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venerdì 25 marzo 2022

Spencer - la recensione

Dopo aver raccontato le ore successiva all'assassinio Kennedy dal punto di vista di Jackie Kennedy, il regista Pablo Larrain punta il focus su un'altra donna iconica del novecento e cioè Diana Spencer.

Durante le vacanze di Natale del 1991 insieme alla famiglia reale, Diana si ritrova a fare i conti con l'infelicità della sua vita e a decidere di porre fine al matrimonio con Carlo.


Grazie alla sceneggiatura di Steven Knight e a una regia che si concentra interamente sulla figura della principessa del Galles, Larrain riesce a comunicare con grande efficacia allo spettatore il disagio di Diana, un disagio che diviene quasi claustrofobico mentre la donna, e noi con lei, rimaniamo intrappolati all'interno della proprietà reale, potendo guardare oltre la finestra i campi coltivati che sembrano irraggiungibili. Da questo punto di vista, l'intero film è simile a un incubo e quando alla fine Diana lascia la proprietà, il sospiro di sollievo non è soltanto il suo ma anche il nostro.
Dove il film invece pecca è nella resa della figura stessa di Diana. Per quanto sembra palese fin da subito l'intento di renderla una donna a tutto tondo e quindi di conferire umanità all'icona, a emergere prepotentemente è però una figura idealizzata, la Diana che è emersa negli anni dalle interviste da lei rilasciate e in buona parte dall'idea che ogni spettatore si porta dietro, ovviamente ben lontana da essere un personaggio sfaccettato e veramente profondo. Anche i suoi disturbi alimentari sono affrontati di striscio, con una certa aura patetica che stimola la compassione ma non aiuta il film a fare il salto di qualità che ci si aspetterebbe.

Da questo quadro, unica protagonista, l'interpretazione di Kristen Stewart è allo stesso tempo magistrale e forzata. Magistrale perché la camera è continuamente su di lei e lei riesce a reggerla magnificamente, trasformandosi (anche grazie a un ottimo trucco) in Diana, restituendo quegli sguardi tristi e sognanti per cui è diventata famosa, ma anche i momenti più intimi con i suoi figli. Forzata perché nonostante tutto sembra sempre di assistere a una recita e non ci si dimentica mai che alla fin fine quello che si sta guardando non è reale, al massimo è un ricordo soffuso di affetto della Diana che abbiamo amato e che non c'è più. 

martedì 11 giugno 2019

Godzilla II: King of the Monsters - la recensione

Torna il kaiju più famoso della storia del Cinema, Godzilla, e stavolta insieme a lui ci sono tanti, ma proprio tanti, mostri.

La storia riprende dove l'avevamo lasciata, tra le macerie di San Francisco dopo lo scontro tra Godzilla e il M.U.T.O.. Da quel giorno la dottoressa Emma Russell si è dedicata alla costruzione dell'ORCA, un dispositivo con cui "parlare" ai kaiju. Il progetto Monarch, di cui la dottoressa fa parte, viene però attaccato da eco-terroristi, a caccia di kaiju per diversi motivi, tra cui quello di liberarli tutti, in nome dell'equilibrio naturale messo in pericolo da un morbo molto pericoloso: l'essere umano.
La dottoressa Russell e la figlia Madison vengono rapite e portate in giro per il mondo a risvegliare i kaiju, tra questi anche il "mostro Zero", il potentissimo Gidorah, un gigantesco drago a tre teste. Il risveglio dei kaiju "costringe" Godzilla a tornare in superficie per combattere contro il nuovo alfa. Ad aiutare Godzilla, per quanto piccoli e decisamente impotenti di fronte a un esercito di titani, ci saranno gli uomini, tra cui Mark Russell, ex marito della dottoressa e padre di Madison.

A differenza del film del 2014, Godzilla II non perde tempo e si immerge subito nell'azione, si potrebbe quasi dire che il film è tutto una lunga epica battaglia tra mostri. Se nel precedente i tempi erano molto dilatati, e lo scontro tra Godzilla e il M.U.T.O. era vissuto più che altro dal basso, cioè dal punto di vista dell'uomo a terra, in questo sequel la guerra tra titani è al centro, in una escalation di scontri tra mostri diversi, fino a quello finale. La presenza dell'uomo in questo film fa un passo avanti rispetto, non solo spettatore che subisce ma elemento attivo nella battaglia, e non potrebbe essere altrimenti visto che tutto inizia - come sempre - a causa dell'uomo.
Tra le varie battaglie, in cui i mostri se le danno di santa ragione, c'è spazio anche per l'elemento umano. Il regista Michael Dougherty è stato intelligente nel dosare la spettacolarità degli scontri (che ricopre la maggior parte del film) con una trama che, in modo leggero ma tangibile, inserisce simbolismi e riflessioni esistenziali, senza mai perdere di vista l'azione e l'intrattenimento, ma quel tanto che basta per dare un po' di profondità e una base solida alla storia. Ogni personaggio nel film compie il proprio viaggio, tra sacrificio e redenzione, o le due cose messe insieme.

Il film può contare su due elementi particolarmente solidi: cast e effetti visivi. Ottima la scelta degli attori. Molto bravi e convincenti Kyle Chandler e Vera Farmiga. Bravissimo, ma questa non è certo una novità, Ken Watanabe. Menzione speciale per Millie Bobby Brown, qui al suo primo lungometraggio dopo il successo della serie Stranger Things, e la giovane attrice conferma tutto il suo talento.
Eccezionali gli effetti speciali. Visivamente il film è una gioia per gli occhi, le varie specie di mostri (e ce ne sono tanti!) sono impressionanti, esagerati ma credibili. Belle anche le musiche, imponenti al punto giusto ma mai invasive.
Non è un film perfetto, ovviamente. Il "cattivo" (umano) non è molto approfondito, lasciato solo alle capacità di Charles Dance, e anche le sue ragioni rimangono vaghe. La velocità dell'azione e la voglia di non lasciare nemmeno un momento per rifiatare, costringe i protagonisti a spostarsi in giro per il mondo a una velocità forse poco realistica. Ma dopotutto è un film sui mostri, il realismo vive da altre parti.

Godzilla II: King of the Monsters è azione senza pause, spettacolare intrattenimento. E' un film sui mostri, un genere molto specifico, e forse per apprezzarlo completamente bisogna essere dei fan del genere, ma anche chi non ha particolare familiarità con questo tipo di film potrà divertirsi davanti a questi giganteschi titani e alle loro epiche battaglie, di quelle che si possono vedere solo al Cinema.

martedì 13 febbraio 2018

The Shape of Water - La Forma dell'Acqua - la recensione

Se c'è un autore che sa come fondere reale e fantastico, Storia e magia, in modo che appaiano indissolubili e ugualmente reali, quello è Gullielmo del Toro. Da questo punto di vista, La Forma dell'Acqua, vincitore del leone d'oro a Venezia, di due Golden Globe e candidato a ben tredici premi Oscar, può essere considerato un esempio quasi perfetto della poetica del regista e sceneggiatore messicano.

La Storia, quella con la S maiuscola, è l'America della prima guerra fredda, intrappolata in una incessante ricerca dell'apparire e stretta nella morsa della paura e del pregiudizio. La Magia è rappresentata dalla creatura (il solito fantastico Doug Jones), bellissima e misteriosa, mai realmente approfondita, incredibilmente sensibile e intelligente, fortemente erotica, di cui si innamora Elisa (Sally Hawkins), donna delle pulizie muta che ha con l'acqua un rapporto stretto e simbiotico e che ha nella sua collega Zelda (Octavia Spencer) e nel vicino di casa Giles (Richard Jenkins) i suoi unici amici. E come in ogni fiaba, il cattivo è rappresentato dal governo, nella persona del crudele colonnello Strickland (Michael Shannon), un uomo che è talmente marcio dentro da andare, letteralmente, in cancrena.

Con una delicatezza incredibile, Gullielmo del Toro ci racconta una storia d'amore romantica ma anche piena di sottile erotismo, in cui  l'onnipresente acqua assume un valore simbolico di legame con una natura primordiale, ma anche di purezza. Elisa, così come Zelda o Giles, sono diversi, emarginati, ma puri e innocenti, unici ad avere compassione della creatura e a vederla per quel che è, ovvero un essere straordinario dotato di intelligenza e soprattutto di emozioni.
L'incapacità di comunicare con le parole di Eliza, paradossalmente, la rende l'unica in grado di comunicare davvero con la creatura, di stabilire con lui un legame profondissimo: lei lo vede per ciò che è davvero, ma è anche lui a vederla realmente, senza farsi distrarre dal suo mutismo, senza considerarla diversa ma semplicemente per la donna che è nel profondo.
Del Toro è bravissimo nel dare spessore e credibilità a una storia d'amore che è irreale in ogni sua componente: lo fa con una regia sognante, un po' Amelie, un po' Il Labirinto del Fauno, lo fa con una colonna sonora magnifica, con la fotografia bluastra e piccoli dettagli che sembrano presi direttamente da un sogno, come il lungo corridoio alla cui fine vi sono gli appartamenti di Eliza e Giles, o il cinema proprio al piano di sotto, o ancora con l'uso incessante della pioggia come sottofondo a buona parte delle scene. 

Favola romantica a metà fra sogno a tinte gotiche e dramma storico, La Forma dell'Acqua è pura magia visiva ed emotiva. Si ride, si piange, si esce dal cinema felici. Un film che dopo averlo visto si vorrebbe rivedere ancora e ancora e ancora.

giovedì 31 agosto 2017

Venezia 74 - giorno 2

Secondo giorno e al festival piomba Guillermo del Toro con il suo nuovo film The Shapes of Water, che fa il pieno di applausi e recensioni positive.

A undici anni da Il Labirinto del Fauno, il regista messicano torna al Festival di Venezia con un'altra storia fantasy dark, un romantico monster-movie in stile Del Toro.
Ambientato nel periodo della Guerra Fredda, la storia vede al centro il personaggio di Elisa (Sally Hawkins), una donna muta che lavora come donna delle pulizie in un laboratorio governativo che custodisce esperimenti top secret. Elisa non ha famiglia essendo orfana, ha un'amica, la collega Zelda (Octavia Spencer), e un vicino di casa (Richard Jenkins) con cui ha un rapporto quasi padre-figlia, è appassionata di scarpe e di musical. Un giorno scopre che nel laboratorio dove lavora viene tenuta prigioniera in cattività una misteriosa creatura anfibia su cui vengono svolti degli esperimenti. Elisa rimarrà subito affascinata da quell'essere dall'aspetto spaventoso ma dallo sguardo gentile con cui cercherà di stringere un legame.

Notevole il cast, con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Olivia Spencer e Michael Stuhlbarg.

"È difficile parlare di emozioni in questi tempi cinici ma i Beatles e Gesù non possono essersi sbagliati", ha dichiarato Guillermo del Toro, che poi ha fatto un parallelismo tra il suo film, ambientato durante la Guerra Fredda, e l'America di oggi, quella di Trump, "Il film è ambientato nel 1962 ma parla di oggi e affronta temi di grande attualità. Quando si usano slogan come ‘Facciamo di nuovo grande l’America’ ci si riferisce a quell'America lì, piena di promesse e di fiducia nel futuro, ma profondamente sessista e razzista come quella di oggi. Sono messicano, so cosa vuol dire essere visto come l’altro, questa creatura può essere divina o bestiale a seconda degli occhi di chi la guarda".
The Shape of Water è una favola fantasy ma per adulti, non una favola "puritana". "E' un film completo: si balla, si fa sesso e c'è anche una deriva politica, quella dell'amore che vince sulla paura", ha dichiarato il regista, "Non lo abbiamo approcciato in maniera puritana. Elisa fa sesso, si masturba, e tutto questo in modo naturale. Il dio-pesce non ha un nome, volevo fosse così. E' solo un essere che per molti è una cosa sporca e, per altri, un essere sacro".

Presenti a Venezia la protagonista Sally Hawkins, che molti già vedono come favorita per la Coppa Volpi, il premio Oscar Octavia Spencer e Richard Jenkins, tutti concordi sul fatto che se Del Toro chiama non puoi non dire sì. "Avrei interpretato anche una scrivania e invece ho avuto un personaggio ricchissimo", ha dichiarato Octavia Spencer.

Il film sarà nelle sale italiane a febbraio 2018.
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Presentato in Concorso anche First Reformed, di Paul Schrader. Protagonista del film è Ethan Hawke, nei panni di un ex cappellano militare che beve e soffre molto, perseguitato dalla morte del figlio in guerra quando era stato proprio lui a spingerlo ad arruolarsi. L'ex-pastore vive in una chiesa-museo, sempre vuota a parte la presenza di qualche turista. L'uomo comincia a tenere un diario in cui annota tutte le sue angosce quando una giovane coppia - lei (Amanda Seyfried) incinta, lui ambientalista estremo con manie suicide - chiede il suo aiuto.

"Questo film ce lo avevo dentro da tempo. Quando ho capito che era il momento di scriverlo era già pronto dentro di me", ha detto il regista. Torna anche il tema ecologista, già affrontato dal film d'apertura del festival Downsizing, ma il pensiero di Schrader è decisamente più pessimista rispetto a quello di Payne: "L'umanità è la peggiore nemica della Terra, non sopravviverà a questo secolo" (...speriamo si sbagli!).

Se Amanda Seyfried all'inizio ha avuto paura del suo personaggio e dei risvolti della storia, Ethan Hawke si è trovato bene nel ruolo di un ex prete: "Mia nonna ha sempre avuto la sensazione, quando ero giovane, che sarei diventato un prete, sono cresciuto in un ambiente religioso. La vocazione non è mai arrivata ma interpretare un pastore è stata una grande occasione per me".
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Fuori Concorso invece l'incontro tra due personaggi che, in modi diversi, hanno avuto a che fare con il diavolo. William Friedkin, regista de L'Esorcista, ha presentato infatti il suo documentario The Devil and Father Amorth, in cui racconta il vero esorcismo a cui ha assistito insieme a Padre Amorth, l'esorcista più famoso del mondo, scomparso lo scorso anno.

Ecco il racconto del regista e della sua incredibile esperienza. Merita di essere letto per intero.
"Un anno fa ero a Lucca, dove ho ricevuto il Premio Puccini per il mio lavoro nell'opera lirica. E Lucca era vicino a Pisa, non avevo mai visto la Torre Pendente così ho deciso di farci un salto. Poi ho scoperto che a Pisa c'era l'aeroporto e in un'ora avrei potuto essere a Roma. Così ho deciso d'impulso di contattare Padre Gabriele Amorth, che conoscevo da tempo, e ho chiesto di avere un giorno per andare a Roma. Conoscevo da tempo Padre Amorth, ma sapevo che era impegnatissimo. L'ho contattato e gli ho chiesto di poter assistere a un esorcismo. Lui mi ha detto che ci avrebbe dovuto pensare su perché non era molto convinto. Mi ha ammonito che non era uno scherzo, ma una questione molto delicata. Dopo aver ottenuto il suo assenso, gli ho chiesto di poter filmare l'esorcismo e alla fine ha accettato. Ho girato da solo con una camera a mano e senza luci.
Non avevo mai assistito a un esorcismo, per il mio film mi ero basato su rumor e mitologia, ma stavolta mi sono trovato di fronte a un evento senza precedenti. Nella vita ho visto tante cose incredibili, un rito voodoo in Giamaica, cerimonie religiose in Sud America, ma non ho mai creduto nell'autenticità dell'esorcismo finché non ho incontrato Padre Amorth. Sono uno scettico, ma sono convinto di aver visto qualcosa di autentico. Quella era la verità e sono uscito dalla chiesa spaventato a morte da quello che avevo visto. In macchina non ho parlato per mezz'ora.
Naturalmente non volevo realizzare un'enciclopedia dell'esorcismo. Ho contattato una serie di psichiatri, medici, un antropologo, ho scoperto che la psichiatria include l'esorcismo come cura a certe patologie mentali, ma a me interessava concentrarmi su questo esorcismo specifico, ancora più drammatico perché la famiglia dell'esorcizzata aveva perso la speranza visto che era la nona volta e nessun esorcismo aveva sortito l'effetto sperato. Io avevo la sensazione di essere in un posto pericoloso in cui Dio si manifesta in varie forme. Ero vicinissimo a Padre Amorth e con la mia camera ho ripreso una serie di cambi di personalità inspiegabili. Ci sono volute 4/5 persone per tenere ferma l'indemoniata.
Padre Amorth era un uomo divertente, dotato di humor. Non temeva il diavolo, io sì. Lui guardava al demonio con ironia, era dedito completamente al suo lavoro. Aveva fatto tanti esorcismi e ormai era in grado di cogliere il lato umoristico della cosa, non vedeva il diavolo come il signore del male, ma come un idiota".

Durante la conferenza stampa, il regista ha dichiarato che il film preferito di Padre Amorth era L'Esorcista. Vero o no, la cosa non stupirebbe.