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lunedì 29 gennaio 2024

Povere Creature! - la recensione


Dopo il Leone d'Oro al Festival di Venezia, e dopo aver ottenuto ben 11 candidature agli Oscar 2024, sbarca in sala anche in Italia Povere creature! il nuovo atteso film del regista greco Yorgos Lanthimos. 
Se si è un minimo familiari con la filmografia precedente del regista, da La Favorita a The Lobster, si sa già che questa commedia è ben lontana dall'essere semplicemente divertente o brillante, ma vira molto più sul grottesco e sull'eccessivo da ogni punto di vista, che sia sessuale o più semplicemente visivo, quindi è bene essere preparati.

Tratto dall'omonimo romanzo del 1992, Povere Creature è una riscrittura al femminile di Frankenstein a cui Lanthimos non riesce a resistere e che è perfetta per il suo stile così peculiare. Bella Baxter (Emma Stone), creata dal mostruoso medico Godwin, è la protagonista di un racconto di formazione e di scoperta di sé che passa dalla liberazione sessuale in cui i due uomini nel film, Duncan (Mark Ruffalo) e Max (Ramy Youssef), rappresentano un po' due tappe necessarie e in qualche modo opposte, ma anche una liberazione intellettuale incarnata dalla scoperta del mondo e del posto che ognuno di noi vi occupa. Bella, donna con il cervello di una neonata, riesce a essere veramente libera da ogni convenzione sociale e solo così può esprimere davvero se stessa, senza limiti e senza pudori.
Il film non potrebbe essere ciò che è se non ci fosse dietro anche un grandissimo lavoro estetico e visivo ad opera tanto del regista quanto di scenografi e costumisti, con un 'ambientazione veramente perfetta, colorata, steampunk e allo stesso tempo onirica. Le inquadrature storte e i grandangoli che caratterizzano la regia di Lanthimos completano il quadro richiamando, spesso anche in maniera didascalica, film espressionisti e in particolare Metropolis di Fritz Lang, che viene citato apertamente in almeno due occasioni durante la pellicola. Non mancano anche i richiami ad artisti più recenti, come il Terry Gilliam di Brazil e il Tim Burton di Edward mani di forbice. Anche la colonna sonora è perfetta nel costruire queste atmosfere.

Emma Stone giganteggia come Bella Baxter, la sua interpretazione è magnetica ed è veramente difficile non rimanere incantati da lei, dalla sua ingenuità prima, dalla sua acutezza dopo. Un grandissimo lavoro anche sul corpo, da porte dell'attrice, che sembra avere già l'Oscar in mano.
Se sembra scontato citare un sempre grande Willem Dafoe, non lo è però sottolineare l'ottimo lavoro di Mark Ruffalo, che senza paura gioca moltissimo con la sua fisionomia e il suo fisico per creare un personaggio patetico e ridicolo che era facile far sfociare nella macchietta e basta ma che invece lui è bravissimo a mantenere sempre sul limite senza farglielo mai attraversare. Anche per lui una nomination all'Oscar più che meritata.

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giovedì 14 aprile 2022

The Northman - la recensione

Con soli due film all'attivo, Robert Eggers si è già imposto sulla scena come uno dei registi più interessanti degli ultimi anni. Dopo l'horror atipico di The Witch e l'incursione nelle atmosfere claustrofobiche e inquietanti del gotico espressionista in The Lighhouse, ecco che Eggers cambia ancora una volta ambientazione e si spinge nell'epica vichinga, con un film che già dalle premesse è più accessibile al grande pubblico rispetto ai precedenti, e forse per questo più ambizioso, anche perché Eggers non cede mai alla tentazione di rinunciare al suo modo peculiare di fare Cinema.

Il principe Amleth (Alexander Skarsgard) figlio del re Aurvandil (Ethan Hawke), assiste impotente alla morte di suo padre per mano dello zio Fjölnir (Claes Bang) che ne usurpa il trono e rapisce la regina Gudrùn (Nicole Kidman) per farne sua moglie. Il giovane Amleth fugge per salvarsi la vita, ma da quel momento la sua intera vita sarà votata alla vendetta. Anni dopo, torna nella sua terra natia, accompagnato anche dalla giovane Olga (Anya Taylor-Joy) incontrata durante il viaggio, per compiere il suo destino, vendicare suo padre e salvare sua madre.


Come avvenuto per tutti i suoi film precedenti, anche il The Northman abbondano le citazioni artistiche, in particolare i rimandi letterari. Il primo e più evidente è senza dubbio quello all'Amleto shakesperiano, non solo perché il protagonista ne condivide il nome, e in un certo senso il desiderio di vendetta, ma anche a un livello più profondo, il rapporto con il padre, e soprattutto con la madre, ha molti punti in comune con la tragedia inglese.

L'altro grande punto di riferimento letterario riscontrabile nel film è senza dubbio il Beowulf, il poema medievale sull'eroe che uccide il drago. Il nome Beowulf vuol dire letteralmente "lupo delle api", un modo poetico per riferirsi all'orso, mentre Amleth, il protagonista della pellicola, viene chiamato proprio orso-lupo, perché facente parte dei guerrieri Berserkr. Questi erano una casta guerriera vichinga che scendevano in battaglia invasati dallo spirito di Odino e che entravano in una sorta di trance ed estasi, una vera e propria metamorfosi nel loro animale spirituale. Anche Amleth assume spesso questa doppia natura, umana e animalesca, incarnando lo spirito tanto del lupo, richiamo primordiale al padre, che all'orso, simbolo di forza e ferocia. Alexander Skarsgard subisce quindi una vera e propria trasformazione anche fisica, perdendosi nel ruolo e lavorando anche sul corpo e la postura, dove il selvaggio prende il sopravvento sulla ragione e la violenza esplode in tutta la sua ferocia.


Come avvenuto anche in The Witch e in The Lighthouse, reale e soprannaturale si fondono in un mix di suggestioni, misticismo, rimandi mitologici e folkloristici. 

Una storia tutto sommato lineare, quella di un figlio che vuole vendicare suo padre, ma che grazie alla regia di Eggers diventa qualcosa di più. Le lunghe riprese a camera singola, l'uso della luce naturale, i primissimi piani sui volti dei personaggi, rendono le scene di battaglia quasi surreali, come se non si stesse assistendo a un racconto storico ma a una storia, il racconto epico di un bardo in cui gli dei esistono, Odino compare sul campo di battaglia per indicarci la via e il guerriero viene posseduto dallo spirito dell'animale diventando un tutt'uno con esso. Ogni colpo inferto, ogni emozione provata, ogni espressione del cast, è cruda e viscerale, la musica stessa sembra venire da dentro la pancia dello spettatore. 

Non solo Alexander Skarsgard dà una performance brutale e selvaggia, ma anche gli altri attori coinvolti sono perfetti e non si riesce a immaginare nessun altro in quei ruoli.


Da un lato The Northman è un film più accessibile al grande pubblico rispetto ai precedenti di Eggers, perché la storia che racconta è una storia universale e perché la narrazione è meno contorta e visionaria, dall'altro però, per molti aspetti, questo è un film più completo e compatto, che va dritto al punto delle emozioni che vuole trasmettere ma allo stesso tempo non ha paura di osare e di usare il simbolismo a cui Eggers ci ha abituati.

venerdì 25 marzo 2022

Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni - la recensione

È finalmente disponibile su Disney+, La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, l'ultimo film di Guillermo del Toro, candidato a quattro premi Oscar 2022, tra cui miglior film.

Stati Uniti, anni '40, Stanton "Stan" Carlisle è un uomo che non ha nulla, abbandona la sua casa dopo averle dato fuoco per seppellire un corpo e parte. Finisce per unirsi a una fiera, dove viene a contatto con un mondo nuovo, fatto di nani, uomini barbuti, l'"uomo-bestia", donne che si fanno attraversare il corpo dall'elettricità. Grazie all'aiuto della chiromante Zeena e di suo marito, l'ex mentalista Pete, Stan entra attivamente in quel mondo e impara alcuni trucchi del mestiere. Ma Stan vuole di più, a qualunque costo. Spinto da ambizione e avidità, parte con la giovane Molly per la città e lì, in poco tempo, diventa "Il Grande Stanton", mentalista e sensitivo da due spettacoli al giorno. Ma per Stan non è ancora abbastanza. Dopo l'incontro con una opportunista psicologa, e spinto da una crescente avidità, decide di mettere in piedi una vera e propria truffa ai danni di uomini ricchi e potenti, a cui fa credere di poter parlare con i loro cari defunti. Quello di Stan però è un gioco molto pericoloso.

Adattamento dell'omonimo romanzo di William Lindsay Gresham, già trasposto sullo schermo nel 1947, in un film con Tyrone Power, a cui però è stato cambiato il finale per renderlo meno negativo, Nightmare Alley - La Fiera delle Illusioni è il film con cui Guillermo del Toro cerca di non essere il "solito" del Toro. Non è un fantasy gotico, non è un horror, è un vero e proprio noir vecchio stile, tra atmosfere plumbee, personaggi ambigui, e sigarette. La prima parte, quella ambientata alla fiera, in un mondo di freaks, è sicuramente quella in cui si sente di più il tocco "deltoriano", nei colori, nei personaggi, poi a lungo andare quel tocco si perde un po' virando su qualcosa di più classico, mantenendo però sempre un vago senso di grottesco tipico del regista. La regia di Del Toro è ottima, bella, precisa e pulita. La ricostruzione dell'ambientazione, le scenografie, i costumi, sono meravigliosi, curati nei minimi dettagli. Ottimo anche il lavoro della fotografia.

Il protagonista Bradley Cooper offre forse la miglior performance della sua carriera, riesce a dare corpo a un personaggio avido, spietato, profondamente immorale, così bravo e sicuro di sé ad ingannare gli altri quanto incapace di capire davvero chi ha davanti, che sia la pura e innocente Molly, meno accondiscendente di quanto pensa, o l'apparentemente complice psicologa, ancora più spietata di lui. La parabola di ascesa e caduta di Stan Carlisle lo riporterà all'inizio della sua avventura, ma in un ruolo diverso e forse più "simile" alla sua anima corrotta. Oltre a Cooper, il cast è formato da grandi nomi, Rooney Mara, una glaciale Cate Blanchett, Richard Jenkins, Willem Dafoe, Toni Collette, Ron Perlman, David Strathairn e Mary Steenburgen. Ottime le interpretazioni di tutti, una performance corale degna del livello dei nomi che compongono il cast, forse l'unico personaggio a soffrire un po' è proprio quello di Rooney Mara, che avrebbe meritato maggior peso nella storia.

Nightmare Alley è un indubbiamente un bel film, girato alla perfezione, visivamente affascinante, con una dedizione per i dettagli davvero eccezionale, si vede che è stato fatto e girato da persone che amano il Cinema. Dov'è che pecca allora? Nel calore. È un film molto freddo, così freddo da non riuscire a colpire davvero al cuore lo spettatore, si prova disprezzo per il protagonista ma mai trasporto emotivo, e questo da un film di Del Toro proprio non te lo aspetti. Resta comunque un bel film da vedere, con gli occhi.

sabato 22 gennaio 2022

Nightmare Alley di del Toro è un flop negli USA. Martin Scorsese lancia un appello per il film.

È forse un ritratto molto significativo dei tempi difficili che sta vivendo il Cinema. La Fiera delle Illusioni - Nightmare Alley, di Guillermo del Toro, era uno dei film più attesi della stagione, una storia intrigante, un grande cast, un regista premio Oscar con una sua visione, assolutamente unica, del Cinema, eppure ha riscosso pochissimo successo al botteghino USA.

Negli Stati Uniti è uscito in sala a dicembre 2021 e fino ad oggi ha incassato soltanto 9 milioni di dollari (ne è costati 60), un risultato decisamente deludente e molto al di sotto delle aspettative. In questi giorni il film sta uscendo in altri paesi, è arrivato in Francia, Germania, Russia e UK, e il 27 gennaio arriverà anche in Italia, e si spera che il risultato sarà diverso.

Interrogato sulla questione, Bradley Cooper ha dichiarato di non essere sorpreso dal risultato deludente negli USA e di sperare nello streaming.
"Non è stato uno shock per nessuno di noi", ha detto l'attore, "Penso che sia uno splendido film da vedere al cinema, anche solo per la sua portata, ma credo che risulterà appetitoso anche a casa".

Se Cooper è quasi rassegnato, c'è qualcuno che proprio non può accettare questo "abbandono" delle sale, è Martin Scorsese, che ha deciso di lanciare un appello ai cinefili di tutto il mondo per sostenere Guillermo del Toro e il suo film. Ecco la sua lettera al Los Angeles Times.

"Qualche settimana fa ho visto La fiera delle illusioni di Guillermo del Toro. Mi ha impressionato e commosso. Attendo sempre con impazienza i film di Guillermo, ma questo in particolare aveva un potere e una risonanza speciali per me.
Poi mi sono reso conto che il pubblico non stava andando a vederlo, cosa che mi ha angosciato. Ovviamente, le vacanze di Natale che si sono appena concluse sono state un momento difficile per far uscire qualsiasi film. Ma mi chiedo anche se ci sia un reale apprezzamento nei confronti del lavoro di Guillermo.
Scommetto che il termine “noir” è comparso nella maggior parte delle recensioni e dei commenti su Nightmare Alley, e con buona ragione. I personaggi sono tutti tormentati, molti sono condannati, e il film è basato su un romanzo che ha quel genere di trama labirintica classica dei film noir. Oltretutto, quel romanzo era già stato portato sullo schermo, appena dopo la sua pubblicazione nel 1946, e la prima versione di Edmund Goulding è stata a lungo considerata un classico del genere.
Ma il termine “noir” è stato utilizzato così spesso, e in modo così sfacciato, che alla fine sembra più un sapore che qualsiasi altra cosa, e potrebbe condurre nella direzione sbagliata qualcuno in cerca di informazioni su un film. Potrebbero aspettarsi un “pastiche” noir, uno dei tanti che abbiamo visto. E questo non rende assolutamente giustizia all’adattamento di Guillermo e Kim Morgan.
La maggior parte del film è ambientata negli anni trenta, e sembra emergere dalla disperazione e dall’amarezza della Grande Depressione: si riesce a percepire nelle immagini e nel linguaggio del corpo degli attori. Tutti i personaggi in questo film provano il vero dolore, un senso di desolazione radicato nella vita di tutti i giorni. Non è quindi solo una questione di “stile” o di “grafica”, sebbene siano elementi squisiti in questo film. È una questione legata all’impegno completo di Guillermo nei confronti del materiale e del portare la propria visione in vita con il suo scenografo, il costumista, il direttore della fotografia e lo straordinario cast, guidato da Bradley Cooper e Cate Blanchett. Lavorano insieme per creare un universo senza uscita tirandolo fuori dal passato americano, e lo fanno dentro e fuori, fino in fondo.
In questo senso, il film è fedele allo spirito che anima il cinema noir molto più dei tanti “omaggi” che sono stati fatti negli anni e che vengono fatti ancora oggi. Guillermo sta certamente parlando dal suo tempo e al suo tempo, ma lo fa con la lingua di un tempo passato, e l’urgenza e la disperazione di allora si sovrappongono con quell’urgenza e quella disperazione che stiamo vivendo proprio adesso, in un modo decisamente inquietante. È come un campanello d’allarme.

Il Covid-19 è stato profondamente duro nei confronti del cinema in generale. Ha aggiunto protocolli che fanno perdere molto tempo e polizze assicurative molto costose al budget di tutti i film, piccoli o grandi che siano. Ha portato alla chiusura di molti cinema, e a una resistenza a tornare in quelli che sono ancora aperti. E ora… Omicron.
Se avete deciso di inserire La fiera delle illusioni nella categoria “noir” o in qualsiasi altra categoria, vi esorto a dargli un’occhiata più da vicino. E se avete deciso proprio di evitarlo, per qualsiasi motivo, ripensateci. In pratica, ciò che sto cercando di dirvi è che un regista come Guillermo, che ci dà film realizzati con tanto amore e passione, non ha solo bisogno del nostro sostegno: lo merita."

venerdì 22 maggio 2020

The Lighthouse - la recensione

Due uomini, Ephraim Winslow (Robert Pattinson) e Thomas Wake (Willem Dafoe) arrivano su un'isoletta ventosa e isolata dal mondo per fare da guardiani a un faro per quattro settimane. Fin da subito fra i due c'è attrito: il più anziano, Thomas, tratta Ephraim in maniera sprezzante, relegandolo a mansioni pesanti e degradanti, e impedendogli di andare con lui sulla cima del faro, dove c'è la luce. Dopo aver mancato la scialuppa che li avrebbe dovuti portare via, e complici alcol e atmosfera sinistra, i due verranno sempre più risucchiati in un vortice di follia e distruzione, in particolare Ephraim, tormentato da visioni inquietanti di sirene e gabbiani con un occhio solo.


Dopo il bellissimo The Witch, torna Robert Eggers con un film che per certi aspetti è quasi speculare al suo primo lavoro: se in The Witch il simbolismo era tutto costruito attorno alla femminilità, in The Lighthouse è invece la virilità al centro della scena. I due uomini bloccati da soli sull'isola sembrano infatti venire allo scontro fisico quasi come animali selvaggi, la tensione è sempre massima, sono aggressivi e frustrati dalla loro stessa mascolinità. E se la scena in cui il personaggio di Robert Pattinson fa dell'autoerotismo furioso è sicuramente la più immediatamente riconoscibile, i simboli sono in realtà tantissimi, dal richiamo fallico del faro, alla luce misteriosa sulla sua cima, chiamata da Thomas "lei" fino alla scena in cui per un secondo i due quasi si baciano.

Il simbolismo però non si ferma al semplice e forse banale richiamo a una atavica mascolinità, ma va ben oltre, infarcendo il film di tantissimi richiami mitologici e artistici.
E' facile identificare i due protagonisti con figure mitologiche quali Proteo e Prometeo: il vecchio del mare che non mente mai ed è servo di Poseidone è infatti Thomas, che tuttavia racconta solo menzogne e nutre una profonda ossessione per le creature marine, in particolare per i gabbiani, animale ricorrente durante tutta la pellicola; Ephraim è quindi Prometeo, il giovane eroe che strappa il fuoco agli dei e proprio come lui il personaggio interpretato da Pattinson deve scavalcare il suo "padrone" per rubargli il segreto della luce, per poi essere punito per questo in una scena finale assolutamente esplicita in cui vediamo proprio un gabbiano mangiare il suo fegato.


Il finale, poi è aperto a moltissime interpretazioni, da quella più puramente horror fino a una soluzione metafisica, in cui il cerchio si chiude e ricomincia daccapo, un eterno ritorno in cui si può ipotizzare che i due personaggi non siano altro che la stessa persona. Il crack della gamba che si rompe ci porta immediatamente alla mente come sia proprio la mancanza di una gamba a caratterizzare fortemente il personaggio interpretato da Willem Dafoe, come una sorta di Achab.
Ma, come già detto, i rimandi al folklore e alla mitologia sono molteplici, dai già citati Proteo e Prometeo, alle sirene tentatrici che portano gli uomini alla pazzia, e chissà quanti altri che a una prima o seconda visione non si riescono a cogliere. Di certo un film così stratificato richiede una grande dose di attenzione e possibilmente più di una visione.


Da un punto di vista tecnico, sicuramente la prima cosa che colpisce è la fotografia. Il bianco e nero rende la storia remota (tra l'altro il formato 35mm è perfetto per questo) e le luci che, come era stato in The Witch, provengono esclusivamente da fonti presenti all'interno della scena con un forte contrasto fra luce e buio, ricordano moltissimo certi film dell'espressionismo tedesco, ad esempio Il Gabinetto del Dottor Caligari, con cui The Lighthouse condivide le atmosfere angoscianti e paranoiche e gli ambienti contorti, specchio della mente dei personaggi più che ruoli reali.
Il regista inoltre alterna magnificamente inquadrature fortemente simmetriche con altre riprese a mano, primissimi piani e, di contro, lunghi piano sequenza in cui si susseguono in scena dettagli apparentemente inutili a fini di trama, ma che contribuiscono alle atmosfere da incubo a occhi aperti del film.
C'è da fare infine un plauso grandissimo ai due interpreti, che con poche parole e moltissima fisicità, danno una prova davvero incredibile e magnetica. Mentre su Willem Dafoe non ci sono più dubbi di sorta da tantissimi anni, Robert Pattinson sembra ancora vittima di un pregiudizio difficile da sradicare, ma dimostra per l'ennesima volta di essere un attore di grande talento.


Dopo il meraviglioso The Witch, Robert Eggers si riconferma uno dei registi emergenti più interessati in circolazione, grazie a un film complesso e stratificato ma da cui è sinceramente difficile staccarsi, che non annoia mai e che si vuole vedere e rivedere fino ad aver trovato ogni più piccolo e nascosto simbolo al suo interno.

giovedì 17 ottobre 2019

Robert Eggers e il film sui vichinghi con Nicole Kidman

Il regista Robert Eggers è sicuramente tra i nomi più interessanti usciti negli ultimi anni nel panorama cinematografico mondiale. Dopo l'horror The Witch e il fantasy horror The Lighthouse, il regista è pronto ad immergersi tra i vichinghi.

THR riporta che Eggers è al lavoro sul suo prossimo film, The Northman, un progetto che gli è stato proposto dall'attore Alexander Skarsgård, che figurerà anche come produttore.
Secondo il sito, diversi attori sarebbero in trattative per un ruolo, oltre allo stesso Alexander Skarsgård, il film potrebbe vantare un cast di altissimo livello, con Anya Taylor-Joy, Bill Skarsgård (fratello di Alexander), Willem Dafoe, ma soprattutto Nicole Kidman.

Il film, scritto da Eggers e dal poeta e scrittore islandese Sjón, dovrebbe raccontare una storia di un principe nordico che cerca vendetta per la morte di suo padre, il tutto ambientato nella Islanda del X secolo. Alexander Skarsgård dovrebbe interpretare il principe mentre, qualora l'accordo andasse in porto, Nicole Kidman sarebbe sua madre.

Per Anya Taylor-Joy e Willem Dafoe sarebbe la seconda collaborazione con Robert Eggers, la prima era la protagonista di The Witch, mentre l'attore è uno dei due protagonisti di The Lighthouse. Per Nicole Kidman sarebbe la prima esperienza con il regista ma l'attrice ha già lavorato con Alexander Skarsgård nella prima stagione della pluripremiata serie Big Little Lies, dove erano marito e moglie.

Aspettiamo ulteriori notizie, anche su una eventuale uscita italiana di The Lighthouse, girato in 35mm e in bianco e nero.

giovedì 3 gennaio 2019

At Eternity's Gate - la recensione

Passato al Festival di Venezia, dove il protagonista Willem Dafoe ha vinto la Coppa Volpi per l'interpretazione maschile, e stranamente scivolato un po' nel dimenticatoio, esce finalmente anche in Italia il film di Julian Schnabel, regista e pittore, su quello che forse è il più grande pittore di sempre, sicuramente quello che più di tutti ha infiammato l'anima e la fantasia degli spettatori moderni che lo hanno visto e rivisto tanto al cinema quanto in televisione: Vincent Van Gogh.


Un omaggio sicuramente sentito, quello che Schnabel fa all'illustre collega, tanto che se c'è una cosa che salta subito all'occhio è la regia, che riprende i colori dei quadri tipici di Van Gogh, il giallo e l'azzurro in particolare. C'è inoltre molto amore nei confronti dell'uomo, che viene ammantato quasi di un'aura messianica (molte le analogie cristologiche all'interno del film), concentrando lo sguardo soprattutto sui suoi rapporti umani, con il fratello Theo (Rupert Friend) in particolare, unico a stargli vicino e ad apprezzare la sua arte, e con l'amico Paul Gauguin (Oscar Isacc), con cui Vincent instaura un rapporto morboso che lo porterà al famoso gesto del taglio dell'orecchio.


Manca però del tutto in tocco magico e visionario sull'arte, non si riesce a entrare mai nella mente di quello che è stato un vero e proprio genio della pittura, per come riusciva a guardare il mondo andando al di là di quanto visibile a tutti, ed è un gran peccato perché l'impressione è che si rimanga sempre su un canovaccio già visto e poco originale, in cui il focus della vicenda sono le angherie degli abitanti di Arles e una pazzia che non viene comunque mai mostrata fino in fondo.


Alla fine l'unica cosa a rimanere davvero impressa è la splendida performance di Willem Dafoe, seppur lontano in termini di età del personaggio (Dafoe ha sessantatre anni, mentre Van Gogh morì quando ne aveva trentasette), non lo è nello spirito, riuscendo a incarnare perfettamente il candore giovanile e una certa purezza del personaggio unicamente tramite uno sguardo.
La sua bravura fa un po' rimpiangere una pellicola che avrebbe avuto le carte in regola per essere molto di più ma che purtroppo non si eleva mai sopra una buona mediocrità.

mercoledì 2 gennaio 2019

Aquaman - la recensione

Il legittimo Re di Atlantide arriva al cinema! Il suo volto? Quello di Jason Momoa.

Dopo la sua apparizione nel disastroso Justice League, Arthur Curry (AKA Aquaman) arriva sul grande schermo con un film tutto suo, senza inutili collegamenti agli altri film dell'universo DC (ora Worlds of DC).

Una struttura semplice e un'onestà intrinseca fanno di Aquaman il film per ora più riuscito del franchise DC al cinema. Non che ci volesse molto, alcuni potrebbero aggiungere, ma il disastro poteva essere facilmente dietro l'angolo. Eppure Aquaman, probabilmente grazie ad una mano vivace come quella di James Wan, riesce ad appassionare e a regalare dei momenti visivi di puro spettacolo, pur mantenendo un'anima piuttosto trash (in moltissimi punti) ma consapevole.

Non si parla molto in Aquaman, e quando ciò accade veniamo quasi sempre interrotti da esplosioni o "inaspettati" combattimenti sbucati dal nulla. Eppure nonostante questo la storia regge per la maggior parte della durata, regalando, come già detto, situazioni visive davvero spettacolari. Alcuni momenti barcollano inevitabilmente, soprattutto a causa di una sceneggiatura spesso infantile e farcita di battute a volte discutibili, ma che nel bene e nel male strappano più di una risata (e non troppo forzata).

Se lo si guarda senza nessuna pretesa, il progetto risulta riuscito. Probabilmente la strada scelta da James Wan era l'unica percorribile.

domenica 9 settembre 2018

Venezia 75 - i vincitori

Si è conclusa ieri la 75a Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia e a trionfare è stato ancora il Messico.

La giuria, che ha visto come presidente Guillermo del Toro, ha assegnato il Leone d'Oro al film ROMA di Alfonso Cuaron. Non una sorpresa, il film del regista messicano era visto come il favorito per la vittoria già prima dell'inizio del festival.
E non sono stati una sorpresa nemmeno i premi agli attori, le Coppe Volpi infatti sono state assegnate a Olivia Colman (The Favourite) e Willem Dafoe (At Eternity's Gate). Due nomi che fin da subito, cioè fin dalle prime proiezioni dei rispettivi film, sono stati visti come favoriti per la vittoria.

Due premi per The Nightingale di Jennifer Kent, a segnare una spaccatura tra la giuria e la critica che non ha particolarmente amato il film, e un secondo premio anche per The Favourite, che ha portato a casa il Leone d'Argento per il Gran Premio della Giuria. Premiati anche due western: miglior regista a Jacques Audiard per The Sisters Brothers, e il premio per la sceneggiatura a La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen.

Ecco tutti i vincitori, compresi quelli della sezione Orizzonti, Venezia Classici, e del Venice Virtual Reality.

CONCORSO
- Leone d’Oro per il Miglior Film: Roma, di Alfonso Cuaron
- Leone d’Argento Gran Premio della Giuria: The Favourite, di Yorgos Lanthimos
- Leone d’Argento per la Migliore Regia: Jacques Audiard per The Sisters Brothers
- Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile: Willem Dafoe per At Eternity’s Gate, di Julian Schnabel
- Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile: Olivia Colman per The Favourite, di Yorgos Lanthimos
- Miglior Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen per La Ballata di Buster Scruggs, di Joel e Ethan Coen
- Premio Speciale della Giuria: The Nightingale, di Jennifer Kent
- Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Baykali Ganambarr per The Nightingale, di Jennifer Kent

ORIZZONTI
- Miglior film: KrabenRahu (Manta Ray), di Phuttiphong Aroonpheng
- Miglior regia: Emir Baigazin per Ozen
- Miglior interpretazione maschile: Kais Nashif per Tel Aviv on Fire
- Miglior interpretazione femminile: Natalya Kudryashova per The Man who Surprised Everyone
- Miglior sceneggiatura: Jinpa di Pema Tseden
- Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Anons, di Mahmut Fazil Coşkun
- Miglior cortometraggio: Kado, di Aditya Ahmad

VENICE VIRTUAL REALITY
- Miglior film VR: Spheres di Eliza McNitt
- Migliore esperienza VR (per contenuto interattivo): Buddy VR di Chuck Chae
- Migliore storia VR (per contenuto lineare): L’Ile des Morts di Benjamin Nuel

VENEZIA CLASSICI
- Miglior Film Restaurato: La Notte di San Lorenzo, di Paolo e Vittorio Taviani
- Miglior Documentario sul Cinema: The Great Buster - a Celebration, di Peter Bogdanovich

lunedì 3 settembre 2018

Venezia 75 - giorno 6

Arte e fumetti nel sesto giorno del festival.

Presentato in Concorso At Eternity's Gate, nuovo film di Julian Schnabel, con Willem Dafoe protagonista nel ruolo del pittore Vincent Van Gogh.

Il film non è un biopic ma attingendo dalle lettere, le varie biografie e anche dalle dicerie sul celebre pittore olandese, è stata costruita una storia di finzione che immagina quello che potrebbe essere accaduto.

"Nel film c’è tutto quello che ho trovato di interessante in lui", ha spiegato il regista, "Alcune cose in questo film sono vere altre inventate, e, come facciamo nella vita, occorre mescolare le due. Del resto la storia stessa è una bugia e ci sono sempre più versioni degli avvenimenti". L'idea del film è nata dopo aver assistito a una retrospettiva su Van Gogh al Museo d’Orsay. "Quando in un'esposizione ti trovi di fronte ad una retrospettiva, ti avvicini e ogni lavoro ti dice qualcosa", ha raccontato Schnabel, che oltre ad essere regista è anche pittore, "Ma dopo aver visto tutti i dipinti, l'esperienza diventa qualcosa di più. Diventa un accumulo di tutti quei sentimenti diversi messi insieme, e proprio questo senso di accumulazione è quello che ho voluto utilizzare come punto di partenza".

Per il ruolo di protagonista ha da subito avuto le idee chiare, voleva Willem Dafoe, autore di un'ottima prova in cui si è calato anima e corpo nei panni del pittore. "La cosa più importante, al di là di una preparazione leggendo le lettere, biografie e documentandomi al meglio, era sapere che avrei dipinto, quindi avevo bisogno di Julian", ha raccontato l'attore, amico del regista da anni, "Il suo aiuto per insegnarmi gli elementi chiave della pittura era cruciale, per dare una lettura più profonda ai miei gesti, che fossero le pennellate o quelli più complessi".

Il film sarà nei cinema italiani a gennaio 2019.

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Nella sezione Orizzonti è stato invece presentato il film La Profezia dell'Armadillo, ispirato all'opera a fumetti di Zerocalcare. Alla regia l'esordiente Emanuele Scaringi, che ha lavorato su una sceneggiatura scritta da Valerio Mastandrea, Johnny Palomba, Oscar Glioti, e lo stesso Zerocalcare (Michele Rech).

Che cos'è l'armadillo? è la coscienza del protagonista del film, che altri non è che lo stesso Zerocalcare, interpretato da (Simone Liberati). E l'armadillo è una presenza fisica nel film come nel fumetto, un grosso animale interpretato (sotto il costume) da Valerio Aprea.
Il film segue le vicende di Zero, ragazzo di ventisette anni che vive a Rebibbia, quartiere periferico di Roma dove mancano molte cose ma chi ci abita non ci fa molto caso. Fa il fumettista ma avendo poco lavoro si arrangia creando loghi per presunte band rock-punk, dando ripetizioni di francese, o facendo qualche lavoretto. Al suo fianco sua Madre (Laura Morante), a cui va sempre a fare visita, e l'amico fraterno, Secco (Pietro Castellitto). Una vita regolare che non si allontana mai da luoghi, fisici e non, a lui conosciuti, ma una notizia molto triste lo porterà a mettere in discussione le poche certezze della sua vita.

Un film tratto da un romanzo a fumetti è una novità per il Cinema Italiano, una sfida che il produttore Domenico Procacci ha voluto affidare a un regista esordiente. "È stato coraggioso a propormi il film, per cui sono stato molto lusingato", ha commentato il regista. "Il film ha avuto un processo lungo, era stato annunciato dallo stesso Zerocalcare per la regia di Mastandrea, che è ora uno degli sceneggiatori", ha spiegato Procacci, "Avevamo un copione che, conoscendo la sensibilità e le capacità di Emanuele Scaringi, ho pensato di affidare a lui, e questo progetto mi sembrava avesse le caratteristiche giuste per portarlo al debutto".

Essendo tratto da un fumetto, qualcuno potrebbe pensare a un film che punta tutto sulla leggerezza, ma chi ha letto il (bellissimo) libro sa bene che nelle storie di Zerocalcare sono ironiche e profonde, e mescolano commedia e dramma in modo molto sottile e intelligente, aspetto non semplice da riportare sul grande schermo. "La pellicola contiene molte sfide: è piccola, indipendente, deriva da un fumetto di successo il che portava aspettative", ha dichiarato Scaringi, "È in qualche modo l'elaborazione del lutto con il tono della commedia: sono due registri difficili da tenere insieme. Sono stati molto bravi gli sceneggiatori a rendere il film compatto".

Nel film c'è anche la partecipazione di Adriano Panatta, presente al Lido, sorpreso dall'essere stato chiamato ad interpretare se stesso, anche se solo per un piccolo divertente cameo. Assente invece l'autore della storia, Zerocalcare, ma Procacci ha subito bloccato qualsiasi tipo di polemica. "Ha visto il film, ma è impegnato su altri progetti e ha lasciato la promozione a noi", ha dichiarato il produttore.

Il film sarà nelle sale dal 13 settembre.

lunedì 4 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express - la recensione

Se c'è qualcuno che è a proprio agio nella trasposizione cinematografica di grandi classici letterari, quel qualcuno è sicuramente Kenneth Branagh. Basti pensare alla sua lunga esperienza shakesperiana, ma anche al recente Cenerentola che aveva visto una personalizzazione netta da parte del regista inglese della favola classica.
In questo caso Branagh si approccia a quello che è il padre di tutti i gialli, quel Assassinio sull'Orient Express di Agatha Christie che è diventato il simbolo di ogni whodunit e la più famosa fra tutte le avventure del detective belga Hercule Poirot. Il confronto con il testo letterario era quindi imponente, e a complicare le cose si inseriva anche un confronto cinematografico, perché Assassinio sull'Orient Express di Sydney Lumet, con un grandissimo Albert Finney nel ruolo di Poirot, è un classico del cinema, inoltre la più iconica delle rappresentazioni del detective, quella di David Suchet per la ITV, conta più di settanta episodi.
Una lunghissima premessa per poi arrivare quindi alla fatidica domanda: Branagh ha avuto successo?

La risposta è assolutamente sì, senza remore e senza dubbi questo è un film riuscito sotto molteplici aspetti.
Kenneth Branagh sa perfettamente che la materia di cui sta trattando è conosciuta a chiunque, che persino chi non ha mai visto un film o letto un libro su Poirot si ritroverà probabilmente davanti a una storia e a delle dinamiche che sapranno di già visto, è inevitabile perché da questo specifico delitto a porte chiuse sono derivati tutti gli altri delitti a porte chiuse della letteratura e del cinema. Branagh mantiene una grandissima aderenza al testo, pur con qualche cambiamento che dona attualità e freschezza al tutto, e gioca soprattutto sul suo protagonista, Poirot, a cui dà egli stesso volto e anima. Dove nel romanzo della Christie e nei precedenti film il detective era sempre impeccabile, affabile ma sostanzialmente privo di un vero approfondimento psicologico, qui Branagh propone un Poirot maggiormente segnato dal suo lavoro, dalla ricerca costante di un equilibrio in tutte le cose e, infine, segnato da quanto accaduto sul treno, talmente profondamente da incidere poi sul finale, sprigionando una potenza emotiva straordinaria che era sempre stata assente nelle altre trasposizioni.

Branagh decide poi di portare il suo tocco autoriale nella parte più tecnica del film, con una fotografia calda e impeccabile nel rendere vivide e reali le atmosfere d'epoca, una musica avvolgente e coinvolgente, e soprattutto una regia che regala grandissimi tocchi da maestro, un impianto fondamentalmente teatrale in cui lo spettatore è posto al di fuori di ciò che accade sullo schermo, osserva i personaggi attraverso i finestrini del treno, e la scena del crimine con una ripresa meravigliosa dall'alto in cui ciò che si aspettava di vedere è tenuto nascosto e il momento è vissuto unicamente dalle parole di Poirot e degli altri personaggi. 

In ultimo, dove il film vince ancora è nell'ampio cast in cui nessuno è fuori posto e tutti danno un'interpretazione perfetta, con Branagh cuore indiscusso del film con il suo Poirot dagli occhi lucidi e la voce stanca, e una meravigliosa Michelle Pfeiffer che dà il meglio di sé nella scena più bella e intensa del film.

Chi cerca un film d'azione, cyberpunk, fracassone, rimarrà deluso e si annoierà parecchio, perché il ritmo è lento e compassato, ma non si poteva davvero chiedere di meglio nella riproposizione di un classico. Kenneth Branagh ribadisce che in questo non sbaglia mai.

martedì 29 agosto 2017

Death Note - la recensione

Death Note, l'anime tratto dall'omonimo manga di Tsugumi Oba e Takeshi Obata, è a ragione considerato uno dei  capolavori dell'animazione giapponese. Si capisce quindi perché l'annuncio che Netflix ne avrebbe prodotto una versione live action sia stato accolto con grandi aspettative e grandi paure. Già dai primi casting sono scoppiate le polemiche, che non hanno fatto che aumentare una volta diffuso in rete il primo trailer.


L'idea di trasporre una storia iconica e densa di significati morali come quella di Death Note in una cornice totalmente diversa, sfruttando la differente concezione di giustizia e senso morale degli Stati Uniti rispetto al Giappone era estremamente interessante. Purtroppo Adam Wingard, regista del film, e gli autori (gli stessi di Fantastici 4), sembrano non solo non avere la minima conoscenza dell'opera originale, di cui viene stravolto totalmente messaggio e contenuto, ma non sembrano avere nemmeno le idee abbastanza chiare per discostarsi totalmente dalla fonte, continuando a inserire rimandi e citazioni che impediscono allo spettatore di non confrontare le due versioni. I personaggi principali, ad esempio, vogliono discostarsi dalle loro controparti animate ( L che diventa un ragazzo nero, il cognome Turner invece di Yagami, la Misa Amane che diviene Mia Sutton), ma allo stesso tempo si cerca di ripercorrere passo passo le scene chiave dell'anime, condensando un thriller psicologico dai risvolti soprannaturali e dalla durata di quasi 70 ore in circa 90 minuti, col risultato di ottenere un'accozzaglia maldestra di scene action, inseguimenti frenetici e momenti usciti direttamente da un teen drama.

La storia del geniale Light Yagami che entra in possesso di un Quaderno della Morte e lo usa per farsi Dio di un nuovo mondo, libero dalla malvagità e dalla violenza, diventa banalmente la storia d'amore fra due adolescenti uniti dal desiderio comune di farsi giustizia da soli, in una sequenza imbarazzante di azioni stupide e momenti senza capo ne coda, con un Nat Wolff tragicamente inadatto nel ruolo del protagonista. Anche il personaggio di L, che nella storia originale è il perfetto contrappunto alla fredda e calcolatrice mente criminale che è Light, non esce di certo meglio in questa trasposizione: Lakeith Stanfield fa quel che può, ma la scrittura schizofrenica lo riduce spesso e volentieri a una macchietta di cui il colore della pelle è davvero l'ultima delle preoccupazioni rispetto a quello che vediamo sullo schermo. L'unico a salvarsi davvero è il sempre magistrale Willem Dafoe, che presta voce e movenze a Ryuk, il Dio della Morte a cui apparteneva il Quaderno. La resa visiva è accattivante e a tratti spaventosa, riesce a nascondere i limiti di una CGI non perfetta sfruttando le ombre e uno screentime forse troppo limitato.


A livello tecnico il film non è tutto da buttare: Wingard è un regista capace e riesce anche a regalare alcuni movimenti di macchina interessanti, la fotografia cupa rende giustizia alla città di Seattle in cui si svolgono le vicende, ma non è minimamente sufficiente a nascondere una sceneggiatura a tratti imbarazzante (in particolare ci sono un paio di scene in cui ci si ferma a chiedersi se davvero abbiamo visto quello che abbiamo visto), personaggi irritanti e una colonna sonora che definire fuori luogo è poco.
Tutto ciò che si poteva sbagliare in questo film è stato sbagliato, manca assolutamente sia la componente psicologica che morale che hanno fatto grande l'opera originale, vorrebbe discostarsi totalmente dalla storia del manga e dell'anime ma allo stesso tempo continua a inserire citazioni e addirittura scene intere identiche a quelle animate, con il risultato che i fan si sentiranno insultati e lo spettatore casuale confuso.
Eppure il più grande, imperdonabile difetto di questa trasposizione di Death Note targata Netflix è che siamo di fronte a un film brutto a prescindere, pieno di buchi narrativi, personaggi scritti male, scene ridicole e pezzi pop inseriti a caso. 
L'unico vero pregio è che, nonostante il finale sia davvero terribile, bisogna pazientare solo 90 minuti.


venerdì 14 novembre 2014

La Spia - A Most Wanted Man - la recensione

Günther Bachmann (Hoffman) è un agente segreto della sezione anti-terrorismo e indaga sulle cellule legate ad Al Qaeda di base ad Amburgo, luogo in cui, ci viene ricordato dalle didascalie a inizio film, Mohamed Atta preparò gli attentati dell'11 settembre.
Aiutato da una giovane avvocato e un banchiere, Günther elabora un intricato piano per avvicinarsi sempre di più a Yssa, apparentemente uno studente di medicina, in realtà un terrorista ricercato e il figlio di un colonnello dell'Armata Rossa.

Adattamento del romanzo Yssa il buono di John Le Carré, La Spia - A Most Wanted Man è uno spy-movie atipico ed estremamente affascinante. Esattamente come accadeva nello splendido La Talpa, il mondo dello spionaggio è rappresentato con un realismo che va a contrapporsi a quella spettacolarità figlia di James Bond e di tutti i suoi eredi più o meno riusciti, nessun  inseguimento sul tetto di un treno, nessuna sparatoria, nessun Martini shakerato, ma tanta burocrazia, interminabili intercettazioni telefoniche, fascicoli da leggere, politici stranieri e non da convincere, in un serratissimo gioco di scacchi che fa della tensione il suo punto forte pur nella sua apparente staticità.
Anton Corbijn ritrae una Amburgo grigia, pessimista, quasi opprimente, ma riesce a conferirle un fascino molto particolare e corrotto, una sorta di Sin City in cui niente è quello che sembra e spie e complotti si annidano ovunque.

In questo scenario la figura pallida e semi-albina di Philip Seymour Hoffman sembra confondersi con il paesaggio e, paradossalmente, spicca su tutto, grazie soprattutto al carisma di questo straordinario attore, qui in una delle sue ultime performance prima della prematura scomparsa, una performance tra le più misurate e intense della sua carriera.
Il resto del cast brilla quasi di luce riflessa: Willem Dafoe è sempre grande, anche in una parte secondaria, Robin Wright e Daniel Brühl che fanno il loro egregiamente. Rachel McAdams invece non è apparsa particolarmente calata nel ruolo, né troppo credibile, mentre la vera sorpresa è stato Grigoriy Dobrygin, bravissimo nei panni non facili di Yssa.

Lontano dai canoni classici dello spy-movie, A Most Wanted Man segue le orme de La Talpa e si dimostra un altro ottimo film, dove la tensione è serrata dall'inizio alla fine e si rimane con il fiato sospeso pur senza vedere mai un filo d'azione.

domenica 7 settembre 2014

Colpa delle Stelle: la recensione

Scritto dallo stesso autore del romanzo omonimo, John Green, e diretto da Josh Boone, non presenta una trama particolarmente originale: Hezel è una ragazza di sedici anni con un cancro alla tiroide, mentre Augustus è un diciottenne ex giocatore di basket a cui è stata amputata una gamba qualche anno prima a causa di un osteosarcoma.



Sembrerebbe l'ennesima variazione sul tema "Love Story", invece Colpa delle Stelle decide di adottare un registro completamente diverso, infondendo la pellicola di semplicità e voglia di vivere, pur in una situazione in cui la tragedia è dietro l'angolo non si percepisce mai altro se non vitalità.
Il merito maggiore va alla sceneggiatura, che regala due protagonisti con cui è facile empatizzare, due ragazzi come tanti accomunati dalla passione per la musica, i libri, i film, e personaggi di contorno azzeccatissimi, su tutti Isaac, l'amico cieco che regala le migliori battute del film.
Le due ore scorrono via che è un vero piacere e anche nel finale, in cui si piange parecchio, quel senso di dolcezza non ti abbandona mai.
C'è da fare un applauso a Shailene Woodley e Ansel Ergot, bravissimi nel risultare sempre naturali e mai stucchevoli, e al solito Willem Dafoe che, pur in un ruolo secondario, ha una presenza scenica davvero invidiabile.
Pur con una premessa tutt'altro che innovativa, Colpa delle Stelle sorprende, riuscendo a svicolarsi dai soliti cliché e regalandoci una visione nuova e fresca di una storia d'amore tragica, mixando perfettamente ironia, leggerezza e dramma.

venerdì 5 settembre 2014

Venezia 71 - giorno 9

Era fra i film più attesi del festival, oggi Abel Ferrara ha presentato il suo 'Pasolini', film che racconta l'ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini.

Un film molto rischioso ma le sfide piacciono molto ad Abel Ferrara, regista sempre controverso. Il film ha diviso molto alla proiezione stampa, è stato accolto tra fischi e applausi.

Protagonista un bravo Willem Dafoe, nel cast anche Ninetto Davoli, Valerio Mastandrea, Riccardo Scamarcio e Maria de Medeiros.

"Sono cresciuto vedendo i suoi film e certo lui non è cresciuto vedendo i miei", ha dichiarato Ferrara in conferenza stampa rispondendo a chi gli chiedeva un confronto fra i suoi film e quelli di Pasolini, "Io sono buddista e il mio insegnamento è che bisogna imparare dai propri maestri. Io ho assorbito il suo lavoro e facendo questo film, incontrando le persone che lo hanno amato e conosciuto, e dirigendo Ninetto, mi sono avvicinato al mio maestro [...] Pasolini mi permette di riflettere su cosa vuol dire scandalizzare. Cresciuto col fascismo e omosessuale, non aveva paura di nulla. Aveva la forza delle sue convinzioni esattamente come i miei nonni".
Il momento della morte di Pasolini, quella "maledetta notte", come la chiama Ninetto Davoli, è ovviamente un momento centrale del film. Quando finirono le riprese, Ferrara disse di sapere chi ha ucciso Pasolini e che avrebbe fatto il nome, oggi il regista ha fatto marcia indietro. "Non ho mai detto di sapere cosa c'è dietro omicidio di Pier Paolo Pasolini, sono stato frainteso dai giornalisti", ha spiegato il regista, "Lo scopo del film non è parlare di questo, ma del suo lavoro, della sua poesia, della sua passione e della sua compassione. Nella sua morte si riflette la sua vita. Certo che era scomodo, quasi ogni giorno finiva in tribunale, ebbe moltissime denunce".
Se il film non ha convinto, anzi, ha diviso moltissimo la critica, unanimi sono i complimenti all'interpretazione di Willem Dafoe. "Non ho fatto un lavoro di imitazione ma neanche di interpretazione", ha spiegato Dafoe, "ho cercato di abitare la sua vita e di incarnare le sue azioni e le sue riflessioni in quelle ultime ore provando sentimenti forti e complessi. [...] La prima volta che "incontrai" Pasolini fu durante la realizzazione de 'L'ultima tentazione di Cristo'. Martin Scorsese mi chiese una cosa, molto specifica: per prepararmi al ruolo avrei dovuto vedere 'Il Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo". Per entrare nel personaggio l'attore si è avvalso anche dei consigli di Ninetto Davoli, che Pasolini lo conosceva molto bene. "Willem è impressionate. In alcuni momenti pensavo di vedere Pier Paolo", ha dichiarato Davoli, "Gli ho spiegato la realtà del tempo, certe espressioni dell'epoca, com'era Pier Paolo, i suoi movimenti tipici, il suo modo di essere". L'attore italiano, parlando del suo amico Pasolini e di quella "maledetta notte", ha poi aggiunto: "Pier Paolo è sempre stato nel mirino dei critici e anche della giustizia, ha avuto 32 o 33 denunce, persino per aver parcheggiato male la macchina. Ma lui non se ne curava, non si è mai fermato di fronte a nessun ostacolo, ha sempre seguito le sue idee. Diceva la verità e la gente restava sconvolta. Non è vero che sia andato a cercarsi in qualche modo la morte o che l’abbia presagita. Era un uomo allegro, gli piaceva la vita. Io e mia moglie lo incontrammo la sera del 2 novembre, a cena da Pommidoro, parlammo di un nuovo progetto mio che doveva leggere. Aveva tante altre cose da raccontare che non ha fatto in tempo a realizzare... Noi tutti, dopo la sua morte, siamo stati catturati dal sistema consumistico, che ha portato l’Italia a diventare com'è ora. Pier Paolo è rimasto vittima del mondo che descriveva, un mondo violento, assurdo, in cui le persone hanno perso il valore vero della vita. Ma se non moriva avrebbe continuato a fare i suoi film, anche ora, fregandosene del politically correct".
Piccola polemica "tecnica" sull'uso della lingua. Il film è girato in gran parte in inglese, nelle scene in strada Dafoe invece parla italiano, mentre i ragazzi parlano tutti romano. "Abbiamo girato tutto il film sia in italiano che in inglese, ma nelle scene in cui Willem non si sentiva abbastanza forte con la vostra lingua abbiamo tenuto la versione inglese", ha spiegato Ferrara, "questo film oltre a essere un omaggio a Pier Paolo Pasolini è un omaggio alla lingua italiana e all'Italia che è il mio paese, quello di mio nonno e quello dove io vivo. Come Willem, sono americano, non parlo italiano anche se vivo a Roma: le cose che dice le avremmo potute esprimere solo nella nostra lingua, mentre il romanesco dei ragazzi di vita è una scelta artistica e creativa".

Il film arriverà in sala il 25 settembre.
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Alle Giornate degli Autori oggi è stato il giorno del nuovo film di Ivano De Matteo, 'I Nostri Ragazzi', tratto liberamente dal romanzo "La cena" di Herman Koch. Protagonisti del film un quartetto eccezionale: Luigi Lo Cascio, Alessandro Gassmann, Giovanna Mezzogiorno e Barbora Bobulova. Nel cast inoltre troviamo Jacopo Olmi Antinori, visto in 'Io e Te' di Bertolucci, e Rosabell Laurenti Sellers, che ritroveremo nella serie 'Il Trono di Spade'.

Il film racconta un dramma familiare e pone una domanda ben precisa: cosa fareste se i vostri figli commettessero un omicidio?

"Il libro di Herman Koch mi ha messo di fronte a una semplice domanda: che cosa fai se una bravata di tuo figlio si trasforma in un crimine, in un dramma? Una domanda tutto sommato semplice, ma la risposta è complicata. E mi auguro di non doverla mai dare", ha raccontato il regista. "Anche io da ragazzino ho fatto qualche sciocchezza, magari per scalare qualche gerarchia adolescenziale", ha continuato De Matteo, "Riconosco che nel film i due personaggi di Jacopo e Rosabell possano risultare sgradevoli, a prescindere dall'atto che commettono, questo perché credo che ognuno sia, soprattutto a quell'età, il frutto di chi c'era prima di noi. Quello che m'interessava davvero, però, era costruire l'umanità dei personaggi dei genitori, che rimangono ghiacciati da quella notizia: c'è quello che hanno vissuto prima dell'atto, poi c'è l'atto stesso e poi c'è la decisione da prendere. E' giusto o meno denunciare? La giustizia è giusta?".
"Io come Ivano sono genitore, mio figlio di 16 anni è totalmente felice solo quando c’è il wifi: la sua realtà come quella dei suoi coetanei è totalmente mescolata alla finzione, ed è fatalmente filtrata dalla tecnologia", ha raccontato Alessandro Gassman che poi si è detto "orgoglioso di aver interpretato un personaggio che non avevo mai fatto". Stesso pensiero per Luigi Lo Cascio: "Se dovessimo interpretare solo le cose che ci somigliano saremmo condannati a interpretare solo noi stessi. L'attore deve avere capacità mimetica, facendo uno sforzo di sconfinamento. L'attore non può non amare il proprio personaggio mettendosi sempre in discussione: un film deve essere sempre un'esperienza estrema. Condizione in cui per il personaggio si aprono spazi di crisi".
Personaggi complessi e sfaccettati quelli dei quattro genitori, come ad esempio il personaggio di Clara, interpretato da Giovanna Mezzogiorno, che torna al cinema dopo un periodo di pausa. "Clara è una donna difficile da giudicare. E' una madre molto apprensiva nei confronti di questo figlio, che approccia sempre con un atteggiamento timoroso perché lo vede chiuso, trattandolo in maniera quasi reverenziale", ha spiegato l'attrice, "Questa apprensione si trasforma poi in ferocia, quando è disposta a tutto per proteggerlo. E' un personaggio profondamente sbilanciato, ma chi può dire cosa si farebbe in una situazione del genere? Sono convinta che nella vita, in generale, non si cambia: quando accade qualcosa di estremo si apre una porta e viene fuori qualcosa che già c'era, qualcosa che magari ignoravamo di avere, ma che era già lì".

Il film, accolto piuttosto bene dalla critica e dal pubblico di Venezia, uscirà il 5 settembre.
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Presentato infine Fuori Concorso la dark comedy di Joe Dante, 'Burying the Ex', con Anton Yelchin, Ashley Green e Alexandra Daddario.

Tratto da un cortometraggio di Alan Trezza, il film racconta di Max (Yelchin) e Evelyn (Green) che decidono di fare il grande passo e andare a convivere. Max scoprirà poi che Evelyn in realtà è un po' psicopatica e la sua improvvisa morte sarà una specie di liberazione per lui. Max si rifà una vita con Olivia (Daddario) ma non può immaginare che Evelyn tornerà a perseguitarlo come zombie.

Un po' zombie movie e un po' commedia dark, senza dimenticare un tocco di horror, 'Burying the Ex' non è un film perfetto ma è una piccola parentesi di genere fra film d'autore o "da festival".
Alla regia un maestro come Joe Dante, che nel film ha citato e omaggiato diversi film italiani. "Non vi meravigliate, Mario Bava è il mio maestro", ha commentato il regista.

mercoledì 14 maggio 2014

Festival di Cannes 2014 - giorno "0"

E' iniziato oggi il 67° Festival di Cannes, ad aprire è stato il controverso film su Grace Kelly, 'Grace of Monaco' di Olivier Dahan.

Controverso a causa delle polemiche che l'hanno accompagnato negli ultimi tempi, soprattutto le critiche da parte della famiglia Grimaldi, la famiglia reale di Monaco, che ha accusato il regista di aver fatto un film che "non riflette la realtà e tradisce la storia", tutto fatto per fini commerciali.

Durante la conferenza stampa il regista, Olivier Dahan, ha risposto, anche in maniera decisa. "Quando ho letto che tutto ciò che c'è nel mio film è fatto solo per fini commerciali, mi sono sentito insultato", ha detto il regista, "Non ho mai preteso di realizzare un biopic. Non ci sono scoop nel mio film, dunque perché farne un dramma. Io sono un artista non uno storico e mi sono interessato alla figura di Grace perché in qualche modo ha inventato la principessa moderna". Riguardo le libertà narrative all'interno del film, Dahan ha aggiunto: "Si trattava di raccontare una storia universale che riguarda tutte le donne. Ci siamo presi delle libertà, certo. Questo significa fare cinema. Per renderlo coinvolgente avevo bisogno che i personaggi interagissero tra loro". Più tenue e diplomatica Nicole Kidman, protagonista del film nei panni difficili di Grace Kelly, che ha commentato anche l'assenza dei Grimaldi a Cannes. "Mi dispiace perché credo che il film non sia un attacco alla famiglia Grimaldi, a Ranieri e Grace", ha detto la Kidman durante la conferenza, "È fiction non un biopic, l’essenza della verità c’è ma abbiamo preso delle licenze cinematografiche di narrazione. Capisco parzialmente i Grimaldi, in fondo si tratta della loro mamma e del loro papà, capisco la reazione anche a protezione della privacy, però se vedranno il film capiranno loro stessi che è fatto con rispetto e amore nei loro confronti".

Archiviato l'argomento polemiche, gli attori hanno parlato del loro lavoro sui personaggi. "Sono stato molto sorpreso e intrigato", ha ammesso Tim Roth, che nel film interpreta il Principe Ranieri di Monaco, marito di Grace Kelly, "mi sono documentato ed è stata una sfida rappresentare al meglio il principe Ranieri. Il materiale video mi ha aiutato, soprattutto in alcuni aspetti della sua personalità. Abbiamo messo in evidenza la sua forza e la sua vulnerabilità". Anche Paz Vega, Maria Callas nel film, ha voluto cogliere al volo l'occasione: "Ho letto la sceneggiatura e inseguito questo personaggio: è una grande opportunità quella di poter interpretare Maria Callas". La prova più attesa era sicuramente quella di Nicole Kidman, chiamata a calarsi nei panni di una icona come Grace Kelly, stella di Hollywood, grande attrice e poi Principessa di Monaco. "Ho pensato che fosse una sfida incredibile, avevo la pelle d’oca solo al pensiero dell’opportunità che Oliver mi stava offrendo", ha raccontato la Kidman, "Avevo molti materiali video da vedere su Grace Kelly. Per ogni personaggio ci si prepara diversamente. In questo caso ho impiegato 5 mesi per prepararmi. Vivere la sua vita per 6 mesi è stata un’esperienza meravigliosa. Ho letto molto, lavorato di ricerca per trovare la giusta chiave da dare al personaggio. Credo che Grace, semplicemente, abbia scelto l’amore. Era una grande star di Hollywood ma voleva anche sposarsi e formare una famiglia. Molte donne che hanno anche questa necessità finiscono per sentirne il peso sulla propria carriera. Arrivi in un momento della vita di attrice e pensi: “Posso ancora recitare? So ancora farlo?”. Posso pensare a quello che ha provato perché l’ho pensato anche io: in questo c’è similarità nelle nostre vite, certo non ho sposato un principe".

Il film sarà nelle sale dal 15 maggio (domani). Il film alla proiezione stampa è stato accolto con freddezza, la maggior parte dei commenti concorda sul fatto che le buone interpretazioni degli attori, Kidman e Roth in particolare, non riescono a salvare un film che fatica nelle quasi due ore di durata.

Oggi si è tenuta anche la conferenza stampa della giuria del Concorso, "presidentessa" la regista, due volte vincitrice della Palma d'Oro (è l'unica al mondo), Jane Campion. La giuria è composta da Sofia Coppola, Nicolas Winding Refn, Jia Zhang Ke, Leila Hatami, Carole Bouquet, Jeon Doyeon, Willem Dafoe e Gael Garcia Bernal.

Jane Campion ha dichiarato semplicemente di cercare il nuovo nei film in Concorso: "Chi ama il cinema spera sempre di essere sorpreso, eccitato da ogni nuova opera". La giuria si ritroverà tre volte per discutere i film: "Ognuno è libero e responsabile. Veniamo tutti da paesi differenti, e questo garantisce il massimo dell'apertura mentale possibile", ha detto la regista "presidentessa" di giuria. "Non badiamo all'età dei filmaker" ha dichiarato Sofia Coppola, idea sostenuta anche dalla Campion: "L'età è un aspetto molto marginale, quello che importa è la passione, l'emozione e, lo ripeto, la visione".
Per Leila Hatami, attrice iraniana: "Ciò che conta è l'arte, indipendentemente dalla politica. Anche se in Iran c'è la tendenza a fare film che parlano della società, a politicizzare. Ma secondo me si può parlare dell'uomo e della sua storia nel presente anche attraverso altre cose". Willem Dafoe si è detto sicuro che i film saranno belli: "Mi aspetto tutti bei film, ognuno con la propria identità ma che in qualche modo rispondano ad un criterio di selezione organico". Per Gael Garcia Bernal, passato più di una volta in Concorso, il lavoro del giurato è una cosa seria: "Essere giurato è una cosa serie. Un gioco terribilmente serio... La differenza rispetto alle altre volte è che non potremo rilasciare interviste durante il Festival, ma solo vedere film, e questa è una liberazione".
Ansioso di vedere tanti film è il regista Nicolas Winding Refn, che ha ammesso di essere molto curioso riguardo il primo film da regista del suo amico Ryan Gosling, 'Lost River', che sarà presentato nella sezione Un Certain Regard: "Non l'ho ancora visto, ma sono sicuro che sarà un film straordinario".

mercoledì 11 dicembre 2013

Nuove immagini promozionali per Nymphomaniac!

Una manciata di nuove immagini da Nymphomaniac, il nuovo film del controverso regista di Antichrist e Melancholia, Lars Von Trier.

Questa la sinossi ufficiale:
Nymphomaniac è la selvaggia e poetica storia del viaggio erotico di una donna, dalla sua nascita all’età di 50 anni, raccontato da Joe, la protagonista, che si definisce lei stessa una ninfomane.
La notte di un freddo inverno il vecchio e affascinante scapolo Seligman trova Joe, che è stata picchiata in un vicolo. La porta nel suo appartamento dove le cura le ferite e le chiede dettagli sulla sua vita. Lui ascolta molto attentamente mentre Joe, attraverso 8 capitoli, racconta la sua storia lussureggiante e multi sfaccettata, ricca di interazioni e incidenti di percorso.

Ed ecco le nuove immagini:


Nel cast troviamo: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Shia LaBeouf, Jamie Bell, Connie Nielsen, Christian Slater, Uma Thurman e Willem Dafoe.