venerdì 24 dicembre 2021
martedì 9 novembre 2021
Eternals - la recensione
Il terzo film della Fase Quattro del Marvel Cinematic Universe, diretto dalla regista premio Oscar Chloé Zhao, è un film veramente insolito, e non solo perché è quello con il voto più basso su Rotten Tomatoes, celebre piattaforma di aggregazione di recensioni.
Nel 5000 a.C. un gruppo di esseri immortali e dotati di superpoteri provenienti dal pianeta Olimpia, chiamati gli Eterni, sono inviati sulla Terra dai Celestiali, esseri semidivini, e per la precisione da uno di loro, Arishem, per proteggere il pianeta dai Devianti. Dopo averli sconfitti e aver contribuito grazie alle loro conoscenze al progresso dell'umanità, gli Eterni si dividono per poter vivere ognuno la propria vita fra gli esseri umani, finché il ritorno dei Devianti non li costringe a riunirsi per affrontare la minaccia.
Con un cast stellare, la regista cino-americana si trova a dover introdurre al grande pubblico non solo un gruppo di ben dieci nuovi personaggi, ma anche personaggi per lo più sconosciuti a chiunque non sia un fan hardcore dei fumetti Marvel. Sorprendentemente, anche se ovviamente con pesi diversi, tutti gli Eterni sono ben caratterizzati e si ritagliano il loro tempo sullo schermo e un posto nel cuore degli spettatori, anche grazie al già citato cast stellare che vede attori come Angelina Jolie, Salma Hayek, o Richard Madden dare volto e corpo a questi eroi più vicini a dei che ai soliti personaggi a cui il MCU ci ha abituato. E questo è il punto fondamentale, quello che, a seconda del gusto personale, può essere visto come il più grande pregio o il più grande difetto del film: non è il solito film a cui il MCU ci ha abituato.
Due ore e mezza di pellicola in cui il tono scanzonato e divertente che accompagna sempre gli eroi targati Marvel lascia il posto a un'atmosfera molto più solenne, cupa, "pesante", con pochissime scene divertenti ma soprattutto una grande attenzione a temi esistenziali come il senso della vita e della morte, il dolore, l'accettazione di sé. Anche le musiche sono solenni e vanno a incorniciare le riprese maestose del paesaggio incontaminato tipiche del cinema di Chloé Zhao, con un uso della CGI ridotta alle sequenze d'azione (tra l'altro veramente ben dirette e spesso spettacolari a livello coreografico).
Se ci si aspetta un film Marvel tradizionale si rischia di rimanere parecchio sorpresi, persino molto delusi. Se ciò che vogliamo da questo film è il solo divertimento, questi 156 minuti sembreranno interminabili. Se però si apprezza la sperimentazione tematica e il coraggio di proporre qualcosa di così radicalmente diverso rispetto ai soliti canoni, forse più vicini, almeno negli intenti, ai film della concorrenza DC come quelli di Snyder, allora ci si trova di fronte a uno dei migliori film del Marvel Cinematic Universe.
domenica 8 marzo 2020
Festa della Donna - cinque film per celebrare le donne
Noi di Frame vogliamo celebrare questa giornata con cinque film che raccontano di donne realmente esistite che hanno lasciato un segno nella storia, scienziate, artiste, editrici, attiviste.
1. IL DIRITTO DI CONTARE (2016)
Ambientato negli anni '60, il film racconta la vera storia della matematica Katherine Johnson, del supervisore (non ufficiale) Dorothy Vaughan, e l'aspirante ingegnere Mary Jackson, tre donne afroamericane che, nel pieno della segregazione razziale negli Stati Uniti, hanno lavorato alla NASA contribuendo ai progetti delle missioni spaziali. In particolare Katherine Johnson ha tracciato le rotte per il Mercury 1 e per il lancio dell'Apollo 11, che ha portato il primo l'uomo sulla Luna.
Ad interpretare le tre donne sono le attrici Taraji P. Henson, Octavia Spencer, e Janelle Monáe. Film candidato a tre Oscar 2017, tra cui miglior film e attrice non protagonista (Spencer).
2. AGORA (2009)
La storia, romanzata, della vita di Ipazia d'Alessandria, matematica, astronoma e filosofa greca vissuta tra il IV e V secolo. Rappresentante della scuola neo-platonica, fu tra le pochissime donne ad insegnare nella scuola di Alessandria, Ipazia predicava la tolleranza ed è stata tra le prime a mettere in dubbio il modello geocentrico di Tolomeo, che vedeva la Terra al centro dell'Universo con il Sole a girare intorno, e a guardare al modello di Aristarco, con il Sole punto fermo e la Terra a girare intorno. Non riuscì mai a portare a termine i suoi studi e i suoi esperimenti, nel marzo del 415, dopo l'ascesa del Cristianesimo, venne uccisa in modo violento da un gruppo di parabolani che la consideravano una strega.
Protagonista del film una bravissima Rachel Weisz.
3. FRIDA (2002)
Il racconto della tormentata vita della pittrice messicana Frida Kahlo, simbolo dell'emancipazione femminile e della forza d'animo di una donna. Quella di Frida è stata una vita segnata dal dolore, fin dall'incidente che le provocò la rottura della colonna vertebrale, del femore, delle costole, e altre contusioni molto gravi che la costrinsero a letto, in casa, per molto tempo. Tornò a camminare dopo 32 operazioni. La sua via di fuga nel periodo di isolamento fu l'arte, la pittura, in cui disegnò soprattutto sé stessa con tutti i suoi difetti. Frida ha vissuto sempre in modo libero, anche in amore, forte la sua relazione con il pittore Diego Rivera ma nella sua vita ha amato anche molte donne.
Protagonista del film Salma Hayek, nella migliore interpretazione della sua carriera. Il film, che è stato anche diretto da una donna Julie Taymor, è stato candidato a sei Oscar 2003, tra cui migliore attrice protagonista. Ne ha vinti due, miglior trucco e colonna sonora.
4. THE POST (2017)
La storia dello scandalo dei Panama Papers, documenti top secret sulla Guerra in Vietnam, pubblicati dal Washington Post. All'interno di questa storia, un'altra in cui viene raccontato l'atto di coraggio dei giornalisti che lavorarono sull'inchiesta e di una donna, Katharine Graham, diventata proprietaria del Post dopo la morte del marito, a cui il padre della donna aveva lasciato le redini del giornale. Molti pensavano che, essendo donna, Katharine Graham fosse facile da "manipolare", la donna invece si prese la responsabilità di far pubblicare, contro il parere di tutti, tranne del suo caporedattore Ben Bradlee, i documenti dei Panama Papers, contribuendo a far scoppiare uno scandalo che arriverà fino al Watergate.
Ad interpretare Katharine Graham nel film, diretto da Steven Spielberg, una grande Meryl Streep. Candidato a due Oscar 2018, miglior film e, appunto, migliore attrice.
5. ERIN BROKOVICH - FORTE COME LA VERITA' (2000)
Senza soldi e con tre figli da mantenere da sola e due divorzi alle spalle, Erin trova lavoro come segretaria in uno studio legale, lì viene a conoscenza di una causa edilizia che coinvolge una grossa società. Indagando, Erin scopre che la società ha inquinato per anni le falde acquifere, facendo ammalare in modo grave una cittadina intera. Grazie alle sue indagini, i cittadini fanno causa alla società riuscendo a strappare un risarcimento record, 333 milioni di dollari.
Il film è stato candidato a cinque Oscar 2001, tra cui miglior film, regia, e migliore attrice, premio vinto da una bravissima Julia Roberts. Nel film c'è anche la vera Erin Brokovich, nel ruolo di una cameriera.
venerdì 6 ottobre 2017
Come Ti Ammazzo il Bodyguard - la recensione
Prima di tutto, prima di guardare il film, prima di giudicarlo, c'è qualcosa di essenziale da fare: cancellare dalla propria mente il titolo italiano. Come Ti Ammazzo il Bodyguard non è solo un brutto titolo, è anche piuttosto stupido e fuorviante rispetto al film. Molto meglio il titolo originale, The Hitman's Bodyguard, "la guardia del corpo del sicario", semplice e molto più aderente al film. Il motivo della scelta italiana è davvero difficile da comprendere, anche se si può immaginare che un titolo così cretino serva ad attirare più gente possibile, il problema è che così si promette un film dai "toni cretini", cosa che alla fine The Hitman's Bodyguard non è.
Sia chiaro, il film di Hughes non è un film d'azione serio, è una action comedy, un po' buddy movie, che si prende poco sul serio e propone una lunga serie di omicidi, sparatorie e sangue, ma all'interno ci sono anche momenti seri e argomenti tutt'altro che "cretini", come il tema dei genocidi.
The Hitman's Bodyguard non propone niente di nuovo, non è particolarmente originale nella storia ma può contare su un cast perfetto che riesce a tenere alti i toni per tutta la sua durata. La coppia Samuel L. Jackson - Ryan Reynolds funziona alla grande, con il primo che qui interpreta una specie di "best of" dei suoi personaggi passati, e Reynolds perfetto nel ruolo dell'agente perfettino (sembra quasi la parodia del suo ruolo in Safe House) che incassa i colpi del suo collega e rilancia. L'alchimia tra i due attori è il motore del film e probabilmente regista e sceneggiatori avrebbero dovuto sfruttarli più di quanto abbiano fatto. Gary Oldman è sempre un perfetto cattivo, riesce ad essere inquietante anche in un film dai toni più scanzonati. E poi c'è Salma Hayek, che ha poco spazio ma se lo prende tutto.
The Hitman's Bodyguard non è certo un film che lascerà un segno indelebile nella storia del cinema, e nemmeno nella mente dello spettatore, è altalenante e a volte troppo indeciso nei toni che vuole assumere ma è divertente, due ore di puro intrattenimento.
giovedì 14 maggio 2015
Festival di Cannes 2015 - giorno 2
Pronti, via, Matteo Garrone presente in Concorso il suo film fantasy Il Racconto dei Racconti. Film italiano con un cast internazionale che vede Selma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly, mentre a portare la bandiera tricolore ci pensa Alba Rohrwacher.Un film che ha ricevuto un'accoglienza fredda dopo la proiezione stampa, non molti gli applausi, e ha diviso la critica, con i francesi rimasti piuttosto indifferenti, mentre i critici inglesi (qualcuno anche americano, oltre che italiani) hanno apprezzato la strana favola dark di Garrone.
Entusiasti i membri del cast, con Salma Hayek che ha raccontato l'esperienza di mangiare il cuore di un drago. "Disgustoso! Una cosa orribile", ha confessa l'attrice messicana, "era veramente identico a un vero cuore con tutti i dettagli al loro posto. Mia figlia Valentina era lì sul set e mi guardava dal monitor, a un certo punto mi ha consigliato di sputare, tanto da dietro quell'enorme organo non si sarebbe visto niente". L'attrice ha poi parlato delle difficoltà con i pesanti ed elaborati costumi di scena. "Pesavano almeno 50 kg! nella scena del labirinto, dove indossavo un abito rosso di broccato, ho corso per 45 minuti", ha raccontato la Hayek, "Poi Matteo ha detto di rifare la scena e alla fine ero così esausta che non riuscivo più a uscirne. Ho cercato di scavalcare il muro ma non potevo. Sono arrivati in tre a sollevarmi, mentre il costumista gridava di stare attenti al vestito, io mi sentivo svenire!".
John C. Reilly si è soffermato sui metodi di Garrone e sulla diversità tra i set italiani e quelli americani. "In un film così formale, così ricco di dettagli, era lui seguiva se stesso, fidandosi completamente, è una persona calda", ha dichiarato l'attore, "In Italia sul set non c'è separazione tra le persone come negli Usa dove tutto è irregimentato". Parlando dell'atmosfera sul set, gli fa eco Toby Jones, "c'è molto spazio per l'improvvisazione su quei set dove tutto sembra casuale e capita anche di giocare a pallone".
Sulla scelta di fare il film con un cast internazionale e di conseguenza in inglese, il regista Matteo Garrone ha dichiarato: "L'inglese mette in luce la componente scespiriana di Giambattista Basile e serve a far arrivare il film a un pubblico più vasto. Ma abbiamo girato in Italia con una troupe italiana e senza tradire lo spirito del seicentesco "Lo cunto de li cunti"".
Il film sarà nelle sale italiane dal 14 maggio.
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Presentato invece Fuori Concorso, il film più atteso del momento, Mad Max: Fury Road, reboot della saga che vedeva protagonista Mel Gibson, diretto dallo stesso regista dei film originali, cioè George Miller.
Il film non ha solo convinto ma ha conquistato ed esaltato il pubblico. Applausi a scena aperta alla fine della proiezione stampa (ma anche durante il film) e ovazioni durante la conferenza affollatissima di giornalisti. Presenti a Cannes i tre protagonisti, Tom Hardy (che ha raccolto l'eredità di Mel Gibson), Charlize Theron e Nicholas Hoult.
Ci ha messo un bel po' George Miller prima di decidere di rituffarsi nel mondo di Mad Max, ma quando l'ha fatto aveva un'idea molto chiara di come sarebbe dovuto essere il film. "Quello che volevo fare del film era un lungo, ininterrotto inseguimento, o una lunga, ininterrotta graphic novel", ha dichiarato il regista, "L'ho sempre immaginato come un tuffo col più alto tasso di difficoltà, e così è stato. Sul set ho continuato a chiedermi se fossimo diventati matti a imbarcarci in un’impresa del genere, ma devo dire che alla fine è stato bello. Avevo sempre una paura terribile per la troupe, per un incidente che sarebbe potuto capitare in ogni momento, ma sul set non abbiamo avuto nemmeno un osso rotto... qualche livido sì, ma nemmeno un osso rotto. [...] All’inizio non volevo fare un altro film di Mad Max, ma devo ammettere che l'idea ha sempre ronzato nella mia testa. E quando si sono creare le condizioni per girarlo realmente, mi sono lanciato". Il film ha avuto una gestazione lunga e diversi problemi durante le riprese, dovuti alla location non proprio semplice - il deserto della Namibia - e alla volontà del regista di usare pochissima CGI, quindi le scene d'azione, anche le più estreme sono state fatte realmente. Il risultato sono state circa 450 ore di riprese, che in due anni la montatrice Margaret Sixel ha ridotto a due ore di film. In più Miller, per rendere le cose ancora più complicate, ha girato scene brevissime. "Avevamo almeno 3 o 4 macchine da presa digitale in ogni scena e davo lo stop ogni pochi secondi", ha raccontato Miller, "sicuramente deve essere stato molto difficile per i miei attori recitare in questo modo, con tempi così brevi per esprimersi. Lo riconosco qui per la prima volta, forse".
A confermare le parole del regista ci ha pensato il protagonista Tom Hardy. "Durante i sette mesi di riprese, mi sono sentito frustrato a volte, perché non esisteva un modo per George di spiegarci a parole quello che stava facendo in un film di questa dimensione e questa complessità", ha spiegato l'attore, nuovo Max Rockatansky, "Quando ho visto il film per la prima volta ho finalmente compreso la sua visione, e mi sono sentito di scusarmi con lui per la frustrazione che avevo sentito sul set. E mi scuso ancora". "Quando ho ottenuto la parte mi sono sentito come sempre felice e molto emozionato", ha continuato Hardy, "ma sapevo che per il pubblico Mad Max significava Mel Gibson, sicuramente è stato stressante ma sapevo anche di poter contare su George, l’uomo che lo aveva creato".
sabato 18 ottobre 2014
Festival di Roma 2014 - Kahlil Gibran's The Prophet: la recensione
Non era facile adattare Il Profeta di Gibran, perché non è un romanzo, quanto piuttosto un profondo e metafisico percorso attraverso temi quali l'amore, il lavoro e la morte, affrontati con la filosofia e la spiritualità proprie di un filosofo, ma all'interno del film è incredibile come si riesca a percepire le parole e le atmosfere di Gibran fatte immagini. Ben dieci registi diversi si avvicendano, da Roger Alles a Michal Socha, da Joann Sfar a Nina Paley e altri, ognuno con il proprio stile, ognuno con la propria visione di uno dei momenti e dei temi affrontati, in cui si rivedono ispirazioni prese dai più celebri artisti del '900, come Klimt, Munch o Van Gogh, e accompagnati da musiche sempre meravigliose e perfettamente amalgamate alle immagini e alle parole.
Più che una storia è un viaggio, una crescita che la piccola Almitra e gli altri personaggi compiono attraverso le parole di Mustafa, proiezione non troppo velata dello stesso Gibran (alla cui memoria, tra l'altro, il film è dedicato), fino ad arrivare al cuore dello spettatore e a scuoterlo fin nel profondo.
Non era facile adattare Il Profeta ed è altrettanto difficile parlare del film, perché, più di ogni altra cosa, un film del genere va vissuto e sperimentato in ogni sua immagine e nota.
martedì 6 novembre 2012
'Le Belve' - commento a caldo
Ben (Aaron Johnson) e Chon (Taylor Kitsch) sono amici fraterni, condividono la stessa attività, coltivare e spacciare la migliore erba della California, e condividono anche una donna, Ophelia detta semplicemente O (Blake Lively). Chon è un ex militare che ha combattuto in guerra, rabbioso e violento, è quello che ha portato i migliori semi dall'Afghanistan. Ben, laureato in botanica, è buddista e molto spirituale, si occupa della qualità dell'erba e fa volontariato in Africa. Sono entrambi convinti a lasciare tutto e trasferirsi in Thailandia con O ma la loro piccola impresa fa concorrenza ai cartelli della droga messicana, in particolare a Elena (Salma Hayek), capo del cartello, che vuole fare affari con loro a tutti i costi. Ben e Chon rifiutano scatenando una guerra.Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Don Wislow, qui anche sceneggiatore, e l'argomento è senz'altro affine ad un regista come Oliver Stone, violenza (tanta), droga, intrighi, tanti personaggi, il piccolo contro il più grande. Un tema visto e rivisto nel cinema americano che qui viene affrontato in tinte più forti rispetto, ad esempio, al (migliore) 'Traffic' di Steven Soderbergh. La regia di Oliver Stone comunque è viva, ottima scelta dei colori accesi e un po' acidi. Si vede spesso la mano sapiente di un regista esperto.
Il film non funziona tutto al 100%, alcune scelte del regista non funzionano come avrebbero dovuto, la voce fuori campo di O che accompagna tutto il film invece di collegare i vari momenti spezzetta la storia. L'inizio, cioè la presentazione del terzetto protagonista, Ben, Chon e O, è un susseguirsi di ovvietà. I due ragazzi protagonisti dovrebbero essere una specie di ying e yang che insieme funzionano alla perfezione ma le loro figure sono stereotipate e a volte la sceneggiatura gli fa dire delle frasi che quasi fanno sorridere per l'assurdità, ("Se gli fai vedere che sei debole dovrai ucciderli prima o poi - Buddha non sarebbe d'accordo") e se l'intenzione era quella di fargli dire delle battute allora ci riescono proprio male. La parte centrale invece funziona molto meglio, grazie all'ingresso in scena di attori di grande spessore e alla storia che prende una piega più d'azione e meno "intellettuale/hippie". Quello che di buono si costruisce al centro però si perde di nuovo alla fine, con un doppio finale che lascia la sensazione che Stone e gli sceneggiatori non sapessero come far finire la storia e, indecisi fra i due modi, abbiano optato per metterli entrambi. Risultato? nessuno dei due convince.
Il cast è notevole, tanti nomi: Taylor Kitsch, Aaron Johnson, Blake Lively, Benicio Del Toro, Salma Hayek, John Travolta e Emile Hirsch in un piccolo ruolo.
Su tutti spiccano le prove di Benicio Del Toro, spietato, cattivo e animalesco, e Salma Hayek, materna tanto quanto pronta a tagliare teste. Bene anche John Travolta, nel poco spazio che ha fa molto. Un po' meno bene Aaron Johnson e Taylor Kitsch, ma la colpa è soprattutto dei personaggi. Infine Blake Lively su cui si sospende il giudizio, è molto bella ma è chiaro che è stata presa solo per fare la bella dato che il suo personaggio non permette di esprimere granché.
Stone, dopo qualche colpo a vuoto, si risolleva un po' con questo film ma non è ancora lo Stone di una volta. Il film lascia una sensazione di confusione alla fine, non c'è un messaggio, non prende una posizione, o meglio ne prende mille senza decidersi, e il doppio finale è la dimostrazione di questa indecisione.
Frra











