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mercoledì 17 febbraio 2021

Martin Scorsese si scaglia contro l'industria dello streaming

Il grande Martin Scorsese non è contento della "piega" che sta prendendo il Cinema in questi ultimi anni e non ha nessun problema a dirlo.

Nonostante abbia realizzato il suo ultimo film, The Irishman, con Netflix e per il prossimo, Killers of the Flower Moon, collaborerà con Apple, Scorsese non vede di buon occhio le piattaforme streaming che, secondo lui, starebbero "svalutando il Cinema" trasformandolo in semplice "contenuto".

In un articolo scritto per Harper's Magazine, in cui l'argomento principale era Federico Fellini e il suo Cinema, il regista si è lanciato in una vera e propria difesa da cinefilo.

"Non più di 15 anni fa, il termine "contenuto" veniva usato in discussioni di Cinema a un livello "serio" e veniva messo a confronto, e misurato, con il concetto di "forma"", ha scritto Scorsese, "Poi, in maniera graduale, è un termine diventato proprietà delle persone che hanno rilevato le media company, la maggior parte delle quali non sapeva nulla della storia della forma d’arte, né si preoccupava che avrebbe dovuto saperlo. "Contenuto" è diventato un termine commerciale per tutte le immagini in movimento: un film di David Lean, un video di gatti, uno spot del Super Bowl, un sequel di supereroi, un episodio di una serie. Questo è legato, ovviamente, non all’esperienza della sala cinematografica ma alla visione da casa, sulle piattaforme di streaming che sono arrivate a superare l’esperienza cinematografica, proprio come Amazon ha superato i negozi fisici".

Scorsese non nega che anche lui abbia beneficiato di questa nuova "potenza" che gli ha permesso di fare un film come The Irishman, ma il regista vede due lati della medaglia: "Da un certo punto di vista, è stato positivo per i registi, incluso il sottoscritto. D’altra parte però, hanno anche creato il presupposto di una situazione in cui tutto è vissuto al pari di un campo da gioco, una cosa che sembra democratica ma non lo è. Se le visioni sono consigliate sulla base di un algoritmo che ragiona su quello che hai già visto e si basano solo su analogie di soggetto o genere, cosa fa tutto questo all’Arte del Cinema? [...] Gli algoritmi, per definizione, si basano su calcoli che trattano lo spettatore come un consumatore e niente altro".

Poi conclude in modo amaro: "Il cinema è cambiato, e così l’importanza che riveste nella nostra cultura. Per prenderci cura del cinema, non possiamo dipendere dall’industria così com'è. Nel settore del cinema, che è il business dell’intrattenimento visivo di massa, l’enfasi è sempre sulla parola "business" e il valore è sempre determinato dalla quantità di denaro da ricavare da una determinata proprietà. In questo senso tutto, da 'Aurora' a 'La Strada' a '2001: Odissea nello Spazio' è ora sfruttato al massimo e pronto per la categoria "Film d'Arte" su una piattaforma di streaming. Chi di noi conosce il Cinema e la sua storia deve condividere il proprio amore e le proprie conoscenze con quante più persone possibile. E dobbiamo chiarire agli attuali proprietari di questi film che si tratta di molto, molto di più che semplici proprietà da sfruttare e poi mettere sotto chiave, sono tra i più grandi tesori della nostra cultura e devono essere trattati di conseguenza".

Quelle di Martin Scorsese sono parole di un grande amante del Cinema, uno che vive e ha vissuto davvero per la Settima Arte, e ora è molto preoccupato dalla situazione attuale.

sabato 12 dicembre 2020

Christopher Nolan attacca di nuovo la Warner. Dure critiche anche da Judd Apatow e Aaron Sorkin.

Non si placano le polemiche sulla Warner dopo la decisione della major di far uscire tutti i film del 2021 nei cinema e in contemporanea anche in streaming su HBOMax.

Ieri il durissimo attacco di Denis Villeneuve, regista di Dune, uno dei 17 film per cui la Warner ha deciso la "doppia uscita", oggi è di nuovo il turno di Christopher Nolan, che torna ad attaccare la major dopo l'intervista di qualche giorno fa.
Intervistato da Variety, il regista si schiera dalla parte delle maestranze, quelle persone normali, lavoratori, a volte occasionali, che verranno danneggiate dalla decisione della Warner.

"Le scelte economiche non sono adeguate a meno che non si scelga di guardare solo ed esclusivamente ai movimenti nelle quotazioni azionarie o al numero di occhi che si piazzano davanti a un nuovo servizio di streaming", ha dichiarato Nolan, "La distribuzione cinematografica è solo uno degli aspetti interessati dalla vicenda, si parla anche di finestra home video, di finestre secondarie e terziarie. Aspetti di vitale importanza nell’economia alla base di questo business e per la gente che ci lavora. E non parlo di me. Non parlo di Ben Affleck. Sto parlando degli attrezzisti, degli elettricisti che fanno affidamento sugli incassi residuali per l’integrazione pensionistica o dell’assicurazione sanitaria. Parlo della SAG e degli attori, di persone che, quando arrivo sul set e devo girare una scena con un cameriere e un avvocato, hanno due o tre battute. Devono guadagnare per vivere di questa professione specie se lavorano solo una manciata di giorni all’anno. Ed è proprio per questo che le unioni si sono assicurate delle partecipazioni per queste persone.
Bisogna parlare del danno che viene fatto saltando le negoziazioni con le unioni, con i talent e tutto il resto. Si sollevano un sacco di domande su come si andranno a mantenere, garantiscono il lavoro di un sacco di gente a Hollywood, persone che hanno una vita e una famiglia, che necessitano di assistenza sanitaria e tutto il resto. È questa la questione che ancora non è stata affrontata e di cui invece bisogna discutere. Bisogna ricordare che il modello della distribuzione cinematografica provvede al sostentamento di centinaia di migliaia di persone normali. Quelle stesse persone che riescono ad assicurare anche a me la possibilità di girare i miei film e farli vedere al pubblico."

Intanto, insieme alla DGA, si muove anche CAA, l'agenzia di talent più famosa al mondo, che ha scritto una lettera dai toni davvero agguerriti alla Warner, riportata poi da Deadline.

"L’annuncio fatto a sorpresa dalla Warner Bros giovedì è completamente inaccettabile per la CAA e i clienti che rappresenta.
Avete deciso di far uscire i film dei nostri clienti in una modalità che non ha precedenti – contemporaneamente nei cinema e sul vostro servizio streaming HBO Max – senza prendere in considerazione i desideri dei nostri clienti o i loro diritti contrattuali. Questo viola palesemente i diritti di alcuni nostri clienti, che hanno diritto decisionale sui piani di distribuzione e di streaming. Questa decisione inoltre è un sabotaggio delle uscite cinematografiche, e danneggia drammaticamente l’abilità dei nostri clienti di guadagnare percentuali sugli incassi, sulle quali si basavano le loro trattative, e che loro si aspettavano di ricevere avendone tutto il diritto.
Questo approccio è l’epitome di una manovra volta unicamente a beneficiare la vostra compagnia creando il caos nell’industria e ignorando e danneggiando gli interessi creativi e finanziari dei nostri clienti. Peraltro avete negoziato con HBO Max una licenza, ancora poco chiara, che rifiutiamo completamente essendo stata decisa in autonomia e in molti casi in violazione dei diritti di approvazione dei nostri clienti.
In sostanza, state cercando di approfittare dei nostri clienti per trarre benefici per la vostra compagnia. Non accetteremo questa cosa. In un'industria basata sulle relazioni, avete violato patti e fiducia. Così facendo, la Warner Bros ha affermato che il rapporto con gli artisti e chi li rappresenta non è fondamentale per lo studio. Abbiamo lavorato con la Warner per quasi quarant’anni. A un certo punto, la Warner si vantava dei rapporti dei suoi dirigenti con gli artisti. Oggi i talent sono tra le risorse più importanti di quest’industria. Insultarli significa ridefinire la vostra compagnia in maniera molto deludente."

Sulla stessa linea la lettera scritta da DGA, che conclude dicendo: "Intendiamo prendere provvedimenti immediati per proteggere i nostri iscritti e chiediamo un incontro immediato per discutere la questione".
E sembra che sia CAA che la DGA si stiano davvero muovendo per prendere provvedimenti. L'agenzia CAA, che rappresenta moltissimi registi e attori che hanno lavorato in quei 17 film della Warner, ha dichiarato che è pronta a procedere per vie legali e a boicottare le campagne di promozionali.

Le polemiche intorno alla Warner vengono commentate anche da chi è "fuori", come i registi Judd Apatow e Aaron Sorkin.

Judd Apatow ha dichiarato a Variety: "La decisione della Warner Bros. mi ha fatto apprezzare il fatto che lavoro per la Universal. È sconvolgente che una major abbia preso una simile decisione sul proprio listino senza parlarne con nessuno. È il tipo di mancanza di rispetto di cui si sente parlare ogni tanto quando si legge la storia dello show business. Ma farlo letteralmente con ogni singola persona con cui lavori è sconvolgente. [...] Questo approccio crea un incubo finanziario, la maggior parte delle persone riceve delle partecipazioni sugli incassi. Ciò che ottengono dopo anni di lavoro è basato sul successo dei propri film. Che succede se i film escono direttamente in streaming? Come calcoleranno quanti soldi pagare ai talent? Non è nemmeno chiaro se queste cose siano regolate dai contratti siglati, oppure se loro possono davvero fare quello che vogliono."

Sempre tramite Variety, le parole di Aaron Sorkin, convinto che comunque vada l'esperienza cinematografica sia il futuro: "Abbiamo tutti paura che questo possa cambiare tutto, che i cinema stiano ufficialmente per diventare arthouse, che i film che facciamo noi verranno visti solo sulle piattaforme streaming. Ma non penso che accadrà davvero. Penso che in quattromila anni niente ha realmente rimpiazzato l’esperienza di far parte di un pubblico. L’esperienza condivisa, lo stare in un cinema quando le luci si abbassano, tutti che ridono insieme, si spaventano insieme, rimangono ammutoliti insieme, e assistere ai momenti finali del film insieme, nello stesso momento."

Al momento la Warner, ma neanche WarnerMedia e AT&T, hanno replicato a questi attacchi. Sicuramente la situazione per la Warner comincia a farsi pesante, e tutte queste polemiche non sono una bella pubblicità per HBOMax.

venerdì 11 dicembre 2020

Il duro attacco di Denis Villeneuve alla Warner e AT&T: "Non c’è amore per il cinema né per il pubblico."

Un'altra voce illustre si scaglia contro la Warner dopo la decisione della major di far uscire tutti i film del 2021 sia al cinema che in streaming su HBOMax.

In questi giorni abbiamo riportato le critiche degli esercenti americani, di Christopher Nolan e la Legendary, il disappunto della DGA, di attori, attrici e registi che hanno lavorato con la Warner, adesso è il turno di Denis Villeneuve.

Il regista ha girato uno dei film più importanti e attesi del listino 2021 della Warner, si tratta di Dune, nuovo adattamento dell'omonimo romanzo con Timothée Chalamet protagonista e un cast stellare. Attraverso il sito di Variety, il regista canadese ha attaccato molto duramente la Warner e soprattutto AT&T, cioè la mente dietro la decisione di spostare tutto il listino in streaming andando a penalizzare i film e i cinema. Ecco le sue parole:

"Ho appreso dai notiziari che la Warner Bros. aveva deciso di distribuire Dune su HBO Max in contemporanea con l’uscita cinematografica, utilizzando molte immagini del nostro film per promuovere la loro piattaforma streaming. Con questa decisione AT&T ha sabotato uno dei più importanti e rispettabili studi cinematografici della storia del Cinema. Non c’è assolutamente amore per il cinema né per il pubblico in questa decisione. È semplicemente l’istinto di sopravvivenza di un mammut delle telecomunicazioni, che al momento porta sulle spalle un debito astronomico di 150 miliardi di dollari. Quindi, sebbene Dune sia fatto per il cinema e per il pubblico, AT&T pensa alla propria sopravvivenza a Wall Street. Con il lancio fallimentare di HBO Max, AT&T ha deciso di sacrificare l’intero listino della Warner Bros. nel disperato tentativo di attirare l’attenzione del pubblico.
L’improvvisa marcia indietro della Warner da storica casa per i cineasti a questa nuova era di completo disprezzo segna una linea chiara, a mio avviso: realizzare un film significa collaborare, fidarsi della fiducia reciproca in un team, e la Warner Bros ha dichiarato di non far parte più dello stesso team.

Le piattaforme streaming sono un’aggiunta positiva e potente all’ecosistema televisivo e cinematografico. Ma voglio che il pubblico capisca che da solo, lo streaming non può sostenere l’industria cinematografica come la conoscevamo prima del COVID. Lo streaming può produrre grandi contenuti, ma non film ambiziosi e colossali come Dune. La decisione della Warner implica che Dune non potrà mai dare risultati economici soddisfacenti, e la pirateria alla fine trionferà. La Warner Bros, con questa mossa, potrebbe aver ucciso il franchise di Dune. “Questo è per i fan”. John Stankey della AT&T ha detto che il cavallo dello streaming è fuggito dal fienile. In realtà, il cavallo ha lasciato il fienile per finire nel mattatoio.
Nessuno mette in dubbio che la sicurezza del pubblico venga prima di tutto, per questo, quando è diventato evidente che l’inverno avrebbe portato una seconda ondata, ho capito e supportato la decisione di rinviare di quasi un anno l’uscita del film. Il piano era che Dune uscisse al cinema a ottobre 2021, quando le vaccinazioni sarebbero state in fase avanzata e, si spera, il virus alle spalle. La scienza afferma che il prossimo autunno dovremmo essere tornati alla normalità.

Dune è finora il miglior film che abbia fatto. Io e il mio team abbiamo dedicato tre anni della nostra vita a realizzare quest’esperienza cinematografica unica. L’immagine e il suono del nostro film sono stati progettati per il cinema.

Parlo a titolo personale, sebbene sia solidale con gli altri 16 registi che devono affrontare il mio stesso destino. Sappiate che sono con voi e che insieme siamo più forti. Gli artisti sono coloro i quali creano i film e le serie.
Credo fermamente che il futuro del cinema sia sul grande schermo, non importa cosa pensa un dilettante qualsiasi di Wall Street. Sin dall’alba dei tempi, gli umani hanno sempre avuto bisogno di esperienze narrative comuni. Il cinema sul grande schermo è più di un mero business, è una forma d’arte che riunisce le persone, celebrando l’umanità e aumentando l’empatia che abbiamo l’uno per l’altro. È una delle ultime esperienze artistiche collettive e fisiche che possiamo sperimentare come umani.
Una volta che la pandemia sarà finita, i cinema torneranno a riempirsi. Io credo questo. Non perché l’industria cinematografica ne ha bisogno, ma perché noi esseri umani abbiamo bisogno del cinema come esperienza collettiva.

Quindi, visto che per primo ho la responsabilità creativa e fiduciaria di adempiere ai miei doveri come regista, chiedo ad AT&T di agire con la stessa responsabilità, rispetto e riguardo e proteggere questo medium culturale vitale. L’impatto economico sugli azionisti è solo un aspetto della responsabilità sociale delle aziende. Trovare modi per arricchire la cultura è un altro. L’esperienza cinematografica non ha eguali. In quei cinema bui i film catturano la nostra storia, ci educano, alimentano la nostra immaginazione e ci innalzano ispirando il nostro spirito collettivo. È la nostra eredità."

Parole assolutamente condivisibili, non c'è bisogno di aggiungere altro.

La AT&T aveva risposto alle dure critiche di Christopher Nolan ribadendo la loro posizione e l'intenzione di andare avanti per la loro strada, cioè lo streaming, vedremo se questa nuova presa di posizione da parte di un altro regista importante come Denis Villeneuve avrà delle conseguenze.

martedì 1 dicembre 2020

Viggo Mortersen risponde a chi lo critica per aver interpretato un personaggio gay

Sentivate la mancanza di una polemica sterile? eccovi accontentati. Nelle ultime settimane ci sono state critiche e chiacchiere riguardo i personaggi omosessuali nei film che, a detta di qualcuno, dovrebbero essere interpretati da attori e attrici gay e non da quelli etero.

Una polemica piuttosto ridicola che però si è abbattuta sul film Falling, esordio alla regia di Viggo Mortersen. E proprio l'attore è finito al centro delle critiche perché nel film interpreta un uomo gay che affronta i problemi di demenza senile del vecchio padre. Secondo qualcuno, Mortersen non avrebbe dovuto interpretare quel ruolo ma avrebbe dovuto lasciarlo a un attore realmente gay.

Interpellato dal Times, l'attore ha risposto in modo perfetto a questa polemica: "Sentite, questa è l'epoca in cui viviamo e io credo sia una cosa salutare sollevare questi temi. La risposta breve è che non pensavo fosse un problemaPoi la gente mi chiede "E Terry Chen - che interpreta mio marito nel film - è omosessuale?". La risposta è che non lo so e, durante il processo di casting, non avrei mai l'impudenza di chiedere a una persona se lo è. E poi... che ne sapete della mia vita? Date per scontato che io sia completamente etero. Forse lo sono e forse no. Onestamente non sono affari vostri. Voglio che il mio film funzioni e voglio che il personaggio di John sia efficace. Quindi, se avessi pensato che non era una buona idea, non lo avrei interpretato".

Inutile sottolineare quanto abbia ragione, tra l'altro possiamo solo immaginare quante polemiche verrebbero fuori se durante i casting venisse chiesto l'orientamento sessuale.

In realtà, prima della polemica su Viggo Mortersen, la stessa domanda era già stata fatta a Kristen Stewart, protagonista della commedia natalizia Happiest Season, in cui per la prima volta l'attrice, dichiaratamente omosessuale, interpreta un personaggio gay. 
Kristen Stewart ha ammesso di non avere una risposta ma ha rigirato la polemica nell'altro senso.

"Non vorrei mai raccontare una storia che dovrebbe davvero essere raccontata da qualcuno che ha vissuto una determinata esperienza..." ha dichiarato l'attrice a Variety, "Detto questo, è una conversazione scivolosa perché, se volessi seguire questo principio alla lettera, per me significherebbe non poter più interpretare un personaggio etero. Penso che sia una zona grigia. Ci sono modi per gli uomini di raccontare storie di donne o modi per le donne di raccontare storie di uomini, dobbiamo solo capire ciò che raccontiamo. [...] Non c'è niente di sbagliato nel imparare l'uno dell'altro aiutandosi a vicenda a raccontare storie. Non credo di avere una risposta certa, posso solo dire 'pensate a ciò che state facendo! E non fate gli stronzi."

Vedremo se questa polemica finirà qui (si spera) o continuerà.

mercoledì 2 settembre 2020

Venezia 77 - giorno 1: Cate Blanchett e il film Lacci aprono il festival

Ha preso il via oggi, la 77a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il primo evento cinematografico a svolgersi dopo (durante) la pandemia.

Tra mascherine, distanziamento e misure di sicurezza sanitaria, non sarà il solito festival ma è un primo passo concreto per cercare di far ripartire il Cinema. Importante per questo la presenza di otto direttori di alcuni dei principali festival europei, tra cui Thierry Fremaux (Cannes) e Carlo Chatrian (Berlinale), "in simbolica rappresentanza della comunità dei festival di tutto il mondo, riuniti in segno di solidarietà per l’industria del cinema che è stata duramente colpita dalla pandemia, e dei nostri colleghi che sono stati costretti a cancellare o a rinviare i loro festival", questo il loro messaggio.

Ad illuminare un festival un po' diverso da come eravamo abituati a vederlo, ci ha pensato sicuramente il presidente di  giuria di quest'anno, una splendida Cate Blanchett, che ha definito "un miracolo" lo svolgimento del festival quest'anno e ha lanciato un appello per la riapertura e il ritorno al cinema, alla sala cinematografica.

"Aspettavo con ansia di venire, sono pronta ad applaudire gli organizzatori per la resilienza, la creatività. Sono in pieno accordo sul fatto che si dovesse riaprire, anche in un periodo difficilissimo si deve riemergere. Sono qui a sostenere i cineasti. Sono estremamente emozionata", ha dichiarato l'attrice durante la conferenza stampa, "Certo, questa edizione di Venezia sarà speciale. Sì, adesso ho tante paure ma dobbiamo essere coraggiosi. Questa situazione mi fa pensare ai primi giorni di scuola, ogni volta che si parte bisogna rischiare, anche di fallire. Anche se l'industria faticherà, alla fine riemergerà, sono piena di speranze. Ci sono tante sfide, globali. Partiamo dalla mono-cultura dello streaming degli ultimi mesi, ma dobbiamo riaprire i cinema. Abbiamo la possibilità di riesaminare la situazione, questo momento offre delle opportunità. La mia ultima uscita al cinema è stata a Berlino e poi la scorsa settimana, con la mia famiglia, per Tenet. Ho avuto il piacere/dispiacere di vedere molti altri film a casa, ma preferisco tornare al modo tradizionale di guardare".

Dopo più di dieci anni, ad aprire il festival sarà un film italiano, Lacci di Daniele Luchetti, che vanta un cast di altissimo livello, con Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Adriano Giannini e Linda Caridi. Un cast che, stando ai primi commenti dopo le proiezioni, è il più grande punto di forza del film.

Lacci è tratto dall'omonimo romanzo di Domenico Starnone e racconta un dramma familiare che perdura nel tempo. Napoli, anni '80, il matrimonio tra Vanda (Alba Rohrwacher) e Aldo (Luigi Lo Cascio) si sfascia dopo il tradimento di lui. Vanda reagisce in modo aggressivo, Aldo è invece passivo, lei lo caccia di casa sperando che rifletta e poi torni, ma lui va dall'altra. La storia va avanti nel tempo, fino ai giorni d'oggi con Vanda e Aldo (Laura Morante e Silvio Orlando) invecchiati e sorprendentemente ancora insieme, nella stessa casa che sembra quasi una prigione, ma quello che è successo in passato ha lasciato segni profondi, anche sui loro figli, ormai adulti (Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini).

Un film difficile da realizzare, che va avanti e indietro nel tempo e ripropone le stesse scene più volte ma da prospettive diverse. Il regista Daniele Luchetti era ben consapevole della sfida: "Lacci è un film di pochissima trama, che è tutta nella prima scena, quella di una coppia che si separa, poi vediamo solo quello che ne consegue. Si tratta di un film che è composto di azioni e sentimenti, con scene che non hanno il peso di raccontare trama, ma solo di illustrare un clima emotivo. Per questo cercavo di mantenere in azione e in tensione ciò che era in scena, mostrando sempre qualcosa che si sta per spaccare o si è spaccato, con forte lavoro sull'odio, su paura, rabbia e tutti i sottotesti. [...] Quando ho letto per la prima volta Lacci ho trovato domande che mi riguardavano e personaggi nei quali era difficile non identificarsi. Attraverso una storia familiare che dura trent'anni, due generazioni, legami che somigliano più al filo spinato che a lacci amorosi, si esce con una domanda: hai permesso alla tua vita di farsi governare dall'amore? Lacci è un film sulle forze segrete che ci legano. Non è solo l'amore a unire le persone, ma anche ciò che resta quando l'amore non c'è più. Si può stare assieme per rancore, nella vergogna, nel folle tentativo di tener fede alla parola data. Lacci racconta i danni che l'amore causa quando ci fa improvvisamente cambiare strada e quelli - peggiori - di quando smette di accompagnarci". Infine sulle figure dei figli: "hanno un legame che non hanno scelto e questo è un tema di indagine molto forte. Può riuscire un figlio a slegarsi dai lacci familiari? In questo caso mostriamo che i figli si possono vendicare dei genitori, ma non credo che si riesca”.

Il regista ha poi spiegato la scelta dei quattro attori che interpretano, a distanza di 30 anni, Vanda e Aldo, cioè Alba Rohrwacher e Laura Morante, e Luigi Lo Cascio e Silvio Orlando. "Non ho scelto in base alla somiglianza fisica", ha dichiarato Luchetti, "ma confido nell'immaginazione del pubblico che crede in quello che gli stai raccontando. Laura Morante e Alba Rohrwacher sono tanto diverse, eppure ci credi". "Un film deve essere autentico non verosimigliante e Lacci è riuscito ad esserlo", ha concluso Laura Morante sull'argomento.

Il film sarà nei cinema dal 1 ottobre.

sabato 4 luglio 2020

Netflix risponde alla lettera di Duffy che chiedeva la rimozione del film '365 Giorni'

Nei giorni scorsi la cantante Duffy, reduce da un'esperienza personale molto drammatica, ha scritto una lunga lettera al boss di Netflix (la trovate QUI) per chiedere la rimozione di 365 Giorni, film erotico-trash che sta facendo molto discutere ma che, allo stesso tempo, è da giorni stabile nella top10 dei film più visti.

Su Change.org è partita anche una petizione per chiedere la rimozione del film dal catalogo e il motivo è il messaggio agghiacciante e pericoloso che viene fuori dalla storia, cioè che un rapimento e lo stupro possono diventare accettabili e addirittura romantici se il rapitore è bello e potente.

La risposta di Netflix alla lettera di Duffy non si è fatta attendere. Il sito di streaming non ha voluto commentare le critiche al film e alla storia, si è limitato a specificare che Netflix non è stato coinvolto nella produzione e che il film ha una regolare licenza per apparire sul canale.

"Crediamo fermamente nell'importanza di dare ai nostri iscritti in tutto il mondo più scelta e controllo circa la loro esperienza di visione su Netflix", ha dichiarato un portavoce "I nostri membri possono scegliere cosa vogliono o non vogliono vedere, inserendo filtri di maturità per ciascun profilo e rimuovendo determinati titoli per proteggere se stessi o gli altri da contenuti che ritengono troppo adulti."

In sostanza, se ne lavano le mani. Netflix non si interessa minimamente se il messaggio del film è una giustificazione dello stupro e delle possibili influenze che potrebbe avere su chi lo guarda, la responsabilità è solo di chi decide di premere play e vederlo. Una posizione molto ambigua che guarda solo ai profitti (è uno dei film più visti) che sta già facendo discutere.


sabato 27 giugno 2020

Anthony Mackie VS Marvel: "Ho fatto 7 film e ogni singola persona sul set era bianca"

L'onda delle proteste contro il razzismo sta scuotendo anche Hollywood (qui, qui e qui, potete leggere alcune delle puntate precedenti).

Stavolta è il turno di Anthony Mackie, il "Falcon" della saga degli Avengers, che durante un incontro organizzato da Variety, Actors on Actors, in cui ha dialogato con Daveed Diggs (protagonista della serie tv Snowpiercer), ha criticato in modo molto diretto i Marvel Studios per la poca diversità sul set e per il comportamento contrario su quello di Black Panther.

"Quando uscirà The Falcon and the Winter Soldier, sarò io il protagonista. Quando è uscito Snowpiercer, il protagonista eri tu. Abbiamo il potere e l’abilità di fare queste domande… Mi ha sempre dato fastidio l’idea di aver fatto sette film con i Marvel Studios in cui ogni produttore, ogni regista, ogni stuntman, ogni costumista, ogni assistente alla produzione, ogni singola persona era bianca.
[...]
Poi hanno fatto Black Panther, e hanno preso un regista nero, un produttore nero, un costumista nero, un coordinatore degli stunt nero. Se vogliamo, questa è una cosa anche più razzista. Perché se assumi i neri solo per “il film dei neri”, allora è come se dicessi che non sono abbastanza degni di un film con un cast prevalentemente composto da bianchi!
[...]
I Marvel Studios dovrebbero semplicemente ingaggiare la persona migliore per quel lavoro."

Le critiche dell'attore sono un po' superficiali, anche ingiuste, verso la Marvel che negli ultimi anni si è impegnata molto per favorire la diversità, non solo tra i personaggi, ma anche dietro la macchina da presa, Shang-Chi e Gli Eterni hanno due registi di origine asiatica, Destin Daniel Cretton e Chloé Zhao, tre degli ultimi film in produzione sono diretti da donne, Anna Boden è co-regista di Captain MarvelCate Shortland ha diretto Black Widow e, appunto, Chleé Zhao alla regia de Gli Eterni, in particolare quest'ultimo avrà il primo personaggio apertamente omosessuale. Forse Anthony Mackie avrebbe dovuto pensare anche a questo prima di criticare.


martedì 26 maggio 2020

Indiana Jones 5: confermato James Mangold alla regia. E' già al lavoro sulla sceneggiatura.

La conferma ufficiale è finalmente arrivata, James Mangold (Logan, Le Mans '66) dirigerà il quinto film della saga di Indiana Jones.

A confermarlo, durante una chiacchierata con Collider, è stato lo storico produttore Frank Marshall, che ha anche parlato dell'inizio delle riprese in questo periodo in cui i set sono ancora fermi.
Le riprese, già slittate un paio di volte, non prenderanno il via finché non sarà possibile lavorare in sicurezza.

"Il primo motivo, ovviamente, è la sicurezza di tutti quanti: il cast, la troupe, tutti noi", ha detto Marshall, "Quindi stiamo vedendo le linee guida che vengono annunciate pian piano, dagli esperti sanitari agli studios a tutti i vari ambienti dell’industria, e cerchiamo di incorporare tutte queste informazioni in modo da muoverci in sicurezza. Ovviamente questa cosa rallenterà i lavori, quindi dovremo aggiustare il tiro. Non ci saranno scene molto affollate per un po’ di tempo… E penso non ci saranno più i catering, il che sarà positivo perché si rimarrà più in forma! Al momento siamo in una situazione mutevole, e molte persone stanno lavorando a delle soluzioni."

Il produttore ha poi spiegato la scelta di James Mangold, pronto a raccogliere l'eredità di Steven Spielberg, "padre" della saga fin dal primo capitolo e confermato come co-produttore film.

"Il suo amore per il franchise", ha spiegato Marshall, "È un regista straordinario, un esperto nel rigirare generi e stereotipi antichi con una necessaria dose di intrigo postmoderno, che genera film hollywoodiani classici ma allo stesso tempo coraggiosi. Penso poi che abbia un forte legame con Harrison. Tutti questi pezzi, uniti insieme al momento giusto, ci hanno fatto scegliere lui. Steven, comunque, rimarrà coinvolto come produttore, quindi abbiamo il meglio di entrambi gli scenari."

A stretto giro è arrivata anche una dichiarazione del regista, interpellato dal sito Comicbook, a cui ha dichiarato di aver iniziato a lavorare sulla sceneggiatura.

"Cerco sempre di trovare un nucleo emotivo su cui costruire"; ha dichiarato James Mangold, "Secondo me è più importante questo del servire una minestra riscaldata, in un'epoca in cui i franchise sono diventati una merce. Almeno per me, per l'esperienza che ho avuto sui vari marchi, servire la minestra riscaldata di solito produce solo il ricordo della prima volta che hai assaggiato il piatto. Alla fine il pubblico preferirebbe rivivere il primo capitolo. Quindi devi spingerti verso territori nuovi, ricordando allo stesso tempo le ragioni che hanno motivato tutti in origine. Com'è successo con Logan, quando hai a che fare con una serie che genera molte aspettative."

Una dichiarazione molto generica e in linea con il credo della Lucasfilm/Disney, cioè mantenere tutto il più possibile top secret.

L'uscita del film è al momento fissata per il 29 luglio 2022.

martedì 19 maggio 2020

Riapertura cinema: per l'ANEC le misure sono "irricevibili"

Come annunciato due giorni fa, i cinema italiani potranno riaprire il 15 giugno seguendo però delle regole ben precise (QUI l'articolo) per una riapertura in sicurezza.

Oggi è arrivata la risposta di ANEC (associazione nazionale esercenti cinema) e non è positiva. I cinema hanno accettato la data decisa dal Governo per la riapertura ma secondo l'associazione le misure sono "irricevibili" perché troppo severe.

"Alla luce di tutte le più recenti soluzioni individuate per altre categorie, quelle che ci riguardano ci risultano inspiegabilmente penalizzanti e costituiscono anche un problema di immagine oltre che economico per il comparto nel suo percorso di ripartenza", ha dichiarato Mario Lorini, presidente dell’associazione, "Ci sembra fuorviante accettare che la sala venga individuata come il luogo più pericoloso di tutti gli altri caratterizzati da socialità e aggregazione. Si rischia di dare un’impressione sbagliata all'opinione pubblica e non lo possiamo accettare".

Uno dei punti che l'ANEC ha voluto sottolineare è quello del distanziamento degli spettatori, che era stato proposto "a gruppi", in modo che i familiari e le coppie potessero sedersi insieme, invece nelle direttive si parla di un distanziamento "a persona".

"Avevamo avuto su questo ampie garanzie, ma la misura non c’è", ha continuato Lorini, "Mi chiedo perché visto che il mondo è cambiato in pochi giorni e si pensa anche a quando riaprire le frontiere. In queste condizioni l’industria non può ripartire. C’è da pensare a una varietà di strutture piccole, medie e grandi e ai costi che dovrebbero affrontare. C’è grande delusione. Per quanto il dialogo non è certo chiuso. Auspico che ci sia al più resto la ripresa del confronto".

Le parti hanno un mese per discutere sui vari punti del decreto e collaborare per trovare una soluzione, sperando che non si arrivi a un inutile muro contro muro che non serve a nessuno, sicuramente non all'industria cinematografica.

domenica 22 marzo 2020

L'appello di Christopher Nolan per aiutare i cinema in questo momento di crisi

Insieme all'emergenza sanitaria che sta colpendo il mondo, l'Italia in particolare, sta correndo parallela una crisi economica che rischia di diventare molto seria. Tutti i settori stanno soffrendo per questa chiusura obbligata dal virus, tra questi anche l'industria cinematografica.

Le sale cinematografiche erano già in sofferenza, questa crisi che ha portato alla chiusura dei cinema in molte parti del mondo, rischia di danneggiare il settore in modo molto profondo. Il regista Christopher Nolan ha scritto un editoriale sul Washington Post proprio per accendere i riflettori su questo problema, appellandosi al Governo americano di non lasciare solo il Cinema, non lasciare sole le sale cinematografiche, perché quando questa crisi passerà e sarà tutto finito, il Cinema, in tutte le sue forme e a tutti i suoi livelli, dalla produzione alla distribuzione, potrà aiutare l'economia, ma non solo, anche le singole persone a ritrovare il senso di comunità dopo settimane di isolamento e difficoltà.
Cosa molto importante, Nolan sottolinea come il Cinema non sia fatto solo di attrici, attori, glamour e premi, dietro la macchina da presa ci sono tanti lavoratori, e quando il film finisce in sala, ci sono tutti quelli che lavorano nei cinema, dai proprietari a chi pulisce. Tutte queste persone ora sono a casa, senza lavoro, e avranno bisogno di aiuto.

Un discorso che vale anche per l'Italia e il Cinema Italiano (e tutto quello che ci gira intorno), che ha già fatto un appello al Ministro della Cultura.

Queste le sue parole.

"B&B Theatres in Missouri non è solo un’azienda familiare, è il prodotto di una tradizione familiare. La prima “B” sta per Bills Theaters, fondata nel 1924 da Elmer Bills Sr. La seconda rappresenta il Bagby Traveling Picture Show, formato da uno degli ex commessi delle aree ristoro di Bills. Per generazioni queste due famiglie hanno trovato coniugi e amici nei loro cinema e nei loro drive-in, fino a fondersi nel 1980. Per un secolo, B&B ha mostrato film al pubblico del Midwest. Apparentemente, per tutto quel tempo, l’azienda non ha mai licenziato un singolo impiegato. Questa settimana però, B&B ha dovuto chiudere 418 cinema che servivano il pubblico in Florida, Iowa, Kansas, Missouri, Mississippi, Oklahoma e Texas e ha dovuto licenziare 2.000 impiegati.

Quando le persone pensano ai film, la loro mente va alle star, agli studios, al glamour. Ma l’industria cinematografica include tutti: le persone che lavorano nelle aree ristoro, che gestiscono gli impianti, staccano i biglietti, prenotano i film, vendono pubblicità e puliscono i bagni nei cinema. Persone qualunque, molte pagate a orario e senza un salario, che si guadagnano il pane mandando avanti i nostri luoghi di aggregazione comunitaria più economici e democratici.

In quest'epoca di sfida e incertezza senza precedenti, è vitale riconoscere le decisioni pronte e responsabili prese da tutte le compagnie del nostro paese che hanno chiuso i battenti consapevoli del danno che stanno facendo ai loro affari. L’incredibile rete di cinema del nostro paese è una di queste industrie, e mentre il Congresso prende in considerazione le richieste di assistenza di tutte le industrie che hanno subito un impatto da questa situazione, spero che la gente veda la comunità degli esercenti per quello che è: una parte vitale della vita sociale, che dà lavoro a tanti e intrattiene tutti. Sono luoghi di aggregazione dove i lavoratori servono storie e dolci al pubblico che vuole passare una bella serata fuori con amici e familiari. Come regista, il mio lavoro non potrebbe mai essere completo senza questi lavoratori e il pubblico che accolgono.

I giornalisti troppo spesso mettono le forme d’intrattenimento l’una contro l’altra, come se fosse in atto una competizione darwiniana per l’attenzione del pubblico. Ma non centrano il punto. Al pubblico piacciono le storie perché, che le vivano insieme o da soli, i film, la televisione, i romanzi, i videogiochi coinvolgono le nostre emozioni e ci offrono una catarsi.

In tempi così incerti, non c’è un pensiero che dia più conforto del fatto di essere in tutto questo insieme: qualcosa che l’esperienza cinematografica ha rafforzato per generazioni. Oltre ad aiuti governativi per gli impiegati, la comunità degli esercenti cinematografici ha bisogno di parnership strategiche e illuminate con gli studios. Quest'ultima settimana ci ha ricordato, come se fosse necessario, che ci sono parti della vita che sono molto più importanti dell'andare al cinema. Ma se pensate a quello che offrono i cinema, troverete che forse non sono così tante.

I cinema si sono spenti e rimarranno così per un po’ di tempo. Ma i film, come i prodotti invenduti o l’interesse immeritato, non cessano di avere valore. Molte di queste perdite a breve termine sono recuperabili. Quando questa crisi passerà, il bisogno di coinvolgimento umano collettivo, il bisogno di vivere, amare, ridere e piangere insieme saranno più potenti che mai. La combinazione di questa esigenza e la promessa di nuovi film potrebbero spingere le economie locali e contribuire a generare miliardi di dollari nella nostra economia nazionale. Dobbiamo includere i 150.000 lavoratori di questa grande industria americana negli aiuti: non lo dobbiamo solo a loro, ma a noi stessi. Abbiamo bisogno di ciò che i film possono offrirci.

Tra i lavoratori più colpiti, in questo momento, ci sono quelli di industrie come quella cinematografica, la cui intera attrattiva è basata sul più grande istinto dell’umanità, quello che ora si è ritorto contro di noi, che rende questa situazione così difficile: il desiderio di essere uniti. Forse, come me, pensavate di essere al cinema per il suono avvolgente, o per i Goober, o la soda e i popcorn, o le stelle del cinema. Ma non è così. C’eravamo l’uno per l’altro."

mercoledì 11 marzo 2020

Cannes 2020: il presidente Lescure ammette il rischio cancellazione

E' stata confermata per il 16 aprile la conferenza stampa di presentazione del programma ufficiale del Festival di Cannes 2020, ma l'emergenza sanitaria per la diffusione del virus Covid-19 potrebbe mettere a rischio l'intero evento.

Fino a qualche giorno fa il direttore Thierry Frémaux era sembrato sereno e sicuro sul regolare svolgimento del festival, ma il virus si sta diffondendo anche in Francia e ora il presidente Pierre Lescure ammette che c'è il rischio di cancellazione, anche se resta ottimista.

"Siamo relativamente ottimisti", ha detto Lescure a Le Figaro, "sperando che il picco dell'epidemia rientrerà entro la fine di marzo, dandoci modo di riprenderci più facilmente ad aprile. Ma non siamo degli irresponsabili. Se non dovesse andare così, lo cancelleremo".

Il presidente ha commentato anche l'articolo di Variety di ieri, in cui è stato rivelato che il Festival di Csnnes non è coperto da assicurazione in caso di sospensione (è finanziato in gran parte da soldi pubblici) e che la direzione ha rifiutato un'estensione della copertura fatta nei giorni scorsi dalla compagnia assicurativa. La storia era vera per metà, o meglio mancavano alcuni dettagli importanti che Lescure ha voluto sottolineare.

"Quest'offerta ci è stata presentata circa una dozzina di giorni fa ma era del tutto sproporzionata", ha spiegato Lescure, "Ci hanno offerto una copertura fino a un massimo di 2 milioni di euro, quando il nostro budget è di 32 milioni. Si tratta di noccioline. La compagnia ha solo giocato a fare il cacciatore di taglie ed ovviamente abbiamo rigettato una simile proposta".

Ma il festival si può permettere di saltare un anno? Lescure non ha dubbi, sì, se lo può permettere: "I fondi a nostra disposizione ci consentirebbero di resistere nel caso di mancate entrate per un anno".

Il Festival di Cannes si svolgerà dal 12 a 23 maggio, l'unica cosa da fare è aspettare e vedere come la Francia reagirà alla diffusione del virus.

lunedì 2 marzo 2020

Tornare a Vincere: il regista racconta il "crollo emotivo" di Ben Affleck durante una scena

Per Ben Affleck non dev'essere stato affatto facile affrontare un film come Tornare a Vincere, a causa di una storia che ha diversi punti in comune con i trascorsi personali dell'attore.

Il film racconta la storia di Jack Cunningham, ex promessa del basket uscito dal college con una borsa di studio e un futuro roseo davanti. Jack però, inspiegabilmente, decide di abbandonare il basket rinunciando a quel futuro. Anni dopo, Jack si ritrova con una vita in rovina, senza soldi, senza famiglia, senza moglie, e con una grave e profonda dipendenza dall'alcol. La svolta arriverà quando gli verrà offerto il ruolo di allenatore della squadra giovanile di basket del suo ex liceo. La strada verso la redenzione però non è facile e Jack si troverà ad affrontare il suo presente e il suo passato.

Ben Affleck, come lui stesso ha raccontato, ha avuto un grave problema di dipendenza dall'alcol e questa è stata la causa del fallimento del suo matrimonio con Jennifer Garner. Perciò la storia personale dell'attore ha dei punti in comune con la storia del film.
A tal proposito, il regista Gavin O’Connor (Warrior) ha raccontato un particolare episodio che ha provocato un vero crollo emotivo da parte dell'attore, nella scena in cui il personaggio di Jack chiede scusa alla moglie. Un momento molto toccante che ha colpito tutte le persone presenti sul set e che il regista ha deciso di accorciare nel montaggio finale per rispetto verso Affleck.

"Credo fosse il secondo ciak, e Ben ha avuto un crollo emotivo. Ho i brividi solo a pensarci. E' stato come se un fiume in piena fosse appena straripato. Ricordo che tutti sul set sono rimasti immobili mentre lo hanno visto aprirsi e parlare a cuore aperto. Era tutto vero. Ha dovuto dire cose che magari aveva già detto in passato, chi lo sa. [...] Sarebbe stato troppo duro per il pubblico guardarla, era un momento troppo personale."



Durante gli incontri con la stampa, Ben Affleck ha parlato del problema della dipendenza in modo molto sincero.
"So quanto possa sembrare disperato, e so quanto sia enormemente frustrante, ma una cosa molto importante è questa: le persone guariscono. Si può guarire. [...] Quello che serve, e parlo per me ma l’ho visto anche in altre persone, è un profondo grado di umiltà. Non sei più forte della cosa da cui sei dipendente. La tua dipendenza è più forte di te e lo sarà sempre."

Tornare a Vincere uscirà il 6 marzo negli USA e il 23 aprile in Italia.

venerdì 21 febbraio 2020

Trump contro Parasite (e Brad Pitt). La risposta della casa di distribuzione è da Oscar.

La corsa per le elezioni di metà mandato si fa sempre più calda negli USA e ogni argomento è buono per cercare di raccattare consensi a destra e a manca.

Durante un comizio in Colorado, Donald Trump si è scagliato contro Hollywood e l'Academy, prendendo di mira in particolare il vincitore Parasite e Brad Pitt.

A quanto pare al miliardario, attuale presidente, non è piaciuto il grande exploit di Parasite, o meglio a non piacergli è il fatto che un film coreano abbia trionfato negli USA. Ecco le sue parole.

"Ma quanto sono stati brutti gli Academy Awards quest'anno? E il vincitore è... un film della Corea del Sud! Ma di che diavolo parlava? Abbiamo già abbastanza problemi con la Corea del Sud, per via del commercio. E come se non bastasse, danno loro il premio per il miglior film dell’anno. Era un buon film? Non ne ho idea. Ridateci Via col vento, per favore! Il Viale del Tramonto... così tanti film straordinari.
Pensavo si chiamasse “miglior film straniero” per un motivo no? Miglior film straniero. Ma era mai successo prima?"

Nota a margine, il "miglior film straniero" adesso si chiama "miglior film internazionale", cosa che Trump evidentemente ignora.
A stretto giro è arrivata la risposta della casa di distribuzione Neon, che si è occupata di Parasite sul suolo americano, per niente stupiti dal fatto che Trump non abbia apprezzato il film di Bong Joon-ho.

"È comprensibile, non sa leggere."

Il riferimento è ovviamente ai sottotitoli che accompagnano il film. Una risposta bruciante, diciamo da Oscar.

Ma Trump non si è scagliato solo contro Parasite, subito dopo se l'è presa anche con Brad Pitt, vincitore dell'Oscar come migliore attore non protagonista per C'era una Volta... a Hollywood.
"E poi c’è Brad Pitt", ha detto Trump, "Non sono mai stato un suo grande fan. Si è alzato e ha detto una roba da saputello. È un piccolo saputello."

L'accusa di essere un "saputello" deriva da una frase che Brad Pitt ha pronunciato durante il suo discorso di ringraziamento: "Mi hanno detto che ho solo 45 secondi... beh, sono 45 secondi in più di quanti il senato ne ha dati a John Bolton questa settimana. Forse Quentin Tarantino ci farà un film. Però, alla fine, gli adulti faranno la cosa giusta". A quanto pare, Trump si è offeso.

Il commento su Brad Pitt ma soprattutto quello su Parasite, onestamente, sono parole senza capo né coda, giudizi personali usati per fare campagna elettorale (attaccare un film che ha vinto l'Oscar porta consenso? chi lo sa), ma che sembrano confermare una voce che gira da tempo, una certa "invidia di Hollywood", si dice infatti che Trump avrebbe tanto voluto sfondare da quelle parti, e che ci abbia provato, ma è stato sempre "rimbalzato", e per questo motivo è sempre pronto a scagliarsi contro Hollywood.

martedì 4 febbraio 2020

La carriera di Rick Dalton dopo C'era una volta... a Hollywood? ce la racconta Tarantino.

C'era una volta... a Hollywood è stato uno dei successi del 2019 e, come succede spesso nei film di Quentin Tarantino, ci ha regalato personaggi memorabili. Uno è sicuramente il protagonista, Rick Dalton, interpretato da Leonardo DiCaprio. Ma cos'è successo a Rick Dalton dopo la fine del film?

ATTENZIONE SPOILER! Se non avete visto il film non andate avanti con la lettura.


Chi ha visto il film sa che alla fine, cambiando i reali avvenimenti, Rick Dalton riesce ad impedire gli efferati omicidi di Sharon Tate e dei suoi ospiti nella villa di Cielo Drive. Dopo quei clamorosi fatti, la sua carriera ha avuto una svolta.
A raccontare quello che è successo dopo ci pensa Quentin Tarantino, che con la sua strabordante fantasia, ha immaginato tutta la carriera di Rick Dalton, tanto da aver scritto una filmografia e una biografia e averla mandata a Imdb, che però non ha potuto inserirla nel suo database.

Ecco il racconto di Tarantino.

"Tutto l'incidente con il lanciafiamme e gli hippie ha attirato moltissima attenzione. Nessuno si rende davvero conto di quanto sia stato importante quello che è capitato, ma è stato comunque qualcosa di grosso. Ed è stato qualcosa di grosso il fatto che abbia usato un lanciafiamme, l’oggetto di scena di uno dei suoi film più popolari. Quindi Rick inizia a tornare in voga. Non dico richiesto come lo era Michael Sarrazin all'epoca, ma ha avuto abbastanza pubblicità e ora improvvisamente 'I 14 Pugni di McCluskey' viene trasmesso più spesso su Channel 5 durante la Combat Week, e cose del genere. Inoltre gli offrono un paio di film – a basso budget, ma comunque prodotti da uno studio. Ma la cosa veramente importante è che nel circuito della tv a episodi ha un nome molto più in vista. Non è certo Darren McGavin, ok? Darren McGavin veniva pagato con il compenso massimo che una comparsa poteva ricevere all'epoca. Ma Rick è ai livelli di John Saxon, forse anche un po' più in alto. Quindi viene pagato bene e fa delle belle serie. E gli episodi sono tutti costruiti attorno al suo personaggio. Quindi invece di fare 'La Terra dei Giganti' e 'Bingo Martin', ora fa il cattivo in 'Mission: Impossible'... ed è il suo episodio... Ah, fa anche un programma di Vince Edwards intitolato 'Matt Lincoln'. O un programma di Glenn Ford chiamato 'Lo Sceriffo del Sud'. Ed è una cosa grossa, perché aveva fatto 'Hell-Fire Texas' con Glenn Ford e non erano andati per niente d’accordo. Ma hanno deciso di sotterrare l’ascia di guerra, lavorano un sacco insieme. Poi recita in un paio di film tv di Paul Wendkos. Insomma, se la cava bene."

Quindi, ora lo sappiamo, Rick Dalton se la cava bene.

C'era una volta... a Hollywood si prepara ad affrontare la notte degli Oscar con ben 10 nomination, tra cui miglior film, regia, attore protagonista (DiCaprio) e attore non protagonista (Pitt, favorito per la vittoria).

Indiana Jones 5: Kathleen Kennedy aggiorna sul film

In occasione dei BAFTA, dove è stata premiata con il Bafta Fellowship Award, la produttrice e presidente della Lucasfilm Kathleen Kennedy ha parlato del prossimo film di Indiana Jones.

La produttrice ha dichiarato che la stesura della sceneggiatura è ancora in fase di sviluppo e, ancora più importante, ha confermato che non si tratterà affatto di un reboot ma di un sequel, con Harrison Ford ancora saldamente al suo posto, con cappello e frusta.

"Stiamo lavorando duramente per perfezionare la sceneggiatura, una volta fatto questo saremo pronti per partire", ha dichiarato Kathleen Kennedy alla BBC, aggiungendo poi, "Harrison Ford è coinvolto. E no, non sarà un reboot, sarà una continuazione. E lui non vede l’ora!".

Della possibile trama al momento non si sa nulla, sappiamo solo che (quasi certamente) non includerà Mutt Williams, il figlio di Indiana Jones interpretato da Shia LaBeouf nel quarto film. Nei prossimi mesi saranno annunciati i nuovi ingressi nel cast.
Le riprese dovrebbero iniziare ad aprile, quando Steven Spielberg avrà concluso il suo lavoro di post-produzione sul suo ultimo film, il remake di West Side Story.

La data d'uscita è fissata al 10 luglio 2021.

sabato 25 gennaio 2020

Un sequel di The Mask? Jim Carrey direbbe sì ma a una condizione

E' partito il tour promozionale per Sonic- il Film, che vede nel cast anche Jim Carrey nel ruolo del villain.

Sfruttando l'occasione, il sito Comicbook ha chiesto all'attore se sarebbe disposto a tornare in un ipotetico sequel di The Mask, famosissimo film del 1994 diventato poi un cult. Jim Carrey ha detto sì ma solo a una precisa condizione. Ecco la sua risposta.

"Di solito non penso in termini di sequel e cose del genere, nel senso... questo film, Sonic, va bene perché non abbiamo ancora fatto evolvere in maniera completa il personaggio di Robotnik. Per quel che riguarda The Mask, molto dipenderebbe dal regista. Anzi dipende tutto dal regista. Non lo farei tanto per farlo. Ma lo farei se venisse coinvolto un regista davvero folle e visionario".

Una condizione molto chiara e del tutto legittima. Vedremo se qualcuno risponderà al suo appello.

In realtà, un altro film di The Mask è già stato fatto, Son of the Mask (The Mask 2) del 2005, senza Jim Carrey, ma è stato un vero fallimento, un film che non ha avuto successo, né di critica, né di pubblico, ed è velocemente finito nel dimenticatoio.

mercoledì 15 gennaio 2020

Oscar 2020 - Poca diversità? un tweet di Stephen King fa scattare la polemica

Ci risiamo. Ormai sembra quasi una tradizione, prima degli Oscar si apre una polemica, che alla fine è sempre la stessa: la poca diversità tra i candidati.

Dopo l'annuncio delle nomination si è acceso il dibattito sull'assenza di Greta Gerwig tra i cinque candidati come migliore regista, ma la polemica si è spenta quasi subito perché, onestamente, i cinque candidati sono più che meritevoli di una nomination, e perché Piccole Donne ha comunque ottenuto sei nomination tra cui miglior film. tutto tranquillo? più o meno, fino al tweet di Stephen King.

Il grande scrittore, "Re dell'horror", è uno dei votanti e ha scritto due tweet con il proprio personale pensiero riguardo l'argomento della "poca diversità" agli Oscar: "Come scrittore, mi è permesso votare solo in 3 categorie: Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Sceneggiatura Non Originale. Per me la faccenda dell’inclusione – per gli attori e i registi – non è importante. Non considererei mai l’inclusione quando si parla d’arte. Solo la qualità. Penso che fare diversamente sarebbe sbagliato"

Un tweet molto semplice, quasi ingenuo nella sua semplicità, ma che ha scatenato le ire di alcuni registi o artisti afroamericani, e anche di gente comune, che si sono sentiti offesi dall'affermazione di King, cioè che conta solo la qualità.

La prima a rispondere è stata una delusa Ava DuVernay, che ha scritto: "Quando ti svegli, mediti, prendi il telefono per sapere che cosa sta succedendo nel mondo e vedi un tweet così arretrato e ignorante di qualcuno che ammiri, allora ti vien voglia di tornare a letto".
Duro anche il commento della scrittrice Roxane Gay: "Come fan, è doloroso leggere questo da te. Implica che diversità e qualità non possano essere sinonimi. Sono solo cose separate. La qualità si trova dappertutto ma gran parte di quelli dell’industria pensa che provenga solo da una parte. E adesso, eccoti qui". E ancora, un altro scrittore, Gabino Iglesias, ha scritto: "Ogni scrittore di colore che legge questo, tra cui me, ha dovuto lavorare 10 volte più duramente per avere le medesime opportunità e riconoscimenti che gli autori bianchi eterosessuali hanno fin dall'inizio. Il discorso vale per le donne, gli scrittori LGBTQIA e altre voci poco rappresentate. La diversità è importante. E' molto importante".

Stephen King ha replicato senza però fare un passo indietro o chiedere scusa per qualcosa, ma ribadendo il concetto in un modo più chiaro: "La cosa più importante che possiamo fare come artisti e creativi è far sì che tutti abbiano la stessa possibilità senza badare al sesso, al colore o all'orientamento. In questo momento certe persone sono molto poco rappresentate, e non solo nel campo delle arti. Non si possono vincere dei premi se sei escluso dal gioco".

La cerimonia di premiazione degli Oscar 2020 si terrà nella notte tra il 9 e il 10 febbraio.

Oscar 2020 - Tarantino è felice di aver "battuto" i film Marvel e i franchise

Anche Quentin Tarantino si schiera, anche se in modo meno drastico di Martin Scorsese, contro i cinecomic della Marvel e i grandi franchise e blockbuster.

Commentando le nomination agli Oscar, e riferendosi non solo al proprio film ma ai candidati della categoria miglior film, Tarantino si è detto felice di aver "battuto" i film che, dagli spot al merchandising, agli incassi, hanno dominato il 2019.

Parlando con Deadline, il regista ha dichiarato: "Per come la vedo io, i prodotti commerciali che appartengono ai conglomerati, tipo i cinecomic Marvel, i film di Star Wars, Godzilla, non hanno mai avuto un anno migliore di questo. Questo doveva essere l’anno in cui il loro dominio sul mondo avrebbe dovuto completarsi. Ma non è stato così. Perché tanti film originali sono usciti e meritavano di essere visti, di essere visti al cinema. […] Sono davvero fiero di essere candidato assieme agli altri film nominati. Penso che facendo la somma, ad aver vinto è il cinema che non si arrende allo status di blockbuster. Se quest’anno i film originali non avessero vinto, potevano non avere un’altra occasione. Questo è stato un anno davvero difficile. Combattere contro qualcosa come Avengers: Endgame, di cui non si poteva non parlare da un mese prima della sua uscita un mese dopo la sua uscita".

Quindi anche Tarantino, come Martin Scorsese e altri, sembra voler marcare una linea tra cinema blockbuster/franchise/cinecomic e il cinema d'autore, i "film originali".

sabato 21 dicembre 2019

"The Irishman? forse è l'ultimo". Martin Scorsese teme che non ci sia più spazio per i suoi film

Martin Scorsese ha parlato, in una lunga intervista con il giornale inglese The Guardian, del futuro dell'industria cinematografica, rimarcando il proprio pensiero pessimista verso il futuro e verso il presente.

Nei mesi scorsi il regista ha condiviso un proprio pensiero su quello che considera un vero e proprio monopolio dei cinecomic nei cinema. Dichiarazioni che sono state viste come un attacco al genere dei film tratti da fumetto, e in particolare alla Marvel, e che ha scatenato un dibattito, che in alcuni momenti si è fatto anche piuttosto aspro, che va avanti ancora oggi.
In questi giorni Scorsese si sta godendo il successo di The Irishman, che sta raccogliendo nomination e riconoscimenti, ma allargando lo sguardo allo stato attuale dell'industria cinematografica, il regista non è felice, tanto da ipotizzare che The Irishman potrebbe essere il suo ultimo film, perché "non c'è più spazio per lavori come questo".

Ecco alcuni estratti dell'intervista rilasciata al The Guardian.

"I cinema sono stati praticamente sequestrati dai film di supereroi. Sai no? Questi film con la gente che vola, si prende a botte e distrugge cose, il che va bene se davvero tanti vogliono vederli. La questione è che non si trova più spazio per film di altri generi. Non so quanti altri film potrei fare, forse The Irishman potrebbe essere l’ultimo. La mia idea era quello di riuscire a realizzarlo e, magari, mostrarlo per un giorno al BFI di Londra o alla Cinémathèque di Parigi. Non sto scherzando.

In questo momento i cinema, se hanno 12 schermi, su 11 fanno vedere supereroi. Ti piacciono? Va benissimo, ci mancherebbe, ma hai davvero bisogno di 11 schermi? È folle per film come Lady Bird o The Souvenir. Titoli che non sono necessariamente di gran successo commerciale, ma che sono in grado di trovare un pubblico con la loro genuinità modesta. E non dico che un film commerciale non possa essere arte. Quello che ha rovinato il cinema è il prodotto. Il concetto di prodotto cinematografico usa e getta. Prendi Cantando Sotto La Pioggia, al tempo era un film commerciale ma lo puoi guardare e riguardare.  Quindi la domanda è: come proteggeremo il cinema come forma d'arte?



Non ti deve per forza piacere un film come The Aviator, ma si tratta di un tipo di film che oggi non riuscirei a fare. Oggi non potrei girare Shutter Island, nonostante la presenza di DiCaprio e la mia. The Departed è stato fatto nonostante “sé stesso”, lo star power dei protagonisti ha aiutato. Mentre stavamo lavorando a questo progetto abbiamo capito che le porte intorno a noi si stavano chiudendo. Cosa sta accadendo? Ho osservato i cinema del quartiere: 10 schermi che propongono tutti lo stesso film.

Le persone dicono che abbiamo fatto vedere The Irishman nei cinema per poco, per quattro settimane. Abbiamo provato a ottenere più tempo ma i gestori delle sale e Netflix non riuscivano a trovare un punto d’incontro. Però vedi, ho avuto lungometraggi che sono stati in sala per una settimana e poi sono stati “buttati nel dimenticatoio”. Negli USA, Re per Una Notte è durato una settimana. È stato ignorato per 10 anni. Ho accettato che The Irishman fosse mostrato in sala per una sola settimana, la mia sola preoccupazione era fare un buon lavoro per gli attori, per l'Academy, per il pubblico. Non era per me, non era neppure per il film. So di essere alla fine di un lungo, lungo viaggio. La cosa principale è realizzare il film e abbracciare questa nuova modalità distributiva."

Un Martin Scorsese decisamente pessimista, quasi abbattuto dal momento storico che sta vivendo la distribuzione cinematografica. The Irishman però non sarà il suo ultimo film, il regista dovrebbe tornare sul set il prossimo anno per girare Killers of the Flower Moon, adattamento dell'omonimo romanzo (uscito in Italia con il titolo "Gli assassini della terra rossa"), con Leonardo DiCaprio e Robert De Niro protagonisti. Il film racconterà la vera storia degli omicidi di membri della tribu Osage nell’Oklahoma degli anni '20, dopo la scoperta del petrolio nelle loro terre.

martedì 17 dicembre 2019

Tarantino si allontana dal possibile film di 'Star Trek'

La notizia non è mai stata confermata ufficialmente, quindi non si può davvero parlare di abbandono, ma sembra che, alla fine, non vedremo un film di Star Trek firmato da Quentin Tarantino.

In una recente intervista, il regista ha parlato del suo prossimo film, il fatidico decimo che dovrebbe chiudere la sua carriera, lasciando intendere la voglia di concentrarsi su qualcosa di più "piccolo" rispetto a C'era una volta... a Hollywood.

"Mi sto allontanando dal film", ha confessato Tarantino al sito Consequence of Sound, "anche se non ho ancora parlato con loro al momento. [...] C'era una volta a... Hollywood doveva essere il mio ultimo, grande film, ma stranamente ha finito per liberarmi. Voglio dire, non ho idea di quale storia racconterò nel prossimo film. Non ne ho nemmeno lontanamente un'idea."

La notizia del suo "allontanarsi" da Star Trek ha fatto velocemente il giro del web, così Deadline ha contattato nuovamente il regista per chiedere spiegazioni.

"Potrei prendere le distanze, ma vedremo", ha detto Tarantino, "Non ho ancora completamente deciso, né ho parlato con chi è coinvolto nella cosa. Nulla è ufficiale, insomma".

In parole povere, Quentin Tarantino non ha ancora idea di cosa farà, non ha ancora deciso quale sarà il suo decimo film. Ricordiamo che qualche giorno fa, lo stesso regista, aveva parlato di un'idea riguardo un possibile Kill Bill 3.

Intanto la Paramount sta portando avanti lo sviluppo di due film di Star TrekStar Trek 4, diretto da Noah Hawley, e un altro film, R-Rated, basato su una storia scritta da Tarantino, J.J. Abrams e Mark L. Smith. Vedremo cosa succederà.