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domenica 1 giugno 2014

The Normal Heart - la recensione


The Normal Heart è un film per la televisione diretto da Ryan Murphy per HBO, tratto dalla piece teatrale omonima del 1985, scritta da Larry Kramer che ha curato anche la sceneggiatura del film stesso.
Ned Weeks (Mark Ruffalo) è uno scrittore gay che va a trovare degli amici sulla spiaggia, in un paradiso per omosessuali in cui splendidi uomini seminudi si lasciano andare ai piaceri della carne o, più semplicemente, si divertono a ballare e bere drink ghiacciati. L'idillio però non dura che pochi minuti, fin quando uno dei giovani amici di Ned non si accascia a terra, svenuto.
Inizia così, con una scena di allegra spensieratezza bruscamente stroncata, questo film che di allegro e spensierato non ha nulla ma che anzi mostra con crudo realismo quella che era la situazione della comunità omosessuale nei primi anni ottanta, atterrita e spaventata di fronte a una malattia devastante e ancora sconosciuta come l'AIDS, in mezzo al menefreghismo della classe politica e al pregiudizio sociale.
La rabbia di Ned, respinto dalla stampa e dalla politica, lasciato solo a veder morire uno dopo l'altro decine di persone che conosce, diventa la rabbia dello spettatore, grazie soprattutto alla messa in scena di stampo teatrale e ai dialoghi secchi, a volte fin troppo esplicativi, ma che colpiscono il segno senza risparmiare nulla.
Ma "The Normal Heart" non è solo un film di denuncia, è soprattutto una storia d'amore, quello tra Ned e Felix, giornalista del New York Times interpretato in modo sorprendente da Matt Bomer, che dimostra non solo una bravura notevole, ma anche una chimica incredibile con Mark Ruffalo.
Il cast è, probabilmente, il vero punto forte: Julia Roberts da al suo personaggio una compostezza e una forza misurata meravigliosa, Alfred Molina buca sempre lo schermo come pochi altri, Jim Parsons dimostra di essere un attore drammatico straordinario, tutti i comprimari sono bravissimi e donano un fantastico senso di coralità.
Romantico e crudo, un vero pugno nello stomaco, ripropone un tema già largamente sfruttato come quello dell'AIDS senza aggiungerci veramente nulla di nuovo, parlando semplicemente al cuore dello spettatore: questi sono i fatti che tutti conoscete, ora sta a voi. Assolutamente consigliato.

martedì 6 novembre 2012

'Le Belve' - commento a caldo

Il violento mondo della droga al confine fra Messico e Stati Uniti visto da Oliver Stone.

Ben (Aaron Johnson) e Chon (Taylor Kitsch) sono amici fraterni, condividono la stessa attività, coltivare e spacciare la migliore erba della California, e condividono anche una donna, Ophelia detta semplicemente O (Blake Lively). Chon è un ex militare che ha combattuto in guerra, rabbioso e violento, è quello che ha portato i migliori semi dall'Afghanistan. Ben, laureato in botanica, è buddista e molto spirituale, si occupa della qualità dell'erba e fa volontariato in Africa. Sono entrambi convinti a lasciare tutto e trasferirsi in Thailandia con O ma la loro piccola impresa fa concorrenza ai cartelli della droga messicana, in particolare a Elena (Salma Hayek), capo del cartello, che vuole fare affari con loro a tutti i costi. Ben e Chon rifiutano scatenando una guerra.

Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Don Wislow, qui anche sceneggiatore, e l'argomento è senz'altro affine ad un regista come Oliver Stone, violenza (tanta), droga, intrighi, tanti personaggi, il piccolo contro il più grande. Un tema visto e rivisto nel cinema americano che qui viene affrontato in tinte più forti rispetto, ad esempio, al (migliore) 'Traffic' di Steven Soderbergh. La regia di Oliver Stone comunque è viva, ottima scelta dei colori accesi e un po' acidi. Si vede spesso la mano sapiente di un regista esperto.

Il film non funziona tutto al 100%, alcune scelte del regista non funzionano come avrebbero dovuto, la voce fuori campo di O che accompagna tutto il film invece di collegare i vari momenti spezzetta la storia. L'inizio, cioè la presentazione del terzetto protagonista, Ben, Chon e O, è un susseguirsi di ovvietà. I due ragazzi protagonisti dovrebbero essere una specie di ying e yang che insieme funzionano alla perfezione ma le loro figure sono stereotipate e a volte la sceneggiatura gli fa dire delle frasi che quasi fanno sorridere per l'assurdità, ("Se gli fai vedere che sei debole dovrai ucciderli prima o poi - Buddha non sarebbe d'accordo") e se l'intenzione era quella di fargli dire delle battute allora ci riescono proprio male. La parte centrale invece funziona molto meglio, grazie all'ingresso in scena di attori di grande spessore e alla storia che prende una piega più d'azione e meno "intellettuale/hippie". Quello che di buono si costruisce al centro però si perde di nuovo alla fine, con un doppio finale che lascia la sensazione che Stone e gli sceneggiatori non sapessero come far finire la storia e, indecisi fra i due modi, abbiano optato per metterli entrambi. Risultato? nessuno dei due convince.

Il cast è notevole, tanti nomi: Taylor Kitsch, Aaron Johnson, Blake Lively, Benicio Del Toro, Salma Hayek, John Travolta e Emile Hirsch in un piccolo ruolo.
Su tutti spiccano le prove di Benicio Del Toro, spietato, cattivo e animalesco, e Salma Hayek, materna tanto quanto pronta a tagliare teste. Bene anche John Travolta, nel poco spazio che ha fa molto. Un po' meno bene Aaron Johnson e Taylor Kitsch, ma la colpa è soprattutto dei personaggi. Infine Blake Lively su cui si sospende il giudizio, è molto bella ma è chiaro che è stata presa solo per fare la bella dato che il suo personaggio non permette di esprimere granché.

Stone, dopo qualche colpo a vuoto, si risolleva un po' con questo film ma non è ancora lo Stone di una volta. Il film lascia una sensazione di confusione alla fine, non c'è un messaggio, non prende una posizione, o meglio ne prende mille senza decidersi, e il doppio finale è la dimostrazione di questa indecisione.


Frra