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giovedì 15 gennaio 2026

Un'ultima Avventura: Stranger Things - la recensione del documentario

È sbarcato su Netflix il 12 gennaio, Stranger Things: Un'ultima Avventura, documentario che racconta la lunga lavorazione della quinta e conclusiva stagione di Stranger Things.

La serie si è conclusa con un gran finale e un degno emozionante epilogo che ha segnato la fine di un'epoca. Ovviamente, come succede sempre con i finali, non tutti hanno apprezzato com'è stata portata a termine la storia, questo ha scatenato anche un fenomeno incredibile di allucinazione collettiva chiamato "Conformity Gate", un gruppetto di utenti social, "fan" della serie, hanno inventato presunti indizi sull'esistenza di un episodio segreto che avrebbe regalato (a questi fan disagiati) il vero finale della serie. Inutile dire che non c'era nessun episodio segreto, con buona pace di chi ci ha creduto e dopo ha spaccato la tv a pugni o si è messo a piangere su TikTok. Quello che invece ci è stato regalato dalla produzione è un documentario sulla realizzazione della quinta stagione. Ed è davvero molto bello.

L'aspetto più affascinante e interessante del documentario è che non sceglie la via più semplice, più ovvia, cioè prendere i protagonisti e fargli raccontare la propria esperienza, ovviamente c'è anche questo, ma Un'ultima Avventura fa una scelta diversa, in un certo senso anche più romantica, mettendo davvero al centro del racconto il backstage, i fratelli Duffer in primis, ma con loro gli sceneggiatori, scenografi, truccatori, stuntmen, cameramen, la cosiddetta manovalanza, quelli che hanno concretamente, fisicamente, artigianalmente, realizzato la serie.

La lavorazione dell'ultima stagione è stata piuttosto travagliata, rinviata per la pandemia, poi bloccata dagli scioperi, ma alla fine il vero problema per chi ha lavorato alla serie era solo uno: come concludere?
E così vediamo i fratelli Duffer in riunione con gli altri sceneggiatori mentre cercano di pianificare la conclusione della storia, comunicare ai vari capi settore cosa succederà, con gli addetti alle scenografie che si ritrovano a dover inventare ambienti nuovi dal nulla, scegliere i materiali adatti, le costumiste che devono trovare il giusto look ad ogni personaggio, gli addetti di scena che posizionano con cura e attenzione gli oggetti per rendere gli ambienti reali e vissuti o spargere la giusta quantità di sangue, il capo degli stuntmen provare e riprovare le scene d'azione con le controfigure e il cameraman, gli addetti alla produzione pianificare le riprese, anche quelle per cui non c'è ancora un copione. Quello che vediamo è un grandissimo lavoro di squadra.
È molto bello vedere la costruzione delle scenografie, guardando la serie si potrebbe pensare che sia tutta opera della CGI, che ovviamente è stata utilizzata, ma molti dei set sono reali, sono stati costruiti fisicamente negli studi e all'esterno, una specifica richiesta dei fratelli Duffer che ammettono di non amare dirigere solo con il bluescreen. In particolare, è stupefacente la creazione dell'interno del Mind Flayer, realizzato dalle mani di scultori che hanno lavorato per mesi senza sosta, con una incredibile cura del dettaglio. Tanto per ribadire come il lavoro degli artigiani, degli scultori, degli scenografi, sia decisamente migliore rispetto ad un lavoro in CGI, che dev'essere un supporto e non un sostituto del lavoro manuale. E se pensiamo che c'è chi vorrebbe lasciar fare tutto all'AI... c'è davvero da disperarsi!
Nel documentario però non c'è solo tecnica e lavoro, c'è anche l'aspetto umano. La squadra che si vede all'opera è la stessa che ha lavorato alla serie in tutti e dieci gli anni, un viaggio lunghissimo, consapevoli di aver preso parte a una serie che ha segnato un'epoca, orgogliosi di averne fatto parte e impegnati profondamente per concludere al meglio.

Poi c'è il cast. Dalla prima lettura del copione, alla emozionante lettura dell'ultimo episodio, li vediamo all'opera sul set, suggerire le proprie idee ai registi, e nelle interviste dal backstage. Come dice Millie Bobby Brown in un momento del documentario, aveva 12 anni quando ha iniziato, e ne aveva 20 quando ha girato l'ultima stagione, ha passato quindi metà della sua vita su quel set, e questo vale per tutti i giovani protagonisti, che in questo lasso di tempo, sono diventati davvero una famiglia, come sottolinea Natalia Dyer. L'addio alla serie per loro non poteva non essere commovente. E infatti, le lacrime scorrono a fiumi nel finale ma, anche qui, il documentario non si concentra solo sugli attori, si muove su chi sta dietro la telecamera a piangere o chi, in lacrime, distribuisce i copioni all'entrata.

Il documentario è una bella lettera d'addio a una serie eccezionale come Stranger Things e una lettera d'amore e di ringraziamento a chi l'ha resa possibile, ma è anche una bellissima finestra sul "dietro le quinte", che appassionerà i nerd e chi vuole capire come funziona un set, e ci ricorda come un film per il Cinema o una serie TV non sia solo "attori, cachet e red carpet", ma dietro c'è un lavoro lungo, impegnativo, e soprattutto ci sono tante persone che lavorano insieme.

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domenica 19 gennaio 2020

PGA Awards 2020 - è 1917 il miglior film

Sono state assegnati ieri i PGA Awards 2020, che hanno visto trionfare il film 1917.

Già vincitore del Golden Globes come migliore film drama, il war movie di Sam Mendes si porta a casa anche il premio come miglior film della Producers Guild of America, il sindacato dei produttori, consolidando il proprio ruolo di favorito per la notte degli Oscar 2020.

I PGA infatti sono estremamente indicativi in chiave Adacemy Awards, per 21 volte su 30 il vincitore di questo premio si è poi ripetuto agli Oscar vincendo la statuetta come miglior film.

Come migliore film d'animazione, in controtendenza rispetto ai Golden Globes, è stato premiato Toy Story 4, mentre Apollo 11 è il miglior documentario.

Darryl F. Zanuck Award for Outstanding Producer of Theatrical Motion Pictures
1917 (Universal)
Producers: Sam Mendes, Pippa Harris, Jayne‐Ann Tenggren, Callum McDougall

Outstanding Producer of Animated Theatrical Motion Pictures
Toy Story 4 (Disney/Pixar)
Producers: Mark Nielsen, Jonas Rivera

Outstanding Producer of Documentary Motion Picture
Apollo 11 (Neon)

1917 sarà nei cinema italiani dal 23 gennaio.

venerdì 1 settembre 2017

Venezia 74 - giorno 3

Al festival è il giorno del Leone d'Oro alla carriera, quest'anno doppio Leone per premiare due attori tanto bravi, tanto amati, impegnati e mitici: Robert Redford e Jane Fonda.

I due attori sono arrivati al Lido non solo per ricevere un meritatissimo Leone d'Oro alla carriera ma anche per presentare il film Our Souls at Night, in cui tornano a recitare fianco a fianco per la quarta volta. C'è stato il film La caccia (1966), Il cavaliere elettrico (1979), ma soprattutto il delizioso A Piedi Nudi nel Parco, che usciva nelle sale nel 1967, esattamente 50 anni fa.

In Our Souls at Night, i due attori si rincontrano per una storia d'amore tra due anziani vedovi che vivono uno di fronte all'altro e iniziano a condividere la propria solitudine riuscendo a darsi una seconda possibilità. Una storia d'amore molto semplice sorretta dall'intesa e dalla rodata chimica tra i due attori.

La conferenza stampa è stata un susseguirsi di aneddoti e battutite tra i due, che si conoscono benissimo e sanno come imbeccarsi. Robert Redford, anche produttore, ha voluto fortemente questo film, per tre ragioni: "per un pubblico maturo in un business, quello cinematografico, che si rivolge principalmente ai ragazzi. Perché volevo raccontare una storia d'amore. Ma soprattutto perché volevo fare ancora un film con Jane prima di morire". "Il senso di questa storia è che non è mai tardi", ha spiegato Jane Fonda, "Se hai coraggio fai il salto di fede e puoi sempre diventare la persona che avresti dovuto essere. Anche come genitore. Adoro questa donna che prende l'iniziativa e che accetta di fare i conti con suo figlio: in punto di morte, non conta quanti premi hai avuto o quanti soldi hai, ma se sei stata capace di amare i tuoi figli e fatto per loro quanto hai potuto".

I due attori hanno giocato molto sull'eterna attrazione tra di loro, attrazione che non è mai tramontata e che nell'immaginario della gente si è materializzata nella commedia A Piedi Nudi nel Parco, di cui ovviamente si è parlato, visto il 50° anniversario.
Jane Fonda ha raccontato: "L’ho baciato a 20 anni e ora a quasi 80". "Quasi?", l'ha interrotta Redford che gli 80 gli ha già passati. "Parlavo di me", ha risposto subito l'attrice, che poi ha continuato: "Baciare Robert a vent'anni è stato bello come a ottanta. Ho fatto delle fantasie su di te, non te l’avevo mai detto? Tante cose non ho detto riguardo alla preparazione di quel film...". "E le devi dire qui in pubblico?", ha risposto Redford, in uno scambio che sembrava uscito proprio da A Piedi Nudi nel Parco. "Eravamo negli studi della Paramount per il film e stavamo camminando nel corridoio di un ufficio, e tutte le segretarie si affacciavano e si dicevano ‘sta arrivando lui, guarda!’", ha raccontato Jane Fonda, "Mi sono detta che sarebbe diventato un grande divo, lo si sentiva nell'aria, nella reazione che suscitava nelle donne. Era meraviglioso passare del tempo con lui. Durante A Piedi Nudi nel Parco non riuscivo a staccargli le mani di dosso!". Complimenti ricambiati da Robert Redford, che della sua collega e amica ha detto: "la nostra unione artistica è lunga e arriva fino a oggi. Le cose con Jane sono sempre andare perfettamente al loro posto, non c’era bisogno di prepararci o discutere a lungo. Non c'è bisogno di spiegazioni. C’è amore, connessione, contatto".

Entrambi gli attori sono da sempre molto impegnati politicamente ma in questa occasione non c'è stato modo di parlare di politica (con grande delusione da parte di alcuni giornalisti), ma Robert Redford ha comunque lasciato il suo pensiero su un tema di cui si è discusso molto in questi primi tre giorni di festival: l'ambiente. "Qui dico solo che dobbiamo preoccuparci di cosa lasciamo alle prossime generazioni, abbiamo un solo pianeta e dobbiamo preservarlo", ha detto semplicemente Redford.

Il film Our Souls at Night sarà disponibile su Netflix dal 29 settembre.
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Presentato in Concorso un film molto atteso, si tratta di Human Flow, documentario diretto dell'artista e attivista cinese Ai Weiwei.

Il film, di grande impatto visivo, è stato girato in 23 paesi diversi, dall'Iraq alla Grecia, dal Messico all'Afghanistan, e racconta l'immenso flusso migratorio di questi anni. Ai Weiwei si è immerso tra i migranti, gente che scappa dalla guerra senza niente, senza cibo, senza vestiti, a piedi o sui barconi, mettendo in pericolo la propria vita e quella della propria famiglia per sfuggire da un pericolo ancora più grande.

"La speranza dei migranti sta tutta negli occhi dei loro bambini, ma anche nel coraggio e nella fantasia. Se c'è quest'ultima allora si può essere ottimisti. E' per questo che continuo a fare l'artista, perché la fantasia è l'unico modo di alimentare la speranza", ha dichiarato l'artista che nel documentario appare in prima persona. "Io faccio parte dei rifugiati e loro sono parte di me. Per me non è difficile essere come loro. E la loro condizione non mi provoca tristezza", ha dichiarato ancora Ai Weiwei, "La cosa più bella della natura umana è poter mettersi nelle condizioni altrui. Mi è accaduto quando avevo il blog nel 2005: mai avrei potuto pensare che qualcuno avrebbe potuto avere interesse per quello che succedeva a me. Penso sia la cosa più bella della comunicazione. Qualcuno da qualche parte sente la tua voce e la riconosce".

Il film è stato accolto in modo contrastante, dividendo la critica.

Il documentario è stato prodotto in collaborazione con Rai Cinema, sarà nelle sale italiane dal 2 ottobre con 01.

giovedì 10 settembre 2015

Venezia 72 - giorno 8 e 9

Il festival si avvicina alla sua conclusione e intanto racconta gli effetti delle guerre, passate e presenti.

Presentato in Concorso il nuovo film di Atom Egoyan, Remember, che vede tra i protagonisti Christopher Plummer, Martin Landau e Bruno Ganz.

Il film racconta la storia di Zev (un convincente Plummer), ebreo, da poco vedovo e con un principio di Alzheimer, decide di andare a cercare e uccidere l'SS che ha sterminato la sua famiglia e quella di un suo amico della casa di cura, Max (Landau), che gli ha scritto una lettera per spiegargli come fare a trovare quell'uomo. Ma la memoria vacilla, Zev attraverserà gli Stati Uniti e il Canada incontrndo anziani con problemi come lui ma che potrebbero celare l'identità dell'uomo che sta cercando.

Un film all'apparenza semplice ma con un finale spiazzante che potrebbe lasciare lo spettatore confuso e sconcertato. "Questa è l'ultima storia che si può raccontare al giorno d'oggi in relazione a quel periodo storico, la seconda guerra mondiale e il nazismo, perché parla dell'ultima occasione di farsi giustizia per chi ha vissuto di persona l'Olocausto", ha raccontato il regista in conferenza stampa, "non avevo mai incontrato un personaggio come Zev, questa storia è un viaggio emotivo profondo anche se tocca indubbiamente temi che ho già affrontato in forma diversa, in particolare il tema della memoria".

Assente alla conferenza ma presente grazie a un collegamento via Skype, l'attore premio Oscar Christopher Plummer ha descritto così il suo personaggio: "Zev è uomo comune, è un uomo semplice, anche se intelligente e colto, ed è molto chiuso. Sembra che abbia come unico scopo nella vita trovare l'assassino della sua famiglia. Ma ha l'Alzheimer, benché in fase iniziale, e così vive un po' dentro e un po' fuori dalla realtà".
L'attore ha anche speso due parole per il suo personale record: il più anziano a ricevere un Oscar (per Beginners, nel 2012). "Prima non ero certo un senzatetto, ma sicuramente dopo l'Oscar le mie quotazioni sono salite, adesso ricevo script più interessanti", ha dichiarato Plummer, "Credevo che Chaplin fosse più vecchio di me, quando ebbe la statuetta, invece pare che sia io il più anziano".

Remember arriverà in Italia grazie alla BIM.

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Ieri c'è stato anche spazio per l'impegno sociale, grazie al documentario Torn, protagonista Alessandro Gassmann, che nei panni di ambasciatore dell’Unhcr è andato in visita nei campi profughi siriani in Giordania e Libano.

"Ci sono oltre 4 milioni di rifugiati che a causa della guerra sono costretti ad andare via da un paese millenario, culla di civiltà, come la Siria, che oggi rischia l'estinzione", ha dichiarato Gassmann, "Sono andato alla ricerca di artisti, musicisti, attori, registi, pittori, poeti, che mi hanno raccontato quel che succede, il loro strazio. Sono loro che mantengono vivo il legame con la tradizione e la cultura di un popolo che oggi rischia di finire polverizzato. Gli artisti siriani mi raccontavano, e il fantasma della guerra ballava accanto a noi. I caccia militari sfrecciavano verso il loro Paese con il carico di bombe. [...] Il lavoro che fanno le organizzazioni umanitarie è eroico. I rifugiati sono argomento politico e strumentale, su cui spesso c'è cattiva informazione: solo il 2% è arrivato in Europa, il 98% è nei campi profughi. Bisogna essere accoglienti, dimostrare umanità, non certo essere spaventati da persone che hanno perso tutto non per loro volontà". Gassmann ha prestato volentieri la sua immagine per un documentario che affronta un tema così importante e attuale. "Ho pensato che non solo potevo essere utile alla sensibilizzazione essendo io un personaggio conosciuto", ha spiegato l'attore, "ma che potevo mettere il mio mestiere di attore e regista al servizio di questa operazione. Il Libano era per i siriani un posto di vacanza, quello che può essere l’Italia per i tedeschi. Ora bisogna fare i conti con la presenza di un milione e duecentomila persone che prima non c’erano. Eppure l’atmosfera è di assoluta fratellanza, accoglienza. Ce n’è di cose da imparare. E’ stato il viaggio più importante della mia vita".

Nella serata di ieri è stato anche consegnato il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2015 al regista Brian De Palma.

martedì 11 febbraio 2014

Walt Disney e l'Italia: Una Storia d'Amore - La Recensione

In esclusiva per il circuito The Space Cinema e solo per tre giorni, Walt Disney e L'Italia: Una Storia d'Amore, un documentario che racconta attraverso materiale inedito, interviste "esclusive" al padre di Topolino, l'amore che Disney aveva per il bel paese. No, Walt Disney e l'Italia non racconta nessuna storia d'amore, purtroppo.

In questo documentario (molto limitato), l'interesse di Disney per l'Italia viene quasi totalmente travisata, soprattutto dal titolo, perché nel progetto non si allude molto alla relazione descritta nel titolo quanto all'amore del popolo italiano per i lavori di Disney.

Che i lavori di Disney avessero colpito particolarmente l'immaginario degli italiani è cosa risaputa, detto questo i vari contributi di personaggi come Riccardo Scamarcio, Edoardo BennatoFabio De Luigi, Fausto Brizzi e Lillo e Greg sono totalmente inutili perché ripetono costantemente un mare di ovvietà a tratti fastidiose perché rappresentano l'italiano medio, quello cresciuto con Topolino e i Classici Disney. Vi ricorda qualcosa? L'ovvio non è interessante.

Interessanti, ma purtroppo sacrificati, sono invece i contributi di personalità come Enzo D'Alò (regista di film d'animazione come La Gabbianella e il Gatto, Pinocchio), Elio Fiorucci (imprenditore e stilista), Silvia Ziche (fumettista), Bruno Bozzetto (animatore, fumettista), Umberto Eco e Federico Fellini. Lo spazio dedicato a questi grandi nomi brilla di luce propria, una luce contenuta in brevi stralci scanditi da un montaggio maldestro e sacrificato.

In generale nulla viene approfondito, si passa da una veloce spolverata sulla vita di Walt Disney al successo mondiale delle innovazioni da lui introdotte nel mondo del cinema e dell'animazione.

In definitiva, per tutta la durata del lavoro, si percepisce solo una relazione tra Disney e l'Italia di base molto anomala e molto ingigantita creata  probabilmente solo per promuovere (maldestramente) il prossimo lavoro della Walt Disney Company che uscirà il 20 febbraio nel nostro paese, Saving Mr. Banks. La promozione "forzata" infatti ha lo stesso fil rouge in entrambi i progetti, ossia la celebre frase di Disney "Se puoi sognarlo puoi farlo", snaturando così in parte il senso del film di prossima uscita con Tom Hanks e Emma Thompson.





domenica 21 ottobre 2012

Marina Abramovic: The Artist is Present - La recensione di Lòisa

Più che recensione, direi che è più appropriato dire che è una riflessione  su questo documentario, prodotto dalla HBO, dedicato alla più grande artista della Body Art, Marina Abramovic.


Il Documentario ci presenta una performance dell'artista al MoMA (Museum of Modern Art) di New York, idealizzato come un omaggio alla stessa per ricordare le sue più importanti performance, che le sono valse anche il premio più prestigioso per gli artisti contemporanei, il Leone d'Oro all'artista alla Biennale di Venezia del 1997.


La performance "realizzata" s'intitola appunto The Artist is Present, pensato dall'artista insieme all'amico e direttore del museo Klaus Biesenbach, dove l'Abramovic doveva stare "semplicemente seduta su una sedia, e a turno, le persone che andavano a vedere la mostra, potevano sedersi di fronte a lei e guardarla negli occhi. Per i "profani" di questo tipo di arte, può sembrare una stupidata, ma le reazioni del pubblico, e poi dell'artista, dimostrano quanto sia facile in realtà leggere l'anima delle persone, semplicemente guardandosi negli occhi, e quello che più colpisce è la facilità con cui l'artista metta tutti nello stesso piano, ai suoi occhi siamo tutti uguali, ma non nel senso passivo del termine, anzi, come se amasse tutti, e tutti allo stesso modo.
Eppure lei è stata per tre mesi, sei giorni a settimane, otto ore al giorno, seduta su una sedia senza far altro che alzare lo sguardo su chiunque si fosse seduto di fronte a lei, senza mostrare mai stanchezza, non avendo mai lo sguardo vuoto. Tutto questo grazie ad un solido "allenamento", in passato ha resistito anche giorni interi senza mangiare, spingendosi al limite della sopportazione umana.

C'è un ragazzo nel film che ad un certo punto dice "Si arriverà al punto che puntare la pistola in testa a qualcuno venga considerato arte", ma per chi non lo sapesse, l'Abramovic ha già dato questa possibilità al suo pubblico, nel 1974 a Napoli, ha deciso di presentare una performance dove lei rimaneva ferma di fronte ad un tavolo, dove i visitatori potevano usare ogni oggetto posto sul tavolo dietro di lei, e tra questi oggetti c'era anche una pistola, lo scopo era "studiare" fino a dove può spingersi l'uomo, e se è capace di puntare e sparare ad una persona, che non si sarebbe difesa, davanti a tutti.

Oltre a The Artist is Present, alla mostra sono stati "esposti" anche le precedenti e più famose performance dell'artista, presentate però da alcuni studenti del suo corso di Body Art, che se la sono cavata benissimo, anche se... non sono "Marina Abramovic".

Marina con alcuni volti noti

Marina e Ulay
Il documentario verrà proposto in anteprima Tv su Sky Arte (ancora non si ha una data precisa).
Lòisa