Visualizzazione post con etichetta Venezia 74. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Venezia 74. Mostra tutti i post

martedì 13 febbraio 2018

The Shape of Water - La Forma dell'Acqua - la recensione

Se c'è un autore che sa come fondere reale e fantastico, Storia e magia, in modo che appaiano indissolubili e ugualmente reali, quello è Gullielmo del Toro. Da questo punto di vista, La Forma dell'Acqua, vincitore del leone d'oro a Venezia, di due Golden Globe e candidato a ben tredici premi Oscar, può essere considerato un esempio quasi perfetto della poetica del regista e sceneggiatore messicano.

La Storia, quella con la S maiuscola, è l'America della prima guerra fredda, intrappolata in una incessante ricerca dell'apparire e stretta nella morsa della paura e del pregiudizio. La Magia è rappresentata dalla creatura (il solito fantastico Doug Jones), bellissima e misteriosa, mai realmente approfondita, incredibilmente sensibile e intelligente, fortemente erotica, di cui si innamora Elisa (Sally Hawkins), donna delle pulizie muta che ha con l'acqua un rapporto stretto e simbiotico e che ha nella sua collega Zelda (Octavia Spencer) e nel vicino di casa Giles (Richard Jenkins) i suoi unici amici. E come in ogni fiaba, il cattivo è rappresentato dal governo, nella persona del crudele colonnello Strickland (Michael Shannon), un uomo che è talmente marcio dentro da andare, letteralmente, in cancrena.

Con una delicatezza incredibile, Gullielmo del Toro ci racconta una storia d'amore romantica ma anche piena di sottile erotismo, in cui  l'onnipresente acqua assume un valore simbolico di legame con una natura primordiale, ma anche di purezza. Elisa, così come Zelda o Giles, sono diversi, emarginati, ma puri e innocenti, unici ad avere compassione della creatura e a vederla per quel che è, ovvero un essere straordinario dotato di intelligenza e soprattutto di emozioni.
L'incapacità di comunicare con le parole di Eliza, paradossalmente, la rende l'unica in grado di comunicare davvero con la creatura, di stabilire con lui un legame profondissimo: lei lo vede per ciò che è davvero, ma è anche lui a vederla realmente, senza farsi distrarre dal suo mutismo, senza considerarla diversa ma semplicemente per la donna che è nel profondo.
Del Toro è bravissimo nel dare spessore e credibilità a una storia d'amore che è irreale in ogni sua componente: lo fa con una regia sognante, un po' Amelie, un po' Il Labirinto del Fauno, lo fa con una colonna sonora magnifica, con la fotografia bluastra e piccoli dettagli che sembrano presi direttamente da un sogno, come il lungo corridoio alla cui fine vi sono gli appartamenti di Eliza e Giles, o il cinema proprio al piano di sotto, o ancora con l'uso incessante della pioggia come sottofondo a buona parte delle scene. 

Favola romantica a metà fra sogno a tinte gotiche e dramma storico, La Forma dell'Acqua è pura magia visiva ed emotiva. Si ride, si piange, si esce dal cinema felici. Un film che dopo averlo visto si vorrebbe rivedere ancora e ancora e ancora.

sabato 9 settembre 2017

Venezia 74 - 'The Shape of Water' vince il Leone d'Oro

La fiaba dark The Shape of Water di Guillermo del Toro vince il Leone d'Oro.

Presentato il secondo giorno del festival, da subito è entrato nella top3 dei papabili vincitori. E così è stato, un emozionatissimo Guillermo del Toro ha ritirato il Leone d'Oro dalle mani del presidente di giuria Annette Bening.

Gli altri premi hanno un po' spiazzato. La Coppa Volpi come migliore attrice è andata a Charlotte Rampling per il film italiano Hannah. Premio meritato anche se tutti tifavano spudoratamente per la Frances McDormand di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, film che si è portato a casa il premio per la migliore sceneggiatura, decisamente meritato ma forse un po' troppo poco per un film che ha davvero convinto e conquistato tutti.
Sorpresa per la Coppa Volpi per il migliore attore è stata assegnata a Kamel El Basha per il film L’insulto, anche in questo caso un premio meritato ma tutti speravano in Donald Sutherland (The Leisure Seeker).
Scontato il premio Marcello Mastroianni per il migliore attore/attrice emergente, consegnato al giovane Charlie Plummer per Lean on Pete.

Venezia 74 si è chiuso con Paolo Baratta che ha dato appuntamento al 29 agosto 2018.

Ecco tutti i vincitori.

CONCORSO
Leone d’Oro per il Miglior Film: The Shape of Water di Guillermo del Toro
Leone d’Argento Gran Premio della Giuria: Foxtrot di Samuel Maoz
Leone d’Argento per la Migliore Regia: Xavier Legrand per Jusqu’à la garde
Coppa Volpi migliore attore: Kamel El Basha per L’insulto di Ziad Doueiri
Coppa Volpi migliore attrice: Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro
Miglior Sceneggiatura: Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh
Premio Speciale della Giuria: Sweet Country di Warwick Thornton

SEZIONE ORIZZONTI
Premio Orizzonti per il Miglior Film: Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli
Premio Orizzonti per la Miglior Regia: Vahid Jalilvand per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza
Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura: Los versos del olvido di Alireza Khatami
Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Caniba di Verena Paravel e Lucien Castaing-Taylor
Premio Orizzonti per il Miglior Cortometraggio:  Gros Chagrin di Céline Devaux
Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Maschile: Navid Mohammadzadeh per Bedoone Tarikh, Bedoone Emza di Vahid Jalilvand
Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Femminile: Lyna Khoudri per Les Bienheureux di Sofia Djama

VENICE VIRTUAL REALITY
Miglior Film VR: Arden’s Wake Expanded di Eugene Yk Chung
Migliore Esperienza VR (per contenuto interattivo): La Camera Insabbiata di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang
Migliore Storia VR (per contenuto lineare): Bloodless di Gina Kim

VENEZIA CLASSICI
Miglior Film Restaurato:  Idi i smotri di Elen Klimov
Miglior Documentario sul Cinema: The Prince and the Dybbuk  di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski

venerdì 8 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 10

Il festival ormai si avvia alla sua conclusione. Presentato in Concorso il quarto film italiano, Hannah, di Andrea Pallaoro, con la grande Charlotte Rampling protagonista.

Un film di poche parole e molte espressioni che si affida totalmente alla bravura della sua protagonista. Charlotte Rampling nel film è una donna in là con gli anni che dopo aver accompagnato in carcere il marito, accusato di un reato gravissimo, piomba nel silenzio e nella solitudine di una vita segnata solo dalle piccole abitudini, e su cui si sente il peso gravoso di una pesante colpa che ha allontanato figlio e nipote dalla famiglia.

"Mi piaceva l'idea di entrare con la macchina da presa nella testa di qualcuno e in qualche modo riuscire a trovare e toccare la sua umanità", ha raccontato Charlotte Rampling, "Credo che il modo in cui il film segue Hannah ed esplora la sua solitudine non comunichi un senso di tristezza, ma invece sancisca una scelta definitiva di sopravvivenza". Parole di elogio da parte dell'attrice verso il regista Andrea Pallaoro: "Andrea e io abbiamo capito che eravamo sulla stessa onda creativa. Quando poi siamo arrivati sul set mi sentivo sicura e protetta della sua presenza, tutto ormai era evidente e non abbiamo più dovuto dirci niente sul ruolo e sul film".
-

Oggi è stato anche il giorno del maestro dell'action John Woo, arrivato al festival per presentare Fuori Concorso il suo ultimo lavoro, Manhunt.

Remake di un omonimo action giapponese degli anni '70, che a sua volta era l'adattamento di un romanzo, il film ha una storia molto semplice, racconta di un uomo cinese ingiustamente accusato di rapina, omicidio e stupro in Giappone che decide di dare la caccia ai veri colpevoli mentre viene braccato dalla polizia giapponese.

In Manhunt ci sono tutti gli elementi del classico cinema action di John Woo, con una novità, due donne killer, aspetto che ha emozionato molto il regista. "In effetti è la prima volta che faccio un film con delle donne killer", ha detto il regista, "Di solito sono associato ai generi action e gangster declinati al maschile, ma questa volta volevo dimostrare di saper fare un film al femminile. Ringrazio di cuore le attrici che hanno lavorato con molta passione ai loro personaggi".
Il film è stato girato in Giappone, un'esperienza che il regista cinese ha definito "molto gratificante". "Ci siamo trovati benissimo e abbiamo avuto tutta la collaborazione necessaria", ha raccontato John Woo, "Forse solo nelle scene di inseguimento in macchina è stato un po’ più complesso, per via del traffico. Ma anche in quei casi abbiamo sempre avuto il supporto delle autorità locali che hanno trovato soluzioni alternative. Mi ricordo soprattutto la gente che ci ha sempre trattato benissimo e i tanti volontari che si sono offerti some comparse, sono stati fondamentali".
-

Sempre Fuori Concorso, presentato anche il film La Fidèle, del belga Michaël R. Roskam. Protagonisti Adèle Exarchopoulos e Matthias Schoenaerts.

Il film racconta la storia d'amore tra un criminale (Schoenaerts) e la figlia di un ricco imprenditore (Exarchopoulos) che pilota auto da corsa. I due si innamorano ma dovranno fare i conti con le conseguenze delle loro scelte.

"Volevo realizzare un film sull’amore assoluto ed incondizionato. Mi sono lasciato ispirare da alcune storie di gangster del Belgio degli anni ’80 e ’90", ha spiegato Roskam, "Personaggi di cui i media discutevano molto, con particolari relativi anche alle loro vite private. Inoltre sono un grande amante dei noir americani e dei polar francesi, generi che mi hanno influenzato".
Per Matthias Schoenaerts è stata la quarta collaborazione con il regista. "La mia amicizia con Michael mi ha sicuramente aiutato", ha detto l'attore durante la conferenza stampa, "questo è il quarto lavoro che facciamo insieme e ci diciamo tutto in faccia, senza problemi, questo è importante e aiuta molto il processo creativo".
Per poter interpretare una pilota di auto da corsa, Adèle Exarchopoulos si è dovuta immergere in un mondo che non conosceva affatto. "Per me era tutto una novità. Il mio personaggio ha una grande passione per i motori e le auto veloci e io non avevo neanche la patente quando ho letto il copione", ha detto l'attrice, "Sono stata nei circuiti di Formula 1 e ho cercato di mettermi nei panni della protagonista, di puntare sulle emozioni che doveva provare e su come queste si potevano ripercuotere sulla sua vita quotidiana. E ho anche preso delle lezioni da uno stant driver per recitare al meglio la mia parte".

Il film è stato già selezionato dalla Francia come candidato per l'Oscar come miglior film straniero.

giovedì 7 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 9

Ancora Italia nella nona giornata di festival. Presentato Fuori Concorso il nuovo film di Silvio Soldini, Il Colore Nascosto delle Cose.

Il film racconta la storia dell'incontro tra Emma (Valeria Golino), una fisioterapista non vendente, fresca di separazione, e Teo (Adriano Giannini), un pubblicitario che inizia a frequentare la donna solo per una scommessa con un amico.

"La vista ci porta a giudicare e ci fa restare in superficie, specie quando s'incontra una persona per la prima volta, decidiamo subito tante cose sul suo conto da uno sguardo", ha dichiarato Silvio Soldini, "Diverso invece conoscere qualcuno se non lo vedi. Da una stretta di mano, dall'energia che arriva da lui, passa una conoscenza più profonda e sottile. Per la prima volta Teo non si sente giudicato e l'ascolto che Emma gli dedica è diverso da quello di tutti gli altri, specie in un mondo fatto di apparenza come quello in cui gravita".

Per il ruolo della non vedente Emma, Valeria Golino ha dovuto prepararsi e allenarsi. "Silvio mi ha messo in contatto con non vedenti e operatori del settore e tutti si sono prodigati con allegria per aiutarmi nella preparazione tecnica, sensoriale e psicologica", ha raccontato l'attrice, "Ho fatto tanti esercizi bendata camminando per la città col bastone, che non è facile da usare. Mi hanno mostrato come si muovono in casa, come cucinano, come rispondono al telefono e usano il cellulare. Ma forse la cosa più complicata è stato non potere usare gli occhi per recitare, non guardare mai Adriano". Un particolare che ha complicato il lavoro anche ad Adriano Giannini. "Trovarsi a non essere guardato dal partner è qualcosa di nuovo e strano", ha detto l'attore, che del suo personaggio poi ha detto: "Teo è un uomo in fuga dalle donne, dalle responsabilità, da se stesso, dal suo passato. L'incontro con Emma e l'avvicinamento sensoriale, la verità di cui Emma è portatrice, lo costringono a guardarsi e mettersi in discussione".

Il film sarà nelle sale da domani, 8 settembre.
-

In Concorso invece è il giorno del regista Abdellatif Kechiche e del suo nuovo film Mektoub, My Love: canto uno.

Dopo La Vita di Adele (Palma d'oro a Cannes 2013), il regista franco-tunisino torna a una storia di formazione. Il film, ambientato nel 1994, racconta la storia del giovane Amin, che lascia gli studi di medicina per fare lo sceneggiatore e il fotografo. Amin vive a Parigi ma per l'estate torna nel suo paese, nel sud della Francia, dove trascorre le giornate tra spiaggia, mare, bevute e discoteca, in compagnia del cugino Tony, un grande seduttore, e l'amica Ophélie, promessa sposa a un militare che però non ama. Amin partecipa ma assiste a quella vita quasi da spettatore, più timido e incerto rispetto ai suoi coetanei, in attesa che il destino, "mektoub", gli mostri la strada.

Un film dalla trama piuttosto semplice ma con una durata di tre ore che lo rende complicato da affrontare.
"Il film è un inno alla vita, al corpo, al nutrimento questo film", ha dichiarato il regista, "'Mektoub' significa destino in arabo. E quest'opera, nel suo insieme, pone il significato del destino perché l'amore si associa al destino, al fato".
Il regista è stato accusato di essere troppo maschilista, per il modo insistito con cui riprende le donne (particolare che era stato sottolineato anche con La Vita di Adele) e per aver rappresentato le donne solo come oggetti sessuali. Ma il regista ha respinto in modo deciso le accuse: "Ho mostrato le donne come forti, potenti e libere".

Il film ha diviso la critica, alla fine della proiezione c'è stato qualche applauso ma in generale è stato accolto con un po' di freddezza e incomprensione, nel senso che molti non hanno proprio capito il senso di questa lunga opera.

mercoledì 6 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 8

Molta attesa oggi al festival per una coppia di grandi attori, Penelope Cruz e Javier Bardem, marito e moglie e colleghi di set nel film Loving Pablo (Fuori Concorso).

Il film, diretto da Fernando León De Aranoa, racconta l'ascesa criminale e la caduta del celebre narcotrafficante Pablo Escobar (Bardem), e del suo rapporto con la giornalista colombiana Virginia Vallejo (P.Cruz), che è stata sua amante per molto tempo per poi diventare collaboratrice di giustizia e aiutare le autorità a catturare Escobar.
Il film è stato tratto da un libro scritto proprio da Virginia Vallejo.

Due straordinari attori, coppia nella vita e fianco a fianco sul set, per Penelope Cruz è stato più complicato di quanto si possa immaginare, soprattutto quando Javier Bardem si trasformava in Pablo Escobar. "È stato durissimo stare sul set con Javier nei panni di un mostro come Escobar", ha raccontato l'attrice in un perfetto italiano, "Mi spaventava, aveva una energia così brutta, aggressiva, essere così dentro il suo personaggio mi aiutava ma poi a casa mi dava nausea. Dopo quattro settimane di riprese non vedevo l'ora di finire il film, non vedevo Javier ma Pablo, e mi spaventava nonostante sapessi che era il trucco".
Per Javier Bardem è stato essenziale calarsi così tanto nel personaggio. "Mi interessava entrare nella mente di questa persona, che veniva definita un padre amorevole e allo stesso tempo creava così tanto orrore e terrore", ha spiegato l'attore, "Ho tentato di avvicinarmi il più possibile a questa contraddizione, a questo personaggio reale che è stato odiato ma anche amato da tante persone. Trasformarmi anche fisicamente in lui era importante per vivere il personaggio ma non l'ho mai portato fuori dal set, non era piacevole essere Escobar". Anche Penelope Cruz ha studiato molto per calarsi nei panni di Virginia Vallejo. "Avevo molte ore di materiale su di lei, molte interviste fatte da lei o a lei. E poi avevo il libro", ha detto l'attrice, "E dovevo entrare nel personaggio senza pregiudicarla con la mia opinione. Perché ovviamente io ho un'opinione su di lei e sul suo comportamento. Il cinema non deve cambiare il mondo ma comunque si ha una responsabilità. E credo che sia il regista che noi siamo riusciti a fare quello che volevamo, non mostrare violenza gratuita come in un videogame, non mostrare il mondo del narcotraffico come qualcosa di attraente. Volevamo mostrare un dolore, un dolore reale".

Al momento non c'è ancora una data d'uscita per il film.
-

Terzo film italiano in Concorso, i Manetti Bros portano al festival il loro Ammore e Malavita.

Ammore e Malavita si collega col precedente lavoro dei due registi romani, Song’e Napule, che stavolta s'immergono ancora di più nella musica creando un vero e proprio musical, un genere decisamente atipico nel panorama italiano.

Protagonista del film è Giampaolo Morelli che interpreta Ciro, un ragazzo di borgata che crescendo si trasforma in un killer e che insieme al fratello Rosario (Raiz) lavora per una coppia di camorristi, Don Vincenzo (Carlo Buccirosso che nel film ha due ruoli) e Donna Maria (Claudia Gerini). Quando Donna Maria elabora un piano per sparire dalla circolazione insieme al marito e a una serie di diamanti, un povero commesso (sempre Carlo Buccirosso) uguale identico a Don Vincenzo viene fatto fuori e messo nella bara al suo posto. Un'infermiera però vede il vero boss vivo e vegeto, così Don Vincenzo affida a Ciro il compito di eliminarla. Quando Ciro si trova davanti all'infermiera però la ragazza di cui era innamorato da ragazzo, la sua fidanzatina. Questo scatena una serie di conseguenze che porteranno a un regolamento di conti.

Ammore e Malavita è un mix di sceneggiata napoletana, thriller e commedia, che ha convinto la stampa e la critica.
"Il film è un modo diverso di vedere e raccontare la città", ha spiegato Marco Manetti, "È il nostro sguardo su Napoli, quando ci andiamo vediamo sì una città piena di problemi ma anche di arte, cultura. Napoli viene spesso raccontata come una cartolina che sia la cartolina del Golfo oppure quella delle Vele di Scampia, noi prendiamo simpaticamente in giro questa moda di raccontare la città solo attraverso il suo lato negativo".
Nel cast un ottimo Carlo Buccirosso, felice del suo doppio ruolo e del destino di uno dei due personaggi. "I Manetti mi hanno fatto finalmente morire", ha scherzato l'attore, "e morendo cantando mi hanno fatto sdrammatizzare la morte. Sono convinto che la sdrammatizzazione sia il tema del film". Entusiasta del ruolo anche Claudia Gerini, che ha dovuto studiare il napoletano per fare il film: "Imparo facilmente le lingue, ho studiato molto perché non volevo che il mio napoletano risultasse caricato. Ho lavorato anche sulla gestualità e sottolineando le origini del mio personaggio, che sono umili. E’ la serva che sposa il padrone, ma non è un matrimonio di interesse. Lo ama davvero. [...] È stato stupendo cantare e ballare, la scena musical è stata girata in una nottata pazza in cui ho fatto la spaccata quindici volte".

Il film sarà nelle sale il 5 ottobre.

martedì 5 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 7

Il settimo giorno sul festival si abbatte il ciclone Darren Aronofsky con il suo controverso film Madre!.

Il film racconta di una coppia che si trasferisce in una isolata casa di campagna. Lui (J.Bardem) è uno scrittore a corto di idee, lei (J.Lawrence) è molto più giovane di lui e si è dedicata anima e corpo alla ristrutturazione e alla sistemazione della casa che era andata distrutta a causa di un incendio. Una sera si presenta alla porta un medico (E.Harris) in cerca di alloggio. L'uomo, "lui", gli offre subito ospitalità andando contro il parere della moglie. Poi alla porta si presenta anche la moglie del medico. La presenza di questi ospiti sconosciuti fa piombare la donna in una spirale di paranoia e dà il via a una serie di eventi disastrosi e apocalittici.

Un film complicato, estremo, disturbante, duro, Mother! un film di difficile collocazione: è dramma, thriller metafisico e onirico, con sfumature bibliche, è anche un horror demoniaco e cannibalesco, ma con un messaggio ambientalista all'interno. Sicuramente Madre! è un film di grande impatto anche se quello che ha avuto sulla sala stampa non è stato molto positivo. Alla fine della proiezione gli applausi sono stati pochi, ci sono stati soprattutto fischi e addirittura qualche contestazione, con tanto di "buu" (da parte di gente maleducata). In realtà le recensioni del film non sono state tutte negative, la critica si è divisa in modo piuttosto netto, tra chi l'ha davvero detestato e chi invece l'ha accolto in modo positivo (più all'estero che in Italia).
Darren Aronofsky ci aveva visto lungo, nei giorni scorsi aveva avvertito sugli effetti che il suo film avrebbe potuto provocare ("dopo molte persone non vorranno più guardarmi in faccia"), e infatti il regista non si è minimamente scomposto di fronte ai fischi. "Leggo i giornali e cerco di capire. Poi stasera è luna piena e questo film è il mio urlo alla luna. Vederlo è come andare sulle montagne russe, se non siete pronti, lasciate perdere", ha risposto tranquillamente Aronofsky.

Ma come è nata l'idea di un film del genere, Darren Aronofsky ha raccontato che è nata dopo un viaggio nell'Antartico e l'incontro con una scrittrice nativa, e a causa di un "sogno febbricitante". "Ci ho messo degli anni per realizzare tutti i film che ho fatto, per 'Il Cigno Nero' ce ne ho messi addirittura dieci", ha raccontato il regista, "mentre questo film è uscito fuori di me in cinque giorni. La storia è stata il frutto di un sogno febbricitante pensando al nostro pianeta come a una casa che stiamo distruggendo. Questo è un film nato dalla rabbia di vedere cosa succede all'unica casa che abbiamo e non poter far nulla". Il messaggio ambientalista (tema ricorrente in questo festival) è quindi al centro del film, nascosto sotto strati di generi diversi. "Tutto il film è una metafora e la casa per tutti noi è come un regno inviolabile, anche se poi siamo tutti pronti a violare le casa altrui", ha dichiarato il regista, "Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia. Però non è un caso che all'inizio del film ci sia la citazione del numero 6, che simboleggia il sesto giorno della Bibbia".
Non solo ambiente però, il film è anche una lotta tra uomo e donna. "Questo film si presta a molte letture e Darren mi ha invitato a scegliere quella che preferivo", ha dichiarato Javier Bardem che nel film interpreta "lui".

Protagonista è Jennifer Lawrence, in un ruolo senza nome (ma è lei la "madre" del titolo) e molto difficile. "Per me stato un ruolo completamente diverso da quelli che ho fatto in passato", ha dichiarato l'attrice, "mi ha tirato fuori qualcosa che non conoscevo di me. Ci sono voluti tre mesi di prove per metterlo a punto. E' stato difficile, come attore cerchi di trovare l'essenza del tuo personaggio, ma è stato bello". Ruolo oscuro e diverso dal solito anche per Michelle Pfeiffer, che sul suo personaggio ha dichiarato: "Io sono un'altra versione della 'madre' ma con più esperienza e cerco di svegliare la giovane padrona di casa, di farle capire che c'e qualcosa che non va nel suo paradiso. Quando ho letto la sceneggiatura mi sono un po' spaventata all'idea di interpretare questo ruolo. Ma sono una grande fan di Darren, desideravo veramente lavorare con lui, e lavorare con questi attori è stata un'opportunità incredibile". Grandi complimenti da parte di Michelle Pfeiffer verso la sua giovane collega Jennifer Lawrence: "Ho adorato lavorare con Jennifer. Prima di tutto è divertentissima, intelligente, simpatica, e ha anche un talento incredibile. Ha una grande disinvoltura con il suo lavoro, che ammiro molto. Vorrei averla anche io!".

Il film sarà nelle sale dal 28 settembre.
-

Al festival è arrivato anche il grande Jim Carrey, per presentare (Fuori Concorso) il documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a very special, contractually obligated mention of Tony Clifton, che racconta il backstage del film Man on the Moon.

Era il 1999 quando Jim Carrey, stella comica indiscussa, regalava al mondo una delle sue interpretazioni più riuscite e commoventi (e anche sottovalutate) della sua carriera, quella del comico Andy Kaufman e del suo alter ego Tony Clifton nel film di Milos Forman Man on the Moon. Durante la lavorazione di quel film è stato proprio Jim Carrey (perennemente in parte anche a telecamere spente) a voler riprendere il backstage, ed è stato sempre lui oggi a raccogliere quel materiale e farne un documentario, che è stato diretto da Chris Smith.

Un Jim Carrey molto sincero quello visto durante la conferenza stampa, ma che comunque non ha mancato di fare qualche battuta delle sue (come quando si è sfilato le cuffie ha detto che l'interprete gli aveva dato dello stronzo). Poi Carrey ha iniziato a raccontare della lavorazione di Man on the Moon e di come sia sia totalmente annullato nel personaggio di Andy Kaufman e del suo alter ego aggressivo e volgare Tony Clifton. "Il vero artefice di questo documentario è Andy", ha raccontato l'attore, "Il suo impegno e il suo lavoro sono ciò che ha reso possibile il mio annullamento, la scomparsa totale di Jim da quel set. In fondo, non esistiamo né io né Andy. Entrambi interpretiamo dei personaggi e io ho sempre avuto l'impressione che qualcuno stia interpretando me da quando sono nato. Certo, quella di Man on the Moon è stata un'esperienza particolarmente intensa, quasi psicotica. Ricordo che una volta dovevo parlare con Ron Howard per discutere alcuni dettagli del copione de Il Grinch, che avrei girato dopo, e Ron al telefono non ha parlato con me, ma ha sempre parlato con Andy. Quindi possiamo dire che Andy Kaufman ha gettato la sua influenza anche sul Grinch".

"Chris [Smith] è stato bravissimo", ha detto Jim Carrey, "non solo a fare una sorta di retrospettiva su Andy ma anche a mostrare l’effetto che questa ha avuto su di me e l’influenza che ha avuto sulla mia identità. Soprattutto è stato bravo a non vedermi solo come un personaggio o come uno che fa le smorfie... non mi ha mai visto solo come The Mask".

Un ultimo pensiero Jim Carrey l'ha avuto per uno dei suoi idoli, quello a cui deve di più, Jerry Lewis, la cui morte ha colpito molto l'attore. "Jerry Lewis era un genio e ci ha dato tutto", ha dichiarato l'attore, "Io sono sempre colpito da tutti i comici ma non solo da loro. Marlon Brando ad esempio era un grande comico. Questo perché i veri artisti hanno tutto dentro di loro".

lunedì 4 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 6

Nel sesto giorno di festival arriva un film che mette d'accordo tutti. Presentato in Concorso Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, con una straordinaria Frances McDormand protagonista.

Il film di McDonagh è una dark comedy che racconta le vicende di una madre molto determinata a cercare giustizia per l'omicidio della figlia. Dopo mesi dal tragico fatto, la polizia è ferma nelle indagini, così Mildred Hayes (F. McDormand) decide di agire e di scagliarsi contro la polizia. Così la donna noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sulla strada per entrare in città sui quali scrive messaggi polemici ed espliciti contro le forze dell'ordine, in particolare contro il capo della polizia William Willoughby (W.Harrelson). Willoughby non se la prende e prova a dialogare con la donna, ma quando i cartelli cominciano a prendere di mira il violento e immaturo vice capo Dixon (S.Rockwell), la situazione inizia a precipitare, tra aggressioni, schiaffi, calci e insulti molto coloriti.

Un vero colpo di fulmine quello tra la stampa e il film, al termine della proiezione si è levato l'applauso più lungo e sentito di tutto il festival. Serio, tosto, amaro e divertente, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ha convinto e conquistato. Un'ovazione ha accolto regista e cast all'ingresso della sala stampa, tanti applausi soprattutto per Frances McDormand, che ora tutti sperano di vedere con la Coppa Volpi tra le mani.

"Per questo personaggio mi sono ispirata a John Wayne", ha spiegato l'attrice, particolarmente euforica durante la conferenza stampa, "Come figura iconica resiste alla prova del tempo. Io adoro John Wayne, ho preso tanto da lui per costruire Mildred, il suo sguardo, come si muove, soprattutto dal personaggio di Ethan Edwards di 'Sentieri Selvaggi'. Lui era un uomo antipatico, razzista, violento, ma alla fine riuscivi a empatizzare con lui e pure a volergli bene". Frances McDormand ha poi elogiato il regista. "Martin è molto bravo a fare cinema malinconico e divertente, che fa piangere e ridere allo stesso tempo, quindi è un piacere lavorare con lui. Poi, la sceneggiatura è fantastica", ha detto l'attrice che però all'inizio ha avuto qualche dubbio sul film. "Ho ricevuto questo script a 58 anni", ha raccontato Frances McDormand, "e non credevo che una donna avrebbe avuto dei figli così tardi. Ho chiesto di trasformarla in una nonna, ma il regista non voleva perché era convinto che una nonna non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Poi mio marito mi ha detto di smetterla di discutere con Martin e accettare la parte". Ringraziamo Joel Coen per averla convinta.
Complimenti all'attrice anche da parte di Woody Harrelson. "È bellissimo lavorare con Frances, è come tirare boxe con uno veramente bravo. Ci siamo tanto divertiti. Il copione era eccellente, tutto era già ricco e definito in sceneggiatura", ha detto l'attore

Il film mostra un'America arrabbiata, chiusa, razzista e xenofoba (anche se stavolta il nome del presidente USA non è venuto fuori). "Questo non è un film sul razzismo e la violenza in una cittadina in America", ha spiegato Martin McDonagh, "quello che mi interessa  raccontare è una storia, non il luogo. Razzismo e xenofobia capitano in tutto il mondo, non soltanto negli Stati Uniti. [...] Nel film non ci sono personaggi cattivi, buoni, ognuno alla sua storia, un percorso. Per esempio, tra Willoughby e Mildred c’è un rapporto molto particolare, sono arrabbiati e si confrontano, tutti i due hanno ragione, eppure si vede che si rispettano e si vogliono bene. Mi piace questo tipo di rapporto". La storia del film è ispirata a un fatto realmente accaduto, come ha spiegato il regista: "Mentre ero su un bus in viaggio per l’America ho visto dei cartelloni simili, era qualcosa di doloroso e tragico, e mi sono chiesto chi avrebbe potuto mettere dei cartelli così dolorosi e in cui era evidente tutta la rabbia".
Nel ruolo dell'immaturo e aggressivo vice capo c'è l'attore Sam Rockwell, che sul suo personaggio ha dichiarato: "per costruire il mio personaggio ho visto tanti episodi di Cops. E' un bellissimo show! Poi, mi sono reso conto che i poliziotti non sono uno stereotipo, non si può generalizzare, così ho cercato di catturare tutte le sfumature".

Infine, qualcuno ha azzardato un parallelo tra la Mildred di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e la Margo di Fargo, ruolo con cui Frances McDormand ha vinto l'Oscar nel 1997. E la risposta dell'attrice è stata: "Penso che mi porterò Margo addosso fino alla tomba. Lei mi seguirà per tutta la vita, sarà pure nel mio epitaffio!".

Il film sarà nelle sale USA a ottobre, in Italia arriverà a gennaio.
-

Presentato in Concorso il secondo film italiano. Si tratta di Una Famiglia, di Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel.

Una storia difficile che racconta di una coppia coinvolta nel traffico di neonati. Lei, Maria (M.Ramazzotti), è una donna plagiata dal marito, Vincenzo, più grande di lei e completamente dominante nei suoi confronti. Lei concepisce e fa nascere bambini che poi verranno venduti a coppie sterili (o in un caso specifico a una coppia di omosessuali) per cinquantamila euro. Maria fin da subito è contraria a questo traffico ma per amore verso il marito lo asseconda e ne diventa complice, fino al momento in cui decide di voler smettere.

Il film è stato accolto in modo molto freddo dalla stampa, pochi applausi, qualche buu, ma il regista se lo aspettava, vista il tema delicato."Ogni film cambia a seconda di chi lo guarda", ha dichiarato Sebastiano Riso, "Una Famiglia non vuole essere rassicurante, e non è un film sull'utero in affitto, parla del rapporto di coppia tra un uomo e una donna, che vacilla quando viene a mancare la fiducia tra loro e quando Maria comincia a disobbedire. E' una storia che si interroga sul concetto di famiglia oggi nel nostro Paese, e quanto sia difficile adottare un bambino in Italia, sia che tu sia single, omosessuale o semplicemente un marito e una moglie che non hanno ottenuto i requisiti".

Protagonista del film una brava Micaela Ramazzotti che descrive così il suo personaggio: "Maria non ha nessuno al mondo oltre a quell'uomo, che per lei è un marito, un fratello, un amico, un amante, un padrone, un carceriere. È schiava di un progetto che non ha deciso ma ha accettato. È talmente innocente, buona e succube da diventare complice di un criminale. Quando manderà all'aria questo susseguirsi di sesso, gravidanze, espulsione del bambino, vendita, solo allora sarà libera". Tra l'attrice e il regista c'è da tempo un rapporto di grande stima. "Sebastiano ha un entusiasmo verso di me che mi commuove", ha raccontato l'attrice, "Gli attori hanno sempre un'autostima molto bassa e invece alla fine della giornata di riprese io ero alle stelle per come mi faceva sentire: bella e bravissima. Arrivavo a casa la sera e pensavo di essere 'come Meryl Streep', poi mi davo dell'idiota da sola".

Il film sarà nelle sale dal 28 settembre.

domenica 3 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 5

Una domenica di festival segnata dai grandissimi attori, in Concorso Helen Mirren e Donald Sutherland, protagonisti del film di Paolo Virzì The Leisure Seeker, e Judi Dench, protagonista di Victoria & Abdul, nuovo film di Stephen Frears.

Primo film americano per Paolo Virzì, The Leisure Seeker (Ella & John), è un road movie tratto dal romanzo ‘In viaggio contromano’ di Michael Zadoorian. Al centro della storia una coppia di anziani (Mirren e Sutherland), marito e moglie, lui non sempre presente a causa di un Alzheimer progressivo, lei malata di cancro all'ultimo ma lucidissima mentalmente. I due partono e si regalano un viaggio dal Massachusetts a Key West sul loro vecchio camper anni '70, non solo una vacanza ma una fuga, decisa proprio quando i figli della coppia, ormai adulti, hanno deciso di far ricoverare la donna.

Risate e commozione in pieno stile Virzì, con una coppia di attori che già vengono dati come possibili vincitori della Coppa Volpi per le interpretazioni. Grandi applausi alla fine della proiezione e anche all'ingresso del cast nella sala stampa, anche se non tutte le recensioni sono state positive (negativa quella di Variety ad esempio), ma il film in generale è piaciuto.

"I miei amici produttori e co-sceneggiatori, Stephen Amidon, Francesca Archibugi, Francesco Piccolo , mi hanno convinto a intraprendere l’impresa", ha dichiarato Paolo Virzì riguardo la sua trasferta americana, "Non avevo alcun progetto di emigrazione, mi sento italiano e sono felice di appartenere alla comunità dei cineasti italiani". Lavorare con due miti del Cinema è stato un sogno per il regista. "Ho chiesto di avere Helen e Donald nel cast... come a dire "figurati se lo fanno!". Incredibilmente hanno accettato entrambi", ha raccontato Virzì, "Lui subito, lei dopo un momento di esitazione. So che amano l’Italia, avendo già lavorato qui, sono due creature meravigliose che hanno avuto una grande pazienza con il mio 'broken english'. Così ho fatto questa pazzia americana!". Sul messaggio del film il regista ha poi dichiarato: "il mio è un film sulla libertà di scegliere la propria vita, in questo caso insieme, fino all'ultimo istante".

"Questo è incontrovertibilmente un film di Paolo Virzì", ha dichiarato Dame Helen Mirren, "Ha portato la sua sensibilità, il suo humour, la sua umanità. questa riflessione sulla vita mi tocca da vicino, è vicino a quello che vorrei fare io. Arrivare alla fine della vita ma viverla con energia e piacere, spero di poter mantenere questo spirito fino alla fine dei miei giorni come Ella... certamente lo faccio ora. Voglio arrivare a una morte più piena di vita possibile". Virzì ha colpito subito anche Donald Sutherland, che sul regista ha dichiarato: "Quando Paolo è venuto da me non l'ho visto come italiano, anche se quando parlava italiano non capivo una parola! a me lui è sembrata una persona universale. Ha una visione straordinaria della verità".

Entrambi gli attori hanno un rapporto particolare con l'Italia e il Cinema Italiano, entrambi hanno già lavorato con registi italiani, inevitabile quindi una domanda al riguardo. "Io ho girato proprio qui a Venezia", ha ricordato Donald Sutherland, "'A Venezia... un dicembre rosso shocking' e poi 'The Italian Job'. E’ una città difficile in cui girare. Poi ho fatto 'Novecento' a Parma e 'Casanova' con Fellini a Cinecittà. Sono film che hanno contribuito a formare l’immagine del cinema italiano che abbiamo nel mondo, e ci siamo sentiti parte del cinema italiano anche stavolta". "Per quanto riguarda poi il mio rapporto con il cinema italiano", ha continuato Helen Mirren, "quando ci penso, penso a 'La strada' di Fellini, o a uno dei primi film che io abbia mai visto in vita mia, 'L’avventura' di Antonioni. Che onore poter incontrare finalmente Claudia Cardinale. Amo Monica Vitti, Sofia Loren e soprattutto Anna Magnani, è la mia dea".

Il film in Italia uscirà a gennaio 2018, mentre negli USA sarà nelle sale a dicembre, in tempo per poter rientrare nella corsa agli Oscar.
-

Fuori Concorso, un'altra attrice gigantesca, Dame Judi Dench protagonista della nuova commedia di Stephen Frears, Victoria & Abdul, in cui interpreta nuovamente una regina.

Il film racconta una storia vera che è stata tenuta segreta per quasi un secolo, cioè la storia dell'amicizia tra la regina Vittoria e un servitore indiano, Abdul Karim, che diventò suo consigliere e amico, suscitando scandalo e grande indignazione nella famiglia reale, soprattutto nel figlio della regina.

In questo film Judi Dench ha ripreso il ruolo della regina Vittoria, già interpretata ne La mia regina (in cui si parlava dell'amicizia tra la regina e lo stalliere scozzese John Brown). "Non mi sarei mai aspettata di tornare a fare questo ruolo ma avevo ancora molto affetto per questo personaggio", ha raccontato l'attrice, "Vedo questa storia come una sorta di continuazione di quel film. E' sì una storia d'amore ma molto più complessa. Riguarda la gioia di potersi sentire totalmente rilassati con qualcuno, senza nessuno che impone il cerimoniale, poter parlare liberamente e imparare qualcosa. Per gran parte della sua vita aveva avuto un bisogno di condivisione che prima era stato assolto dal marito e poi da John Brown. Quando Brown è morto lei si è trovata completamente sola".
Un altro motivo che ha convinto l'attrice ad accettare il film è stata la presenza di Stephen Frears, un regista con cui l'attrice ha già lavorato in altri due film. "La sceneggiatura era bellissima e lavorare ancora con Stephen era per me una proposta irresistibile".

"Volevo fare un film divertente, semplicemente un film che sarebbe piaciuto a Donald Trump", ha dichiarato ironicamente Stephen Frears, visto che il film parla del rapporto tra una potente sovrana e un umile musulmano, "Credo che sia un film irriverente ma ho sempre pensato dovesse essere anche divertente".

Il film ha avuto una buona accoglienza da parte della stampa. Il film uscirà nelle sale italiane il 26 ottobre.

sabato 2 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 4

Il protagonista del quarto giorno è uno che in Italia e al Festival di Venezia è di casa, si tratta di George Clooney, che porta in Concorso il suo ultimo lavoro da regista, Suburbicon.

Commedia nera nata dalla mente dei fratelli Coen, e firmata anche da Grant Heslov e dallo stesso Clooney, la storia è ambientata nella cittadina di Suburbicon, un pacifico sobborgo degli anni '50, tra case color pastello e giardini curati. La gente che vive a Suburbicon è tranquilla e riservata, il più riservato di tutti è il protagonista Gardner Lodge (M.Damon), che vive con la sua famiglia in una di quelle perfette villette. Una perfezione che s'incrina quando nel quartiere arriva la prima famiglia afroamericana, ma il signor Lodge ha ben altro a cui pensare. La sua tranquilla vita viene messa sottosopra da una violazione di domicilio, quattro uomini entrano in casa e addormentano lui e tutta la sua famiglia. La legge si rivela troppo lenta, e mentre il quartiere erige muri per evitare che i cittadini bianchi siano disturbati dalla vista della famiglia afroamericana, il signor Lodge decide di farsi giustizia da solo, finendo in una spirale di violenza e vendetta che rivela la maschera ipocrita di quella falsa perfetta periferia americana.

Un film molto attuale quello di George Clooney e l'attore durante la conferenza stampa non tira indietro la gamba quando parla degli USA di Donald Trump. "Una nuvola nera incombe sull'America", ha dichiarato l'attore, "Abbiamo iniziato a lavorare a questo film quando Trump ha iniziato la sua corsa politica e nei suoi discorsi elettorali parlava di costruire barriere, di fare di nuovo grande l'America. Queste problematiche purtroppo non sono mai morte negli Usa". Suburbicon comunque è una commedia nera, Clooney ci tiene a precisarlo. "Non volevamo fare polemiche o una lezione civica", ha spiegato l'attore, "il nostro intento era far ridere ed essere cattivi, ma è evidente che se vai negli Stati Uniti trovi un Paese che non è mai stato così arrabbiato. Io continuo a essere ottimista ma quello che sta succedendo negli USA necessita di una profonda riflessione".
Non un film politico quindi, ma un film che, nonostante sia ambientato nel 1959, riflette molte questioni attuali, come quella razziale e dell'integrazione. Parallela alla storia del protagonista, nel film è stata inserita la vicenda di una famiglia afroamericana che per quanto assurda non è inventata ma reale, William e Daisy Myers sono realmente esistiti, erano una coppia di neri che nel 1957 si trasferirono a Levittown scatenando una rivolta razziale. "Stiamo scontando ancora il nostro peccato originale: la schiavitù", ha detto Clooney, "La petizione che a un certo punto viene letta nel film, in cui si dice 'siamo per l'integrazione solo nel momento in cui i negri si saranno educati', non l'abbiamo scritta noi, è un documento vero. Il nostro non è un film su Donald Trump ma sulla sottigliezza con cui striscia sul razzismo". "Suburbicon rappresenta questo", gli fa eco Matt Damon, "il mio personaggio si aggira in bicicletta per il quartiere, di notte e pieno di sangue, tanto sa che non daranno la colpa a lui, ma ai neri".

Parlando del film, Matt Damon e Julianne Moore (che interpreta sia la moglie di Damon che la cognata) hanno dichiarato di essersi divertiti molto. "Sono stata contenta di poter interpretare due ruoli", ha detto Julianne Moore, "E' molto interessante capire come la vita di una sorella si ripercuote su quella dell’altra. Il mio personaggi invita suo nipote bianco a giocare con il bambino nero. E l’unica che lo fa. Perché lei sa cosa vuol dire essere emarginata. Non ha niente, mentre sua sorella ha tutto, ha la famiglia fantastica che voleva avere". Per Matt Damon non è stata certo la prima volta sul set con l'amico George Clooney. "Girare il film è stato molto divertente", ha detto l'attore, "è il settimo o ottavo set che divido con George. Mi ha chiamato dicendomi che sarebbe stata una parte mai fatta da me finora, ho dovuto spingermi oltre. Con George ormai ho capito come lavorare: quando dà un’indicazione basta fare il contrario e tutto va a meraviglia".
Nel cast c'è anche Oscar Isaac, in un ruolo che i Coen avevano scritto proprio per Clooney. "Non mi piace dirigermi da solo, è faticoso, e poi Oscar è stato bravissimo e io non avrei saputo fare di meglio", ha detto l'attore.

A George Clooney è stato chiesto anche se avesse mai fatto un pensierino su una possibile candidatura come Presidente degli USA. Domanda ha cui l'attore ha risposto in modo semi-serio: "In questo momento, chiunque abbia voglia di farlo è benvenuto. Sembra un lavoro divertente". "Chiunque sarebbe meglio di quello attuale", ha chiuso il discorso Matt Damon.

Suburbicon sarà nelle sale italiane il 14 dicembre.
-

Presentato Fuori Concorso quello che il direttore Alberto Barbera ha definito il "film più violento del festival". Si tratta del prison movie Brawl in Cell Block 99, diretto da S. Craig Zahler.

Bradley Thomas (V.Vaughn) è ex pugile, ex alcolizzato, alto quasi due metri e una grossa croce tatuata sulla nuca, che viene licenziato dall'officina in cui lavora, lo stesso giorno in cui scopre che la moglie lo tradisce. Dopo aver distrutto a mani nude l'auto della donna, stringe con lei un nuovo patto. Dopo diciotto mesi sembra andare tutto bene, Bradley sta per diventare padre quando viene arrestato per colpa di un gruppo di messicani partner d'affari. L'uomo è pronto a scontare la sua pena senza fare problemi ma un ricatto lo costringerà a tirare fuori il peggio di sé per riuscire a farsi rinchiudere nel carcere di massima sicurezza Block 99.

"Il personaggio di questo film, Bradley Thomas, ha un sacco di violenza dentro di sé. Deve cercare di trattenerla, ma quando la rilascia è persino superiore a quello che credeva lui stesso. Una sorta di esperienza catartica", ha dichiarato il regista.
Protagonista del film è Vince Vaughn, in un ruolo molto diverso da quello in cui siamo abituati a vederlo. "Non credo siano scomparse del tutto le commedie dalla mia vita", ha dichiarato l'attore, "ma ho avuto la fortuna di trovare altri percorsi e sono molto contento".

venerdì 1 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 3

Al festival è il giorno del Leone d'Oro alla carriera, quest'anno doppio Leone per premiare due attori tanto bravi, tanto amati, impegnati e mitici: Robert Redford e Jane Fonda.

I due attori sono arrivati al Lido non solo per ricevere un meritatissimo Leone d'Oro alla carriera ma anche per presentare il film Our Souls at Night, in cui tornano a recitare fianco a fianco per la quarta volta. C'è stato il film La caccia (1966), Il cavaliere elettrico (1979), ma soprattutto il delizioso A Piedi Nudi nel Parco, che usciva nelle sale nel 1967, esattamente 50 anni fa.

In Our Souls at Night, i due attori si rincontrano per una storia d'amore tra due anziani vedovi che vivono uno di fronte all'altro e iniziano a condividere la propria solitudine riuscendo a darsi una seconda possibilità. Una storia d'amore molto semplice sorretta dall'intesa e dalla rodata chimica tra i due attori.

La conferenza stampa è stata un susseguirsi di aneddoti e battutite tra i due, che si conoscono benissimo e sanno come imbeccarsi. Robert Redford, anche produttore, ha voluto fortemente questo film, per tre ragioni: "per un pubblico maturo in un business, quello cinematografico, che si rivolge principalmente ai ragazzi. Perché volevo raccontare una storia d'amore. Ma soprattutto perché volevo fare ancora un film con Jane prima di morire". "Il senso di questa storia è che non è mai tardi", ha spiegato Jane Fonda, "Se hai coraggio fai il salto di fede e puoi sempre diventare la persona che avresti dovuto essere. Anche come genitore. Adoro questa donna che prende l'iniziativa e che accetta di fare i conti con suo figlio: in punto di morte, non conta quanti premi hai avuto o quanti soldi hai, ma se sei stata capace di amare i tuoi figli e fatto per loro quanto hai potuto".

I due attori hanno giocato molto sull'eterna attrazione tra di loro, attrazione che non è mai tramontata e che nell'immaginario della gente si è materializzata nella commedia A Piedi Nudi nel Parco, di cui ovviamente si è parlato, visto il 50° anniversario.
Jane Fonda ha raccontato: "L’ho baciato a 20 anni e ora a quasi 80". "Quasi?", l'ha interrotta Redford che gli 80 gli ha già passati. "Parlavo di me", ha risposto subito l'attrice, che poi ha continuato: "Baciare Robert a vent'anni è stato bello come a ottanta. Ho fatto delle fantasie su di te, non te l’avevo mai detto? Tante cose non ho detto riguardo alla preparazione di quel film...". "E le devi dire qui in pubblico?", ha risposto Redford, in uno scambio che sembrava uscito proprio da A Piedi Nudi nel Parco. "Eravamo negli studi della Paramount per il film e stavamo camminando nel corridoio di un ufficio, e tutte le segretarie si affacciavano e si dicevano ‘sta arrivando lui, guarda!’", ha raccontato Jane Fonda, "Mi sono detta che sarebbe diventato un grande divo, lo si sentiva nell'aria, nella reazione che suscitava nelle donne. Era meraviglioso passare del tempo con lui. Durante A Piedi Nudi nel Parco non riuscivo a staccargli le mani di dosso!". Complimenti ricambiati da Robert Redford, che della sua collega e amica ha detto: "la nostra unione artistica è lunga e arriva fino a oggi. Le cose con Jane sono sempre andare perfettamente al loro posto, non c’era bisogno di prepararci o discutere a lungo. Non c'è bisogno di spiegazioni. C’è amore, connessione, contatto".

Entrambi gli attori sono da sempre molto impegnati politicamente ma in questa occasione non c'è stato modo di parlare di politica (con grande delusione da parte di alcuni giornalisti), ma Robert Redford ha comunque lasciato il suo pensiero su un tema di cui si è discusso molto in questi primi tre giorni di festival: l'ambiente. "Qui dico solo che dobbiamo preoccuparci di cosa lasciamo alle prossime generazioni, abbiamo un solo pianeta e dobbiamo preservarlo", ha detto semplicemente Redford.

Il film Our Souls at Night sarà disponibile su Netflix dal 29 settembre.
-

Presentato in Concorso un film molto atteso, si tratta di Human Flow, documentario diretto dell'artista e attivista cinese Ai Weiwei.

Il film, di grande impatto visivo, è stato girato in 23 paesi diversi, dall'Iraq alla Grecia, dal Messico all'Afghanistan, e racconta l'immenso flusso migratorio di questi anni. Ai Weiwei si è immerso tra i migranti, gente che scappa dalla guerra senza niente, senza cibo, senza vestiti, a piedi o sui barconi, mettendo in pericolo la propria vita e quella della propria famiglia per sfuggire da un pericolo ancora più grande.

"La speranza dei migranti sta tutta negli occhi dei loro bambini, ma anche nel coraggio e nella fantasia. Se c'è quest'ultima allora si può essere ottimisti. E' per questo che continuo a fare l'artista, perché la fantasia è l'unico modo di alimentare la speranza", ha dichiarato l'artista che nel documentario appare in prima persona. "Io faccio parte dei rifugiati e loro sono parte di me. Per me non è difficile essere come loro. E la loro condizione non mi provoca tristezza", ha dichiarato ancora Ai Weiwei, "La cosa più bella della natura umana è poter mettersi nelle condizioni altrui. Mi è accaduto quando avevo il blog nel 2005: mai avrei potuto pensare che qualcuno avrebbe potuto avere interesse per quello che succedeva a me. Penso sia la cosa più bella della comunicazione. Qualcuno da qualche parte sente la tua voce e la riconosce".

Il film è stato accolto in modo contrastante, dividendo la critica.

Il documentario è stato prodotto in collaborazione con Rai Cinema, sarà nelle sale italiane dal 2 ottobre con 01.

giovedì 31 agosto 2017

Venezia 74 - giorno 2

Secondo giorno e al festival piomba Guillermo del Toro con il suo nuovo film The Shapes of Water, che fa il pieno di applausi e recensioni positive.

A undici anni da Il Labirinto del Fauno, il regista messicano torna al Festival di Venezia con un'altra storia fantasy dark, un romantico monster-movie in stile Del Toro.
Ambientato nel periodo della Guerra Fredda, la storia vede al centro il personaggio di Elisa (Sally Hawkins), una donna muta che lavora come donna delle pulizie in un laboratorio governativo che custodisce esperimenti top secret. Elisa non ha famiglia essendo orfana, ha un'amica, la collega Zelda (Octavia Spencer), e un vicino di casa (Richard Jenkins) con cui ha un rapporto quasi padre-figlia, è appassionata di scarpe e di musical. Un giorno scopre che nel laboratorio dove lavora viene tenuta prigioniera in cattività una misteriosa creatura anfibia su cui vengono svolti degli esperimenti. Elisa rimarrà subito affascinata da quell'essere dall'aspetto spaventoso ma dallo sguardo gentile con cui cercherà di stringere un legame.

Notevole il cast, con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Olivia Spencer e Michael Stuhlbarg.

"È difficile parlare di emozioni in questi tempi cinici ma i Beatles e Gesù non possono essersi sbagliati", ha dichiarato Guillermo del Toro, che poi ha fatto un parallelismo tra il suo film, ambientato durante la Guerra Fredda, e l'America di oggi, quella di Trump, "Il film è ambientato nel 1962 ma parla di oggi e affronta temi di grande attualità. Quando si usano slogan come ‘Facciamo di nuovo grande l’America’ ci si riferisce a quell'America lì, piena di promesse e di fiducia nel futuro, ma profondamente sessista e razzista come quella di oggi. Sono messicano, so cosa vuol dire essere visto come l’altro, questa creatura può essere divina o bestiale a seconda degli occhi di chi la guarda".
The Shape of Water è una favola fantasy ma per adulti, non una favola "puritana". "E' un film completo: si balla, si fa sesso e c'è anche una deriva politica, quella dell'amore che vince sulla paura", ha dichiarato il regista, "Non lo abbiamo approcciato in maniera puritana. Elisa fa sesso, si masturba, e tutto questo in modo naturale. Il dio-pesce non ha un nome, volevo fosse così. E' solo un essere che per molti è una cosa sporca e, per altri, un essere sacro".

Presenti a Venezia la protagonista Sally Hawkins, che molti già vedono come favorita per la Coppa Volpi, il premio Oscar Octavia Spencer e Richard Jenkins, tutti concordi sul fatto che se Del Toro chiama non puoi non dire sì. "Avrei interpretato anche una scrivania e invece ho avuto un personaggio ricchissimo", ha dichiarato Octavia Spencer.

Il film sarà nelle sale italiane a febbraio 2018.
-

Presentato in Concorso anche First Reformed, di Paul Schrader. Protagonista del film è Ethan Hawke, nei panni di un ex cappellano militare che beve e soffre molto, perseguitato dalla morte del figlio in guerra quando era stato proprio lui a spingerlo ad arruolarsi. L'ex-pastore vive in una chiesa-museo, sempre vuota a parte la presenza di qualche turista. L'uomo comincia a tenere un diario in cui annota tutte le sue angosce quando una giovane coppia - lei (Amanda Seyfried) incinta, lui ambientalista estremo con manie suicide - chiede il suo aiuto.

"Questo film ce lo avevo dentro da tempo. Quando ho capito che era il momento di scriverlo era già pronto dentro di me", ha detto il regista. Torna anche il tema ecologista, già affrontato dal film d'apertura del festival Downsizing, ma il pensiero di Schrader è decisamente più pessimista rispetto a quello di Payne: "L'umanità è la peggiore nemica della Terra, non sopravviverà a questo secolo" (...speriamo si sbagli!).

Se Amanda Seyfried all'inizio ha avuto paura del suo personaggio e dei risvolti della storia, Ethan Hawke si è trovato bene nel ruolo di un ex prete: "Mia nonna ha sempre avuto la sensazione, quando ero giovane, che sarei diventato un prete, sono cresciuto in un ambiente religioso. La vocazione non è mai arrivata ma interpretare un pastore è stata una grande occasione per me".
-

Fuori Concorso invece l'incontro tra due personaggi che, in modi diversi, hanno avuto a che fare con il diavolo. William Friedkin, regista de L'Esorcista, ha presentato infatti il suo documentario The Devil and Father Amorth, in cui racconta il vero esorcismo a cui ha assistito insieme a Padre Amorth, l'esorcista più famoso del mondo, scomparso lo scorso anno.

Ecco il racconto del regista e della sua incredibile esperienza. Merita di essere letto per intero.
"Un anno fa ero a Lucca, dove ho ricevuto il Premio Puccini per il mio lavoro nell'opera lirica. E Lucca era vicino a Pisa, non avevo mai visto la Torre Pendente così ho deciso di farci un salto. Poi ho scoperto che a Pisa c'era l'aeroporto e in un'ora avrei potuto essere a Roma. Così ho deciso d'impulso di contattare Padre Gabriele Amorth, che conoscevo da tempo, e ho chiesto di avere un giorno per andare a Roma. Conoscevo da tempo Padre Amorth, ma sapevo che era impegnatissimo. L'ho contattato e gli ho chiesto di poter assistere a un esorcismo. Lui mi ha detto che ci avrebbe dovuto pensare su perché non era molto convinto. Mi ha ammonito che non era uno scherzo, ma una questione molto delicata. Dopo aver ottenuto il suo assenso, gli ho chiesto di poter filmare l'esorcismo e alla fine ha accettato. Ho girato da solo con una camera a mano e senza luci.
Non avevo mai assistito a un esorcismo, per il mio film mi ero basato su rumor e mitologia, ma stavolta mi sono trovato di fronte a un evento senza precedenti. Nella vita ho visto tante cose incredibili, un rito voodoo in Giamaica, cerimonie religiose in Sud America, ma non ho mai creduto nell'autenticità dell'esorcismo finché non ho incontrato Padre Amorth. Sono uno scettico, ma sono convinto di aver visto qualcosa di autentico. Quella era la verità e sono uscito dalla chiesa spaventato a morte da quello che avevo visto. In macchina non ho parlato per mezz'ora.
Naturalmente non volevo realizzare un'enciclopedia dell'esorcismo. Ho contattato una serie di psichiatri, medici, un antropologo, ho scoperto che la psichiatria include l'esorcismo come cura a certe patologie mentali, ma a me interessava concentrarmi su questo esorcismo specifico, ancora più drammatico perché la famiglia dell'esorcizzata aveva perso la speranza visto che era la nona volta e nessun esorcismo aveva sortito l'effetto sperato. Io avevo la sensazione di essere in un posto pericoloso in cui Dio si manifesta in varie forme. Ero vicinissimo a Padre Amorth e con la mia camera ho ripreso una serie di cambi di personalità inspiegabili. Ci sono volute 4/5 persone per tenere ferma l'indemoniata.
Padre Amorth era un uomo divertente, dotato di humor. Non temeva il diavolo, io sì. Lui guardava al demonio con ironia, era dedito completamente al suo lavoro. Aveva fatto tanti esorcismi e ormai era in grado di cogliere il lato umoristico della cosa, non vedeva il diavolo come il signore del male, ma come un idiota".

Durante la conferenza stampa, il regista ha dichiarato che il film preferito di Padre Amorth era L'Esorcista. Vero o no, la cosa non stupirebbe.

mercoledì 30 agosto 2017

Venezia 74 - giorno 1

Apre alla grande la 74a Mostra del Cinema di Venezia, a dare il via alle danze è il nuovo film di Alexander Payne, Downsizing.

Tra fantascienza, ambiente e umorismo, Downsizing è ambientato in un futuro non molto lontano in cui il mondo sta morendo a causa dell'eccessivo consumo di energia da parte della popolazione sempre più numerosa. Per cercare di contrastare questo fenomeno, degli scienziati inventano un processo di rimpicciolimento che riduce l'altezza degli umani fino a farli diventare di dieci centimetri circa, così da avere a disposizione un minimondo dalle risorse praticamente illimitate e pochissimo spreco a livello mondiale. Il fisioterapista Paul Safranek (Matt Damon) decide di sottoporsi a questo processo insieme alla moglie (Kristen Wiig) che però si tira indietro proprio all'ultimo momento. Paul affronterà comunque il rimpicciolimento da solo e comincerà a vivere in un minimondo che sembra perfetto ma non lo è.

Oltre a Matt Damon e Kristen Wiig, il film vede nel cast anche il due volte premio Oscar Christoph Waltz, Jason Sudeikis, Hong Chau, Laura Dern e Neil Patrick Harris.

Downsizing inizia come film di fantascienza per poi continuare come commedia, ma senza dimenticare momenti romantici e commoventi. Un film che in modo "leggero" affronta argomenti di stretta attualità come il sovrappopolamento della Terra, i problemi ambientali, ecologici ed economici del nostro pianeta.
"Ci abbiamo lavorato per dieci anni", ha raccontato Alexander Payne, "e sicuramente molte cose ci sono finite dentro, anche perché il mondo di oggi non è lo stesso di allora. Ci interessava poi dare un sapore internazionale, ci sono personaggi asiatici come norvegesi, vedendo come la vicenda avrebbe echeggiato in giro per il mondo". Nel film c'è anche un messaggio politico e alcuni giornalisti della sala stampa non hanno potuto fare a meno di fare una domanda sull'attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (la cui politica ambientale è nulla). Il regista ha risposto tenendosi sul vago: "è difficile predire come la gente accoglierà il film. Non so cosa ne penserà chi ha votato Trump, facciamo film per tutti". Molto più diretto il commento di Matt Damon: "Trump non sta facendo nulla per l'ambiente. Sta solo distruggendo quello che ha fatto Obama. Che si può fare? Aspettare solo che se ne vada".

Parlando del film, Matt Damon ha elogiato il regista Alexander Payne. "Sarei pronto a recitare anche l’elenco del telefono per lui", ha detto l'attore, "credo che qualsiasi attore vorrebbe lavorare con lui. È estremamente meticoloso, fa 20 o 30 ciak se necessario e il mio compito è estremamente facile quando si lavora con un regista così. Downsizing è un film ottimista, il più ottimista di Alexander... e credo che dica molto di lui!".
Il regista è stato il motivo principale che ha spinto Kristen Wiig ad accettare il film, ma non solo: "Sapevo che Alexander era coinvolto, e io lo amo da tutta la vita. Credo che questo film faccia affermazioni reali sull'ambiente, e questo mi ha spinto ad accettare". "Gli argomenti sono seri, ma il film è soprattutto divertente, c'è humour fino alla fine", ha sottolineato l'attrice Hong Chau.
Sull'idea di rimpicciolirsi, se mai fosse possibile, Kristen Wiig però la pensa diversamente: "Più che rimpicciolirmi, io mi ingrandirei!".

Il film ha avuto una buona accoglienza ma non sono mancate alcune critiche, soprattutto per gli aspetti più politici della storia. Downsizing sarà nelle sale italiane dal 21 dicembre.
-

Conferenza stampa di presentazione anche per la giuria del Concorso, che vede come presidente una grande attrice come Annette Bening. Durante l'incontro con la stampa, l'attrice ha parlato di un tema molto caldo ad Hollywood: il sessismo.

"L'atteggiamento sessista ad Hollywood c'è, non ci sono dubbi, ma credo anche che le cose stiano cambiando", ha dichiarato l'attrice, "Come donne dobbiamo essere astute e creative. La maggior parte delle persone fanno fatica a farsi produrre film, a prescindere dal proprio sesso, e per quanto resistano atteggiamenti sessisti io penso che per prime le donne debbano fare film che piacciono a tutti e questo migliorerà ancora di più le cose. C'è tanta strada da fare, ma la direzione è quella giusta".
Alla domanda (piuttosto stupida) se cercherà o meno di far vincere il Leone d'Oro a una donna, l'attrice è stata chiara: "Non ho accettato l'incarico con questo atteggiamento".

E a proposito di donne, Annette Bening è presidente di una giuria divisa perfettamente a metà, ci sono infatti quattro donne, Jasmine Trinca, Ildikó Enyedi, Rebecca Hall e Anna Mouglalis, e quattro uomini Michel Franco, David Stratton, Edgar Wright, e Yonfan.

giovedì 27 luglio 2017

Venezia 74 - presentato il programma completo

E' stato presentato questa mattina il programma della 74a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, che si terrà dal 30 agosto al 9 settembre.

Tanti titoli interessanti, tante star attese, quattro film italiani in Concorso.
Ad aprire sarà Downsizing di Alexander Payne, uno dei due film che vedranno Matt Damon protagonista, l'altro sarà Suburbicon, nuovo film diretto da George Clooney su una sceneggiatura dei fratelli Coen.
Altri due titoli molto interessanti e molto attesi saranno The Shape of Water, fiaba dark di Guillermo del Toro, e Mother di Darren Aronofsky, con Jennifer Lawrence e Javier Bardem protagonisti.

Tra i quattro film italiani del Concorso, grande curiosità intorno a The Leisure Seeker, primo film in lingua inglese di Paolo Virzì che vede come protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland.

Presidente di giuria sarà Annette Bening. Ecco il programma completo.

CONCORSO
– Human Flow di Ai Weiwei
– Mother! di Darren Aronofsky
– Suburbicon di George Clooney
– The Shape of Water di Guillermo Del Toro
– L’insulte di Ziad Doueri
– La Villa di Robert Guediguian
– Lean On Pete di Andrew Haigh
– Mektoub, My Love: Canto Uno di Kechiche
– The Third Murder di Hirokazu Koreeda
– Jusqu’a La Garde di Xavier Legrand
– Ammore e Malavita dei Manetti Brothers
– Foxtrot di Samuel Maoz
– Three Billboard Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh
– Hannah di Andrea Pallaoro
– Downsizing di Alexander Payne
– Jia Nian Hua di Vivian QU
– Una famiglia di Sebastiano Riso
– First Reformed di Paul Schrader
– Sweet Country di Warwick Thornton
– The Leisure Seeker di Paolo Virzì
– Ex Libris – The New York Public Library di Frederick Wiseman

ORIZZONTI
– Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli
– Disappearance di Ali Asgari
– Espèces Menacées di Gilles Bourdos
– Les Bienheureux di Sofia Djama
– The Rape of Recy Taylor di Nancy Buirsky
– Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel
– Marvin di Anne Fontaine
– Invisible di Pablo Giorgelli
– Brutti e cattivi di Cosimo Gomez
– The Cousin di Tzahi Grad
– The Testament di Amichai Greenberg
– La Nuit Ou J’ai Nagé di Damien Manivel e Igarashi Kohei
– No Date, No Signature di Vahid Jalilvand
– Los versos del olvido di Alireza Khatami
– Krieg di Rick Ostermann
– West of Sunshine di Jason Raftopoulos
– Gatta Cenerentola di Alessandro Rak
– Under the Tree di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson
– La vita comune di Edoardo Winspeare

FUORI CONCORSO (fiction)
– Casa d’altri di Gianni Amelio (cortometraggio)
– Thriller in 3D di John Landis e Michael Jackson
– Our Souls at Night di Ritesh Batra
– Il signor Rotpeter di Antonietta De Lillo
– Vittoria e Abdul di Stephen Frears
– La Mélodie di Rachid Hami
– Outrage Coda di Takeshi Kitano (film di chiusura)
– Loving Pablo di Fernando Léon de Aranoa
– Zama
– La Fidèle di Michael R. Roskam
– Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini
– Brawl in Cell Block 99 di Craig Zahler
– Diva! di Francesco Patierno

FUORI CONCORSO (documentari)
– Cuba and the Cameraman di Jon Alpert
– My Generation di David Batty
– Piazza Vittorio di Abel Ferrara
- The Devil and Father Amorth di William Friedkin
- This Is Congo di Daniel McCabe
- Wormwood (serie Netflix) di Errol Morris

CINEMA nel GIARDINO
– Suburra – La serie (primi due episodi)
– Manuel di Dario Albertini
– Controfigura di Ra Di Martino
– Woodshock di Kate e Laura Mulleavy
– Tuers di Francois Troukens e Jean-Francois Hensgens
– Nato a Casal Di Principe di Bruno Oliviero

PROIEZIONI SPECIALI
– La lunga strada del ritorno di Alessandro Blasetti
– Barbiana ’65 – La lezione di Don Milani di Alessandro G.A. D’Alessandro
– Lievito madre – Le ragazze del secolo scorso