giovedì 23 luglio 2026
lunedì 13 febbraio 2023
Gli Spiriti dell'isola - la recensione
Quattordici anni dopo In Bruges, un piccolo film diventato un vero cult fra i cinefili, il regista Martin McDonagh rimette insieme la coppia formata da Colin Farrell e Brendan Gleeson per immergerli nella campagna irlandese, fatta di brulle distese bagnate dal mare e leggende di spiriti inquieti che annunciano morte.
Le due visioni differenti della vita e del mondo si scontrano in modo inconciliabile in questo film solo all'apparenza leggero e divertente: se per il personaggio interpretato da un meraviglioso Colin Farrell il senso della vita sta nella gentilezza, nel voler bene e nel farsi voler bene, per il Corm di Brendan Gleeson l'idea di finire nell'oblio dopo la morte risulta intollerabile, l'ingenuità bucolica di Padraic, con i suoi animali e le sue chiacchiere futili, non può che essere un ostacolo alla realizzazione piena della sua vita. Lo scontro di queste due diverse visioni e modi di vivere diventa pian piano scontro fisico vero e proprio, una guerra civile specchio di quella vera, che avviene sulla terraferma e di cui nell'isola di Inisherin arriva solo un'eco fatto di cannoni sparati in lontananza.
L'ambientazione isolata, è uno scenario perfetto per mettere in scena questa metafora, con un contorno di personaggi significativi e indimenticabili come la sorella di Padraic, interpretata dalla sempre brava Kerry Condon, e soprattutto Dominic, lo scemo del villaggio, l'unico più sciocco di Padraic ma proprio per questo forse l'unico che lo capisce davvero, con un'interpretazione veramente potente data da Barry Keoghan.
Degna di nota anche la colonna sonora di Carter Birwell, che ricalca in modo molto affascinante la musica popolare irlandese.
Martin McDonagh scrive e dirige un film che nel suo essere apparentemente semplice e leggero è in realtà un piccolo gioiello di grande intensità, denso di significato e di atmosfera, in cui i dialoghi fanno brillare le interpretazioni del cast e in particolare di Colin Farrell.
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giovedì 11 gennaio 2018
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri - la recensione
Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è una dark comedy con una storia tragica impregnata di odio e dolore. Rispetto ai suoi precedenti lavori, il regista Martin McDonagh in questo film fa un passo in avanti inserendo, in modo perfetto, intelligente e senza mai perdercisi dentro, tematiche e riflessioni molto profonde.
Al centro della storia ci sono tre personaggi, una madre in cerca di giustizia (o vendetta), uno sceriffo che deve fare i conti con la propria sofferenza, e un poliziotto "bifolco" razzista e violento, nello scenario della profonda provincia americana, dove una ragazza può essere brutalmente assassinata senza suscitare particolare orrore se non nel cuore di sua madre, che invece viene osteggiata per un messaggio polemico su tre cartelloni pubblicitari. In questo contesto aspro e arrabbiato c'è però spazio per uno spiraglio positivo, portato da tre commoventi lettere piene di compassione e amore, un gesto delicato che riesce a istillare un po' di calma nella rabbia. Tutto questo McDonagh lo racconta senza mai cadere nel patetico o nel buonismo, grazie a una sceneggiatura fatta di battute taglienti e dialoghi ruvidi e sarcastici, con dei toni che si collocano tra i fratelli Coen e Tarantino.
Se il lavoro di McDonagh alla regia e alla sceneggiatura è davvero ottimo, eccezionale è l'apporto del cast, su tutti il trio protagonista, Frances McDormand, Woody Harrelson, e Sam Rockwell, tutti e tre perfetti. Woody Harrelson e Sam Rockwell sono uno l'opposto dell'altro, calmo e riflessivo il primo, impulsivo e violento il secondo, entrambi offrono una prova solida e complementare l'uno verso l'altro. Straordinaria Frances McDormand, la sua Mildred è arrabbiata, dura, irremovibile, passa sopra tutto e tutti, apparentemente senza curarsi di come le sue azioni e le sue parole possano ferire chi le sta intorno. Ma sotto quella rabbia c'è un incredibile dolore, una donna segnata dalla disperazione e dai sensi di colpa, e per esprimere tutto questo Frances McDormand non ha bisogno di parole, è tutto nei suoi primi piani, nelle sue espressioni controllate ma incredibilmente intense. Una prova eccezionale di una grandissima attrice.
Ottimo anche tutto il cast di supporto, John Hawkes, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges, e Clarke Peters.
Siamo solo a gennaio ma si può tranquillamente dire che Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è uno dei migliori film dell'anno. Una bella storia, raccontata bene, girata bene, recitata splendidamente, che rimane ruvida e cinica fino alla fine, lasciando però un finale aperto alla speranza che, nonostante tutto, nonostante la rabbia e il dolore, ci può essere spazio per un cambiamento verso il bene.
lunedì 4 settembre 2017
Venezia 74 - giorno 6
Il film di McDonagh è una dark comedy che racconta le vicende di una madre molto determinata a cercare giustizia per l'omicidio della figlia. Dopo mesi dal tragico fatto, la polizia è ferma nelle indagini, così Mildred Hayes (F. McDormand) decide di agire e di scagliarsi contro la polizia. Così la donna noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sulla strada per entrare in città sui quali scrive messaggi polemici ed espliciti contro le forze dell'ordine, in particolare contro il capo della polizia William Willoughby (W.Harrelson). Willoughby non se la prende e prova a dialogare con la donna, ma quando i cartelli cominciano a prendere di mira il violento e immaturo vice capo Dixon (S.Rockwell), la situazione inizia a precipitare, tra aggressioni, schiaffi, calci e insulti molto coloriti.Un vero colpo di fulmine quello tra la stampa e il film, al termine della proiezione si è levato l'applauso più lungo e sentito di tutto il festival. Serio, tosto, amaro e divertente, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ha convinto e conquistato. Un'ovazione ha accolto regista e cast all'ingresso della sala stampa, tanti applausi soprattutto per Frances McDormand, che ora tutti sperano di vedere con la Coppa Volpi tra le mani.
"Per questo personaggio mi sono ispirata a John Wayne", ha spiegato l'attrice, particolarmente euforica durante la conferenza stampa, "Come figura iconica resiste alla prova del tempo. Io adoro John Wayne, ho preso tanto da lui per costruire Mildred, il suo sguardo, come si muove, soprattutto dal personaggio di Ethan Edwards di 'Sentieri Selvaggi'. Lui era un uomo antipatico, razzista, violento, ma alla fine riuscivi a empatizzare con lui e pure a volergli bene". Frances McDormand ha poi elogiato il regista. "Martin è molto bravo a fare cinema malinconico e divertente, che fa piangere e ridere allo stesso tempo, quindi è un piacere lavorare con lui. Poi, la sceneggiatura è fantastica", ha detto l'attrice che però all'inizio ha avuto qualche dubbio sul film. "Ho ricevuto questo script a 58 anni", ha raccontato Frances McDormand, "e non credevo che una donna avrebbe avuto dei figli così tardi. Ho chiesto di trasformarla in una nonna, ma il regista non voleva perché era convinto che una nonna non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Poi mio marito mi ha detto di smetterla di discutere con Martin e accettare la parte". Ringraziamo Joel Coen per averla convinta.Complimenti all'attrice anche da parte di Woody Harrelson. "È bellissimo lavorare con Frances, è come tirare boxe con uno veramente bravo. Ci siamo tanto divertiti. Il copione era eccellente, tutto era già ricco e definito in sceneggiatura", ha detto l'attore
Il film mostra un'America arrabbiata, chiusa, razzista e xenofoba (anche se stavolta il nome del presidente USA non è venuto fuori). "Questo non è un film sul razzismo e la violenza in una cittadina in America", ha spiegato Martin McDonagh, "quello che mi interessa raccontare è una storia, non il luogo. Razzismo e xenofobia capitano in tutto il mondo, non soltanto negli Stati Uniti. [...] Nel film non ci sono personaggi cattivi, buoni, ognuno alla sua storia, un percorso. Per esempio, tra Willoughby e Mildred c’è un rapporto molto particolare, sono arrabbiati e si confrontano, tutti i due hanno ragione, eppure si vede che si rispettano e si vogliono bene. Mi piace questo tipo di rapporto". La storia del film è ispirata a un fatto realmente accaduto, come ha spiegato il regista: "Mentre ero su un bus in viaggio per l’America ho visto dei cartelloni simili, era qualcosa di doloroso e tragico, e mi sono chiesto chi avrebbe potuto mettere dei cartelli così dolorosi e in cui era evidente tutta la rabbia".
Nel ruolo dell'immaturo e aggressivo vice capo c'è l'attore Sam Rockwell, che sul suo personaggio ha dichiarato: "per costruire il mio personaggio ho visto tanti episodi di Cops. E' un bellissimo show! Poi, mi sono reso conto che i poliziotti non sono uno stereotipo, non si può generalizzare, così ho cercato di catturare tutte le sfumature".
Infine, qualcuno ha azzardato un parallelo tra la Mildred di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e la Margo di Fargo, ruolo con cui Frances McDormand ha vinto l'Oscar nel 1997. E la risposta dell'attrice è stata: "Penso che mi porterò Margo addosso fino alla tomba. Lei mi seguirà per tutta la vita, sarà pure nel mio epitaffio!".
Il film sarà nelle sale USA a ottobre, in Italia arriverà a gennaio.
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Presentato in Concorso il secondo film italiano. Si tratta di Una Famiglia, di Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel.Una storia difficile che racconta di una coppia coinvolta nel traffico di neonati. Lei, Maria (M.Ramazzotti), è una donna plagiata dal marito, Vincenzo, più grande di lei e completamente dominante nei suoi confronti. Lei concepisce e fa nascere bambini che poi verranno venduti a coppie sterili (o in un caso specifico a una coppia di omosessuali) per cinquantamila euro. Maria fin da subito è contraria a questo traffico ma per amore verso il marito lo asseconda e ne diventa complice, fino al momento in cui decide di voler smettere.
Il film è stato accolto in modo molto freddo dalla stampa, pochi applausi, qualche buu, ma il regista se lo aspettava, vista il tema delicato."Ogni film cambia a seconda di chi lo guarda", ha dichiarato Sebastiano Riso, "Una Famiglia non vuole essere rassicurante, e non è un film sull'utero in affitto, parla del rapporto di coppia tra un uomo e una donna, che vacilla quando viene a mancare la fiducia tra loro e quando Maria comincia a disobbedire. E' una storia che si interroga sul concetto di famiglia oggi nel nostro Paese, e quanto sia difficile adottare un bambino in Italia, sia che tu sia single, omosessuale o semplicemente un marito e una moglie che non hanno ottenuto i requisiti".
Protagonista del film una brava Micaela Ramazzotti che descrive così il suo personaggio: "Maria non ha nessuno al mondo oltre a quell'uomo, che per lei è un marito, un fratello, un amico, un amante, un padrone, un carceriere. È schiava di un progetto che non ha deciso ma ha accettato. È talmente innocente, buona e succube da diventare complice di un criminale. Quando manderà all'aria questo susseguirsi di sesso, gravidanze, espulsione del bambino, vendita, solo allora sarà libera". Tra l'attrice e il regista c'è da tempo un rapporto di grande stima. "Sebastiano ha un entusiasmo verso di me che mi commuove", ha raccontato l'attrice, "Gli attori hanno sempre un'autostima molto bassa e invece alla fine della giornata di riprese io ero alle stelle per come mi faceva sentire: bella e bravissima. Arrivavo a casa la sera e pensavo di essere 'come Meryl Streep', poi mi davo dell'idiota da sola".
Il film sarà nelle sale dal 28 settembre.













