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lunedì 28 maggio 2018

Solo: A Star Wars Story - la recensione

L'universo di Star Wars si espande e continua a riempire gli spazi tra i vari capitoli della saga principale. Dopo aver reso omaggio agli sconosciuti eroi di Rogue One, questo secondo spin off ci porta a conoscere le origini di uno dei personaggi più amati della saga: Han Solo.

In Solo: A Star Wars Story incontriamo Han quando non era ancora "Solo" ma soltanto un ragazzo in fuga da una situazione di miseria, da cui vuole portare via anche la sua ragazza, e con il sogno diventare un grande pilota. Le cose ovviamente non andranno come aveva immaginato. Han si ritroverà in battaglia, nel fango (letteralmente), e per uscire da un'altra situazione pericolosa si unirà a un gruppo di contrabbandieri che gli insegnerà le regole del mestiere, lezioni di vita che lo porteranno sul sentiero che lo farà diventare l'Han Solo che ha fatto la rotta di Kessel in meno di 12 parsec.

L'attesa che ha preceduto il secondo spin off della saga di Star Wars è stata particolare, piena di sensazioni contrastanti. Un film fortemente voluto dai fan e al tempo stesso molto temuto, e la produzione travagliata non ha fatto che aumentare il timore. E poi c'è sempre il pericolo "zoccolo duro", cioè quel gruppetto di fan super integralisti che non accettano niente di diverso da quello che hanno immaginato negli anni, quello stesso gruppetto che ha stupidamente osteggiato Gli Ultimi Jedi solo perché secondo loro "non doveva essere così". Un rischio che purtroppo corre anche questo film che invece ha molto da offrire, sia in termini di storia che di intrattenimento.

Nonostante le difficoltà di produzione, Solo: A Star Wars Story ha saputo trovare la sua forma e di questo va dato grande merito a Ron Howard, chiamato in corsa a sostituire Phil Lord e Christopher Miller, licenziati per divergenze creative dopo aver girato oltre metà film. Il regista ha saputo disegnare un preciso stile per il film, classico e un po' rétro, quasi anni '80, curando molto i particolari, dai costumi alle scenografie, fino alle musiche e alle citazioni (ben inserite), senza mai dimenticarsi dei personaggi e della storia.
Il film probabilmente non racconta quello che tutti ci saremmo aspettati, non affonda mai nel drama e non scende in profondità, ma con una storia movimentata, divertente e avventurosa, mette un acerbo Han nelle condizioni di diventare l'Han Solo della trilogia classica, e ce lo mostra in una fase ancora "embrionale" suggerendo i motivi che poi l'hanno trasformato nel personaggio che tutti abbiamo amato.
Ovviamente nel film c'è un collegamento con la saga principale e anche in questo caso non è quello che avremmo immaginato, e racconta, anzi accenna, agli albori di qualcosa che più avanti conosceremo molto bene.

Buone le caratterizzazioni dei personaggi di contorno, Emilia Clarke, Paul Bettany, una Thandie Newton "super cool" (che avrebbe meritato più spazio), ma a spiccare più di tutti sono senza dubbio il sempre bravo Woody Harrelson e Donald Glover, nei panni di Lando Calrissian. E non bisogna dimenticarsi dei personaggi non umani: Chewbecca, il suo rapporto con Han è una parte essenziale del film, e il droide L3-37, che si va ad aggiungere alla lista di meravigliosi droidi che la saga di Star Wars ci ha regalato.
Capitolo a parte per il protagonista Alden Ehrenreich. Nei mesi passati se ne sono sentite tante sul suo conto, tutte chiacchiere e malelingue. Il suo era il compito più difficile, raccogliere la pesantissima eredità di Harrison Ford, ma se l'è cavata alla grande, riuscendo a non cadere mai nel tranello dell'imitazione dell'Han Solo originale e a fare suo il personaggio.

Solo: A Star Wars Story non avrà la profondità drammatica di Rogue One, o l'atmosfera epica degli episodi della saga principale, ma è un grande film d'intrattenimento, ben girato e ben recitato. Due ore di avventura e divertimento con uno dei personaggi più amati della Galassia lontana lontana.

giovedì 11 gennaio 2018

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri - la recensione

Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, viene commesso un brutale omicidio, una giovane ragazza violentata, uccisa e poi data alle fiamme. Dopo dieci mesi la polizia non ha arrestato nessuno, le indagini sono ferme, ma il dolore di Mildred Hayes (F.McDormand) persiste insieme alla sua rabbia. E' così che la donna affitta tre cartelloni pubblicitari per scrivere un messaggio contro la polizia. Un messaggio indirizzato in particolare allo sceriffo di Ebbing, Bill Willoughby (W.Harrelson), malato di cancro. Un gesto estremo che scuoterà una comunità abbandonata all'indifferenza e alla pigrizia.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è una dark comedy con una storia tragica impregnata di odio e dolore. Rispetto ai suoi precedenti lavori, il regista Martin McDonagh in questo film fa un passo in avanti inserendo, in modo perfetto, intelligente e senza mai perdercisi dentro, tematiche e riflessioni molto profonde.
Al centro della storia ci sono tre personaggi, una madre in cerca di giustizia (o vendetta), uno sceriffo che deve fare i conti con la propria sofferenza, e un poliziotto "bifolco" razzista e violento, nello scenario della profonda provincia americana, dove una ragazza può essere brutalmente assassinata senza suscitare particolare orrore se non nel cuore di sua madre, che invece viene osteggiata per un messaggio polemico su tre cartelloni pubblicitari. In questo contesto aspro e arrabbiato c'è però spazio per uno spiraglio positivo, portato da tre commoventi lettere piene di compassione e amore, un gesto delicato che riesce a istillare un po' di calma nella rabbia. Tutto questo McDonagh lo racconta senza mai cadere nel patetico o nel buonismo, grazie a una sceneggiatura fatta di battute taglienti e dialoghi ruvidi e sarcastici, con dei toni che si collocano tra i fratelli Coen e Tarantino.

Se il lavoro di McDonagh alla regia e alla sceneggiatura è davvero ottimo, eccezionale è l'apporto del cast, su tutti il trio protagonista, Frances McDormand, Woody Harrelson, e Sam Rockwell, tutti e tre perfetti. Woody Harrelson e Sam Rockwell sono uno l'opposto dell'altro, calmo e riflessivo il primo, impulsivo e violento il secondo, entrambi offrono una prova solida e complementare l'uno verso l'altro. Straordinaria Frances McDormand, la sua Mildred è arrabbiata, dura, irremovibile, passa sopra tutto e tutti, apparentemente senza curarsi di come le sue azioni e le sue parole possano ferire chi le sta intorno. Ma sotto quella rabbia c'è un incredibile dolore, una donna segnata dalla disperazione e dai sensi di colpa, e per esprimere tutto questo Frances McDormand non ha bisogno di parole, è tutto nei suoi primi piani, nelle sue espressioni controllate ma incredibilmente intense. Una prova eccezionale di una grandissima attrice.
Ottimo anche tutto il cast di supporto, John Hawkes, Peter Dinklage, Abbie Cornish, Caleb Landry Jones, Lucas Hedges, e Clarke Peters.

Siamo solo a gennaio ma si può tranquillamente dire che Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è uno dei migliori film dell'anno. Una bella storia, raccontata bene, girata bene, recitata splendidamente, che rimane ruvida e cinica fino alla fine, lasciando però un finale aperto alla speranza che, nonostante tutto, nonostante la rabbia e il dolore, ci può essere spazio per un cambiamento verso il bene.

lunedì 4 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 6

Nel sesto giorno di festival arriva un film che mette d'accordo tutti. Presentato in Concorso Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, con una straordinaria Frances McDormand protagonista.

Il film di McDonagh è una dark comedy che racconta le vicende di una madre molto determinata a cercare giustizia per l'omicidio della figlia. Dopo mesi dal tragico fatto, la polizia è ferma nelle indagini, così Mildred Hayes (F. McDormand) decide di agire e di scagliarsi contro la polizia. Così la donna noleggia tre grandi cartelloni pubblicitari sulla strada per entrare in città sui quali scrive messaggi polemici ed espliciti contro le forze dell'ordine, in particolare contro il capo della polizia William Willoughby (W.Harrelson). Willoughby non se la prende e prova a dialogare con la donna, ma quando i cartelli cominciano a prendere di mira il violento e immaturo vice capo Dixon (S.Rockwell), la situazione inizia a precipitare, tra aggressioni, schiaffi, calci e insulti molto coloriti.

Un vero colpo di fulmine quello tra la stampa e il film, al termine della proiezione si è levato l'applauso più lungo e sentito di tutto il festival. Serio, tosto, amaro e divertente, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ha convinto e conquistato. Un'ovazione ha accolto regista e cast all'ingresso della sala stampa, tanti applausi soprattutto per Frances McDormand, che ora tutti sperano di vedere con la Coppa Volpi tra le mani.

"Per questo personaggio mi sono ispirata a John Wayne", ha spiegato l'attrice, particolarmente euforica durante la conferenza stampa, "Come figura iconica resiste alla prova del tempo. Io adoro John Wayne, ho preso tanto da lui per costruire Mildred, il suo sguardo, come si muove, soprattutto dal personaggio di Ethan Edwards di 'Sentieri Selvaggi'. Lui era un uomo antipatico, razzista, violento, ma alla fine riuscivi a empatizzare con lui e pure a volergli bene". Frances McDormand ha poi elogiato il regista. "Martin è molto bravo a fare cinema malinconico e divertente, che fa piangere e ridere allo stesso tempo, quindi è un piacere lavorare con lui. Poi, la sceneggiatura è fantastica", ha detto l'attrice che però all'inizio ha avuto qualche dubbio sul film. "Ho ricevuto questo script a 58 anni", ha raccontato Frances McDormand, "e non credevo che una donna avrebbe avuto dei figli così tardi. Ho chiesto di trasformarla in una nonna, ma il regista non voleva perché era convinto che una nonna non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Poi mio marito mi ha detto di smetterla di discutere con Martin e accettare la parte". Ringraziamo Joel Coen per averla convinta.
Complimenti all'attrice anche da parte di Woody Harrelson. "È bellissimo lavorare con Frances, è come tirare boxe con uno veramente bravo. Ci siamo tanto divertiti. Il copione era eccellente, tutto era già ricco e definito in sceneggiatura", ha detto l'attore

Il film mostra un'America arrabbiata, chiusa, razzista e xenofoba (anche se stavolta il nome del presidente USA non è venuto fuori). "Questo non è un film sul razzismo e la violenza in una cittadina in America", ha spiegato Martin McDonagh, "quello che mi interessa  raccontare è una storia, non il luogo. Razzismo e xenofobia capitano in tutto il mondo, non soltanto negli Stati Uniti. [...] Nel film non ci sono personaggi cattivi, buoni, ognuno alla sua storia, un percorso. Per esempio, tra Willoughby e Mildred c’è un rapporto molto particolare, sono arrabbiati e si confrontano, tutti i due hanno ragione, eppure si vede che si rispettano e si vogliono bene. Mi piace questo tipo di rapporto". La storia del film è ispirata a un fatto realmente accaduto, come ha spiegato il regista: "Mentre ero su un bus in viaggio per l’America ho visto dei cartelloni simili, era qualcosa di doloroso e tragico, e mi sono chiesto chi avrebbe potuto mettere dei cartelli così dolorosi e in cui era evidente tutta la rabbia".
Nel ruolo dell'immaturo e aggressivo vice capo c'è l'attore Sam Rockwell, che sul suo personaggio ha dichiarato: "per costruire il mio personaggio ho visto tanti episodi di Cops. E' un bellissimo show! Poi, mi sono reso conto che i poliziotti non sono uno stereotipo, non si può generalizzare, così ho cercato di catturare tutte le sfumature".

Infine, qualcuno ha azzardato un parallelo tra la Mildred di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri e la Margo di Fargo, ruolo con cui Frances McDormand ha vinto l'Oscar nel 1997. E la risposta dell'attrice è stata: "Penso che mi porterò Margo addosso fino alla tomba. Lei mi seguirà per tutta la vita, sarà pure nel mio epitaffio!".

Il film sarà nelle sale USA a ottobre, in Italia arriverà a gennaio.
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Presentato in Concorso il secondo film italiano. Si tratta di Una Famiglia, di Sebastiano Riso, con Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel.

Una storia difficile che racconta di una coppia coinvolta nel traffico di neonati. Lei, Maria (M.Ramazzotti), è una donna plagiata dal marito, Vincenzo, più grande di lei e completamente dominante nei suoi confronti. Lei concepisce e fa nascere bambini che poi verranno venduti a coppie sterili (o in un caso specifico a una coppia di omosessuali) per cinquantamila euro. Maria fin da subito è contraria a questo traffico ma per amore verso il marito lo asseconda e ne diventa complice, fino al momento in cui decide di voler smettere.

Il film è stato accolto in modo molto freddo dalla stampa, pochi applausi, qualche buu, ma il regista se lo aspettava, vista il tema delicato."Ogni film cambia a seconda di chi lo guarda", ha dichiarato Sebastiano Riso, "Una Famiglia non vuole essere rassicurante, e non è un film sull'utero in affitto, parla del rapporto di coppia tra un uomo e una donna, che vacilla quando viene a mancare la fiducia tra loro e quando Maria comincia a disobbedire. E' una storia che si interroga sul concetto di famiglia oggi nel nostro Paese, e quanto sia difficile adottare un bambino in Italia, sia che tu sia single, omosessuale o semplicemente un marito e una moglie che non hanno ottenuto i requisiti".

Protagonista del film una brava Micaela Ramazzotti che descrive così il suo personaggio: "Maria non ha nessuno al mondo oltre a quell'uomo, che per lei è un marito, un fratello, un amico, un amante, un padrone, un carceriere. È schiava di un progetto che non ha deciso ma ha accettato. È talmente innocente, buona e succube da diventare complice di un criminale. Quando manderà all'aria questo susseguirsi di sesso, gravidanze, espulsione del bambino, vendita, solo allora sarà libera". Tra l'attrice e il regista c'è da tempo un rapporto di grande stima. "Sebastiano ha un entusiasmo verso di me che mi commuove", ha raccontato l'attrice, "Gli attori hanno sempre un'autostima molto bassa e invece alla fine della giornata di riprese io ero alle stelle per come mi faceva sentire: bella e bravissima. Arrivavo a casa la sera e pensavo di essere 'come Meryl Streep', poi mi davo dell'idiota da sola".

Il film sarà nelle sale dal 28 settembre.

sabato 15 luglio 2017

The War: Il Pianeta delle Scimmie - La Recensione

"Koba: Koba combatte per scimmie.
Cesare: Koba combatte per Koba."

Koba non è più un problema. E' passato. Sedate le faide interne, Cesare ha un altro problema adesso. La sopravvivenza.
Braccati, inseguiti e sterminati dal Colonnello McCullough, le scimmie dovranno fare affidamento solo su loro stesso per riuscire a non scomparire. Una cornice pura ed innevata, che non rimarrà tale per molto.
Un film che ha usa le scimmie e la guerra come mezzi, quando in realtà, a parla di Umanità, quella con la U maiuscola, non come specie, ma come valore.

Una trilogia, per definizione, prevede una climax ascendente. Qui, oltre all'epicità, ad aumentare è la scala degli eventi, che coinvolge prima un uomo, poi un nutrito gruppo di persone, poi l'intero genere umano. In questo capitolo viene mostrata tutta la razionalità e l'affettività dei primati, se così possono essere chiamati. Matt Reeves li pone di nuovo davanti ad una sfida difficilissima, questa volta rappresentata dal Colonnello.
Con riferimenti non troppo velati ad Ape-pocalypse Now, con Woody Harrelson che in alcuni momenti fa il verso al caro vecchio Kurtz, senza scomodare paragoni inappropriati. Il regista statunitense scava con entrambe le mani in quell'immaginario bellico, rendendo però, nonostante il titolo emblematico del film, la guerra solo una delle mille sottotrame. Il film è un pozzo di citazioni ed easter eggs, a partire da Schindler's List, fino ad arrivare agli inevitabili collegamenti con Il Pianeta Delle Scimmie del 1968, tutti molto eleganti e raffinati.

Il film è diviso in due sequenze molto nette, una in viaggio, con un "A-Team" scimmiesco in missione, la seconda parte, invece, scambia la mobilità con l'approfondimento, rimanendo fissa in un luogo e scavando nella psiche dei personaggi. Cesare è ancora il leader risoluto, ma qualcosa, dopo il dissidio con Koba si è rotto. Un imprevisto metterà a dura prova le sue convinzioni e dovrà lottare contro il suo istinto per rimanere integerrimo come lo abbiamo visto finora. L'incontro con un'umana atipica lo costringerà a rivedere la rotta che stava seguendo.


Il film è visivamente perfetto. La fotografia mescola sapientemente giochi di luce ed ombra, con inquadrature aperte nella neve, rotte dal colore forte delle scimmie, oppure lunghe scene notturne sapientemente illuminate. A sostenere l'impatto visivo c'è una scrittura solida, con un apparato "filosofico" ed etico che si fa più spesso rispetto ai capitoli precedenti. Dopotutto ci sono in ballo storie di estinzione.

Il tema musicale è iconico, grazie alla mente di Michael Giacchino, che ha composto una Soundtrack di tutto rispetto, incalzante nei momenti di tensione, soave quando necessario. Mescolato alla presenza di Jimi Hendrix, che contribuisce a riportare le sfumature verso il Vietnam.
Una sequenza iniziale perfetta nella giungla, con scritte su elmetti militari, altra reference poco nascosta, introduce lo spettatore nel clima perfetto.

Il resto del film è incartato magistralmente per completare un film che è la giusta conclusione ad un trilogia importante. Un gran crescendo giusto al suo punto più alto. L'epopea di Cesare e del suo branco non farà storia probabilmente, ma merita un posto nell'olimpo delle grandi saghe. Il tutto grazie ad un grande mix di qualità e spettacolarità che non hanno mai cercato di abbassare il livello con la soluzione più facile.

venerdì 31 marzo 2017

17 Anni (e come uscine vivi) - la recensione

Può un genere sviscerato e abusato come pochi altri regalare ancora piacevoli sorprese? Sì, può, e questo film lo dimostra.

Nadine è un'adolescente diversa dagli altri, è in conflitto con tutti, incapace di adattarsi, non socializza, è aggressiva, litiga spesso con la madre e prova odio/invidia per il fratello più grande. L'unica parentesi felice è la sua amica del cuore, Krista, con cui condivide tutto fin da quando erano bambine. Amicizia che però si rompe quando Krista si mette con suo fratello, cosa che Nadine non può accettare. Cade così il suo unico appiglio e Nadine si ritrova sola e da sola inizia a commettere una serie di errori incredibili che renderanno la sua già incasinata vita di adolescente ancora più complessa.

Leggendo la trama 17 Anni (e come uscirne vivi) potrebbe sembrare un altro classico teen movie, ma il film di Kelly Fremon Craig è molto di più, o meglio è una teen comedy ma in un modo tutto suo. Nel film si possono ritrovare tutte le classiche situazioni dei teen movie e dei coming of age movie, dai film di John Hughes fino a Napoleon Dynamite (citato esplicitamente nel film), a fare la differenza in questo caso però sono i particolari, il tono, il taglio dei personaggi, la sincerità della storia, che lo rendono un prodotto piacevole e sorprendente. A fare la differenza è soprattutto il personaggio principale: Nadine è la classica adolescente problematica ma nel suo personaggio vengono evidenziati quegli aspetti che nei teen movie (soprattutto quelli più moderni) vengono attenuati o eliminati per renderlo più simpatico. Nadine è goffa, sfigata ma anche arrogante, sboccata e con un umorismo spesso fuori luogo (che ricorda Daria), aggressiva senza motivo con chi le vuole bene, egocentrica, insicura ma capace di fare stupidaggini epiche, insomma è un po' stronza, ma di quel tipo a cui alla fine si vuole bene. La regista non nasconde i lati negativi della sua protagonista ma li mette in primo piano rendendo il personaggio molto umano, e allo stesso modo non cerca per forza di risolvere con un happy ending gli errori di Nadine, perché alla base dell'adolescenza ci sono soprattutto gli errori e il film li racconta nel modo migliore.

A rendere Nadine ancora più umana e reale ci pensa Hailee Steinfeld, perfettamente calata nella parte... dopotutto è un'età che non ha lasciato da molto. L'attrice riesce a tirare fuori goffaggine, antipatia e delicatezza, e a dosarle in modo perfetto. La sua performance, fresca e divertente, dà quel qualcosa in più al personaggio grazie al quale il film riesce ad uscire dai soliti standard del genere, e ci ricorda anche la bravura e il talento di una giovane attrice che avevamo un po' perso di vista dopo la straordinaria prova ne Il Grinta dei Coen (con cui prese una nomination gli Oscar). Da sottolineare anche la bella prova di un sempre bravo Woody Harrelson nel ruolo del professore/confessore di Nadine. Anche in questo caso si tratta di un classico personaggio da teen movie ma che con il sarcasmo e i tempi lenti e misurati di Harrelson diventa qualcosa di nuovo.

The Edge of Seventeen è una bella sorpresa, non regala niente di nuovo ma racconta una storia di adolescenti in modo sincero, fresco, dinamico, divertente, mai banale. Forse il miglior film adolescenziale da diversi anni a questa parte.

sabato 22 novembre 2014

The Hunger Games: il Canto della Rivolta - Parte 1 - la recensione

Arriva in sala, diviso in due parti, l'attesissimo terzo capitolo della saga di The Hunger Games, probabilmente non la scelta migliore da un punto di vista puramente cinematografico, sicuramente vincente da quello economico.



Ci eravamo lasciati con Katniss che faceva crollare il campo di energia sopra l'arena dei Giochi e che veniva repentinamente salvata dai ribelli del misterioso Distretto 13, mentre Peeta rimaneva in mano a Capitol City. Ed è proprio da questa situazione che il film riprende, catapultandoci subito dentro l'azione, questa volta azione politica oltre che di guerra.

Il principale pregio di Il canto della rivolta - parte 1 è proprio l'attenzione posta sulla situazione politica e la denuncia che ne viene fatta, fattore che è sempre stato estremamente importante nei romanzi ma che nei primi due film era stato alquanto sacrificato in favore di azione e romance. Katniss si è liberata del giogo di Capitol City, che l'aveva usata come simbolo della supremazia sui deboli Distretti di Panem, ma non è affatto libera, bensì è ancora una volta strumento politico in mano ai ribelli, puro e semplice simbolo, quasi privata della sua dimensione umana.
Ciò che rendeva interessante i romanzi è proprio questa pesante satira sociale, la condanna dell' esagerato e disumanizzante estetismo fine a se stesso, impersonato dai grotteschi abitanti di Capitol City. Nei film precedenti questo era lasciato un po' da parte, ma il tiro viene qui corretto spostando quindi l'attenzione a una serie di tattiche politiche, lasciando da parte l'ideale ribelle, giocando la guerra ad un diverso livello.
Quale differenza allora occorre tra Panem e il Distretto 13? Significative, oltre che visivamente molto belle, le sequenze in cui una straordinaria Julianne Moore nei panni della Presidente Coin, arringa la folla parlando di democrazia, ma somigliando in modo inquietante a uno dei dittatori della nostra Storia.

Accanto a lei non si può non citare il compianto Philip Seymour Hoffman, sempre bravissimo, e Woody Harrelson, ma soprattutto Elizabeth Banks, perfetta nel ruolo di Effie.
Più deludente il cast giovanile, soprattutto Jennifer Lawrence, molto brava nelle scene più misurate, troppo sopra le righe nei momenti più drammatici, comunque molto più in parte rispetto ad altri ruoli in cui la si è vista recentemente.

Il film in generale soffre un po' del suo essere tronco, probabilmente si sarebbe potuto fare un film unico, magari tagliando qualcosina, avrebbe avuto una maggiore organicità cinematografica, sicuramente questa divisione lo rende straordinariamente fedele al romanzo, cosa di cui i fan nudi e crudi saranno molto felici.

domenica 18 agosto 2013

Nuove immagini promozionali da Hunger Games: La Ragazza di Fuoco

Si avvicina la data di usita dell'atteso Hunger Games: La Ragazza di Fuoco, trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Suzanne Collins.
Intanto sono state rilasciate online alcune foto promozionali per il calendario 2014, dove vediamo alcuni scatti inediti dal film:






Il film è scritto da Simon Beaufoy e Michael Arndt, diretto da Francis Lawrence, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Lenny Kravitz, Elizabeth Banks, Stanley Tucci, Donald Sutherland, Toby Jones, Woody Harrelson e Philip Seymour Hoffman.

L'uscita al cinema è prevista per il 22 Novembre 2013.

Lòisa

domenica 21 ottobre 2012

'Hunger Games' - la recensione

Hunger Games è un film del 2012 diretto da Gary Ross basato sull'omonimo romanzo di Suzanne Collins, con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Stanley Tucci e Donald Sutherland.

La nazione di Panem, che sarebbe una versione post-apocalittica dell'America, è formata da Capitol City ed altri 13 distretti più poveri (ormai 12 perchè il tredicesimo completamente distrutto).
Ogni anno, come punizione alla ribellione avvenuta in passato, vengono organizzati gli Hunger Games, giochi che prevedono la lotta alla sopravvivenza di 24 ragazzi (due per distretto) chiamati "tributi", in un luogo prestabilito, chiamato "arena".
Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) è una sedicenne del dodicesimo distretto che, per evitare che la sorella minore partecipi agli Hunger Games di offre come volontaria per il tributo. A questo punto lei e l'altro ragazzo scelto, Peeta Mellark (Josh Hutcherson), vengono portati a Capitol City per prepararsi ai giochi, aiutati dall'ex vincitore Haymitch Abernathy (Woody Harrelson), ormai ubriacone...

È un film che trae la sua forza sopratutto dalla qualità degli attori. Jennifer Lawrence ci regala un'ottima interpretazione, in questo caso mi fa piacere che per il cast abbiano scelto bravi attori, e non attori uguali ai personaggi del libro, è così che si fanno i film. Bravo anche Josh Hutcherson che, a parer mio, già da Aiuto Vampiro sta dimostrando di poter fare qualcosa di più interessante oltre alle solite parti da "ragazzino immaturo che cresce a fine film".

La storia in generale è abbastanza prevedibile, di colpi di scena praticamente non ce ne sono, ma la narrazione è molto lineare, e ad un certo punto il coinvolgimento è obbligatorio, grazie sopratutto all'ottima regia. È studiata bene, e ideata specialmente per la visione al cinema, infatti se ve lo siete perso e volete guardarlo comodamente a casa, vi consiglio di prendere la versione Blu-Ray e di guardarlo in un televisore molto grande.



Inoltre il blu-ray merita per i molti contenuti inediti!

L'ideatrice del gioco Suzanne Collins e il fenomeno Hunger Games
Realizzare Hunger Games
Lettere dal Rose Garden
Controllare le partite
Intervista
Il percorso di un regista
Propaganda film
Archivio marketing
Copia digitale (scadenza attivazione 18/09/2014)




e dal 21 Novembre sarà in vendita una DELUXE EDITION a 3 dischi, sia in blu ray che in dvd!

L'ideatrice del gioco Suzanne Collins e il fenomeno Hunger Games
Realizzare Hunger Games
Lettere dal Rose Garden
Controllare le partite
Intervista
Il percorso di un regista
Propaganda film
Archivio marketing
Storie dai tributi
Il casting dei tributi
Video diari dei tributi
Biografie
Album fotogrefico
Copia digitale (scadenza attivazione 18/09/2014)




Lòisa