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martedì 28 dicembre 2021

Being the Ricardos - la recensione

Disponibile su Prime Video, Being the Ricardos, nuovo film diretto dal premio Oscar Aaron Sorkin.

È il 1952, Lucille Ball e Desi Arnaz, sono sposati e sono le star più amate del piccolo schermo grazie alla sit-com di enorme successo "Lucy ed Io". Tutto però si ritrova improvvisamente in bilico quando tre eventi distinti si incrociano: Lucille Ball viene accusata dai giornali di essere comunista, Desi Arnaz finisce sulle riviste scandalistiche per un presunto tradimento, la produzione si rifiuta di mostrare la Lucy incinta della serie. Tutto in una sola settimana, tre grossi problemi da affrontare, tra pubblico e privato, mentre si prepara la puntata da mandare in onda nel fine settimana, sperando che lo show non venga chiuso.

Aaron Sorkin torna alla regia dopo il bellissimo Il Processo dei Chicago 7 per raccontarci una vera e propria leggenda della TV e del Cinema, Lucille Ball, e per farlo ci porta nel dietro le quinte della sit-com "madre" di tutte le altre che sono venute dopo. Sorkin ci porta nei corridoi, negli uffici, tra letture delle sceneggiature, le riunioni di produzione e tra gli autori, e le prove in scena, mentre su tutto e tutti pesa il clima da caccia alle streghe - o meglio, al comunista - che si respira negli USA, e un presunto tradimento che potrebbe spaccare la coppia più amata del piccolo schermo. Una settimana in cui si scatena una tempesta, e Aaron Sorkin si mette al centro di quella tempesta riuscendo a mantenere un ottimo equilibrio fra i tre fronti che si abbattono sulla coppia Ball - Arnaz, quello privato, quello politico, e la lavorazione dello show. Sorkin è bravo a raccontare il talento di Lucille Ball, genio comico che riesce a vedere la scena e a costruirla nella sua mente, ma un genio frenato dai tempi, con le donne ancora relegate ai margini nelle decisioni importanti, e a volte frenato anche da sé stessa, troppo legata a tutto quello che l'ha resa famosa per cercare di mettere un po' più di femminismo nel suo personaggio, come vorrebbe la sceneggiatrice, da lei scelta, Madelyn Pugh, ben interpretata da Alia Shawkat. Anche Desi Arnaz si batte per lo show, vorrebbe fargli fare un salto "progressista" mostrando Lucy incinta, parola considerata inammissibile per quei tempi, ma la sua preoccupazione è soprattutto per il suo ruolo di "uomo al comando", costantemente messo in ombra da una moglie più talentuosa e più famosa di lui.
Come sempre, la sceneggiatura di Sorkin è praticamente perfetta, con i dialoghi "alla Sorkin", brillanti e taglienti, interpretati in modo eccezionale da un cast in cui ognuno sembra al posto giusto, dai protagonisti ai comprimari. Ottima anche la sua regia e la fotografia.

Meritano applausi Nina Arianda e J.K. Simmons, hanno il loro spazio, i loro dialoghi, e li sfruttano nel migliore dei modi. Javier Bardem è perfettamente calato nel ruolo del cubano Desi Arnaz, "maschio farfallone", profondamente impegnato nel difendere la moglie, tanto quanto nel difendere sé stesso dall'accusa di tradimento e di mostrarsi un buon americano agli occhi di chi invece continua a vederlo come straniero. A brillare più di tutti però è Nicole Kidman. Il suo era un ruolo delicato, Lucille Ball è una vera icona, riconoscibile nelle sue espressioni e nella fisicità della sua comicità, e Nicole Kidman la interpreta nel modo migliore, cioè evitando di imitarla, la fa sua, la interpreta, insieme alla scrittura di Sorkin, la porta oltre la "Lucy" di 'Lucy ed Io', oltre l'attrice che tutti conoscono, offrendo un ritratto molto più sfaccettato e profondo. I primi minuti bisogna un po' abituarsi al trucco usato per farla somigliare a Lucille Ball, ma la prova di Nicole Kidman è davvero convincente, sotto tutti i punti di vista, anche vocale. L'attrice usa un tono di voce diverso dal solito, più basso, motivo per cui il film andrebbe visto in lingua originale, e in un periodo in cui si parla tanto (e a sproposito) di accenti fasulli spacciati per qualcosa di eccezionale, l'attrice dimostra come si fanno le cose fatte bene. Nicole Kidman è stata voluta e difesa da Aaron Sorkin, una scelta perfetta, non sono molte le attrici oggi in grado di trasmettere il magnetismo e il fascino delle attrici del passato.

Being the Ricardos è un film ben fatto, scritto e diretto bene, interpretato molto bene. Magari non ha un cambio di passo, una svolta decisiva e spiazzante, ma è un film che ha tutto al posto giusto.

mercoledì 13 novembre 2019

La Sirenetta: scelto l'attore per il ruolo del Principe Eric

Dopo mesi di rumor, smentite e rinunce, la Disney ha trovato il suo Principe Eric per la versione live action de La Sirenetta.

Si tratta dell'attore britannico Jonah Hauer-King, che fino ad oggi ha lavorato soprattutto in serie tv, come Piccole donne o Casa Howard. Poche le sue esperienze cinematografiche, l'attore ha partecipato a Un viaggio a quattro zampe e Old Boys, mentre prossimamente sarà nel film Once Upon a Time in Staten Island.

Jonah Hauer-King avrebbe svolto il provino decisivo lo scorso 9 novembre, alla presenza del regista del film Rob Marshall.
Nei mesi scorsi, diversi nomi erano stati accostati al ruolo del Principe Eric, come Luke Eisner, Cameron Cuffe, Gavin Latherwood, il più eclatante è stato sicuramente quello del cantante Harry Styles, il primo ad essere stato contattato, che ha rifiutato la parte per potersi dedicare al suo nuovo album. Sembra che il ballottaggio finale fosse tra Cameron Cuffe e Jonah Hauer-King, con quest'ultimo che alla fine ha avuto la meglio sul collega.

Quello de La Sirenetta è stato un cast molto chiacchierato, su cui ci sono state anche molte (inutili) polemiche, fin dalla scelta della protagonista del film, la cantante Halle Bailey. Il giovane attore Jacob Tremblay, Daveed Diggs e Awkwafina presteranno la voce a tre personaggi, rispettivamente il pesce Flounders, il granchio Sebastian e il gabbiano Scuttle. Ad interpretare la cattivissima Ursula sarà Melissa McCarthy, mentre Javier Bardem sarà Re Tritone. La presenza dell'attore spagnolo in realtà non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma è stato lo stesso Bardem ad accennare al ruolo in una sua recente intervista.

Il film conterrà le canzoni originali del Classico del 1989, firmate da Alan Menken, con l'aggiunta di nuovi pezzi che saranno curati da Lin-Manuel Miranda. Le riprese si terranno tra Sud Africa e Porto Rico, dovrebbero prendere il via nella prima metà del 2020, per un'uscita prevista per il 2021.

giovedì 18 luglio 2019

La Sirenetta: Javier Bardem in trattative per entrare nel cast

Continuano i rumor sul cast del live action de La Sirenetta, stavolta è il turno di Re Tritone.

Il sito The DISinsider ha riportato la notizia che Javier Bardem sarebbe stato contattato per interpretare il re dei mari, Re Tritone, padre di Ariel, che sarà interpretata dalla cantante Halle Bailey. La news è stato poi ribattuta e confermata da Variety.

Attualmente in trattative ci sarebbero anche Harry Styles per il ruolo dei Principe Eric, Melissa McCarthy per interpretare la cattivissima Ursula, Jacob Tremblay e Awkwafina per doppiare il pesce Flounder e il gabbiano Scuttle.

Alla regia del film ci sarà Rob Marshall, che recentemente ha collaborato con la Disney per Il Ritorno di Mary Poppins. A curare le musiche, che comprenderanno anche quelle originali del film del 1989 composte da Alan Menken, sarà Lin-Manuel Miranda (Oceania, Il Ritorno di Mary Poppins).

Le riprese prenderanno il via nel 2020, si svolgeranno tra Sud Africa e Porto Rico. L'uscita è prevista per il 2021.

mercoledì 9 maggio 2018

Cannes 2018 - giorno 1

Ha preso il via ieri sera la 71a edizione del Festival di Cannes, ad aprirlo ufficialmente sono stati Martin Scorsese, che riceverà oggi il premio alla carriera Carrosse d'Or, e la presidente di giuria Cate Blanchett.

Il film d'apertura Everybody Knows (Todos lo Saben), del regista premio Oscar Ashgar Farhadi, presentato ieri al pubblico e anche alla stampa, in contemporanea, e quindi oggi protagonista della conferenza stampa (nuove regole del festival).

'Everybody Knows' segue le vicende di Laura, trasferitasi dalla Spagna all'Argentina, sposata con un uomo che non ama più e madre di due figli, che torna nel suo paese di nascita per il matrimonio della sorella. Tra i festeggiamenti per i matrimonio, il ritorno a casa e l'incontro con vecchi amori, come Paco, si riaffacciano anche vecchi fantasmi della vita di Laura, che la gettano nel panico e nella disperazione.

"Il film è un thriller, ma il genere è solo una scusa che mi permette di parlare di tanti temi che trovo importanti", ha dichiarato il regista Farhadi, "Come mi sarei comportato nella stessa situazione dei personaggi? Il film riflette sull'idea di proprietà, sulla lealtà e sul significato di paternità. Chi è il vero genitore: quello che ti concepisce o quello che ti cresce?".
Protagonisti del film Penelope Cruz e Javier Bardem, coppia sullo schermo e nella vita. "E' un progetto a cui abbiamo lavorato per cinque anni", ha raccontato l'attrice premio Oscar, "Asghar si è trasferito in Spagna, per viverla. Non parla spagnolo ma non è stato un problema. Asghar è umile, non solo risponde alle domande, ma le fa anche. Ascolta gli altri: è una persona che vede oltre".
Il film è il primo in una lingua straniera per il regista iraniano, ma calarsi in un'altra cultura non è stato difficile. "Al contrario di quello che si dice, gli esseri umani non sono poi così diversi", ha spiegato Farhadi, "Siamo molto simili nell'amore, rabbia, odio. È il modo di esprimere queste emozioni che cambia con la cultura. I film servono anche a questo, a mostrare quanto siamo simili come esseri umani. Personalmente è anche molto interessante mostrarlo agli iraniani che pensano che le altre persone siano molto diverse da loro".

Impossibile non parlare anche della coppia Bardem-Cruz e di come si sono trovati a lavorare (di nuovo) insieme. "Non ci portiamo i personaggi a casa, Javier e io abbiamo un modo di lavorare molto simile. E' bellissimo entrare e uscire dalla finzione. È uno degli aspetti che amo di più del mio lavoro", ha dichiarato Penelope Cruz. "Io e mia moglie sappiamo come separare realtà e fantasia", ha continuato Bardem, "altrimenti sarebbe impossibile lavorare insieme. Non è difficile, ci vuole impegno, ma la vita reale ci aiuta a calarci meglio nella finzione". E alla domanda infelice di un giornalista "Lei è l’unico uomo che riesce a lavorare con la propria moglie, come fa?", Bardem ha risposto con un secco: "È una domanda di cattivo gusto". Colpito e affondato.

Il film ha avuto una buona accoglienza dal pubblico, fredda invece quella della stampa.

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Ieri è stato anche il giorno della presentazione della giuria del Concorso, che vede come presidente l'attrice due volte premio Oscar Cate Blanchett. Giuria composta da Denis Villeneuve, Kristen Stewart, Lea Seydoux, Chang Chen, Ava DuVernay, Andrei Zvyagintsev, Khadja Nin e Robert Guédiguian.

La conferenza stampa ha toccato diversi argomenti d'attualità, la parità tra uomini e donne, il movimento #MeToo, la disparità di genere, ma a catalizzare l'attenzione di tutti, stampa, pubblico e colleghi, è stata la presidente Cate Blanchett. L'attrice ha risposto in modo diretto, preciso, e quando è servito anche in modo ironico, a tutte le domande, anche a quelle non indirizzate direttamente a lei. Come quando un giornalista ha rivolto una domanda (nemmeno particolarmente intelligente) solo ai registi e Cate Blanchett ha risposto prontamente: "Che le attrici non si azzardino a rispondere, mi raccomando!". Insomma, la giuria non poteva avere una presidente più carismatica di così.

Cate Blanchett ha affrontato con grande padronanza l'argomento più caldo, la parità di genere e il movimento #MeToo, rispedendo subito al mittente lo "stupore" per la numerosa presenza femminile in giuria (cinque donne, quattro uomini). "Mi spiace dirvelo ma non è la prima volta che ci sono così tante donne in giuria..." ha dichiarato l'attrice in modo molto schietto, "Quando mi hanno chiesto di essere Presidente ho richiesto che ci fossero uomini e donne di razze e culture diverse, e mi hanno risposto che è il loro criterio di selezione ogni anno".
Risposta pronta anche riguardo alla presenza, meno numerosa, di registe donne in Concorso: "Che non venga in mente a nessuno che le donne in concorso siano state scelte solo per il loro genere. Certo, se poi mi chiedete se vorrei più donne in concorso, vi dico di sì, ovvio, ne vorrei più di tre, e spero che in futuro succeda. Ma l’anno scorso erano due, e prima ancora non ce n’era nessuna. Questi sono cambiamenti epocali che non possono avvenire dal giorno alla notte. Il movimento #Metoo per essere assorbito avrà bisogno di tempo I cambiamenti, per essere profondi, devono essere basati su azioni specifiche, e richiedono del tempo, per poter garantire equità sessuale e razziale, nel cinema come nelle altre industrie".

Per quanto riguarda il metro di giudizio, Cate Blanchett ha dichiarato che la giuria sarà "indipendente". "Non ne abbiamo ancora visto nessuno, ma qualsiasi film potrebbe essere quello giusto", ha detto l'attrice, assolutamente padrona del suo ruolo, "Noi giudicheremo i film per il loro valore, la loro qualità intrinseca, come giuria indipendente. E' importante approvare ogni film con la mente il più aperta possibile, senza farsi condizionare dai nomi".
Stessa linea di pensiero per gli altri membri della giuria. "Non cerco il film perfetto, ci sono film imperfetti che sono comunque dei grandissimi film", ha dichiarato Kristen Stewart.
Il regista Denis Villeneuve ha definito il suo ruolo di giurato "una forma particolare di ginnastica" e che il suo scopo sarà cercare un film capace di "resistere al tempo". Un pensiero molto simile a quello della regista Ava DuVernay, per cui la Palma d'Oro dev'essere "un film che racconta di emozioni universali e condivisibili, che siano vere anche tra vent’anni".

sabato 30 settembre 2017

Madre! - la recensione

Uno scrittore e la sua giovane moglie vivono in una grande casa di campagna, per permettere a lui di ritrovare l'ispirazione perduta. Mentre l'uomo è incapace di scrivere anche una sola parola, sua moglie è costantemente impegnata a rimettere a nuovo l'abitazione.
Una sera però, un uomo sconosciuto bussa alla loro porta e, letteralmente, entra in casa loro, seguito poi dalla moglie e dai figli, finché la situazione non diventa totalmente fuori controllo.

Il nuovo film di Darren Aronofsky ha spaccato in due la critica allo scorso Festival di Venezia, dove è stato accolto da fragorosi fischi ma anche da qualche applauso, ed effettivamente è molto facile avere opinioni polarizzanti su quella che si dimostra essere un'opera controversa, dai molteplici piani di lettura, fortemente allegorica e onirica.
Già dalla prima scena ci si ritrova coinvolti in una sorta di incubo, l'atmosfera è angosciante, inquietante, la casa stessa diventa viva, simbolo di terrore, della femminilità vessata della protagonista. Man mano che il film avanza, le allegorie diventano sempre più numerose e articolate, dal seminterrato sede dell'inconscio, al sangue come simbolo di morte e rinascita, fino a rimandi biblici più o meno espliciti. L'atmosfera diventa sempre più cupa e lo spettatore si sente sempre più a disagio, fino al finale in cui il ciclo ricomincia e letteralmente una nuova relazione nasce dalle ceneri della precedente.

Sicuramente dal lato tecnico siamo di fronte a un signor film: la regia è molto particolare, con primi piani insistenti, riprese che seguono i personaggi come un'ombra, contrasti fra luci e ombre e la fotografia gioca benissimo con i canoni dell'horror, con il contrasto fra i colori chiarissimi della casa e della protagonista, il nero degli ospiti e il rosso scuro, macabro, del sangue.
Il cast non è da meno, i vari Ed Harris, Michelle Pfeiffer, Domhnall Gleeson, Javier Bardem, pur se alcuni con un ruolo molto piccolo, fanno il loro perfettamente, ma su tutti spicca una bravissima Jennifer Lawrence, intensa e in parte come non la si vedeva da un po', incarnazione perfetta della femminilità e della maternità più viscerale.

Sicuramente è un film dalla fortissima impronta autoriale e non è facile elaborare un giudizio che non sia fortemente influenzato da opinioni esclusivamente soggettive, perché vive di atmosfera e di simbolismo più di quanto non lo abbia fatto qualsiasi altra pellicola di Aronofsky e sicuramente anche i fan più accaniti del regista si ritroveranno spiazzati.
È facilissimo odiarlo visceralmente, ma allo stesso tempo è altrettanto facile amarlo totalmente e non è così facile decidere se si è assistito a un capolavoro o al film più assurdo e pretenzioso di sempre. Sicuramente è un film che va visto, anche solo per farsi una propria opinione in merito, perché comunque è innegabile che qualcosa del genere non si vede spesso.

mercoledì 6 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 8

Molta attesa oggi al festival per una coppia di grandi attori, Penelope Cruz e Javier Bardem, marito e moglie e colleghi di set nel film Loving Pablo (Fuori Concorso).

Il film, diretto da Fernando León De Aranoa, racconta l'ascesa criminale e la caduta del celebre narcotrafficante Pablo Escobar (Bardem), e del suo rapporto con la giornalista colombiana Virginia Vallejo (P.Cruz), che è stata sua amante per molto tempo per poi diventare collaboratrice di giustizia e aiutare le autorità a catturare Escobar.
Il film è stato tratto da un libro scritto proprio da Virginia Vallejo.

Due straordinari attori, coppia nella vita e fianco a fianco sul set, per Penelope Cruz è stato più complicato di quanto si possa immaginare, soprattutto quando Javier Bardem si trasformava in Pablo Escobar. "È stato durissimo stare sul set con Javier nei panni di un mostro come Escobar", ha raccontato l'attrice in un perfetto italiano, "Mi spaventava, aveva una energia così brutta, aggressiva, essere così dentro il suo personaggio mi aiutava ma poi a casa mi dava nausea. Dopo quattro settimane di riprese non vedevo l'ora di finire il film, non vedevo Javier ma Pablo, e mi spaventava nonostante sapessi che era il trucco".
Per Javier Bardem è stato essenziale calarsi così tanto nel personaggio. "Mi interessava entrare nella mente di questa persona, che veniva definita un padre amorevole e allo stesso tempo creava così tanto orrore e terrore", ha spiegato l'attore, "Ho tentato di avvicinarmi il più possibile a questa contraddizione, a questo personaggio reale che è stato odiato ma anche amato da tante persone. Trasformarmi anche fisicamente in lui era importante per vivere il personaggio ma non l'ho mai portato fuori dal set, non era piacevole essere Escobar". Anche Penelope Cruz ha studiato molto per calarsi nei panni di Virginia Vallejo. "Avevo molte ore di materiale su di lei, molte interviste fatte da lei o a lei. E poi avevo il libro", ha detto l'attrice, "E dovevo entrare nel personaggio senza pregiudicarla con la mia opinione. Perché ovviamente io ho un'opinione su di lei e sul suo comportamento. Il cinema non deve cambiare il mondo ma comunque si ha una responsabilità. E credo che sia il regista che noi siamo riusciti a fare quello che volevamo, non mostrare violenza gratuita come in un videogame, non mostrare il mondo del narcotraffico come qualcosa di attraente. Volevamo mostrare un dolore, un dolore reale".

Al momento non c'è ancora una data d'uscita per il film.
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Terzo film italiano in Concorso, i Manetti Bros portano al festival il loro Ammore e Malavita.

Ammore e Malavita si collega col precedente lavoro dei due registi romani, Song’e Napule, che stavolta s'immergono ancora di più nella musica creando un vero e proprio musical, un genere decisamente atipico nel panorama italiano.

Protagonista del film è Giampaolo Morelli che interpreta Ciro, un ragazzo di borgata che crescendo si trasforma in un killer e che insieme al fratello Rosario (Raiz) lavora per una coppia di camorristi, Don Vincenzo (Carlo Buccirosso che nel film ha due ruoli) e Donna Maria (Claudia Gerini). Quando Donna Maria elabora un piano per sparire dalla circolazione insieme al marito e a una serie di diamanti, un povero commesso (sempre Carlo Buccirosso) uguale identico a Don Vincenzo viene fatto fuori e messo nella bara al suo posto. Un'infermiera però vede il vero boss vivo e vegeto, così Don Vincenzo affida a Ciro il compito di eliminarla. Quando Ciro si trova davanti all'infermiera però la ragazza di cui era innamorato da ragazzo, la sua fidanzatina. Questo scatena una serie di conseguenze che porteranno a un regolamento di conti.

Ammore e Malavita è un mix di sceneggiata napoletana, thriller e commedia, che ha convinto la stampa e la critica.
"Il film è un modo diverso di vedere e raccontare la città", ha spiegato Marco Manetti, "È il nostro sguardo su Napoli, quando ci andiamo vediamo sì una città piena di problemi ma anche di arte, cultura. Napoli viene spesso raccontata come una cartolina che sia la cartolina del Golfo oppure quella delle Vele di Scampia, noi prendiamo simpaticamente in giro questa moda di raccontare la città solo attraverso il suo lato negativo".
Nel cast un ottimo Carlo Buccirosso, felice del suo doppio ruolo e del destino di uno dei due personaggi. "I Manetti mi hanno fatto finalmente morire", ha scherzato l'attore, "e morendo cantando mi hanno fatto sdrammatizzare la morte. Sono convinto che la sdrammatizzazione sia il tema del film". Entusiasta del ruolo anche Claudia Gerini, che ha dovuto studiare il napoletano per fare il film: "Imparo facilmente le lingue, ho studiato molto perché non volevo che il mio napoletano risultasse caricato. Ho lavorato anche sulla gestualità e sottolineando le origini del mio personaggio, che sono umili. E’ la serva che sposa il padrone, ma non è un matrimonio di interesse. Lo ama davvero. [...] È stato stupendo cantare e ballare, la scena musical è stata girata in una nottata pazza in cui ho fatto la spaccata quindici volte".

Il film sarà nelle sale il 5 ottobre.

martedì 5 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 7

Il settimo giorno sul festival si abbatte il ciclone Darren Aronofsky con il suo controverso film Madre!.

Il film racconta di una coppia che si trasferisce in una isolata casa di campagna. Lui (J.Bardem) è uno scrittore a corto di idee, lei (J.Lawrence) è molto più giovane di lui e si è dedicata anima e corpo alla ristrutturazione e alla sistemazione della casa che era andata distrutta a causa di un incendio. Una sera si presenta alla porta un medico (E.Harris) in cerca di alloggio. L'uomo, "lui", gli offre subito ospitalità andando contro il parere della moglie. Poi alla porta si presenta anche la moglie del medico. La presenza di questi ospiti sconosciuti fa piombare la donna in una spirale di paranoia e dà il via a una serie di eventi disastrosi e apocalittici.

Un film complicato, estremo, disturbante, duro, Mother! un film di difficile collocazione: è dramma, thriller metafisico e onirico, con sfumature bibliche, è anche un horror demoniaco e cannibalesco, ma con un messaggio ambientalista all'interno. Sicuramente Madre! è un film di grande impatto anche se quello che ha avuto sulla sala stampa non è stato molto positivo. Alla fine della proiezione gli applausi sono stati pochi, ci sono stati soprattutto fischi e addirittura qualche contestazione, con tanto di "buu" (da parte di gente maleducata). In realtà le recensioni del film non sono state tutte negative, la critica si è divisa in modo piuttosto netto, tra chi l'ha davvero detestato e chi invece l'ha accolto in modo positivo (più all'estero che in Italia).
Darren Aronofsky ci aveva visto lungo, nei giorni scorsi aveva avvertito sugli effetti che il suo film avrebbe potuto provocare ("dopo molte persone non vorranno più guardarmi in faccia"), e infatti il regista non si è minimamente scomposto di fronte ai fischi. "Leggo i giornali e cerco di capire. Poi stasera è luna piena e questo film è il mio urlo alla luna. Vederlo è come andare sulle montagne russe, se non siete pronti, lasciate perdere", ha risposto tranquillamente Aronofsky.

Ma come è nata l'idea di un film del genere, Darren Aronofsky ha raccontato che è nata dopo un viaggio nell'Antartico e l'incontro con una scrittrice nativa, e a causa di un "sogno febbricitante". "Ci ho messo degli anni per realizzare tutti i film che ho fatto, per 'Il Cigno Nero' ce ne ho messi addirittura dieci", ha raccontato il regista, "mentre questo film è uscito fuori di me in cinque giorni. La storia è stata il frutto di un sogno febbricitante pensando al nostro pianeta come a una casa che stiamo distruggendo. Questo è un film nato dalla rabbia di vedere cosa succede all'unica casa che abbiamo e non poter far nulla". Il messaggio ambientalista (tema ricorrente in questo festival) è quindi al centro del film, nascosto sotto strati di generi diversi. "Tutto il film è una metafora e la casa per tutti noi è come un regno inviolabile, anche se poi siamo tutti pronti a violare le casa altrui", ha dichiarato il regista, "Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia. Però non è un caso che all'inizio del film ci sia la citazione del numero 6, che simboleggia il sesto giorno della Bibbia".
Non solo ambiente però, il film è anche una lotta tra uomo e donna. "Questo film si presta a molte letture e Darren mi ha invitato a scegliere quella che preferivo", ha dichiarato Javier Bardem che nel film interpreta "lui".

Protagonista è Jennifer Lawrence, in un ruolo senza nome (ma è lei la "madre" del titolo) e molto difficile. "Per me stato un ruolo completamente diverso da quelli che ho fatto in passato", ha dichiarato l'attrice, "mi ha tirato fuori qualcosa che non conoscevo di me. Ci sono voluti tre mesi di prove per metterlo a punto. E' stato difficile, come attore cerchi di trovare l'essenza del tuo personaggio, ma è stato bello". Ruolo oscuro e diverso dal solito anche per Michelle Pfeiffer, che sul suo personaggio ha dichiarato: "Io sono un'altra versione della 'madre' ma con più esperienza e cerco di svegliare la giovane padrona di casa, di farle capire che c'e qualcosa che non va nel suo paradiso. Quando ho letto la sceneggiatura mi sono un po' spaventata all'idea di interpretare questo ruolo. Ma sono una grande fan di Darren, desideravo veramente lavorare con lui, e lavorare con questi attori è stata un'opportunità incredibile". Grandi complimenti da parte di Michelle Pfeiffer verso la sua giovane collega Jennifer Lawrence: "Ho adorato lavorare con Jennifer. Prima di tutto è divertentissima, intelligente, simpatica, e ha anche un talento incredibile. Ha una grande disinvoltura con il suo lavoro, che ammiro molto. Vorrei averla anche io!".

Il film sarà nelle sale dal 28 settembre.
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Al festival è arrivato anche il grande Jim Carrey, per presentare (Fuori Concorso) il documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a very special, contractually obligated mention of Tony Clifton, che racconta il backstage del film Man on the Moon.

Era il 1999 quando Jim Carrey, stella comica indiscussa, regalava al mondo una delle sue interpretazioni più riuscite e commoventi (e anche sottovalutate) della sua carriera, quella del comico Andy Kaufman e del suo alter ego Tony Clifton nel film di Milos Forman Man on the Moon. Durante la lavorazione di quel film è stato proprio Jim Carrey (perennemente in parte anche a telecamere spente) a voler riprendere il backstage, ed è stato sempre lui oggi a raccogliere quel materiale e farne un documentario, che è stato diretto da Chris Smith.

Un Jim Carrey molto sincero quello visto durante la conferenza stampa, ma che comunque non ha mancato di fare qualche battuta delle sue (come quando si è sfilato le cuffie ha detto che l'interprete gli aveva dato dello stronzo). Poi Carrey ha iniziato a raccontare della lavorazione di Man on the Moon e di come sia sia totalmente annullato nel personaggio di Andy Kaufman e del suo alter ego aggressivo e volgare Tony Clifton. "Il vero artefice di questo documentario è Andy", ha raccontato l'attore, "Il suo impegno e il suo lavoro sono ciò che ha reso possibile il mio annullamento, la scomparsa totale di Jim da quel set. In fondo, non esistiamo né io né Andy. Entrambi interpretiamo dei personaggi e io ho sempre avuto l'impressione che qualcuno stia interpretando me da quando sono nato. Certo, quella di Man on the Moon è stata un'esperienza particolarmente intensa, quasi psicotica. Ricordo che una volta dovevo parlare con Ron Howard per discutere alcuni dettagli del copione de Il Grinch, che avrei girato dopo, e Ron al telefono non ha parlato con me, ma ha sempre parlato con Andy. Quindi possiamo dire che Andy Kaufman ha gettato la sua influenza anche sul Grinch".

"Chris [Smith] è stato bravissimo", ha detto Jim Carrey, "non solo a fare una sorta di retrospettiva su Andy ma anche a mostrare l’effetto che questa ha avuto su di me e l’influenza che ha avuto sulla mia identità. Soprattutto è stato bravo a non vedermi solo come un personaggio o come uno che fa le smorfie... non mi ha mai visto solo come The Mask".

Un ultimo pensiero Jim Carrey l'ha avuto per uno dei suoi idoli, quello a cui deve di più, Jerry Lewis, la cui morte ha colpito molto l'attore. "Jerry Lewis era un genio e ci ha dato tutto", ha dichiarato l'attore, "Io sono sempre colpito da tutti i comici ma non solo da loro. Marlon Brando ad esempio era un grande comico. Questo perché i veri artisti hanno tutto dentro di loro".

venerdì 26 maggio 2017

Pirati dei Caraibi: la Vendetta di Salazar - la recensione

Dopo il quarto capitolo, diretto da Rob Marshall e rivelatosi una cocente delusione, era complicato approcciarsi a questo nuovo film della fortunata saga piratesca senza ansie e paure di sorta.
Se il trailer sembrava aver tranquillizzato molti, è anche vero che spesso i trailer ingannano e che la paura che la saga fosse ormai morta era tanta.

Ci pensa però l'incipit di questo nuovo film a spazzare via ogni dubbio: l'Olandese Volante emerge dal mare accompagnata dal classico tema scritto da Hans Zimmer (e qui ripresa da Geoff Zanelli) e un Will Turner ormai sempre più simile a Davy Jones parla con suo figlio Henry di maledizioni da spezzare e di Jack Sparrow.
Ci si sente improvvisamente meglio, la sensazione è quella che si provava nei primi tre capitoli, ma è ancora presto per cantare vittoria, una voce nella testa ci dice di stare allerta.
Vengono introdotti due nuovi personaggi: Henry Turner, figlio di Will Turner, e Carina Smith, una ragazza studiosa di astronomia e per questo accusata di essere una strega. I nuovi sembrano freschi e in sintonia, colpiscono già da subito al contrario di quanto avvenuto con i dimenticabili prete e sirena del film precedente. Si intravede un altro spiraglio di speranza e il tempo inizia a passare più velocemente, ma si continua a essere cauti, ad avere paura.

E poi, improvvisamente, con un'introduzione assurda, sopra le righe e divertentissima, sulla scena compare Jack Sparrow.
Johnny Depp è evidentemente nato per interpretare questo ruolo (tanto da non riuscire più a uscirne in moltissimi altri ruoli della sua carriera, che sembra comunque in ripresa) e vi si trova a suo agio come se non dovesse nemmeno recitare. Lui si diverte e si vede, ma la cosa più importante è che fa divertire lo spettatore, in una scena che riprende in più punti il primo, indimenticabile, film della saga e in quel momento, mentre Jack ubriaco e inseguito da guardie armate, la voce nella testa tace e ci si rilassa del tutto.

Jack Sparrow è indubbiamente l'anima del franchise, ma il contorno è altrettanto importante e a fare davvero la differenza rispetto al precedente film è il cattivo interpretato da Javier Bardem: Salazar è un personaggio carismatico e inquietante, visivamente particolare, un po' Davy Jones un po' Barbossa, e funziona alla perfezione all'interno della storia e della ricerca dell'oggetto magico che non manca mai in questa saga, nel caso specifico il Tridente di Poseidone.
E a proposito di Barbossa (un sempre magnifico Geoffrey Rush), non manca di certo il suo personaggio ed è davvero interessante la sua storyline e il suo approfondimento, un personaggio sempre al limite, cattivo ma mai del tutto, unico che riesce a essere alla pari di Depp e del suo Sparrow.
Un film che scava nel passato: nel passato di Barbossa, ma soprattutto in quello di Jack (ancora una volta assistiamo all'incredibile ringiovanimento di un attore grazia alla CGI), in cui Salazar ha avuto un ruolo passeggero ma fondamentale nel fare di lui ciò che è oggi, dai pendagli al cappello e soprattutto alla sua famosa bussola, è tutto iniziato con Salazar.
Il richiamo alle origini è fortissimo e si percepisce in ogni scena, ma quando la Perla Nera compare sullo schermo, accompagnata dal tema principale, non si può fare a meno di sentire un brivido.
Ma non è solo nostalgia, è qualcosa di diverso, un ritorno alle origini come temi, la chiusura di un cerchio (il finale in questo è esplicativo e commovente, se si è fan della prima ora sarà difficile non versare nemmeno una lacrima) e un nuovo inizio, evidentemente nella speranza di dare vita a una nuova trilogia, come suggerisce il cliffhanger contenuto nella scena post-credits.

Alla fine ci si sente sollevati e divertiti, forse commossi e scombussolati. Certo, non c'è quel senso di meraviglia che accompagnava la visione de La Maledizione della Prima Luna, che probabilmente sarà irripetibile, anche perché era totalmente nuovo e inaspettato, ma sicuramente la sensazione di riaver avuto indietro qualcosa di familiare a amato che ci era stato tolto.
Tranquilli, si può far finta che il quarto film della saga non sia mai esistito (d'altronde lo fanno anche Ronning e Sandberg, i due registi norvegesi di questo film) e godersi La Vendetta di Salazar, che è divertentissimo. Per fortuna.

Chiara

venerdì 20 maggio 2016

Cannes 2016 - giorno 10

Concorso agli sgoccioli, sono stati presentati oggi due dei film più attesi del festival, The Last Face di Sean Penn, e soprattutto The Neon Demon di Nicolas Winding Refn. Entrambi hanno suscitato reazioni molto forti da parte della critica.

Una cosa è certa, Nicolas Winding Refn non è un regista che passa inosservato, il suo ultimo lavoro, The Neon Demon, è uno di quei film che non lasciano indifferenti, e infatti la proiezione stampa si è conclusa tra fischi e applausi.

Il film racconta il tentativo di ascesa della diciottenne Jesse (Elle Fanning) nel mondo della moda. Dopo essersi trasferita dalla provincia a Los Angeles, Jesse dovrà fare i conti con l'invidia, e poi con la violenza, delle sue colleghe modelle.

Un horror patinato con una colonna sonora travolgente, un film super glamour, dalle tinte molto forti, quasi splatter, estremo più di quanto Refn abbia fatto fino ad oggi, e di conseguenza non adatto a tutti i palati, viste le scene estreme, anche di cannibalismo e necrofilia.
Nicolas Winding Refn l'ha definito una fiaba dark, horror per teenager, in cui il regista ha dato sfogo alle sue ossessioni, senza censura: "C'è sicuramente qualcosa di perverso nel sessualizzare tutto, ho cercato di analizzare questo percorso. In Drive parlavo di mascolinità. Only God Forgives era l’abbandono della mascolinità e il ritorno nel ventre materno. Qui invece do sfogo alla mia personale ossessione: quella di essere una ragazza di sedici anni".
Il regista non avrebbe mai potuto fare il film senza Elle Fanning. "Tutto è partito da Elle", ha raccontato il regista, "Le ho parlato e mi sono reso conto che lei è ciò che sarei stato io se fossi stato femmina. Ho detto "oh mio dio. Sei me! Vogliamo fare un film insieme?"". Un ruolo molto impegnativo per la giovane attrice. "Di solito vengo associata a ruoli spensierati, questo è il mio film più dark", ha detto Elle Fanning, "Amo scegliere ruoli sempre diversi. Il personaggio mi somiglia, le capita quello che è capitato a me. Venire dalla provincia e trovarsi immediatamente proiettata tra le luci della città, le feste".

Del cast anche Keanu Reeves, del quale il regista ha detto: "Solo vederlo infilare il coltello nella gola di qualcuno è fantastico, è un fottuto re!". Poi Jena Malone, che si è prestata a girare scene molto estreme, come ha raccontato lo stesso Refn: "Jena è meravigliosa, con lei abbiamo girato la scena della necrofilia, in un vero obitorio di Los Angeles, in mezzo a cadaveri reali, per entrare nell'atmosfera. A un certo punto ci siamo dovuti allontanare perché stava arrivando un nuovo cadavere. Jena ha voluto che le parlassi durante quella sequenza. Si è creata una escalation necrofila fortissima, e ho capito subito, al secondo giorno di riprese, che avevamo trovato Ruby, il personaggio di Jena".
Il tema della necrofilia, come quello del cannibalismo, è stato contestato da una parte della stampa che ha considerato alcune scene del film davvero troppo estreme. Il regista però non si fa problemi al riguardo, anzi ha tranquillamente parlato dell'aspetto "erotico" della necrofilia, come stadio più estremo del mondo in cui viviamo. "Sesso e violenza, istinti primari. E’ terrificante pensare a un mondo dove la bellezza è l’unica cosa che conta, un’ossessione che cresce e che ha a che fare solo con il modo in cui sei nato", ha dichiarato Refn, "Ma è anche affascinante, emozionante. E’ quello che scrivete tutti i giorni o dichiarate alla tv. E la definizione di bellezza mano mano si va stringendo. Ho due figlie e trovo tutto questo molto spaventoso. La necrofilia rappresenta l’ultimo stadio di questo mondo". E sui fischi e la reazione della stampa, Refn ha dichiarato: "Io credo che un film debba dividere. E’ tutto basato sulle reazioni, sulla discussione. Se non stiamo qui a discutere dei film, che ci stiamo a fare?".

Nelle sale italiane dall'8 giugno.

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Altro film in Concorso molto atteso, il nuovo film da regista di Sean Penn, The Last Face, con Charlize Theron, Javier Bardem e Adéle Exarchopoulos. Film atteso anche per ovvi motivi di cronaca rosa, con il ritorno a Cannes di Charlize Theron e Sean Penn, ex coppia, un po' di freddezza tra i due, con sempre due attori a fare da "barriera" per mantenere le distanze.

The Last Face è un drama sentimentale ambientato fra gli orrori e la povertà della Liberia, una storia d'amore tra Miguel, coraggioso medico in missione in Africa, e Wren, portavoce di un'organizzazione internazionale (tipo Medici Senza Frontiere), sullo sfondo della guerra civile.

Accolto molto male dalla stampa, il film di Penn è stato fischiato e poi stroncato dai giornali. L'attore e regista ha provato a ignorare le reazioni della stampa portando il discorso lontano dalla sfera puramente sentimentale del film. "È veramente una storia d'amore questa? O piuttosto un modo di riflettere su queste guerre che mentre noi cerchiamo soluzioni politiche, continuano a versare sangue?", ha chiesto Sean Penn durante la conferenza stampa.

Per Charlize Theron, che è sudafricana, è stato importante girare in Africa e avere un supporto medico reale che gli spiegasse gli spetti più tecnici del loro lavoro sul campo. "Non ci rendevamo neanche conto di essere filmati, c'erano tante telecamere", ha raccontato l'attrice, "Abbiamo avuto un chirurgo come coach, ci ha aiutato moltissimo, spiegandoci come rendere credibile la parte medica, però nel momento del bisogno, quando dovevamo fare un cesareo nella giungla, era sparito".
"Questi sono veri eroi, di cui non si parla mai", ha dichiarato Javier Bardem riguardo i medici senza frontiere.

Senza essere espliciti, i giornalisti hanno cercato di far venir fuori la storia, ormai chiusa, tra Penn e la Theron, ma i due sono stati granitici e professionali. Alla domanda sul perché avesse scelto proprio la Theron come protagonista, Penn ha risposto: "Insieme a Javier formavano una coppia perfetta, ma questo si capisce solo vedendo il film". Sui fischi ricevuti invece l'attore e regista ha aggiunto: "Ho fatto il mio film e non ho niente da aggiungere". Il film è in Concorso, e Penn ha ricordato la sua esperienza come presidente di Giuria: "Non so quanto sia importante la competizione, ma so che è un modo per mettersi in mostra e suscitare forti reazioni. Come americano essere a Cannes mi dà la possibilità di conoscere cose diverse, perché noi siamo molto chiusi nella nostra cultura".

martedì 21 gennaio 2014

The Counselor - la recensione

In  "The Counselor" ci si tuffa nel mondo della malavita e della droga. Ma ci si sta tuffando in una piscina piena o vuota?
Un avocato, a Juarez, per far fronte alle difficoltà economiche (Michael Fassbender) e per rendere serena la futura convivenza con la moglie (Penelope Cruz) decide di immischiarsi nei traffici del cartello della droga locale, rivolgendosi ad un ex cliente legato a questi sporchi affari (Barden). Non appena qualcosa va storto la poca dimestichezza su campo e l'ingenuità del protagonista lo faranno affogare in un mondo marcio e senza via di fuga. Inutile dire che le ripercussioni su se stesso e le persone a lui collegate saranno drastiche.

Chi meglio della penna di Cormac McCarthy poteva dipingere il volto della criminalità, con personaggi, ambienti e situazioni annesse. Con un cast che vanta, oltre ai sopra già citati, anche di Brad Pitt e di Cameron Diaz e soprattutto della regia navigata di un veterano come Ridley Scott la riuscita dell'operazione era data per scontata da chiunque , inutile negarlo. Ma è andata a finire come si pensava? Purtroppo no.

Alla sua prima sceneggiatura per il cinema, l'ottantenne Cormac McCarthy commette un errore su cui oggi gravano pesanti critiche
(Il film è approdato in tutti i paesi del mondo, noi in italia, come spesso, siamo gli ultimi a vederlo). Infatti la materia cinematografica e quella letteraria non sono le medesime, e il noto scrittore (di cui famosi romanzi come "The Road" e "Non è un Paese dei Vecchi" sono già stati trasposti al cinema con grande fortuna) si trova a giocare una partita in cui le sue doti non possono emergere poichè sono le regole ad essere cambiate.

Lo script annaspa in una verbosità sfiancante, dialoghi prolissi escono dalle bocche dei tanti personaggi, andando a distogliere l'attenzione dalla vicenda centrale verso tematiche alienanti. La storia rimane così schiacciata dal peso di questi sermoni che vengono proposti in continuazione per tutta la durata, le dinamiche concrete della narrazione sono declassate e tenute celate ai nostri occhi da una fintissima intellettualità fuori luogo. Attraverso metafore e aneddoti si parla di azione morale, fede, umanità, virtù, filosofia... temi che vengono decantati con un certo no sense e una irritante leziosità, buttati senza troppo interesse e incapaci di coinvolgere. Anche perchè risulta francamente poco credibile che dei malavitosi immersi 24 ore su 24 in affari di droga siano tutti dei filosofi eredi di un Socrate. Per questi motivi il meccanismo pian piano si inceppa, manca la fluidità, la dinamicità, i colpi di scena dopo la metà non bastano a svegliare uno spettatore assopito e non donano ritmo ad un film che manca di ritmo da ormai  già troppo tempo. Ed è così che il tutto si fa confusionario, gli intenti e gli scopi dei protagonisti sono un mistero e sebbene, più avanti, emergano alcuni dettagli essi sono poco chiari e dalla dubbia interpretazione. Difficile dunque, alla fine, raccapezzarsi sulla dinamica dell'operazione.

Ridely Scott pare affidarsi totalmente allo script di Cormac e si occupa esclusivamente della resa estetica del film, tecnicamente buona ma con poche sequenze degne di nota. C'è da dire però che sul piano visivo, il mondo immaginato da Scott, risulta potente. La lussuria e l'ostentazione della bellezza, tra abiti sfarzosi, case lussuosissime, belle macchine, diamanti e gioielli non sono altro che il concretizzarsi di una élite criminale che esercita il proprio potere sul mondo "normale" attraverso il denaro, e non solo con la violenza. Un tripudio di ricchezza che ha dell'orrendo, e che diventa metafora dei nostri tempi. Alla fine dei conti si salva solo questo aspetto in The Counselor, questo e un unica interpretazione (da Oscar e non esagero). Nel mezzo di un gran cast sprecato e per niente a suo agio la sola a salvarsi è Cameron Diaz che rende alla perfezione la caratura del suo personaggio glaciale e spietato, questo perchè la sua famelica affarista Malkina è l'emblema di quell'unico aspetto accattivante sopra evidenziato.

Voto: ** / *****

Mr.Carrey

mercoledì 24 luglio 2013

Nuove immagini di 'The Counselor' di Ridley Scott, con un grande cast!

Arriverà in Italia a novembre il nuovo film di Ridley Scott 'The Counselor - Il Procuratore', con un cast di star come Brad Pitt, Michael Fassbender, Cameron Diaz, Javier Bardem e Penelope Cruz.

La storia racconta di un uomo, il Procuratore (il nome non viene mai rivelato), che improvvisamente vede la sua vita e la sua carriera andare in rovina, decide così di entrare nel giro della droga, con la presunzione di poterne uscire quando vuole. Niente di più sbagliato, il Procuratore viene risucchiato nel vortice del mondo della droga. La prima sceneggiatura del film è stata scritta da Cormac McCarthy (Non è un Paese per Vecchi) che l'ha poi venduta al team di sceneggiatori del film 'The Road', film tratto da un romanzo di McCarthy.

Ecco 14 foto dal film (clic sull'immagine per ingrandirla).















Frra

giovedì 8 novembre 2012

'Skyfall' - la recensione


Era possibile fare un classico film su Bond pur spingendo molto sulla modernità?
Sam Mendes non è certo il primo nome che viene in mente quando si parla di dirigere uno 007, ma pur con la forte connotazione autoriale che un regista del genere inevitabilmente attribuisce ai suoi film, Skyfall è senza dubbio un grosso giocattolo d’azione, con tutto ciò che chi va al cinema si aspetta di vedere: azione, pallottole, belle donne e Martini shakerato, non mescolato.



Sono una fan del vecchio Bond, lo ammetto, soprattutto di Sean Connery e difficilmente ho apprezzato i film successivi a “Missione Goldfinger” ed ero davvero scettica riguardo a Daniel Craig, ma se pur sull’attore ero dovuta ricredermi, non avevo amato eccessivamente né Casino Royale né Quantum of solace.
Immaginate quindi la mia ansia quando ho saputo che uno dei registi che mi piacciono di più voleva buttarsi su Bond, avendo a disposizione quello che per me è il miglior 007 dopo Connery (e qui, forse, qualcuno avrà da ridire, lo so) ed un cast così istrionico.
Mendes fonde la sua personale visione, fatta di contrasti cromatici, con quello che è un continuo rimando citazionistico al classico, con più di una strizzatina d’occhio ai fan (da applausi la battuta sulla penna esplosiva di Q, un meraviglioso Ben Wishaw). Le scene a Shangai sono un caleidoscopio di colori, forse eccessivo, ma sicuramente di grande effetto, mentre invece Londra è sempre molto cupa, quasi sbiadita ed i primi piani continui su Daniel Craig e Judi Dench accentuano la sensazione crepuscolare e malinconica di un mondo, quello dello spionaggio e del grande mito di 007, magari al declino, ma sempre affascinante.
In tutto questo si inserisce il personaggio di Javier Bardem, psicopatico e malinconico, sempre al limite tra equilibrio ed eccesso. A volte troppo caricaturale, quasi un cattivo da cartone animato, ma anche lui molto “vecchio stile” e la performance straordinaria di Bardem dà vita a uno dei migliori villain di Bond e ci regala un faccia a faccia che sono sicura rimarrà nella storia del cinema.
In ultimo, mi sembra doveroso nominare i meravigliosi titoli di testa: la canzone di Adele è splendida e accompagna un serie di immagini evocative che ricordano quasi un quadro di Warhol.

In sostanza, si può dire che Skyfall sia il più classico dei Bond moderni, non è un capolavoro, questo no, ma è davvero un gran film che si apprezza anche di più a una seconda visione


*Chiara*

domenica 4 novembre 2012

'Skyfall' - commento a caldo

Bond è tornato, più forte e "Goku" di prima! E' si perché oltre a correre come un pazzo stavolta ha anche l'hobby di resuscitare! E non dimentichiamoci le parti nude e testosteroniche di Daniel Craig più presenti del solito!



Bene, il film è molto discreto, elegante e molto interessate, una prima parte fantastica, la seconda cala un po a parer mio, un po troppo ridondante e citazionista di se stessa (tante tante forse troppe citazioni dei vecchi 007 passati) e tutto dannatamente scontato, questo un po mi ha fatto storcere la bocca alla Miranda Priestly de Il Diavolo veste Prada, comunque nel complesso è grande James Bond con un Javier Bardem fantastico e un cast meraviglioso, da Judi Dench a Ralph Finnes passando da un giovane Ben Whishaw (Q) decisamente adatto alla parte!


Il cambio di regia si nota, molto bene, Sam Mendes regala sequenze spettacolari e vedute aeree meravigliose che provano il fatto che non solo Nolan può fare certe cose! 
Anche se non mancano, a parer mio, scene un po troppo dispersive e inutilmente dilungate.

Daniel Craig continua a confermarsi un bond adrenalinico fuori dagli standard dei suoi predecessori (per fortuna) speriamo possa continuare a regalarci il suo elegante e cazzuto James Bond ancora per un po!

P.S. Una nota su gli immancabili titoli di testa tipici di 007, belli bellissimi, Skyfall di Adele, per quanto ci abbiano tritato i coconas alla radio passandola 20 volte al giorno, rimane comunque un grande brano di un grande Bond! (quando ho tempo mi ripeto spesso)


Mat

domenica 2 settembre 2012

Festival di Venezia - Giorno 5

Senza ombra di dubbio la quinta giornata gira tutta intorno a Terrence Malick e al suo, fino ad oggi misterioso, 'To The Wonder'.

Come era prevedibile il regista non è arrivato al Lido, le sue "apparizioni" pubbliche sono davvero rare (anche se qualcuno ha detto che Malick è a Venezia ma in incognito), assente anche gran parte del cast, Ben Affleck, Rachel McAdams, Javier Bardem, la presentazione è stata affidata tutta a Olga Kurylenko e l'italiana Romina Mondello.

La trama di 'To the Wonder' è, come per tutti i film di Malick, molto complessa, è un film che parla d'amore, l'amore materiale e l'amore di Dio. Al centro di questo dramma sentimentale c'è Neil (Affleck), ingegnere chimico americano che si intraprende una relazione con la francese Marina (Kurylenko) durante un soggiorno in Francia. Insieme si trasferiscono negli Stati Uniti ma l'uomo non vuole sposare la donna. Il visto per lei scade ed è costretta a tornare in Francia. Neil riallaccia una relazione con la sua ex (McAdams). Poco dopo Marina torna negli Stati Uniti e sposa Neil per avere la green card. Marina intanto incontra un prete (Bardem) in crisi con la sua vocazione.

Malick non si allontana molto dal precedente 'Tree of Life', come temi e come stile. Il film è caratterizzato dalla solita regia di Malick, immagini poetiche sulla natura che si mischiano alle persone, voce fuori campo, domande esistenziali, assolute, filosofiche e religiose che s'interrogano sull'amore assoluto. A quanto pare in questo film sono finite molte immagini scartate da 'Tree of Life'. E' risaputo che Malick giri quantità industriali di pellicola per poi mettere mano più e più volte durante il montaggio tanto da stravolgere la storia iniziale. Anche qui, com'è successo in altri film, sono scomparsi degli attori, ad esempio Rachel Weisz, le sue scene sono state tagliate tutte, e a quanto pare anche Ben Affleck, dato come protagonista, ha meno scene di quante si pensi, un po' come Sean Penn in 'Tree of Life'.

Il film ha diviso la critica, a fine proiezione è stato accolto da applausi e fischi, come se non possa esserci via di mezzo fra "capolavoro" e "schifezza". Malick era solito fare un film ogni 6-7 anni, ultimamente si è dato molto da fare (sta girando altri due film in contemporanea) e alcuni hanno sottolineato come vedere questo film a così poca distanza da 'Tree of Life' non abbia aiutato. Sembra un seguito, un derivato meno interessante del precedente e un po' superfluo.

Fuori concorso invece è stato presentato il nuovo film di Susanne Bier 'All You Need is Love', con Pierce Brosnan protagonista.
Commedia leggera ambientata in Italia, a Sorrento, che vede al centro della storia il rapporto genitori-figli e un matrimonio.

Non sono mancate domande su James Bond per Brosnan, un fantasma che lo seguirà per sempre ma che non gli dà fastidio: "Sono attore da quando ho 18 anni. La mia passione è sempre stata recitare. Bond mi seguirà per sempre, felicemente. Bond è stato un grande dono, mi permette di essere qui oggi e di fare un film con Susanne Bier".





Frra