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martedì 20 luglio 2021

Black Widow - la recensione

Finalmente è arrivato nelle sale il primo film della Fase 4 del Marvel Cinematic Universe, quello che doveva aprirla in assoluto e che invece arriva dopo il successo delle tre serie tv e in un periodo in cui la pandemia sembra dare un po' di tregua alle sale cinematografiche. Arriva al cinema, ma anche su Disney+ (con Accesso VIP), cosa che ha fatto storcere un po' il naso agli esercenti e che forse potrebbe aver contribuito alla brusca frenata degli incassi del film, dopo un esordio che aveva fatto sognare cifre mai raggiunte dall'inizio del covid.

Il film dedicato a Natasha Romanov, la Vedova Nera interpretata da Scarlett Johansson, era richiesto a gran voce dai fan sin dal post Avengers, rimandato più e più volte e infine arrivato dopo Endgame, dove il personaggio saluta definitivamente (?) il pubblico. Il film è un prequel, ambientato nel periodo fra Civil War e Infinity War, in cui Natasha deve venire a patti con il suo passato e ritrovare la sua famiglia. 
Potrebbe sembrare un film fuori tempo massimo, di scarso interesse per lo spettatore mainstream, magari non particolarmente fan del personaggio, già proiettato in un futuro in cui la Marvel sembra promettere letteralmente nuovi universi da esplorare. Ma è davvero un film già vecchio?


È innegabile che se fosse uscito dopo Civil War si sarebbe perfettamente inserito nell'ordine cronologico degli eventi e lo spettatore avrebbe avuto già tutti gli elementi a disposizione per interpretare in un certo modo i comportamenti di Natasha nella famosa scena su Vormir di Endgame, con un coinvolgimento emotivo ancora maggiore nel sacrificio che la donna compie per la salvezza dell'universo. Tuttavia non si respira sicuramente aria stantia durante la pellicola, anzi, sembra quanto mai necessaria non tanto per il personaggio stesso di Natasha Romanov, quanto per lo spettatore in sé.
Certo, l'obiettivo non troppo nascosto del film è anche quello di introdurre Yelena Belova, interpretata da una Florence Pugh davvero in parte, personaggio che potrebbe raccogliere l'eredità lasciata da Natasha e assumere una rilevanza non da poco nella Fase 4 nel MCU.
Non è solo l'ottima chimica fra le due sorelle a dare freschezza al film, ciò che lo rende tremendamente attuale (e probabilmente necessario nel panorama dei film di supereroi) sono i temi affrontati. La violenza, la manipolazione, l'oggettificazione del corpo femminile sono il vero pilastro su cui si fonda la storia, e il film lo mette già bene in chiaro nell'incredibile sequenza dei titoli di testa, di grande impatto emotivo e visivo, la più bella vista nel MCU fin ora e sinceramente una delle sequenze migliori viste in un blockbuster negli ultimi tempi. Senza addolcire la pillola, con scene anche dure e dialoghi spesso crudi, eppure senza mai risultare pesante, questo film riesce splendidamente lì dove film come Captan Marvel e Wonder Woman fallivano, cioè raccontare un'eroina che sia pienamente donna, senza sessualizzarla ma anche senza appiattirla nella sua femminilità, denunciando al contempo il mondo oppressore degli uomini. È palese il riferimento al #MeToo tanto nella figura del villain (Ray Winstone) quanto nella messa in scena di molte situazioni e dialoghi, senza dimenticare che Scarlett Johansonn è stata fortemente coinvolta nel movimento ed è anche produttrice della pellicola.
In Black Widow abbiamo un film che pur senza annoiare riesce a essere più serio dello standard dei film Marvel, con la parte comica relegata in particolare al personaggio interpretato da David Harbour e ad alcune interazioni fra lui e Rachel Weisz, ottimi entrambi.


Se i temi trattati e il modo in cui la sceneggiatura li mette in scena sono ottimi, le pecche maggiori del film sono più che altro di tipo tecnico. Nulla da dire su effetti visivi e speciali, come al solito di altissimo livello, né sulle sequenze d'azione, in cui si vedono alcuni fra i migliori combattimenti corpo a corpo visti nei film Marvel, e alcune sequenze di forte impatto visivo, tuttavia si nota l'inesperienza della regista Cate Shortland nel girarle, in particolare nelle sequenze più concitate in cui spesso diventa difficile seguire l'azione e i personaggi, rendendo il tutto un po' confuso. Un'altra pecca, che potrebbe risultare sgradita a qualcuno, è l'incredibile invincibilità di cui il personaggio di Natasha sembra essersi rivestita, considerando che non siamo di fronte a un essere umano potenziato o con dei poteri speciali, ma a una "semplice" donna, per quanto super addestrata. 

Piccole macchie su un film che nel complesso risulta essere più che riuscito, scongiurando il pericolo di risultare vecchio ancora prima di uscire nelle sale, anzi, riuscendo a compiere un passo in più che lo eleva dal mucchio e lo posiziona fra i migliori prodotti del MCU.

domenica 8 marzo 2020

Festa della Donna - cinque film per celebrare le donne

Oggi, 8 marzo, è la Festa della Donna, una giornata che per molto tempo è stata solo mimose e cioccolatini, ma che negli ultimi anni è tornata alle proprie radici diventando una giornata per ricordare la lotta per i diritti delle donne, contro la discriminazione di genere e contro la violenza sulle donne.

Noi di Frame vogliamo celebrare questa giornata con cinque film che raccontano di donne realmente esistite che hanno lasciato un segno nella storia, scienziate, artiste, editrici, attiviste.

1.  IL DIRITTO DI CONTARE (2016)

Ambientato negli anni '60, il film racconta la vera storia della matematica Katherine Johnson, del supervisore (non ufficiale) Dorothy Vaughan, e l'aspirante ingegnere Mary Jackson, tre donne afroamericane che, nel pieno della segregazione razziale negli Stati Uniti, hanno lavorato alla NASA contribuendo ai progetti delle missioni spaziali. In particolare Katherine Johnson ha tracciato le rotte per il Mercury 1 e per il lancio dell'Apollo 11, che ha portato il primo l'uomo sulla Luna.

Ad interpretare le tre donne sono le attrici Taraji P. HensonOctavia Spencer, e Janelle Monáe. Film candidato a tre Oscar 2017, tra cui miglior film e attrice non protagonista (Spencer).

2. AGORA (2009)

La storia, romanzata, della vita di Ipazia d'Alessandria, matematica, astronoma e filosofa greca vissuta tra il IV e V secolo. Rappresentante della scuola neo-platonica, fu tra le pochissime donne ad insegnare nella scuola di Alessandria, Ipazia predicava la tolleranza ed è stata tra le prime a mettere in dubbio il modello geocentrico di Tolomeo, che vedeva la Terra al centro dell'Universo con il Sole a girare intorno, e a guardare al modello di Aristarco, con il Sole punto fermo e la Terra a girare intorno. Non riuscì mai a portare a termine i suoi studi e i suoi esperimenti, nel marzo del 415, dopo l'ascesa del Cristianesimo, venne uccisa in modo violento da un gruppo di parabolani che la consideravano una strega.

Protagonista del film una bravissima Rachel Weisz.

3. FRIDA (2002)

Il racconto della tormentata vita della pittrice messicana Frida Kahlo, simbolo dell'emancipazione femminile e della forza d'animo di una donna. Quella di Frida è stata una vita segnata dal dolore, fin dall'incidente che le provocò la rottura della colonna vertebrale, del femore, delle costole, e altre contusioni molto gravi che la costrinsero a letto, in casa, per molto tempo. Tornò a camminare dopo 32 operazioni. La sua via di fuga nel periodo di isolamento fu l'arte, la pittura, in cui disegnò soprattutto sé stessa con tutti i suoi difetti. Frida ha vissuto sempre in modo libero, anche in amore, forte la sua relazione con il pittore Diego Rivera ma nella sua vita ha amato anche molte donne.

Protagonista del film Salma Hayek, nella migliore interpretazione della sua carriera. Il film, che è stato anche diretto da una donna Julie Taymor, è stato candidato a sei Oscar 2003, tra cui migliore attrice protagonista. Ne ha vinti due, miglior trucco e colonna sonora.

4. THE POST (2017)

La storia dello scandalo dei Panama Papers, documenti top secret sulla Guerra in Vietnam, pubblicati dal Washington Post. All'interno di questa storia, un'altra in cui viene raccontato l'atto di coraggio dei giornalisti che lavorarono sull'inchiesta e di una donna, Katharine Graham, diventata proprietaria del Post dopo la morte del marito, a cui il padre della donna aveva lasciato le redini del giornale. Molti pensavano che, essendo donna, Katharine Graham fosse facile da "manipolare", la donna invece si prese la responsabilità di far pubblicare, contro il parere di tutti, tranne del suo caporedattore Ben Bradlee, i documenti dei Panama Papers, contribuendo a far scoppiare uno scandalo che arriverà fino al Watergate.

Ad interpretare Katharine Graham nel film, diretto da Steven Spielberg, una grande Meryl Streep. Candidato a due Oscar 2018, miglior film e, appunto, migliore attrice.

5. ERIN BROKOVICH - FORTE COME LA VERITA' (2000)

Senza soldi e con tre figli da mantenere da sola e due divorzi alle spalle, Erin trova lavoro come segretaria in uno studio legale, lì viene a conoscenza di una causa edilizia che coinvolge una grossa società. Indagando, Erin scopre che la società ha inquinato per anni le falde acquifere, facendo ammalare in modo grave una cittadina intera. Grazie alle sue indagini, i cittadini fanno causa alla società riuscendo a strappare un risarcimento record, 333 milioni di dollari.

Il film è stato candidato a cinque Oscar 2001, tra cui miglior film, regia, e migliore attrice, premio vinto da una bravissima Julia Roberts. Nel film c'è anche la vera Erin Brokovich, nel ruolo di una cameriera.

lunedì 28 ottobre 2019

Rachel Weisz sarà Elizabeth Taylor nel biopic 'A Special Relationship'

Per interpretare una grande attrice ci vuole una grande attrice. Ruolo piuttosto impegnativo per la brava Rachel Weisz, che interpreterà Elizabeth Taylor in un biopic intitolato A Special Relationship.

Il film si concentrerà sull'amicizia dell'attrice con il fotografo e assistente Roger Wall e sul suo grande impegno come attivista.
Elizabeth Taylor è stata una grande attrice (due Oscar più uno onorario) e una grande diva, il suo stile sfarzoso e i suoi otto matrimoni sono leggenda, ma è stata anche una delle attrici più impegnati in campo umanitario, in particolare nella lotta contro l'AIDS. E proprio di questo parlerà il film, Roger Wall infatti era un fotografo omosessuale cresciuto nel difficile (e abbastanza omofobo) "Deep South" degli Stati Uniti, che venne assunto dalla Taylor negli anni '80.

La sceneggiatura è stata scritta da Simon Beaufoy, premio Oscar per The Millionaire, sarà prodotto da See-Saw Films e vedrà tra i produttori esecutivi anche la Elizabeth Taylor Estate / House of Taylor Trust. A dirigere ci sarà il duo Bert & Bertie (Troop Zero).

"Il pubblico è chiaramente affascinato dalla vita privata delle star di Hollywood", hanno dichiarato i produttori della See-Saw Films, "Non c'è nessuno più iconico di Elizabeth Taylor, e Simon Beaufoy ha scritto un ruolo che illumina l'umorismo e l'umanità di Elizabeth, e sarà magnificamente portato alla vita attraverso gli straordinari talenti di Rachel Weisz".

Vincitrice del premio Oscar come migliore attrice non protagonista (The Constant Gardener) nel 2006, Rachel Weisz ha ricevuto una nomination nel 2019 grazie al film The Favourite, con cui ha vinto il BAFTA.

lunedì 11 febbraio 2019

BAFTA 2019 - sette premi a La Favorita, ma è Roma il miglior film

Sono stati consegnati ieri sera i BAFTA 2019, gli "Oscar" britannici.

Mattatore della serata è stato il film La Favorita, di Yorgos Lanthimos, che si è portato a casa ben 7 premi, tra cui quelli per la migliore attrice protagonista (Olivia Colman), attrice non protagonista (Rachel Weisz) e miglior film inglese. Il film di Lanthimos però non ha vinto il BAFTA per il miglior film dell'anno, andato a Roma di Alfonso Cuarón, che ha vinto anche il premio come miglior film non in lingua inglese e quello per la fotografia.

Se per le attrici le previsioni in chiave Oscar sono ancora un po' sospese, dai premi BAFTA agli attori sono arrivate invece solo conferme. Rami Malek (Bohemian Rhapsody) è stato premiato come migliore attore protagonista, mentre Mahershala Ali (Green Book) come migliore attore non protagonista.

Spike Lee si è portato a casa il premio per la migliore sceneggiatura per il suo BlacKkKlansman. Miglior film d'animazione Spider-Man: Un Nuovo Universo.

Ecco tutti i vincitori della serata.

FILM
“Roma”

REGISTA
Alfonso Cuaron, “Roma”

ATTORE
Rami Malek, “Bohemian Rhapsody”

ATTRICE
Olivia Colman, “The Favourite”

ATTORE NON PROTAGONISTA
Mahershala Ali, “Green Book”

ATTRICE NON PROTAGONISTA
Rachel Weisz, “The Favourite”

SCENEGGIATURA ORIGINALE
“The Favourite”, Deborah Davis, Tony McNamara

SCENEGGIATURA ADATTATA
“BlacKkKlansman”, Spike Lee, David Rabinowitz, Charlie Wachtel, Kevin Willmott

COLONNA SONORA
“A Star is Born”, Bradley Cooper, Lady Gaga, Lukas Nelson

FILM NON IN LINGUA INGLESE
“Roma”, Alfonso Cuarón, Gabriela Rodríguez

DOCUMENTARIO
“Free Solo”, Elizabeth Chai Vasarhelyi, Jimmy Chin, Shannon Dill, Evan Hayes

FILM D’ANIMAZIONE
“Spider-Man: Into the Spider-Verse”, Bob Persichetti, Peter Ramsey, Rodney Rothman, Phil Lord

FILM BRITANNICO
“The Favourite”, Yorgos Lanthimos, Ceci Dempsey, Ed Guiney, Lee Magiday, Deborah Davis, Tony McNamara

FOTOGRAFIA
“Roma”, Alfonso Cuarón

MONTAGGIO
“Vice”, Hank Corwin

SCENOGRAFIE
“The Favourite”, Fiona Crombie, Alice Felton

COSTUMI
“The Favourite”, Sandy Powell

TRUCCO E PARRUCCO
“The Favourite”, Nadia Stacey

SUONO
“Bohemian Rhapsody”, John Casali, Tim Cavagin, Nina Hartstone, Paul Massey, John Warhurst

EFFETTI VISIVI
“Black Panther”, Geoffrey Baumann, Jesse James Chisholm, Craig Hammack, Dan Sudick

DEBUTTO DI UN REGISTA, SCENEGGIATORE O PRODUTTORE INGLESE
“Beast”, Michael Pearce (Writer/Director), Lauren Dark (Producer)

CORTO ANIMATO INGLESE
“Roughhouse”, Jonathan Hodgson, Richard Van Den Boom

CORTO INGLESE
“73 Cows”, Alex Lockwood

EE RISING STAR AWARD (Votato dal Pubblico) 
Letitia Wright

CONTRIBUTO INGLESE AL CINEMA
Elizabeth Karlsen e Stephen Woolley, Number 9 Films

BAFTA FELLOWSHIP
Thelma Schoonmaker

giovedì 24 gennaio 2019

La Favorita - la recensione

Grande successo al Festival di Venezia, 10 nomination all'Oscar, Coppa Volpi e Golden Globe per la protagonista Olivia Colman, il terzo film in lingua inglese del greco Yorgos Lanthimos si avvia verso una stagione che possiamo definire trionfale per un regista che è sempre stato piuttosto di nicchia.
La strada verso il cinema mainstream passa per la corte della Regina Anna, capricciosa, isterica, malata di gotta e lesbica, e dalla lotta fra due donne, Lady Sarah Churchill (Rachel Weisz) e  Abigail Masham (Emma Stone), per un film che è tanto riconoscibile quanto diverso dai soliti film di Lanthimos.
Molto meno cupo e "freddo" rispetto a Il Sacrificio del Cervo Sacro e The Lobster, pieno di grandangoli, alla fine riesce a essere soprattutto il racconto della cattiveria, della pugnalata alle spalle, del sorriso falso, impersonificato principalmente dal personaggio della Stone, giovane arrivista che non si fa scrupoli ad approfittarsi di una donna fragile.
È anche e soprattutto il film delle interpretazioni, non solo di Emma Stone e di una bravissima Rachel Weisz, ma in particolare di Olivia Colman, attrice poco conosciuta al grande pubblico ma già apprezzata nel mondo della serialità britannica, che qui dà una interpretazione totale, anima e corpo, magnetica per come riesce a catalizzare su di sé l'attenzione di tutti gli altri attori in scena e dello spettatore in sala.
Nonostante soffra di una certa lentezza nella sua parte centrale e della solita lontananza fra spettatori e personaggi tipica dei film di Lanthimos, La Favorita riesce a coinvolgere molto più di quanto questo regista ci ha abituati, e tutto il film ne beneficia, grazie alle scenografie avvolgenti, alla regia per una volta non troppo egocentrica, e a una Colman da oscar. Chissà che non lo conquisti sul serio.

domenica 28 ottobre 2018

Disobedience - la recensione

Ancora una storia di donne per il regista cileno premio Oscar Sebastian Lelio, che per il suo debutto in lingua inglese ha scelto l'adattamento del romanzo "Disobbedienza" di Naomi Alderman.

Londra, in un quartiere periferico della metropoli vive la comunità ebreo ortodossa, in lutto per la scomparsa del rabbino capo, figura importante e molto rispettata. Questo evento porta Romit (Weisz), unica figlia del rabbino che ha abbandonato la comunità ormai da tempo, a tornare a casa per assistere al funerale del padre. Lì ritrova il cugino Dovid (Nivola), estremamente dedito alla sua fede, "figlio spirituale" e successore predestinato del rabbino defunto, ma soprattutto ritrova Esti (McAdams), che, con grande sorpresa di Romit, è ora sposata con Dovid diventando una moglie devota e una fedele credente. Tra Romit ed Esti ci sono dei trascorsi, un amore giovanile troncato, e l'incontro tra le due riaccende una incontrollabile passione che porta turbamenti all'interno della comunità.

Se si cerca sul vocabolario la parola "disobbedienza" si legge: trasgressione ad un ordine, atto di resistenza passiva alle leggi. E' esattamente quello che viene raccontato in Disobedience. Un titolo perfetto per una storia che va oltre l'amore e la passione carnale tra le due protagoniste. In una comunità rigida come quella descritta, l'arrivo di Romit, un'anticonformista che ha addosso la "macchia" della disobbedienza, crea un inevitabile turbamento in un'atmosfera soffocata in cui tutti seguono rigidamente delle regole: l'uomo comanda, tutti sono vestiti uguali, le donne indossano abiti scuri e delle parrucche per coprire i capelli, le case e i giardini sono curati e perfetti. Romit è l'elemento di rottura che risveglia in Esti non solo la passione e il desiderio fisico, ma soprattutto l'improvviso bisogno di libertà.
La disobbedienza descritta nel film non è un atto urlato, rabbioso o liberatorio, è un più un sofferto e sospirato passo verso una personale consapevolezza, verso la libertà di scelta, il libero arbitrio.



La bravura di Sebastian Lelio sta nel mostrare tutto questo in modo semplice, profondo, puntando molto sui particolari. Grazie anche a un'ottima fotografia, la descrizione della comunità e dei riti ebraici, dell'atmosfera, è talmente precisa che al regista basta immergere i personaggi nel contesto per mostrare quanto Romit sia un elemento di disturbo: i suoi capelli sciolti, il suo modo di vestire, il suo modo di parlare, le sue idee. E in questo contesto bastano pochi sguardi per cogliere il desiderio di Esti nei confronti di Romit.

Ottimo il cast. Le "due Rachel" sono stata una scelta davvero perfetta. La presenza scenica è una dote naturale di Rachel Weisz (anche produttrice del film) e lei riesce sempre a metterla al servizio del suo personaggio. In questo film incarna perfettamente e con grande naturalezza tutti gli aspetti del suo personaggio: figlia rinnegata, elemento di disturbo, pietra dello scandalo, anticonformista, oggetto del desiderio. Allo stesso modo, Rachel McAdams riesce a trasmettere la sottile ma repentina trasformazione del suo personaggio. L'intesa tra le due attrici è ottima, bastano gli sguardi, i gesti, ma anche quando non si guardano si percepisce la connessione e il desiderio tra i due personaggi. Le due attrici sicuramente catturano l'attenzione, ma non bisogna dimenticare il terzo elemento del triangolo, perché quella del film non è una storia a due ma a tre, e il terzo è Alessandro Nivola, molto bravo nel ruolo di un rabbino schiacciato dai suoi doveri ma pronto a fare uno sforzo verso, e non contro, chi "trasgredisce".

Disobedience è un ottimo film in cui, al di là della passione, della storia d'amore tra due donne, dei tabù imposti della religione, si parla di come a volte l'essere umano per affermare se stesso non può fare altro che disobbedire, e come questo sia parte stessa del suo essere.

giovedì 30 agosto 2018

Venezia 75 - giorno 2

Secondo giorno di festival, presentati altri due film molto attesi.

Un intricato e folle triangolo tra donne al centro di The Favourite, nuovo film del controverso regista greco Yorgos Lanthimos (The Lobster). Protagoniste le attrici Emma Stone, Olivia Colman e Rachel Weisz.

Ambientato all'inizio del Settecento, il film vede una Regina Anna (Olivia Colman) stanca, piuttosto folle, e provata dalle 17 gravidanze andate male. La sovrana ha ormai deciso di mettere la sua vita nelle mani di Lady Sarah Churchill duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), donna tutt'altro che folle, lucida stratega sposata con il comandante in capo dell'esercito inglese impegnato in guerra. Lady Sarah Churchill approfitta del suo ruolo di favorita della Regina, consolidato anche fra le lenzuola, per gestire il governo a suo piacimento. A scombinare i piani arriva però Abigail Masham (Emma Stone), cugina della duchessa, un'aristocratica caduta in disgrazia e venduta dal padre per un debito di gioco. Abigail comincerà facendo la cameriera ma ben presto si farà largo nelle grazie (e nel letto) della Regina diventando la sua nuova preferita e scatenando la gelosia di Lady Sarah.

Scandaloso ed eccessivo, il film è stato accolto molto bene dalla sala stampa, particolarmente apprezzate le interpretazioni delle attrici, assolute protagoniste della pellicola. "Sono stato immediatamente attratto dalla storia di queste tre donne così complesse, tre personaggi realmente esistiti", ha dichiarato Lanthimos, che poi ha voluto sottolineare che l'aver fatto un film così "femminile" non ha niente a che vedere con il vento di protesta che sta soffiando sull'industria cinematografica in questi mesi, "Sono nove anni che lavoriamo su questo progetto, quindi è impossibile che sia legato ai movimenti esplosi quest'anno. Però una cosa posso dirla: mentre spesso nel cinema le donne sono oggetto del desiderio o comunque mogli o fidanzate di qualche uomo, qui sono personaggi a tutto tondo, esseri umani completi, meravigliose e orrende allo stesso tempo".

Entusiasta del film Emma Stone, unica americana in mezzo a un cast britannico, che ha ammesso, molto onestamente, di non aver capito subito tutto del film, ma di aver amato molto il suo personaggio. "E' una sopravvissuta", ha detto l'attrice, "all'inizio non la capivo bene ma poi via via che siamo andati avanti sono entrata nel personaggio. E' sopraffatta dagli eventi, mi è piaciuto tutto di lei. Ero la sola americana del cast e mi ha intimorito un po’ il lavoro per raggiungere sicurezza con l’accento".
Entrambe le attrici hanno dichiarato che si è creata una bella complicità tra di loro (Rachel Weisz compresa), anche nelle scene di sesso. "E' stato bello farlo con Olivia, abbiamo familiarizzato molto e ci è sembrato naturale", ha dichiarato Emma Stone. Affermazione a cui ha risposto un'altrettanto soddisfatta Colman: "Abbiamo provato per tre settimane, sciogliendoci e perdendo la vergogna una rispetto all'altra. Alla fine eravamo molto amiche, per cui eravamo a nostro agio nel fare sesso".

Nel film Olivia Colman interpreta la Regina Anna, e il caso vuole che in questo periodo stia interpretando un'altra regina, l'attuale Regina Elisabetta II per la serie The Crown. Impossibili da paragonare secondo l'attrice. "Non potrebbero essere più diverse, hanno in comune soltanto il fatto di essere chiamate regine", ha dichiarato la Colman, che ha amato molto interpretare la Regina Anna, "Interpretarla è stata una vera gioia, ho potuto giocare molto con le sue insicurezze e sul fatto che avesse così tanto potere nelle mani. Anna è una donna che non si sente amata da nessuno".

Cast e attori, nel film ci sono anche Nicholas Hoult e Jon Alwyn, hanno infine fatto i più sinceri auguri a Rachel Weisz, assente al festival perché, a 48 anni, è incinta e vicina al parto.

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Sempre tre donne sono protagoniste dell'altro film presentato oggi, si tratta di ROMA, atteso nuovo lavoro del regista premio Oscar Alfonso Cuaron. Film prodotto da Netflix.

La storia è ambientata negli anni '70 a Città del Messico, più precisamente nel quartiere ROMA, e racconta le vite della domestica Cleo (Yalitza Aparicio) e della sua collaboratrice Adela (Nancy García García), entrambi di discendenza mixteca, intrecciate a quella di Sofia (Marina de Tavira), donna borghese e madre dei quattro bambini che Cleo deve accudire e che ama come se fossero suoi figli. Una notizia però sconvolge la vita di Cleo, mentre a sconvolgere il paese sono le proteste studentesche che culmineranno nel famoso Massacro del Corpus Christi, quando un gruppo paramilitare appoggiato dal governo uccise 120 civili.

Girato interamente in bianco e nero, in 65mm e con lunghi piani sequenza, il film vede al centro tre figure femminili ispirate alle donne che hanno animato l'infanzia del regista. "E' un film legato alla memoria e al ricordo", ha spiegato Alfonso Cuaron, "Il film è dedicato a quella che è stata la mia bambinaia, che ovviamente lo ha ispirato. Tutto viene dalle conversazioni che ho avuto con lei e così è venuto fuori il personaggio di Cleo. Quando cresci con qualcuno che ami non metti in discussione la sua identità. Per me era come una mamma. Mi sono dovuto sforzare di vedere Cleo come una donna, con tutte le problematiche della sua storia. Scoprire le sue radici indigene e la sua condizione sociale. Le donne a casa mia hanno sempre portato avanti le cose da sole".

Il film sarà disponibile su Netflix dal 14 dicembre, ma negli USA uscirà anche in alcune sale selezionate.

martedì 20 marzo 2018

Rachel - la recensione

Tratto dal romanzo Mia cugina Rachele della scrittrice inglese Daphne Du Maurier, è la storia di Philip, gentiluomo della Cornovaglia di primo 1800, orfano e cresciuto dal cugino Ambrose. di vent'anni maggiore e che considera più un padre, che dopo la morte di quest'ultimo cerca vendetta contro Rachel, la vedova di Ambrose, donna misteriosa e affascinante, innamorandosene invece follemente.


Proprio il personaggio di Rachel è l'aspetto che spicca maggiormente in questo film, interpretato molto bene da Rachel Weisz: in bilico fra ambiguità e innocenza, donna dalle molte sfaccettature e dal carattere indipendente, riesce perfettamente ad affascinare lo spettatore allo stesso modo in cui strega l'ingenuo Philip (Sam Claflin che non spicca per carisma ma incarna abbastanza bene il carattere molle del suo personaggio), e l'ambiguità resta intatta fino alla fine grazie anche a un uso interessante delle ombre e delle luci nelle inquadrature del regista Roger Michell. Qualche rammarico per la presenza sprecata del nostro Pierfrancesco Favino, che rimane intrappolato in un personaggio rappresentato come un insieme di stereotipi che invece poteva contribuire molto al delinearsi di Rachel e del suo mistero.


Da un punto di vista formale non c'è davvero nulla da appuntare: sono meravigliose le selvagge scogliere della Cornovaglia, è cupa e inquietante, quasi gotica la casa in cui si svolge la vicenda, sono perfetti (come sempre accade nelle opere inglesi) i costumi e gli ambienti di inizio '800. 
Dove il film pecca è nel riuscire a creare un'emozione che vada al di là della suggestione iniziale, nell'esplorare maggiormente il personaggio di Rachel e il suo irretire, involontariamente o no, il protagonista. Pecca nel coinvolgimento più profondo dello spettatore che, passata una prima fase in cui la curiosità è prevalente, potrebbe iniziare anche ad annoiarsi.

Più curato nella forma che nella sostanza, Rachel una visione la merita sicuramente, ma altrettanto sicuramente non rimarrà impresso a lungo nella mente degli spettatori o nella memoria cinematografica.


mercoledì 8 marzo 2017

La luce sugli oceani - la recensione

Tom (Michael Fassbender) è un reduce della prima guerra mondiale. Per sfuggire ai fantasmi che ancora lo perseguitano, sceglie un esilio volontario come guardiano di un Faro isolato dal mondo, proprio al limite fra l'Oceano Indiano e l'Oceano Australe. Poco prima di lasciare la terraferma per l'isola su cui passerà i successivi tre anni, conosce e si innamora di Isabel (Alicia Vikander), e dopo poco tempo la sposa, portandola con sé al faro. La loro vita tranquilla, però, è sconvolta dalla tragedia della perdita del loro figlioletto non ancora nato, trasportando i due coniugi in una spirale di ossessione, segreti e bugie.

Dopo il bellissimo Blue Valentine, Derek Cianfrance torna a parlare di matrimonio e vita coniugale con la trasposizione del romanzo omonimo di M.L Stedman, rimanendo piuttosto fedele al testo di partenza e affidandosi a un duo di protagonisti di talento, appoggiati anche da una coprotagonista, Rachel Weisz, che sicuramente non sfigura. 
Il film risulta diviso quasi nettamente in due parti. La prima metà è senza dubbio quella che funziona meglio, si è affascinati e avvinti dalle atmosfere sognanti e romantiche del Faro, dalla vita quotidiana dei protagonisti, dalle loro gioie e dalle loro tragedie, aiutati anche da una fotografia davvero suggestiva che va a valorizzare il paesaggio naturale e gli attori stessi.

La seconda metà, invece, assume toni molto diversi, un vero e proprio melodramma, ampliando sia locations che personaggi. Questo si traduce in una marcata velocizzazione del ritmo, ma anche in una più evidente discontinuità di scrittura: il film, infatti, spesso si perde e risulta a volte affrettato a volte eccessivamente lento e non sempre si riesce a tenere alta la componente drammatica, privilegiando forse troppo la forma sulla sostanza.
Comunque le oltre due ore scorrono piacevolmente e il risultato è più che buono, soprattutto grazie alla bravura dei tre interpreti principali. Si sarebbe potuto fare molto meglio, questo è certo, ma non ci si può lamentare.

giovedì 21 maggio 2015

Youth - La Giovinezza - la recensione

Fred (Michael Caine) e Mick (Harvey Keitel) sono due amici di vecchia data in vacanza in un lussuoso albergo sulle idilliache Alpi Svizzere, insieme a Leda (Rachel Weisz), figlia di Fred. L'uno compositore e direttore d'orchestra, per nulla intenzionato a tornare a lavoro (nonostante le insistenze di un emissario di Sua Maestà la Regina Elisabetta), l'altro regista impegnato nella realizzazione del film che considera il suo testamento artistico e spirituale; insieme riflettono sul significato profondo della vita, della morte, della vecchiaia. Di contorno, ma in un certo senso fondamentali, si muovono una serie di personaggi al limite tra la guida spirituale e lo stereotipo di genere, su tutti un giovane attore (Paul Dano) alla ricerca della vera essenza del prossimo personaggio che dovrà interpretare.

Paolo Sorrentino non si smentisce e costruisce anche la sua ultima opera con una cura registica quasi fotografica, fatta di inquadrature statiche e prolungate, dalla composizione articolata, a volte con un tocco inquietante, come nel caso dei magnifici titoli di testa.

Sorrentino parla per immagini più che con le parole, i dialoghi sono pochi, profondi, spesso fatti di silenzi e sguardi, immagini che restituiscono una bellezza simbolica al di là del fattore puramente visivo, scava nell'emotività e nel subconscio, attribuendo a forme e colori significati subito riconoscibili: vita, morte, bellezza, amore, giovinezza e vecchiaia.

Quando si smette di essere giovani per diventare vecchi? Quando si smette di vivere e si muore?
L'apatia è ciò che rende Fred vecchio, più che la sua età effettiva, ma alla fine è il suo aprirsi al futuro e all'amore in ogni sua forma che lo riportano a nuova vita.
La giovinezza è quando si guarda al futuro e lo si vede vicino, mentre la vecchiaia è quando si guarda al passato e lo si vede lontano, incredibilmente lontano. Il senso di Youth è tutto qui, nella splendida scena in cui Mick, uno straordinario Harvey Keitel, lo spiega ai suoi giovani collaboratori, con l'aiuto di una montagna e di un binocolo. Il senso del film sta nei due protagonisti e nella loro amicizia, prima e più pura forma d'amore, motore della rinascita di Fred e fonte di nuova giovinezza, perchè essere giovani vuol dire vivere e vivere vuol dire amare.

Non c'è nulla di originale nei temi trattati da Youth, ma la potenza visiva ed emotiva con cui Sorrentino li comunica allo spettatore innalza il film a opera d'arte.
Grande merito va dato anche al cast, fautore di una prova straordinaria, dall'intenso e misurato Michael Caine, allo già citato Harvey Keitel, fino a un bravissimo Paul Dano e all'irresistibile Jane Fonda.
E notevole è anche la musica, fondamentale in ogni aspetto della pellicola e protagonista della scena più bella del film e una delle scene più belle viste al cinema negli ultimi anni.

Sorrentino, dopo l'Oscar per La Grane Bellezza, non solo si riconferma, ma migliora se stesso, con un'opera che è allo stesso tempo intrattenimento, emozione e arte. Applausi.

mercoledì 20 maggio 2015

Festival di Cannes 2015 - giorno 8

Nell'ottava giornata del festival, a farla da padrona è il nuovo attesissimo film di Paolo Sorrentino, Youth - La Giovinezza.

Il film può vantare un grande cast internazionale: Michael Caine, protagonista della pellicola, Rachel Weisz, Harvey Keitel, Paul Dano e Jane Fonda.

Sorrentino non è nuovo a Cannes, il regista ha presentato diversi film al festival, ma stavolta ci è arrivato in modo diverso, con l'Oscar sulle spalle, e quindi l'attesa e l'attenzione per il suo ultimo film è praticamente triplicata. Reazioni contrastanti hanno accolto la proiezione stampa, ci sono stati applausi ma anche dei fischi, con una critica che si è divisa in modo abbastanza netto.

Ambientato in un lussuoso albergo sulle Alpi, il film vede come protagonisti Fred (Caine), anziano direttore d'orchestra ormai in pensione, e Mick (Keitel), un regista ancora in attività, due amici quasi ottantenni che trascorrono una vacanza insieme, incuriositi e inteneriti dalla vita frenetica delle altre persone, dagli altri ospiti dell'albergo e dai propri figli. Mick cerca di concludere la sceneggiatura di un film che sente sarà il migliore della sua vita, mentre Fred non ha nessuna intenzione di tornare a dirigere, anche se qualcuno vorrebbe convincerlo a farlo.

Affollatissima la conferenza stampa, con i presenti che hanno riservato un caloroso applauso al cast, la cui interpretazione corale ha messo comunque tutti d'accordo. Su tutti ha spiccato l'ironia british e l'eleganza di Sir Michael Caine, che con leggerezza e qualche perla, ha regalato momenti divertenti.

"Non venivo a Cannes da quando venni per Alfie. Il film vinse un premio, io no, quindi non sono mai tornato", ha raccontato Caine, autore di un'ottima prova che, chi lo sa, potrebbe portare a un premio, "Questa volta amo così tanto il film che se vinco o no conta poco. Tutto il cast fantastico che meriterebbe un premio". L'attore si è detto entusiasta del film, dei suoi colleghi e del suo ruolo. "Lo accompagnerò dappertutto. C'e' un cast magnifico, tutti noi insieme meriteremmo un premio", ha continuato Caine, "E' impossibile fare questo mestiere senza cercare di sopravvivere e far sopravvivere gli altri, così si costruisce un film. Sono da sempre fan di Sorrentino, agli Oscar, come membro dell’Academy, votai per 'La Grande Bellezza', e quando dalla mia agente è arrivata la proposta per questo film, addirittura da protagonista, non ho avuto dubbi. La lavorazione è stata bella". Visto il tema del film, all'attore è stato chiesto del rapporto con la vecchiaia, come uomo e come attore. "Alla mia età l'alternativa rispetto a interpretare dei vecchi è interpretare dei morti", ha risposto subito Michael Caine, mostrando ancora grande umorismo, per poi continuare, "Restare vivo è una situazione estremamente pericolosa, cerco di farlo e di fare in modo che lo facciano anche gli altri. Per me recitare è questo. Ho mostrato il mio corpo, di un uomo di 82 anni. Un modo per dire ai giovani: fate poco i fichi che finirete così. Poi anche perché è l’unico corpo che ho. Considerando l'alternativa mi sta benissimo. Poi oggi sono benvoluto dai giovani, che mi fermano e mi chiedono l’autografo. ‘Ehi, non sei il maggiordomo di Batman?’, mi dicono".
Sulla vecchiaia si è espressa anche una splendida Jane Fonda, in grande forma, che nel film interpreta un'aggressiva e sexy attrice. "L'età è una questione di attitudine", ha detto l'attrice, "Se hai passioni nella tua vita resti giovane e vitale nella mente".
Per Rachel Weisz invece è stata essenziale la presenza di Paolo Sorrentino per convincerla a dire sì al film. "I film per me sono assolutamente legati al tocco del regista, che è qualcosa di misterioso", ha detto l'attrice, "Quello di Paolo è inimitabile, è suo al 100%".

Paolo Sorrentino ha poi spiegato l'importanza del film per lui. "È un film sicuramente molto personale, affronta dei temi che mi sono a cuore, ma che interessano me e non certo gli altri", ha dichiarato il regista italiano, "È vero che è la cosa più vicina per me a un film d'amore. Ho pudore e non saprei farlo in maniera tradizionale, allora sublimo attraverso amicizia, memoria, rapporto fra genitori e figli, nel modo più sincero possibile [...] Quando scrivo provo sempre a commuovere e far ridere, se qui ci sono riuscito ne sono contento. È sicuramente un film più diretto e semplice. Ma quando mi siedo e inizio una sceneggiatura le parole chiave per me sono: realistico, commovente e divertente. Riuscirci è tutta un’altra cosa, visto che la comunicazione è la cosa più difficile al mondo".
Sorrentino si è poi lanciato in elogio al suo cast, in particolare verso Michael Caine. "Senza Michael Caine non avrei fatto il film, di questo sono sicuro. Nessuno, specie di quella età, ha contemporaneamente quel carisma, quella classe, quella eleganza immediata", ha detto il regista, "La prima cosa che mi ha detto appena incontrati per la prima volta, è stata: "io per una battuta sono pronto a uccidere". Anche Harvey Keitel è ironico, ma in maniera più sofferta. [...] Quando lavori con dei grandi attori è tutto più facile. Che siano italiani, inglesi o americani poca conta. Li guardavo al monitor e alla fine dicevo: bravi. Mi ha impressionato Caine che il giorno prima dell’inizio delle riprese ha cronometrato la distanza fra la sua stanza e il set per paura di arrivare tardi. Per dare un'idea della sua professionalità... anche perché era Michael Caine ed eravamo tutti pronti ad aspettarlo anche un’ora".
Tra i giornalisti c'è chi ha riproposto il confronto con Fellini, osservazione che viene fatta sia in modo positivo, vedendolo come una specie di "erede", che negativo, nel senso di copiare il grande maestro. Ma a quanto pare Sorrentino non ama molto sentirselo dire. "I paragoni tra i registi italiani di oggi e di ieri sono fuori luogo, quelli della mia generazione hanno una cultura di riferimento completamente diversa", è stata la risposta del regista, un po' infastidito. Infine, una stoccata alla critica italiana da parte di Sorrentino: "Da noi c’è del compiacimento nel parlare male delle nostre cose, qui in Francia è maggiore l’orgoglio, pur essendo pronti a criticare. In Italia se possiamo parlare male ci fa piacere".

Il film sarà nelle sale dal 20 maggio.

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E' stato presentato in Concorso anche il nuovo film del regista cinese Jia Zhang-ke, Mountains may depart, film che ha convinto, ricevendo ottime critiche, in particolare per l'interpretazione della protagonista Zhao Tao, che potrebbe anche puntare al premio come migliore attrice.

venerdì 15 maggio 2015

Festival di Cannes 2015 - giorno 3

A Cannes è il giorno di due film molto attesi, The Lobster (in Concorso), con un cast di star, e soprattutto Irrational Man, nuovo film di Woody Allen.

Il grande regista newyorkese è arrivato al festival in grande forma e con un film che ha convinto.
Presenti del cast Emma Stone e Parker Posey, assente il protagonista Joaquin Phoenix.

Irrational Man, presentato Fuori Concorso, racconta di un professore di filosofia, Abe Lucas (Phoenix), colto, carismatico ma con un mal di vivere interiore che lo ha avvicinato troppo alla bottiglia. Il suoi modi e le sue lezioni sulla strategia etica attirano l'attenzione di una brillante studentessa (Stone) e di una sua collega (Posey). Abe non sa come comportarsi fino a che non ascolta per caso una conversazione fra due estranei che lo convince ad agire in un modo che va contro la morale (un omicidio) ma che secondo lui potrebbe dare un senso alla sua vita, e che lo trasformerà in un "irrational man".

Una conferenza stampa molto divertente quella di Woody Allen, dove a farla da padrona è stato il suo naturale pessimismo tragicomico. "Fare film è una splendida distrazione per non pensare alla morte", ha dichiarato Allen, "non ci sono risposte positive agli accadimenti inevitabili dell’esistenza. Non esiste niente di quello che siamo e creiamo che non finisca prima o poi in una posizione comune a tutti, e molto sgradevole. La vita è davvero senza senso. L’unica è trovare una distrazione, magari il baseball, o appunto un film. Faccio film perché sono una splendida distrazione rispetto al continuo pensare alla morte che altrimenti mi assalirebbe se stessi tutto il tempo sul divano. Penserei di essere vecchio, di quanto mi aspetta in un giorno molto, molto lontano".
Parlando del film, in cui il personaggio di Joaquin Phoenix decide di compiere un omicidio, Allen ha allargato il discorso alle scelte che si fanno nella propria vita. "Il film contiene molti temi: morale e moralità, gli essere umani, le loro debolezze, l'incontro fra un uomo e una donna, quanto sia importante trovare un senso alla propria esistenza", ha continuato il regista, "Si fanno scelte giuste, ma ce ne sono altre molto irrazionali nella vita di tutti noi, non così lontane come potremmo pensare dall'omicidio. Qualche volta quello in cui crediamo è totalmente irrazionale, come nel caso del personaggio di Joaquin Phoenix, ma di sicuro non è più irrazionale di quello che le chiese delle varie religioni sostengono. Non è irrazionale pensare che se vivi bene la tua vita vai in paradiso e tutto sarà meraviglioso? Alla fine hanno fatto molto più danni le religioni che hanno causato la sofferenza di molte persone piuttosto che il personaggio di Joaquin che si è concentrato su uno solo".
Allen ha poi parlato del cast e del suo modo di scegliere gli attori. "Scelgo grandi attori e grandi attrici, che tali sono prima e dopo i miei film. Basta non voler giocare a fare il regista e lasciare che diano il loro contributo di talento. Devi solo cercare di non rovinare tutto". Sulla scelta di Emma Stone e Parker Posey ha poi aggiunto: "Stavo sul tapis roulant quando per distrarmi ho visto un film, ed ecco che è apparsa Emma. Era bella e divertente. L’ho scelta per questo film sapendo che sarebbe stata convincente, ma non pensavo così tanto. È davvero sorprendente. [...] E' da molto tempo che volevo lavorare con lei [Posey]. Ho visto dei film indipendenti in cui è così brava, ma soprattutto adoravo il suo nome. Parker Posey... sentite come suona bene".
Emma Stone, che ha lavorato con il regista anche in Magic in the Moonlight, invece ha raccontato brevemente l'approccio molto semplice di Allen sul set: "Lasciava provare le scene e se non venivano recitate come voleva te lo diceva chiaramente, lasciandosi la possibilità di rigirare, anche in un’altra giornata. Con lui trovi il tono giusto presto, senza pensare troppo".

Infine Woody Allen ha parlato della sua lunga carriera, dell'impegno con Amazon per una serie e di Cannes. Sulla sua carriera: "Impari qualcosa dopo due o tre film. Questioni tecniche, ma il successo o il fallimento dipendono da talento e istinto. Io i miei film li rigirerei tutti, per questo non li rivedo. Se avessi soldi e tempo li vorrei perfezionare uno per uno. Ho sempre voluto diventare un regista serio, di film drammatici, come Bergman. Ma avendo talento per la commedia ho dovuto accettare il fatto che nessuno mi avrebbe dato i soldi per girare altro. Da giovane ero noioso e serissimo. Avrei fatto un mattone dopo l’altro se solo avessi potuto, con solo qualche commedia ogni tanto". Sulla serie di Amazon: "Pensavo che sarebbe stata una cosa facile, se riesco a fare un film di due ore, che sarà fare sei episodi di mezzora? E invece sono in un imbarazzo cosmico, non sono in grado e non so da che parte cominciare. Le serie televisive non le ho mai fatte e non le vedo. Non avrei mai dovuto impegnarmi in una cosa del genere". Sul Festival di Cannes: "Amo stare qui, mi piacciono tutti questi paesini del sul della Francia. Mi piace la gente e amo il festival. So che è soprattutto competizione, ma per me è come una convention di avvocati o medici o qualunque altra professione. Da quando sono qui non faccio che incontrare registi, attori e tutti parlano solo di film… la gente è così emozionata. L’atmosfera è molto eccitante. Un ottimo posto per mostrare il tuo film".

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Presentato in Concorso il film del regista greco Yorgos Lanthimos, The Lobster.

Il film racconta di una società dove è vietato essere single, dove chi rimane solo viene arrestato e portato in una struttura simile a un hotel di lusso dove ha 45 giorni di tempo per trovare un partner, altrimenti verrà trasformato in un animale a sua scelta e abbandonato nel bosco. La maggior parte scelgono il cane, David (Farrell) invece sceglie l'aragosta, perché vive più degli altri e passa la sua vita a riprodursi. David però scappa nel bosco, dove vivono i "solitari" e lì, andando contro le regole, s'innamora.

Un cast di star per un film che si inserisce a metà strada tra la fantascienza e la commedia dell'assurdo: Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Lea SeydouxBen Whishaw.
"The Lobster è una storia sull'amore, senza essere una convenzionale storia d'amore. Osserva i modi e le ragioni per cui certe persone finiscono assieme come coppia, mentre altre no, parla dei terrificanti effetti della solitudine, della paura di morire da soli, della paura di vivere da soli e, soprattutto, della paura di vivere con qualcuno", ha spiegato il regista durante la conferenza stampa, "Forzarsi nel farsi piacere qualcuno è un tipo di sofferenza, cercare qualcuno che ci piace davvero è un altro tipo di sofferenza. The Lobster cerca di scovare dei sinonimi dell'amore in parole come paura, norme, scadenze, abbinamento, sincronismo, innocenza, prosperità e bugie [...] Non volevo dare risposte ma casomai porre domande".

giovedì 7 marzo 2013

'Il Grande e Potente Oz' - la recensione

Il grande e potente Oz non offre nulla di così misterioso e magico, è un prodotto Disney al 100%. E come prevedibile presenta un'indubbia somiglianza e quindi anche i soliti problemi dello sfortunato Alice in Wonderland di Tim Burton anche se il mondo di Oz ricostruito da Sam Raimi risulta meno finto e artificiale. 

La storia raccontata nel film è un prequel di pura fantasia sulle origini del fantastico mago del regno di Oz e sulla sua ascesa al potere. Oscar Diggs (il mago di Oz) si troverà ad aver a che fare con tre streghe e un trono senza re da conquistare.

Le cose che colpiscono di più di questo progetto sono senza dubbio le scelte visive e gli incredibili effetti visivi che pur non essendo sbalorditivi riescono a affascinare lo spettatore, come ad esempio la scelta di colorare ed ampliare la visuale dello schermo con l'arrivo a Oz creando un distinguo tra il mondo reale e quello di fantasia. Le scenografie a volte si avvicinano molto allo stile visivo ricreato da Burton nella sua Wonderland e questo magari denota una carenza di originalità e fantasia anche perché la maggior parte delle cose sono riprese dal racconto originale di Frank Baum  ma soprattutto dal lungometraggio musicale di Victor Flaming e quindi nulla di esageratamente nuovo viene dato da questo film. 

James Franco è un buon mago anche se magari ha messo troppo di se stesso nel personaggio, facendolo risultare un po una macchietta.
Le streghe Williams, Kunis e Weisz hanno una buona caratterizzazione e buona motivazione, soprattutto Glinda, la strega buona, interpretata da Michelle Williams che pur essendo appunto buona non risulta fastidiosa.

Il tocco di Sam Raimi si nota abbastanza bene soprattutto (e giustamente) nelle parti più oscure e terrificanti, e la colonna sonora composta da Danny Elfman regala una discreta suggestione per tutta la durata del film.

Altri problemi magari sono riscontrabili in una sceneggiatura frettolosa e a tratti molto banale, ma sicuramente l'intento del film non è quello di risultare perfetto sotto quell'aspetto.

Quindi che dire de Il Grande e Potente Oz? Che è un ottimo prodotto Disney che non dà nulla di nuovo al panorama cinematografico ma che comunque, attraverso espedienti visivi e soprattutto un ottimo 3D, regala un discreto intrattenimento che il pubblico di ogni età può apprezzare senza problemi.

Mat

P.s. I titoli di testa in 3D valgono da soli il prezzo del biglietto.

martedì 4 dicembre 2012

'Zero Dark Thirty' miglior film per i New York Film Critics

Assegnati i New York Film Critics Awards, i riconoscimenti della critica americana che danno in via alla stagione dei premi che si concluderà con gli Oscar a fine febbraio.

A trionfare è Kathryn Bigelow con il suo 'Zero Dark Thirty' che si è portato a casa il premio come miglior film e per la migliore regia. Questi premi non stupiscono visto che il film ha convinto la stragrande maggioranza della critica, con notevoli punte di entusiasmo. Il film della Bigelow si candida in modo prepotente per l'Oscar.

Migliore attore a Daniel Day Lewis per 'Lincoln' di Steven Spielberg, che si porta a casa anche il premio per la migliore sceneggiatura e per la migliore attrice non protagonista, Sally Field. A far storcere un po' il naso il premio come migliore attrice a Rachel Weisz per 'The Deep Blue See', un film passato praticamente inosservato, mentre Matthew McConaughey ha vinto il premio come migliore attore non protagonista per 'Magic Mike' e 'Bernie'. Migliore animazione va a Tim Burton e il suo 'Frankenweenie'. Sorpresa per la migliore opera prima in cui è stato premiato un documentario, 'How To Survive A Plague', invece che il favorito (e lodatissimo) 'Beasts of the Southern Wild'.

Ecco la lista dei premi:

Miglior film: Zero Dark Thirty
Miglior regista: Kathryn Bigelow (Zero Dark Thirty)
Miglior attore: Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Miglior attrice: Rachel Weisz (The Deep Blue Sea)
Miglior film straniero: Amour
Miglior film d’animazione: Frankenweenie
Miglior attore non protagonista: Matthew McConaughey (Magic Mike e Bernie)
Miglior attrice non protagonista: Sally Field (Lincoln)
Miglior fotografia: Greig Fraser (Zero Dark Thirty)
Miglior documentario: The Central Park Five
Miglior opera prima: How To Survive A Plague



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