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venerdì 27 ottobre 2017

Thor: Ragnarok - la recensione

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Ragnarok. Nella mitologia norrena questa parola così grave sta ad indicare la fine di tutto. L'arrivo di un male incontrastabile pronto a spazzare via la grandezza di Asgard.
Ci si aspetterebbe un film quindi grave, cupo, imponente ed epico... Quasi.
La Marvel, per rilanciare il franchise del norreno Dio del Tuono ha scelto Taika Waititi, eccentrico regista australiano, noto al grande pubblico per What We Do In The Shadows, esilarante mockumentary su un gruppo di vampiri che vive al giorno d'oggi.
La scelta è netta, quindi, ma il risultato avrà dato ragione agli Studios? La risposta è un netto Sì.

Waititi incarta un prodotto brillante, atipico e fresco. E' evidente che l'ago della bilancia penda verso il modello space opera regalatoci da Guardiani della Galassia. Fare un confronto risulterebbe complicato, l'importante è sapere come approcciarsi al film.
Thor: Ragnarok è una pellicola che scontenta i brontoloni, abbandonando la serietà di Captain America: Civil War, a favore di due ore e dieci minuti piene, pienissime di battute, gag e spirito fumettistico che trasuda.

I protagonisti si divertono un mondo nell'interpretare i loro personaggi e si vede. Chris Hemsworth e Tom Hiddleston, al secolo Thor e Loki, sono entrati alla perfezione nelle loro dinamiche di amore-odio, fratello-fratellastro, e quando sono posti davanti a siparietti anche troppo infantili, la loro "serietà" nel ruolo aiuta alla grande a produrre un bell'effetto comico.
L'unica nota stonata, forse, riguarda Cate Blanchett e non è di natura qualitativa. L'attrice premio Oscar per Blue Jasmine conferma la sua poliedricità, interpretando alla perfezione Hela, la cattivona di turno, pronta a radere al suolo Asgard dalle fondamenta. Peccato che, a causa della mancanza di tempo, nonostante le durata notevole, non riusciamo mai ad assaporare a pieno il gusto di questo personaggio, che riservava un gran bel potenziale. Alcuni diranno che Hulk parlava in maniera troppo infantile, invece, col taglio voluto per questa storia, un mostro verde e scemo è tutto ciò che serviva.

Risultati immagini per thor ragnarok wallpaperA livello tecnico il film esprime i suoi pregi migliori, con una fotografia vivacissima, che ben si lega alla colonna sonora che, complice la presenza di qualche attore ben identificato *cough* Jeff Goldblum *cough* ci riporta alla fine del 20esimo Secolo.
Il tutto è uno spettacolo per gli occhi, coloratissimo, "fumettosissimo".
Volendo trovare un problema, il difetto più grande, che poi è ancora la forza di questo film, è la costante presenza di battute, che smorzano, a volte l'epicità di alcuni momenti. Tutto sommato, però, Thor: Ragnarok colpisce in pieno quello che un film dovrebbe fare: intrattenere, e lo fa con la I maiuscola.

sabato 15 luglio 2017

The War: Il Pianeta delle Scimmie - La Recensione

"Koba: Koba combatte per scimmie.
Cesare: Koba combatte per Koba."

Koba non è più un problema. E' passato. Sedate le faide interne, Cesare ha un altro problema adesso. La sopravvivenza.
Braccati, inseguiti e sterminati dal Colonnello McCullough, le scimmie dovranno fare affidamento solo su loro stesso per riuscire a non scomparire. Una cornice pura ed innevata, che non rimarrà tale per molto.
Un film che ha usa le scimmie e la guerra come mezzi, quando in realtà, a parla di Umanità, quella con la U maiuscola, non come specie, ma come valore.

Una trilogia, per definizione, prevede una climax ascendente. Qui, oltre all'epicità, ad aumentare è la scala degli eventi, che coinvolge prima un uomo, poi un nutrito gruppo di persone, poi l'intero genere umano. In questo capitolo viene mostrata tutta la razionalità e l'affettività dei primati, se così possono essere chiamati. Matt Reeves li pone di nuovo davanti ad una sfida difficilissima, questa volta rappresentata dal Colonnello.
Con riferimenti non troppo velati ad Ape-pocalypse Now, con Woody Harrelson che in alcuni momenti fa il verso al caro vecchio Kurtz, senza scomodare paragoni inappropriati. Il regista statunitense scava con entrambe le mani in quell'immaginario bellico, rendendo però, nonostante il titolo emblematico del film, la guerra solo una delle mille sottotrame. Il film è un pozzo di citazioni ed easter eggs, a partire da Schindler's List, fino ad arrivare agli inevitabili collegamenti con Il Pianeta Delle Scimmie del 1968, tutti molto eleganti e raffinati.

Il film è diviso in due sequenze molto nette, una in viaggio, con un "A-Team" scimmiesco in missione, la seconda parte, invece, scambia la mobilità con l'approfondimento, rimanendo fissa in un luogo e scavando nella psiche dei personaggi. Cesare è ancora il leader risoluto, ma qualcosa, dopo il dissidio con Koba si è rotto. Un imprevisto metterà a dura prova le sue convinzioni e dovrà lottare contro il suo istinto per rimanere integerrimo come lo abbiamo visto finora. L'incontro con un'umana atipica lo costringerà a rivedere la rotta che stava seguendo.


Il film è visivamente perfetto. La fotografia mescola sapientemente giochi di luce ed ombra, con inquadrature aperte nella neve, rotte dal colore forte delle scimmie, oppure lunghe scene notturne sapientemente illuminate. A sostenere l'impatto visivo c'è una scrittura solida, con un apparato "filosofico" ed etico che si fa più spesso rispetto ai capitoli precedenti. Dopotutto ci sono in ballo storie di estinzione.

Il tema musicale è iconico, grazie alla mente di Michael Giacchino, che ha composto una Soundtrack di tutto rispetto, incalzante nei momenti di tensione, soave quando necessario. Mescolato alla presenza di Jimi Hendrix, che contribuisce a riportare le sfumature verso il Vietnam.
Una sequenza iniziale perfetta nella giungla, con scritte su elmetti militari, altra reference poco nascosta, introduce lo spettatore nel clima perfetto.

Il resto del film è incartato magistralmente per completare un film che è la giusta conclusione ad un trilogia importante. Un gran crescendo giusto al suo punto più alto. L'epopea di Cesare e del suo branco non farà storia probabilmente, ma merita un posto nell'olimpo delle grandi saghe. Il tutto grazie ad un grande mix di qualità e spettacolarità che non hanno mai cercato di abbassare il livello con la soluzione più facile.

venerdì 30 giugno 2017

Okja - la recensione

Con l'avvento e la diffusione di Netflix, tanti nomi del cinema e della televisione si sono avvicinati alla piattaforma. Uno di questi, che spicca per importanza, è sicuramente quello di Bong Joon Ho. Il regista coreano, creatore di Snowpiercer, ha diretto, per Netflix il film Okja.

Nel 2007 per cercare di far fronte al sovrappopolamento e, quindi, alla conseguente scarsità di cibo, la Mirando Corp. decide di sviluppare una nuova specie animale, il "super-maiale". Sono animali geneticamente modificati e, per acclimatare il pubblico alla novità, vengono affidati a 26 allevatori nel mondo. A 10 anni dalla consegna, i maiali verranno valutati ed il più grande verrà premiato in pompa magna a New York. Okja è la maialina affidata ad un agricoltore coreano, la quale crea un legame speciale con Mija, la nipotina del contadino. Tra concorsi di bellezza per maiali, associazioni per i diritti animali, megacorporazioni malvagie, il film si intride di dolcezza, quanto di azione, perché i problemi non mancheranno. Il rapporto tra Mija e Okja viene messo a dura prova.

Dopo accesissime polemiche a Cannes, con critiche sprezzanti da parte della giuria, arriva, il film in contemporanea mondiale sulla piattaforma. La proiezione al Festival venne interrotta per quello che è stato definito un problema tecnico. Accompagnato anche da fischi e versi di disapprovazione, successivamente la kermesse francese ha emesso un comunicato di scuse per le difficoltà tecniche.

Ora che è disponibile per tutto il pubblico, dispiace che sia stato accompagnato da gravi difficoltà e osteggiato, perché Okja è davvero un buon film. Con paesaggi pittoreschi, messaggi di amore per il pianeta ed una storia dolceamara, si configura quasi con un Live Action dello Studio Ghibli.
La sceneggiatura è lineare, non perde tempo, se non per costruire l'affetto tra Okja e la ragazza, mantenendo un tono quanto più disilluso possibile.

Il film, co-produzione americana-coreana, gode di nomi di primissimo livello, che interpretano personaggi fumettosi e molto caratterizzati.
Paul Dano nella solita forma smagliante, Jake Gyllenhall insolitamente cartoonesco, la giovanissima Han Seo-hyun al debutto in una produzione occidentale, ma anche Giancarlo Esposito e l'eccelsa Tilda Swinton e tanti altri, confezionano un pantheon di caricature che accompagnano lo spettatore dall'inizio alla fine senza annoiare.

"Ready or not, here I come", questo è l'urlo di Netflix all'industria cinematografica mondiale.

martedì 23 maggio 2017

Alien: Covenant - La Recensione

"E sul piedistallo, queste parole cesellate:
«Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,
Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!»
Null'altro rimane. Intorno alle rovine"
Tratto da Ozymandias, di Percy Shelley

Percy Shelley, nel 1818 rifletteva sulla vacuità e la caducità del potere e della gloria, ed è un po' quello che fa anche Ridley Scott in Alien: Covenant, con l'arduo compito di sistemare il pasticciaccio brutto che Damon Lindelof, sceneggiatore di Prometheus, gli ha combinato nel 2012.
Però, per analizzare questo film, bisogna partire da lontano, nello specifico dal 1979, anno di uscita di Alien, film che ha ispirato generazioni di registi, con la sua potenza visiva e la capacità di terrorizzare. Poi venne Aliens, messo nelle mani di James Cameron, cosa mai andata a genio al signor Scott, per la cronaca, che confeziona un prodotto fresco, più in linea col periodo cinematografico che si venne a creare negli anni '80 e quasi migliore del primo capitolo, con colpi di scena mai solo per la mera voglia di stupire e interessantissimi  spunti per i film futuri.
A seguito di questi due pilastri dell'horror e della fantascienza, venne il turno di Alien³, diretto da David Fincher, che ha declinato la sua passione e maestria al servizio dello Xenomorfo, incartando un prodotto che però non si è rivelato all'altezza delle aspettative. Ultimo, ma non per ultimo, arriva Jean Pierre Jaunet, che fa il pastrocchio, con Alien - La Clonazione, lasciando tutti insoddisfatti per la conclusione dell'epopea di Alien.

Detto questo, arriviamo al 2012, anno dell'uscita nelle sale di Prometheus, prequel della saga lanciata da Ridley Scott, ma, per sua stessa ammissione, non voleva essere un semplice prequel, voleva espandere l'universo creato nel '79, a maggior ragione dopo che Neil Blomkamp si era candidato alla regia di un ipotetico sequel di Aliens, film da sempre screditato da Scott. L'obiettivo è chiaro, la strada da percorrere, complice una sceneggiatura debole, per usare un eufemismo, è diversa. Si vuole indagare sulla nascita degli alieni, ma questi, per buona parte del film, non si fanno vedere. Grazie anche ad una serie di personaggi ridicoli nei loro ruoli professionali e linee di dialogo mai veramente accattivanti, il film viene salvato dalla messa in scena e resa visiva di Scott, che sa di essere un gran regista, dimostrandolo, e dalle interpretazioni di alcuni attori, Rapace e Fassbender su tutti nel ruolo di David, il sintetico. Il film non convince, visto anche il fatto che alcune scene chiavi o spiegazioni di tali, sono presenti solo nella versione estesa del film.
Il punto focale non sono più gli alieni preferiti di tutti, bensì ora al centro di tutto ci sono le figure dei sintetici, interpretati in questo filone da Fassbender, appunto, con gli xenomorfi a fare da terrificante sfondo a tutto ciò.

Sono passati 5 anni da tutto questo. Ridley Scott è tornato alla carica, e questa volta ha abbastanza raddrizzato il tiro, rispondendo ad alcune domande lasciate aperte.
Il film si apre con la Covenant, una nave coloniale con 2000 anime a bordo, pronta a raggiungere il nuovo mondo pronto a fare da culla alla razza umana. La nave procede nel suo viaggio mentre i membri dell'equipaggio ed i coloni sono avvolti nel criosonno che i capitoli precedenti ci hanno aiutato a conoscere. Un'emergenza ed un segnale sconosciuto porteranno la Covenant a cambiare rotta verso un nuovo mondo da esplorare, dove verranno a conoscenza di alcuni segreti sconvolgenti.

Esprimere un giudizio su questo film è un compito complesso per alcune ragioni, tutte riconducibili a Prometheus: il film scorre, grazie alla magistrale messa in scena del maestro Scott, purtroppo però suona per gran parte come uno spiegone, che mette pezze al film del 2012, rammenda e sistema qua e là, ma soprattutto toglie potere di continuity ad Aliens, proprio lui, sconvolgendo alcune regole che Scott stesso aveva contribuito a creare, come ad esempio quelle riguardanti la nascita e l'incubazione degli alieni stessi.
Il film spiega anche perché, a partire dal 1979 tutti i sintetici che si sono alternati al fianco dei protagonisti hanno, presto o tardi, sviluppato una attrazione sana o malsana, o nei confronti delle creature terrificanti che danno il nome alla saga.
Il punto di forza del film è di nuovo rappresentato da un immenso Michael Fassbender, in grado di dare profondità ai suoi personaggi, nonostante apparentemente privi di emozioni, in quanto non umani. Purtroppo, anche in questo capitolo, la "debolezza" proviene dai componenti umani dell'equipaggio, che peccano di ingenua curiosità, mettendo le mani un po' dappertutto senza esaminare, un po' come dei bambini al parco giochi; nota di merito va alla caratterizzazione però, che, complice un cortometraggio di presentazione pubblicato durante la campagna di marketing, crea relazioni interessanti.
La sceneggiatura fa il suo lavoro, come fosse un compitino, ma perlomeno è funzionale all'obiettivo del film, con pochi dialoghi davvero interessanti e quasi tutti coinvolgono quello che è il motore di questo film: Michael "Fassy" Fassbender.
Ma il punto di forza del film è quello che ci ha insegnato la paura degli xenomorfi. Le scene che vedono gli alieni in azione valgono il tempo speso in sala, con attimi di puro terrore alla vecchia maniera, che, però, purtroppo, occupano una parte deludentemente piccola della pellicola.

Tutto sommato il film è più che gradevole, con una direzione ben chiara nella struttura narrativa per questo secondo capitolo ed una programmata per i successivi, sperando che il maestro Ridley torni a terrorizzarci nello spazio, dove nessuno può sentirci urlare.

martedì 2 maggio 2017

Guardiani della Galassia Vol.2 - La Recensione

A quasi 10 anni dall'apertura del Marvel Cinematic Universe continuiamo ad attendere ogni nuovo capitolo di questo grande filone narrativo con la stessa trepidante tensione che ci accompagnava al cinema nel 2008, con Iron Man che atterrava nelle sale.



La cosa che più sorprende è che il lavoro e la programmazione hanno permesso alla Casa delle Idee di creare grande amore anche per quei supereroi che, fino a qualche anno fa, non godevano della stessa popolarità dei loro cugini famosi, e questo è senza dubbio il caso de I Guardiani della Galassia, alzi la mano chi, prima del 2014, era un gran conoscitore di questo gruppo di canaglie spaziali.
Ma quei tempi sono ormai lontani e l'impero di Stan Lee è riuscito a scavare così a fondo nelle nostre menti che oramai non abbiamo neanche più la paura che quello che andiamo a vedere possa non piacerci, questo per diverse motivazioni, tra le quali l'utilizzo di formule furbe, forse penalizzando le individualità dei singoli registi e sceneggiatori, vedasi il caso Edgar Wright che finì per abbandonare Ant-Man, ma creando la formula del sicuro successo, garantendo qualità e divertimento.
Ma tornando ai Guardiani, è innegabile che oramai siano, a tutti gli effetti entrato nella Major League, il fattore sorpresa non funziona più e quindi tocca decidere se fare sul serio o no e James Gunn fa dannatamente sul serio, con tutti i trucchetti che ha imparato.
L'unico dato che spaventava a morte era la lunghezza della pellicola, due ore e quindici minuti, uno dei cinecomic più lunghi in casa Marvel, ma una volta entrati in sala si capisce il perché, stavolta i personaggi sono conosciuti ed hanno bisogno dei loro tempi, con la messa "in secondo piano" di alcuni membri come Gamora, abbiamo la possibilità di approfondire la personalità di molti di quelli che non hanno goduto troppo delle luci dei riflettori, personaggi come Drax e Yondu, che godono fortemente del tempo in più per un approfondimento di grande effetto, soprattutto sul personaggio interpretato da Michael Rooker. La seconda mossa che stupisce è la dimensione assegnata Baby Groot che, fin dalla prima apparizione sullo schermo, si conforma come un molto efficace "comic relief", oltre che come sapiente modo per creare spazio per gli altri personaggi, senza sminuire l'importanza del Rametto.
Ma il punto di forza più grande di questo film sta nell'impatto visivo, un coloratissimo pugno negli occhi che non può lasciare nessuno indifferente, costumi, paesaggi, capelli e colori della pelle che compongono una tavolozza fornitissima, la quale aiuta, come era stato abbozzato nel primo capitolo, a proiettarci in questi luoghi magici e spaziali.
James Gunn ha fatto molto bene i compiti a casa in questi tre anni e confeziona una seconda colonna sonora all'altezza della prima, con momenti altissimi e ben commisurati all'azione su schermo, anche grazie all'interazione dei personaggi con i mezzi di riproduzione musicali.

Tutto questo mix di elementi contribuisce alla creazione di una delle pietre angolari di questo Universo abitato da supereroi, con un ritmo degno delle canzoni che lo accompagnano, una scrittura solidissima che riesce ad inserire senza stanca una quantita di battute e battutine quasi ridicola e un cast solido, a partire dagli uomini di punta, fino ai cameo, che continuano ad alzare il livello e la qualità.

L'unico commento possibile, arrivati a questo punto, è IO SONO GROOT.

venerdì 17 marzo 2017

John Wick 2 - la recensione

Baba Jaga è una figura della mitologia dell'Est Europa, viene descritta come una strega che viaggia per le foreste a cancellare i sentieri, vive in una casa che poggia su zampe di gallina ed è temuta da tutti, grandi e piccini, per il suo comportamento oscuro e vendicativo.

John Wick è questo: un killer così risoluto e preciso da guadagnarsi un nome fiabesco ed in grado di costruirsi attorno un'aura quasi magica, per questo, quando nel primo film viene scatenata la sua ira, vengono spostati mari e monti, per cercare di arginarla, con scarsi risultati; lui è l'uomo che viene chiamato per i lavori impossibili, che ha cercato di uscire, è il diavolo che "ha assaggiato la vita dall'altra parte, ma ora gli è stata tolta, di nuovo", una descrizione che lascia pochi dubbi su cosa bisogna aspettarsi.

Squadra che vince non si cambia e così, dopo l'immenso successo del primo capitolo nel 2014, Chad Stahelski (regista) e Derek Kolstad (sceneggiatore e creatore del personaggio) si ripresentano con un prodotto fresco ed innovativo, che fa tesoro di tutto ciò che è andato bene nel primo capitolo, in particolare le scene d'azione coreografate alla perfezione e credibili, la fotografia, che mescola tonalità scure a colori appariscenti e, soprattutto, quel sottobosco culturale della criminalità organizzata.
E' proprio questo il punto di forza principale di questo film, trasporta lo spettatore in una dimensione più surreale dove quello dell'assassino è un mestiere con punti d'appoggio internazionali, organizzazioni, botteghe, artigiani e codici d'onore.
E' proprio il codice d'onore a turbare il riposo Baba Jaga questa volta, con un amico di vecchia data pronto a riscuotere un debito, ma, come è prevedibile in un mondo spietato come quello degli assassini, niente è destinato a rimanere stabile nella sua condizione e, in questo caso, da un normale lavoro, scatterà un corsa frenetica tra Roma e New York, dai ritmi serratissimi, con una lunga scia di cadaveri ed un concentrato di azione che conferma Keanu Reeves come eroe action moderno, elegante e dalla grandissima forza di volontà.

Catapultata nelle ambientazioni evocative della nostra Roma, la società degli assassini non perde smalto, facendo esattamente quello che ci si aspetta da un sequel di un film d'azione: aumenta il ritmo, migliora le "mazzate" con sequenze molto prolungate, ed è abbastanza da maturo da ricavare del tempo per non prendersi eccessivamente sul serio, creando un groviglio claustrofobico di malavita, senza disdegnare battute e situazioni molto divertenti.
Oltre al cast solido intravisto nel primo film, tra cui Ian McShane e Lance Reddick, va sottolineata la presenza di Riccardo Scamarcio e Claudia Gerini che, seppur penalizzati dalla qualità dell'auto-doppiaggio, non sfigurano. Se non bastasse, Stahelski ci regala una piccola reunion "scuola-Matrix" tra Keanu Reeves e Laurence "Morpheus" Fishurne.

Nonostante l'aria da bassa produzione che aleggia sulla parte romana del film, l'entusiasmo del cast è palpabile, riuscendo a confezionare un action movie vecchio stile che fa il suo sporco lavoro.

lunedì 6 marzo 2017

Logan- The Wolverine - La Recensione


"Everyone I know goes away, In the end, And you could have it all, My empire of dirt."
La profonda voce di Johnny Cash canta così in Hurt, canzone che accompagna il trailer di Logan e, ad andarsene via, questa volta, non sono solo gli altri, ma anche il NOSTRO Logan, con l'ultima apparizione di Hugh Jackman nei panni di James Howlett.
Non deve essere facile togliersi un abito che hai indossato per 17 anni e puoi farlo in più modi: l'attore australiano sceglie di farlo regalandoci quella che è una performance maiuscola nel film che più ha rappresentato Wolverine in tutti questi anni: un uomo stanco, fatto a pezzi da tutte le sfide affrontate, i compagni persi per strada, le ferite e gli acciacchi, rapporti rafforzati e rapporti spezzati.
In Logan – The Wolverine abbiamo l'occasione di gustarci due personaggi messi a nudo ed interpretati con libertà, Jackman si scrolla di dosso la tensione e le pressioni e dà, finalmente, l'impressione di essersi divertito a vestire questi panni e, soprattutto, viene concessa a Patrick Stewart la possibilità di approfondire un personaggio come Charles Xavier che, nelle sue scorse apparizioni, è stato sempre un po' marginale, conferendogli un peso emotivo importante ed una profondità degna della mente del Professor X.

E' il 2029 ed il tempo è passato per tutti: è passato per il mondo, il cui progresso tecnologico è ampiamente avviato e la tecnologia è in grado di sostituire l'uomo in molti dei compiti più comuni, è passato per il Professor Xavier, ormai prossimo ai 90 anni, ma comunque in forma, vista l'età, ed è passato per James "Logan" Howlett, che, nonostante l'aiuto del fattore rigenerante, comincia ad accusare i segni dello scorrere del tempo sul corpo, come dimostrano i capelli ingrigiti e la tempra ammaccata. Logan si guadagna da vivere come uomo onesto, per prendersi cura delle persone che gli stanno accanto, ma l'incontro con una donna in cerca di aiuto arriverà a spezzare questa "routine" che Wolverine si è creato attorno.


Non è un film perfetto, soffre di alcuni giri a vuoto nella parte centrale, ma non sbaglia quando si concentra sui punti focali della narrazione: i rapporti umani.
Wolverine è un mutante ed un supereroe, ma è, prima di tutto, un uomo ed è questo il punto sul quale James Mangold si concentra e lo fa con gran mestiere, mostrando un lato vulnerabile come un nervo scoperto del carattere di un uomo che siamo abituati a vedere sempre pronto all'attacco con gli artigli sguainati.

Logan non è un film che ridefinirà il cinema e paragonarlo a storie del calibro de "La Strada" o "Un Mondo Perfetto" è fuori luogo, ma è un ottimo cinecomic, condito da una sceneggiatura asciutta e belle scene d'azione molto ben coreografate ed il miglior Wolverine mai apparso sul grande schermo.


sabato 25 febbraio 2017

Trainspotting 2 - la recensione

Sono passati vent'anni da quanto Mark Renton è scappato col malloppo. Si è rifatto una vita, lontano da quel mondo che tanto lo aveva messo alla prova. Gli altri? Spud e Sick Boy tirano avanti come meglio possono e Begbie si comporta da Begbie, sebbene qualche capello bianco in più.
Venti anni dopo cosa stanno cercando? Chi vendetta, chi una degna conclusione e chi semplicemente la libertà.

Nell'epoca del remake, del sequel, del reboot, Danny Boyle non resta a guardare, decide di rispolverare la vecchia agenda, chiama a raccolta i quattro amici e decide di farli tornare a giocare.
Lo scetticismo, come in molti casi analoghi, è palpabile, ma questo film impiega pochissimi minuti per fare tirare il proverbiale sospiro di sollievo e partire in quarta, con una storia che, dovendo riprendere la propria narrazione dopo il finale del primo capitolo, non può che partire dai tradimenti e declinarli al meglio.
I ragazzi non sono più proprio ragazzi, sono invecchiati, vero, ma saranno anche cresciuti? La risposta, per nostra fortuna, è no, con Renton, Spud, Begbie e Sick Boy pronti a ricadere in un vortice di illegalità, immoralità e cattivo gusto, che non ha nulla da invidiare al primo capitolo.

Tra i due film passano ben 21 anni e si vede, soprattutto per quanto riguarda il signore dietro la macchina da presa. La maturità artistica di Danny Boyle ha preso il posto del talentuoso giovane che ha portato su schermo l'opera di Welsh la prima volta, sfornando un film girato con grandissima consapevolezza dei propri mezzi, permettendogli di omaggiare e rivivere i momenti più importanti del film del 1996 senza però perdere di vista l'importanza di un film che deve potersi reggere sulle proprie gambe, con una storia interessante ed avvincente, un ritmo forsennato ed una colonna sonora decisamente coinvolgente.
Ma non è tutto rose e fiori, in T2 non c'è spazio per tante cose, una su tutte, la nostalgia. Quella che muove l'intera macchina dei remake viene presa a calci, costantemente, per due ore. L'eroina stessa è solo un pretesto per rivivere quelli che, nel loro periodo erano bei tempi, ma ora, col senno maturato con l'età, ci si rende conto essere stati nient'altro che tempo perso.

Alcuni treni è giusto che si fermino alla prima stazione, altri, come quello di Trainspotting è giusto che proseguano fino alla successiva, perché hanno molto ancora da raccontare.


Marcello Banfi