi".
Stessa linea di pensiero per gli altri membri della giuria. "Non cerco il film perfetto, ci sono film imperfetti che sono comunque dei grandissimi film", ha dichiarato Kristen Stewart.
Il regista Denis Villeneuve ha definito il suo ruolo di giurato "una forma particolare di ginnastica" e che il suo scopo sarà cercare un film capace di "resistere al tempo". Un pensiero molto simile a quello della regista Ava DuVernay, per cui la Palma d'Oro dev'essere "un film che racconta di emozioni universali e condivisibili, che siano vere anche tra vent’anni".
lunedì 9 ottobre 2017
Blade Runner 2049 - la recensione
Denis Villeneuve ha fatto il miracolo.
Los Angeles, 2049, sono passati trent'anni da quando Deckard ha dato la caccia a Roy e agli altri replicanti ribelli. Nel 2049 i replicanti della Tyrell sono stati tutti ritirati e considerati fuori legge. Ci sono nuovi replicanti, quelli della Wallace Industries, perfezionati, più resistenti e ubbidienti, e soprattutto più longevi. Il Blade Runner K è sulle tracce degli ultimi Nexus della Tyrell, il "ritiro" di uno di questi lo porta a scoprire qualcosa che potrebbe cambiare tutto quello che si conosce dei replicanti, e di conseguenza anche il mondo. K inizia un'indagine che lo porterà a farsi delle domande che andranno a scavare anche dentro i suoi ricordi.Non si può (e non si deve) svelare più di tanto della trama di Blade Runner 2049. La storia che sta alla base non è complessa ma il film ha bisogno dei suoi tempi e delle sue immagini per rivelare, mano a mano, ogni risvolto della storia.
Blade Runner 2049 non è Blade Runner, fare un paragone sarebbe alquanto stupido. Il film di Denis Villeneuve è un sequel ma è anche una espansione del film di Ridley Scott. Il regista canadese ha avuto l'intelligenza di non ripetere e non ricalcare stessi luoghi e situazioni. Villeneuve allarga lo sguardo, anche nelle tematiche filosofiche, proponendo interrogativi importanti su cosa rende umani, su quanto i ricordi incidano su una persona (o un replicante), su cosa è reale o no e se questo sia davvero importante quando si tratta di rapporti tra persone (il cane, vero o no, di Deckard nel film è un esempio lampante).Se il film di Scott incastrava perfettamente la storia noir di un uomo, una donna, e alcuni replicanti, all'interno di un affresco sci-fi caotico, affollato e freddo, in Blade Runner 2049, Villeneuve fa quasi il contrario, inserisce una storia ampia in un contesto ancora più ampio, fatto di vasti scenari vuoti, caldi (anche quando piove o nevica) e "puliti", con tematiche che non riguardano solo i singoli ma il mondo intero.
Il punto di forza di Blade Runner 2049 è senz'altro la resa visiva. E' un film visivamente potente, impressionante e spettacolare. La regia di Villeneuve è molto precisa, elegante, coraggiosa, quasi architettonica. Regia, scenografie e fotografia, accompagnate da una musica perfetta (Hans Zimmer, sempre sia lodato), regalano allo spettatore delle immagini stupefacenti, mai fine a se stesse, che fanno davvero spalancare gli occhi dallo stupore per la loro bellezza. Per un film come questo è essenziale la visione al cinema, sul grande schermo, per farsi avvolgere dalla grandezza delle scene.
A rimanere nella mente non sono solo le immagini ma anche i personaggi. Il rischio era quello di passare tutto il tempo a chiedersi "ma quando esce Harrison Ford?". Rischio scongiurato. Il personaggio di K è affascinante, malinconico, romantico, e Ryan Gosling è praticamente perfetto, con il suo modo minimalista di recitare riesce a trasmettere tutto il senso di incompletezza del suo personaggio. Ottimo Harrison Ford, non ha avuto nessun problema a rimettersi nei panni, qui più sofferti e rassegnati, di Deckard. Ma Blade Runner 2049 è un film fatto soprattutto di donne, due su tutti: Ana de Armas e Sylvia Hoeks.Ana de Armas interpreta Joi, assistente personale di K, ma anche qualcosa in più per lui. Tra i due c'è un rapporto romantico e tragico che in alcuni aspetti ricorda il film Her di Spike Jonze, ma in versione più futuristica. Le trovate visive che Villeneuve regala a Joi sono davvero originali e emozionanti. Completamente diverso il personaggio di Sylvia Hoeks, che va a riempire quello che è forse l'unico vero buco del film: il villain. Jared Leto infatti non incide nel ruolo del cattivo, sia perché il personaggio è poco approfondito, sia perché lui non riesce a dargli quella misteriosa ambigua malvagità che sarebbe servita, ma a rimediare è Sylvia Hoeks con la sua Luv. La vera villan del film, fortissima, spietata ma non senza emozioni, Luv è uno dei personaggi che restano più impressi alla fine del film.
La bravura del regista nel creare questo "sequel impossibile" è stata quella di non essere solo sequel ma di essere anche complementare, di non copiare ma guardare a Blade Runner, di non ripetere ma espandere, di trasportare alcuni elementi chiave di quel mondo creando però una nuova strada, lasciando anche aperta la porta a un possibile terzo film, ma per farlo servirà un regista della bravura e dell'intelligenza di Denis Villeneuve.
Blade Runner 2049 è un gran film, vivo e spettacolare. Non si poteva chiedere un sequel migliore di questo.
lunedì 23 gennaio 2017
Arrival - la recensione
La trama principale di Arrival sembra ricalcare molti altri film di fantascienza del passato, da Ultimatum alla Terra a Independence Day, ma Denis Villeneuve sceglie un modo più intimo di affrontare la vicenda: niente guerre, niente battaglie all'ultimo sangue contro gli alieni. Come in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo di Spielberg o Contact di Zemeckis, il regista porta la storia a un livello più intimo e personale andando a posare la storia sul personaggio di Amy Adams, una linguista, puntando quindi all'importanza del dialogo e della comprensione comune per unire mondi lontani (o anche paesi in eterno conflitto?). A differenza di Spielberg però Villeneuve non punta sullo stupore un po' fanciullesco dell'incontro con gli alieni che fa spalancare gli occhi dalla meraviglia ma alla profondità più filosofica, profonda ed esistenziale.
Come già dimostrato in Prisoners e Sicario, Villeneuve è bravissimo, visivamente Arrival è tanto semplice quanto potente, il regista riesce a creare una atmosfera di mistero e attesa che cattura e coinvolge lo spettatore. L'uso degli effetti speciali (di solito piuttosto massiccio in film del genere) non è affatto invasivo ed è limitato allo stretto necessario. La storia è molto lineare, semplice nella base e - con i suoi silenzi, i paradossi, i suoi flashback e forward - organizzata in modo da diventare complessa quanto basta, ed è misteriosa e circolare proprio come il linguaggio degli alieni. Affascinante la colonna sonora, davvero bella la fotografia.Ottimo il cast. Jeremy Renner è un solido co-protagonista, così come Forest Whitaker, ma al centro di tutto c'è Amy Adams. Come già detto, sul suo personaggio si poggia tutto il peso del film e affidare questo compito a un'attrice come Amy Adams equivale a metterlo in banca. Straordinaria, intensa, emozionante, con i suoi primi piani carichi d'intensità la Adams diventa il cuore pulsante del film e trasporta lo spettatore all'interno della storia.
Non è il classico film di fantascienza, probabilmente per assimilarlo bene e in modo totale servono almeno due visioni, ma Arrival è un film stilisticamente perfetto che affascina ed emoziona.
giovedì 1 settembre 2016
Venezia 73 - giorno 2
Il film, tratto dall'omonimo romanzo di M.L. Stedman, è ambientato dopo la fine della I Guerra Mondiale e racconta la storia di un guardiano del faro australiano e di sua moglie che un giorno trovano su una barca alla deriva una bambina. La adottano, la crescono, e un giorno, tornati a terra, scoprono che la vera madre è ancora viva e disperata per la scomparsa della bambina.
Il film è diretto da Derek Cianfrance (Blue Valentine) e vede nel cast anche Rachel Weisz. Fredda l'accoglienza dopo la proiezione stampa, pochi applausi e recensioni non esaltanti
Durante la conferenza stampa, la scena è tutta per Fassbender e la Vikander, che hanno aperto facendosi i complimenti a vicenda. "Sapevo di questo progetto, sapevo che Michael era un grande attore e volevo provare a fare questo film, ero nervosa ma volevo farlo", ha dichiarato il premio Oscar Alicia Vikander. Risposta di Michael Fassbender: "Ero terrorizzato da Alicia, era così fiera di aver ottenuto la parte, era così affamata. Conosco quella sensazione, all'inizio della carriera l'ho provata anche io, sai di avere una grande opportunità per uscire dall'ombra e ti impegni al massimo. Mi provocava sul set, questa fame ti fa andare avanti e io dovevo essere alla sua altezza". Fassbender ha poi parlato del regista e del suo metodo: "Derek ti spinge a superarti chiedendoti sempre di più. Credi di aver raggiunto qualcosa e lui ti fa stare un'altra mezz'ora sulla scena".
"The Light Between Oceans più che una storia d'amore è un film sulla vita, sul perdono e il saper guardare avanti", ha dichiarato Fassbender riguardo al film, "Il peso di una decisione sbagliata ha un effetto dirompente, così la storia diventa una battaglia per la verità. Tom è infinitamente morale, sa cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ho amato moltissimo questo personaggio, mi sembrava un uomo del passato forte, leale, e allo stesso tempo generoso, capace di fare scelte forti per amore pur sapendo che sono sbagliate".
In Italia il film arriverà a febbraio 2017.
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Sulla Terra compaiono dei misteriosi ed enormi oggetti volanti, dei monoliti, che si scopriranno essere navicelle aliene. Per investigare viene formata una squadra d'elite, capitanata dalla linguista Louise Banks (Adams), che ingaggia una corsa contro il tempo che metterà a rischio la sua vita per cercare risposte su quegli oggetti, mentre il mondo si prepara a combatterli col rischio di una guerra globale.
Ottima l'accoglienza, con le critiche che hanno sottolineato la (solita) performance eccellente della Adams.
"Fantascienza ricca di emozioni", così descrive il film la protagonista Amy Adams, "Era una sceneggiatura bellissima, l’ho letta di getto e mi ha sorpresa fino all'ultima pagina. Non ho mai pensato che fosse un film di fantascienza, il regista ha cercato in ogni modo di farci superare la barriera tecnologica".
Jeremy Renner si è trovato subito a suo agio in un ruolo molto diverso da quelli interpretati di recente. "Dopo un arciere e molti militari, interpretare un matematico è stata una grande sfida", ha dichiarato l'attore, "anche dal punto di vista linguistico. Anche se per me rimane molto importante la comunicazione non verbale". Entusiasta del suo personaggio anche Amy Adams. "Ti conquista sin dall'inizio", ha detto l'attrice, "da quando vediamo il suo passato drammatico e capiamo l'umanità che ha dentro e la spinta alla comunicazione con gli altri. E' un'eroina del dialogo in uno scenario in cui c'è chi è pronto a scatenare una guerra". Un personaggio capace di guardare al futuro, l'unico aspetto che l'attrice non vorrebbe avere. "Sono la regina dell'ansia, conoscere il mio destino non credo che mi calmerebbe", ha detto la Adams, che poi ha rivelato il suo amore per E.T. e una particolarità: chiedere ai registi il motivo per cui hanno scelto lei. "Lo chiedo a tutti, se mi danno una risposta vaga, rinuncio al progetto. Denis invece mi ha risposto che aveva bisogno di vedere i miei pensieri e io ero in grado di farli trasparire".
L'uscita italiana è fissata al 24 novembre.
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Presentato anche il nuovo film di Gabriele Muccino, L'Estate Addosso, con un cast di giovani attori e la colonna sonora di Jovanotti.
martedì 19 maggio 2015
Festival di Cannes 2015 - giorno 7
Protagonista del film una convincente Emily Blunt, accanto a lei Benicio Del Toro e Josh Brolin.Ambientato al confine tra Stati Uniti e Messico, la storia vede al centro Kate (Blunt), agente dell'FBI idealista arruolata in una task force d'elite per combattere il traffico della droga. Guidati da un consulente con un passato oscuro e discutibile, la task force parte per una missione segreta che metterà Kate nella condizione estrema di dover abbandonare i suoi ideali per poter sopravvivere.
Una storia che racconta il difficile e controverso tema del traffico di droga, già affrontato in tantissimi film, ma con la particolarità di avere una donna come protagonista. "L’idea del film è nata dopo Prisoners", ha dichiarato il regista canadese Denis Villeneuve, "Mi sono subito innamorato della sceneggiatura di Taylor Sheridan quando l’ho letta, perché è anomala per questo genere di film, per il fatto che la protagonista è una donna. [...] Il film cerca domande più che risposte viviamo in un’epoca dove le ‘zone grigie’ la fanno da padrone. Proprio questo mi ha affascinato dello script. Quando il mio agente me lo ha proposto ho capito che era esattamente quello che stavo cercando. Desideravo proprio concentrarmi sulla zona tra USA e Messico". Sicario è un film a cui il regista tiene moltissimo, come ha specificato il regista durante la conferenza stampa: "Lo sento come il mio film migliore, non tanto per la qualità della pellicola in sé, ma è quello più vicino a me, perché fatto senza compromessi, coinvolgendo chi lavorava con me. È difficile dirlo per il mio ego, ma sono qui a Cannes per merito loro. La sceneggiatura è diventata poi qualcosa di diverso, migliore, grazie alle discussioni avute con Emily e Benicio".
"Penso che ci siano molte donne forti lì fuori", ha dichiarato la protagonista Emily Blunt parlando del suo personaggio, "Non è solo una questione di tirar fuori la pistola. Il mio personaggio in realtà è vulnerabile, si trova con gente sconosciuta in un ruolo sconosciuto, e non penso di averla resa come un personaggio mascolino. Cerca di sopravvivere. Ho parlato con diverse agenti dell’FBI e sono donne normalissime. Tornano a casa e guardano Gosford Park e Downton Abbey come tutte. Mi ha interessato entrare in parte e capire come essere una donna poliziotto possa influenzare la tua vita". Un ruolo per cui l'attrice ha dovuto fare un po' di addestramento. "Ho avuto molti uomini intorno, ma ci sono abituata"; ha detto la Blunt, "Per l’uso delle armi ero già allenata per altri film. Quello che mi ha stupito è stata la preparazione minuziosa, le coreografie quasi da danza, degli agenti incaricati di fare irruzione nei casi di rapimento con assedio".Josh Brolin invece aveva inizialmente rifiutato il ruolo, per fortuna poi ci ha ripensato. "Mi sento fortunato per aver lavorato con Denis, inizialmente avevo rifiutato perché ero carico di lavoro, stupidamente!", ha raccontato l'attore, "Ma poi sono tornato sui miei passi e ne sono contento. Denis era sempre umile, dicendo che non era certo su come rispondere alle nostre domande. Vedendo il film poi mi sono reso conto che sapeva benissimo dove andare. Ho capito che voleva darci la sensazione di essere indispensabili al film, di aver avuto noi delle grandi idee, mentre invece ci ha manipolati". "Denis è stato principalmente un grande motivatore, Sul set trasmetteva entusiasmo, motivato dalla sua ricerca di autenticità", ha continuato Benicio Del Toro, "Sa ascoltare le ragioni degli attori e metterle tutte insieme. Personalmente ho girato molti film in quell'area e penso che quello che accade da quelle parti sia un problema di difficile soluzione. Per tornare alla domanda iniziale non penso che il film dica che il fine giustifica i mezzi. Forse lo fanno alcuni dei personaggi, tra cui il mio, ma non il film".
Alla fine il cast, in particolare Emily Blunt, è stato interrogato sulla polemica che si è scatenata sulla decisione della direzione del festival dell'"obbligo di tacchi alti" per le donne. Tutto è nato dalla premiere di Carol, dove ad alcune donne è stato negato l'accesso al red carpet perché non indossavano i tacchi alti ma delle semplici "ballerine". La notizia ha fatto velocemente il giro del web, tante donne, giornalisti ma anche attrici, sono rimaste deluse dal comportamento del festival. E la polemica è arrivata alla conferenza stampa del film Sicario, e anche Emily Blunt si è detta molto delusa da questa imposizione. "Il mio punto di vista è che nessuno dovrebbe indossare i tacchi alti, ma solo scarpe basse!", ha scherzato l'attrice per poi farsi più seria, "Sinceramente penso che ognuno dovrebbe indossare quello che vuole. Io preferisco indossare le Converse, o le scarpe da ginnastica, è il mio punto di vista. Ma questo è davvero deludente". Per solidarietà il regista ha dichiarato che lui, Benicio Del Toro e Josh Brolin avrebbero indossato i tacchi durante il red carpet. Sarebbe bello ma difficile da realizzare.
Dopo il divieto di selfie in passerella - sfidato da molti attori che se li sono fatti ugualmente - la scelta del festival di imporre i tacchi alti alle donne è sembrata una inutile forzatura.
sabato 16 novembre 2013
Prisoners - la recensione
In una tranquilla cittadina della provincia americana, due bambine, Anna e Joy, spariscono nel nulla. Subito scattano le ricerche, il detective Loki (J.Gyllenhaal) conduce le indagini. I primi sospetti cadono su un ragazzo (P.Dano) che era parcheggiato lì vicino con il suo camper. Preso e interrogato, il ragazzo viene rilasciato, nessuna prova contro di lui. Non è dello stesso avviso il padre di Anna, Keller Dover (H.Jackman), che perde la fiducia nella polizia e decide di agire per conto suo mentre il detective Loki continua ad indagare in una storia che diventa sempre più complicata. Intanto le famiglie reagiscono in modo diverso: la moglie di Keller (M.Bello) si chiude nel dolore, i genitori di Joy (T.Howard e V.Davis), anche se non condividono i modi, lasciano che Keller continui la sua personale ricerca.'Prisoners' è un thriller molto intelligente, la storia è stata sicuramente ispirata da tanti fatti di cronaca di cui si sente parlare ogni tanto. Il regista incarta il film nel genere del thriller classico ma unisce intrattenimento ad una trama che pone delle domande interessanti: cosa sei disposto a fare per riuscire ad ottenere quello che vuoi? fino a dove sei in grado di arrivare? in casi estremi tutto è concesso? La storia indaga non solo sulla scomparsa di due bambine ma anche sulle persone e le loro reazioni davanti ad un evento sconvolgente, le loro paure e la loro rabbia, la loro sfiducia, la fede, personaggi ritratti come persone in lotta contro qualcuno o qualcosa che si sfogano in modi diversi, un percorso che vale per i "buoni" e per i "cattivi". Visivamente il film ricorda 'Mystic River' di Eastwood, ma anche 'Insomnia' di Nolan o i thriller di Fincher, viene ambientato in una zona suburbana con atmosfera invernale, fredda, in cui si ha la sensazione che tutto sia più duro e difficile. Il film inoltre non va in linea retta, offre punti di vista diversi sui fatti raccontati, la storia s'intreccia, diventa più complessa, senza mai allontanarsi troppo dal fatto centrale e senza mai dare giudizi su uno o un altro personaggio, lasciando sempre un vago senso di ambiguità.
L'ottimo risultato non sarebbe mai stato possibile senza il gran cast del film. Viola Davis, Terrence Howard, Maria Bello, Paul Dano, Melissa Leo, e i due protagonisti Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal. In particolare Gyllenhaal offre una splendida interpretazione, mai sopra le righe e per niente stereotipata, non sarebbe una sorpresa se venisse preso in considerazione per qualche nomination.
Nonostante la durata importante del film (quasi due ore e mezza), 'Prisoners' non annoia, il tempo è assolutamente ben utilizzato per riuscire a dare il giusto spazio ai tanti punti di vista della storia. Un film molto solido, con tematiche forti, anche dure, un film appassionante che tiene gli occhi incollati allo schermo, con ottime interpretazioni e una bella regia. Uno dei migliori film dell'anno.

























