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domenica 10 marzo 2024

Maestro - la recensione

Seconda prova alla regia per Bradley Cooper, che con Maestro alza il tiro su tutti i fronti per raccontare la storia del grande compositore Leonard Bernstein.

New York, il 25enne Leonard Bernstein viene svegliato di colpo da una telefonata in cui gli viene comunicato che dovrà sostituire il direttore della New York Philharmonic alla Carnegie Hall. È il primo grande passo per la carriera di quello che diventerà il "primo vero grande direttore d’orchestra americano". Pochi anni più tardi conoscerà l'attrice Felicia Montealegre e, nonostante Bernestein sia omosessuale, ne rimane affascinato e finirà per sposarla lasciando definitivamente il suo amante David Oppenheim. Felicia accetta la doppia anima di Leonard, con la consapevolezza che è parte di lui, del suo genio.
Salto di diversi anni, Bernstein è uno dei compositori più apprezzati del paese, ha scritto musical di grande successo, come West Side Story, grandi composizioni, e la famiglia si è allargata con tre figli. Felicia però sopporta sempre meno i continui tradimenti del marito con giovani ragazzi che vanno ad alimentare il gossip sulla loro vita.

Maestro è un film che due mostri del Cinema come Martin Scorsese e Steven Spielberg, entrambi produttori, hanno "affidato" a Bradley Cooper, e va detto che guardando il film si avverte come l'attore ci abbia davvero messo tutto sé stesso nella realizzazione della pellicola. Forse ci ha messo anche troppo. Come regista, Cooper fa sicuramente un grosso passo avanti rispetto al sopravvalutato A Star is Born, osa di più nelle scelte e si fa più elegante nelle riprese, ma spesso esagera e perde un po' il controllo, un problema che si ritrova anche nella sua interpretazione.
Nonostante il titolo lo lasci intendere, Maestro non racconta la carriera artistica di Leonard Bernstein ma si concentra tutto sul rapporto molto complesso con la moglie, e i momenti musicali sono appunto momenti che si fanno largo qui e là nel racconto della vita della coppia. Il film è diviso in due parti che riflettono proprio le due fasi del suo matrimonio con Felicia, la prima parte è in bianco e nero e rappresenta il momento più felice nella vita e nella coppia, la seconda invece è a colori e racconta i momenti più difficili. Una scelta ambiziosa che alla fine funziona, a funzionare meno invece è la scelta del formato 4:3, soprattutto perché va a penalizzare una fotografia molto bella che avrebbe decisamente meritato lo schermo pieno.

Bradley Cooper tuttofare, regista, co-sceneggiatore, e protagonista. L'interpretazione dell'attore è altalenante, si è calato profondamente nel personaggio, movenze e voce (da vedere in lingua originale), Cooper ci mette davvero tanto ammirevole impegno per diventare Bernstein, ma spesso finisce col perdere l'equilibrio dell'interpretazione ed eccedere nelle espressioni e nei movimenti esagerati. Esattamente opposta invece l'interpretazione di Carey Mulligan, l'attrice riesce sempre a mantenere l'equilibrio e a supportare, fisicamente e vocalmente, la trasformazione del suo personaggio, che passa dalla positività della giovinezza alla sopportazione, la delusione, il dolore degli anni successivi. La performance dell'attrice è probabilmente la cosa migliore del film. Il resto del cast, tra cui Sarah Silverman, Maya Hawke e Matt Bomer, sono puro contorno, tutto è incentrato sulla coppia e nessuno degli altri personaggi viene approfondito.
Tanto si è parlato del trucco sul volto di Bradley Cooper, e probabilmente le critiche sono state un po' esagerate. È vero che il naso e il mento accentuati risultano eccessivi ma più che altro sul volto del giovane Bernstein, mentre è davvero ben fatto il trucco da anziano che trasforma l'aspetto dell'attore in modo molto credibile.

In Maestro si percepisce tutta la voglia di Bradley Cooper di fare un bel lavoro, di osare, di cercare il colpo di macchina e l'originalità, ma promette cose che poi non mantiene, soprattutto non racconta la carriera e il genio di un compositore che ha fatto la storia della musica, e forse avrebbe dovuto visto che era l'aspetto più interessante da raccontare. Il problema del "Bradley Cooper regista" è che sembra sempre troppo impegnato a cercare il capolavoro a tutti i costi e questo finisce per pesare sul risultato finale.

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sabato 24 aprile 2021

Independent Spirit Awards 2021 - vince Nomadland. Ecco tutti i vincitori.

Come sempre, a poche ore dagli Oscar, sono stati consegnati gli Independent Spirit Awards, i premi del cinema indipendente americano.

Continua la marcia trionfale di Nomadland, anche agli Independent Spirit Awards, il film di Chloe Zhao ha vinto il premio come miglior film. Ora manca solo l'Oscar, dove è indubbiamente il grande favorito.
Il film ha portato a casa anche il premio per la migliore regia, fotografia e montaggio (andato alla stessa Zhao).

Sorpresa nelle categorie dei protagonisti. Il premio come migliore attore è stato assegnato a Riz Ahmed per Sound of Metal, mentre quello come migliore attrice a Carey Mulligan per Una Donna Promettente. Molto bella la dedica che l'attrice ha voluto fare Helen McCrory, scomparsa pochi giorni fa: "Lei era un vero spirito indipendente e una attrice che ho ammirato e alla quale continuerò a ispirarmi per il resto della mia carriera. Quindi, grazie a Helen McCrory per tutto ciò che ci ha dato".
Il premio come migliore attrice non protagonista è andato a Yuh-jung Youn per Minari, quello come migliore attore non protagonista invece a Paul Raci per Sound of Metal.

Ecco tutti i vincitori.

- Miglior film: Nomadland
- Miglior opera prima: Sound of Metal
- Miglior regista: Chloé Zhao (Nomadland)
- Miglior attrice protagonista: Carey Mulligan (Una donna promettente)
- Miglior attore protagonista: Riz Ahmed (Sound of Metal)
- Miglior attrice non protagonista: Yuh-jung Youn (Minari)
- Miglior attore non protagonista: Paul Raci (Sound of Metal)
- Migliore sceneggiatura: Emerald Fennell (Una donna promettente)
- Miglior sceneggiatura d'esordio: Andy Siara (Palm Springs)
- Migliore Fotografia: Joshua James Richards (Nomadland)
- Miglior montaggio: Chloé Zhao (Nomadland)
- Premio Robert Altman: One Night in Miami - Regista: Regina King - Casting Director: Kimberly R. Hardin - Cast: Kingsley Ben-Adir, Eli Goree, Aldis Hodge, Leslie Odom Jr.
- Miglior documentario: Crip Camp
- Miglior film internazionale: Quo Vadis, Aida?
- Premio al miglior produttore: Gerry Kim
- Premio John Cassavetes: Residue
- Premio "Someone to Watch" ("qualcuno da tenere presente"): Ekwa Msangi (Farewell Amor)
- Premio "Truer than Fiction" ("più vero della finzione"): Elegance Bratton (Pier Kids)

giovedì 15 aprile 2021

Una Donna Promettente - la recensione

Cassie (Carey Mulligan) è una giovane donna che vive con i suoi genitori e lavora in una caffetteria, ma una sera a settimana esce e si finge ubriaca per farsi accompagnare a casa da uomini malintenzionati.
Detta così, la trama di Una Donna Promettente non dice molto di quello che è effettivamente racconta il film e lo spettatore potrebbe non capire davanti a che tipo di film si sta per trovare.


L'esordio alla regia dell'attrice e sceneggiatrice Emerald Fennell (conosciuta ai più come la Camilla della serie tv The Crown) a una visione più superficiale potrebbe sembrare una commedia nera o un semplice revenge movie, ma sarebbe incredibilmente riduttivo. La primissima scena già afferra lo spettatore e lo catapulta nel mood del film, ed è impossibile guardarla senza provare un disagio crescente. In particolare, le donne rimarranno sicuramente colpite dalla sensazione di familiarità delle situazioni presenti all'interno del film, della frustrazione e del panico che le accompagnano, e in generale dal clima di indifferenza ed omertà che certi tipi di violenza di genere ancora si portano dietro nella nostra società.
Cassie è una giovane donna, brillante e spregiudicata, la cui vita è stata come messa in pausa dalla violenza e che si fa portavoce della rivalsa femminile. Non è esatto, però, parlare semplicemente di donne contro uomini, perché non sono solo gli uomini a essere messi a nudo nel loro istinto più basso, bensì anche la controparte femminile, e forse ancora più ferocemente.
Interessante, quindi, è il gioco di colori che il film porta avanti, intervallando colori pastello (tipicamente femminili) durante il giorno, con l'abbigliamento della stessa protagonista fatto di vestiti azzurri o rosa, e fotografia desaturata di notte, quando Cassie si aggira nei club e i predatori le si fanno incontro. Ed è importante il ruolo del colore rosso, da sempre associato alla passione, all'erotismo, ma anche al sangue, un colore femminile ma allo stesso tempo caldo e violento. Se gli uomini sono mostri, anche le donne spesso non sono da meno e anche le loro mani sono sporche di sangue, che siano esse vittime o carnefici.


Una Donna Promettente si inserisce nel filone dei film figli del movimento #MeToo, ma al contrario di altri suoi predecessori, lo fa senza retorica e senza vittimismo, con crudezza, mettendoci tutti davanti alle nostre colpe, bravi ragazzi e brave ragazze. E se Carey Mulligan non dovesse vincere l'Oscar per la sua performance, sarà un grosso peccato.

mercoledì 20 dicembre 2017

Mudbound - la recensione

Tratto dal romanzo omonimo di Hillary Jordan e portato sullo schermo dalla regista afroamericana Dee Rees, Mudbound è un affresco ampio di uno spaccato di America rurale in un preciso momento storico, gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che però riesce a essere anche straordinariamente attuale sia in cosa racconta che nel come lo racconta.
La storia di due famiglie, una bianca, con alcune spiccate tendenze razziste, e l'altra nera, entrambe che si ritrovano sullo stesso pezzo di terra da padroni e da braccianti, l'amicizia fra due reduci di guerra, così diversi ma così simili da essere probabilmente gli unici a potersi capire reciprocamente, due diversi modi di vivere il matrimonio e la famiglia.

Ci sono tantissime tematiche in Mudbound e tanti personaggi tutti ugualmente importanti e ugualmente affascinanti, una vera e propria epopea vecchio stile che diventa un film di ampio respiro, classico e potente nelle immagini e nei sentimenti.
Sono tutti vittime delle circostanze, in un modo o nell'altro, e il razzismo, senza dubbio il filo conduttore dell'intera pellicola, sembra essere quasi inevitabile, radicato nella campagna stessa e nel fango onnipresente che permea ogni cosa.
La regista è davvero straordinaria nel rendere vivo paesaggio e personaggi. Gli attori infine fanno la loro parte egregiamente, dando tutti grandissima prova, ma a spiccare è una quasi irriconoscibile Mary J Blige, anche se è davvero difficile non citarli tutti perché uno dei grandi pregi del film è la sua coralità.

Dopo l'ottima accoglienza ricevuta al Sundance Film Festival questo film intenso e potente potrebbe seriamente essere uno dei protagonisti della Notte degli Oscar (intanto la Blige ha ricevuto una nomination ai prossimi Golden Globes), e lo meriterebbe sicuramente.

mercoledì 2 marzo 2016

Suffragette - la recensione

Londra, 1912. In un'Inghilterra ancora di stampo vittoriano le donne cercano visibilità, diritti e dignità in un mondo fatto da uomini e per gli uomini, battendosi per il suffragio universale, superando anche i limiti della legalità, tra attentati, bombe, estenuanti scioperi della fame e dolorose rinunce.

Suffragette è un film di stampo molto classico, estremamente britannico nella sua messa in scena curata e lineare, un vero e proprio affresco storico di una società fortemente maschilista, in cui una donna che esprimeva liberamente le proprie opinioni era considerata pazza, se non direttamente pericolosa. Abi Morgan (sceneggiatrice già di The Iron Lady, Shame e della splendida miniserie BBC The Hour) descrive le sue protagoniste con spiccato tocco femminile e dipinge un mondo di donne che si sostengono a vicenda, si aiutano, sono mogli e madri, ma allo stesso tempo attiviste politiche, in cui la loro forza non prescinde mai da una profonda femminilità. Per contrasto gli uomini del film sono abietti, deboli, si nascondono dietro il potere per poter esercitare un controllo che però non riescono mai davvero a portare a termine. I pochi esempi di figure maschili positive non riescono comunque mai a emergere davvero, rimanendo nell'ombra delle protagoniste.

Importantissima era perciò la scelta del cast. Carey Mulligan, protagonista principale della pellicola, è sempre delicata nella sua recitazione, incarna perfettamente l'apparente fragilità e la paura del suo personaggio e la trasformazione che avviene in lei, in particolare le scene che condivide con Ben Whishaw, suo marito nel film, sono recitate straordinariamente. Perfetta Helena Bonham Carter, anche perché il suo personaggio è probabilmente il più affascinante, un vero e proprio soldato che addestra e protegge le sue truppe, pronto a sferrare il prossimo attacco con una determinazione quasi sacra. Si vede poco ma lascia il segno nelle scene in cui compare, Maryl Streep, nel ruolo della portavoce e capo del movimento delle Suffragette, Emmeline Pankhurst.
Dove il film pecca purtroppo è la regia. Sarah Gavron non riesce a imprimere la sua firma, limitandosi a riprendere le scene in modo abbastanza statico, lasciando unicamente alla scrittura e alle sue interpreti il compito di raccontare la storia, un vero peccato perché si sarebbe potuto fare molto di più e il film lo avrebbe meritato.

Passato immeritatamente inosservato in questa stagione di premi, Suffragette è un film che fa della sceneggiatura, esaltata da un cast in stato di grazia, il suo punto di forza, raccontando con un punto di vista chiaro e forte una delle più importanti lotte per i diritti umani della Storia.

mercoledì 16 settembre 2015

Via dalla Pazza Folla - la recensione

Via dalla pazza folla, il romanzo di Thomas Hardy, è un classico della letteratura inglese e si allaccia a quel genere, incarnato principalmente nei romanzi di Jane Austen, che fa del romanticismo e del fascino della protagonista il suo punto forte. E allora abbiamo Batsceba Everdene, bellissima e ribelle eroina romantica, divisa nell'amore per tre uomini estremamente diversi tra loro e desiderosa di mantenere quella libertà che sente di aver faticosamente conquistato.



Questo genere letterario ben si presta a trasposizioni cinematografiche e gli inglesi lo sanno bene, tanto da averne fatto il loro punto di forza e biglietto da visita, quasi inventando un tipo di period drama immediatamente riconoscibile: fotografia sontuosa che fa del meraviglioso paesaggio della campagna inglese un vero e proprio personaggio, giocando con i tramonti, il vento e gli interminabili prati, aiutato da una regia pulita, di ampio respiro, senza particolari manierismi, e una colonna sonora che immerge totalmente in un'altra epoca.

Il punto di forza di questo genere è sempre stato, però, il cast, forte della vasta scelta di grandi attori che le scuole de Regno Unito sfornano regolarmente, e anche in questo caso non si è da meno: Carey Mulligan è ormai un'attrice a tutto tondo che non ha bisogno di strafare, recita con compostezza e sentimento un personaggio estremamente affascinante, forte nelle sue fragilità, che nel suo essere fuori dai canoni della società vittoriana, riesce comunque a conservare una femminilità di stampo classico. Accanto  le spiccano le prove altrettanto superbe di Michael Sheen e soprattutto di Matthias Schoenaerts, personaggio che emerge magnificamente nella trasposizione cinematografica e che alla fine risulta vero vincitore morale della vicenda.

Un film classico, fatto di immensi paesaggi ed emozioni con un cast straordinario, uno dei migliori esempi di period drama inglese che si farà ricordare nel cuore di tutti gli amanti del genere.

domenica 19 maggio 2013

Festival di Cannes 2013 - giorno 5

Tanta pioggia ieri sul Festival di Cannes, oggi si riaffaccia il sole, sarà merito del film dei fratelli Coen?

'Inside Llewyn Davis' ha catalizzato l'attenzione di tutti. Applauditissimo dalla sala stampa, il film ha convinto e conquistato tutti al Festival e si candida prepotentemente per la Palma d'Oro.

Il film racconta di un perdente, Llewyn Davis, cantante folk ridotto quasi ad essere un barbone, perennemente insultato dalla ragazza che ha messo incinta e che non si fa problemi a farglielo pesare, senza soldi, senza casa. E'  uno sfigato, un po' goffo, ma convinto di avere talento nella musica e che gli basti quel pizzico di fortuna necessaria per riuscire finalmente a svoltare. Il pizzico di fortuna però nemmeno lo sfiora.

La storia è stata ispirata dal vero cantante semisconosciuto Dave Van Ronk e Joel e Ethan Coen l'hanno raccontata con il loro inconfondibile tocco, andando quasi a braccio, senza una storia vera e propria da seguire. Protagonista un bravo e convincente Oscar Isaac, capace di dare grande umanità al personaggio. Nel cast anche Carey Mulligan, John Goodman, Garret Hendlund e Justin Timberlake.

In conferenza stampa i fratelli Coen hanno toccato con mano l'entusiasmo dei giornalisti che li hanno riempiti di complimenti. Joel Coen ha raccontato così il loro Llewyn Davis e il periodo in cui è ambientato il film: "Llewyn Davis ha una relazione molto travagliata con il successo. Sono tempi bui, in cui i musicisti devono supplicare gli amici di avere un posto sul loro divano. Lui va cercando l’autenticità dei testi e delle canzoni che scrive ma senza fortuna. Il successo è un meccanismo talmente imprevedibile, è quasi impossibile parlarne o razionalizzarlo, accade e basta. Ma noi volevamo focalizzare l’attenzione sulla fedeltà a se stessi e alla propria concezione artistica, senza inseguire il miraggio della riconoscibilità, quando un artista si preoccupa solo della coerenza con le proprie idee. Era anche un periodo in cui non esistevano i contratti con gli artisti e questo permetteva infinite possibilità creative".

E chi meglio di Justin Timberlake può parlare del successo nel mondo della musica? "Faccio questo lavoro da quando ero giovanissimo, ho visto tonnellate di persone non riuscire ad arrivare. A volte sei nel posto giusto con le persone sbagliate, altre volte nel posto sbagliato con le persone giuste. Migliaia di persone non ce la fanno, pura vendo talento da vendere". Vera rivelazione del film è il protagonista Oscar Isaac, che sul suo personaggio ha detto: "Ho dovuto prima di tutto appropriarmi del contesto e questo ha richiesto un lavoro di sei settimane prima del film insieme agli autori, poi ho dovuto lavorare sullo stile che Llewyn doveva adottare e lì mi è stato molto utile T Borne che mi ha detto 'Canta come se cantassi per te stesso da solo'". E T Borne Burnett, che ha curato la colonna sonora, ha dichiarato che "lo scopo del film era mostrare gli effetti della delusione". Carey Mulligan è alla seconda apparizione in questo festival offre una prova decisamente diversa da quella del 'Grande Gatsby', a prova delle sue capacità recitative, nel film interpreta la sboccatissima ragazza messa incinta da Llewyn Davies che però è fidanzata con Justin Timberlake, e in questo film canta, di nuovo, dopo averlo fatto in 'Shame', in un terzetto folk. La Mulligan non nega di essere stata un po' in ansia prima della scena: "Beh, chi non lo sarebbe, però T Borne mi ha aiutato molto perché ha cercato di trovare per ognuno il pezzo che corrispondesse di più alla nostra personalità e alle nostre opinioni".
Momenti "alla Coen" anche durante la conferenza stampa in cui si è parlato ampiamente anche dei sei diversi gatti che sono serviti per girare il film.

Da segnalare inoltre il film 'Borgman', presentato oggi in Concorso, del regista olandese Alex van Warmerdam. Film che ha sorpreso molti e che unisce una serie di generi diversi, dal thriller a grottesco fino all'erotico.



Frra


'Il Grande Gatsby' - la recensione [Pro e Contro]

[PRO]


Baz Luhrmann è un regista dalla fortissima impronta autoriale, uno di quelli che quando guardi un suo film ne riconosci subito lo stile, anche se ti eri approcciato alla visione senza sapere nulla: ne Il Grande Gatsby c'è tutto ciò che è caro al regista, a partire dalle scenografie scintillanti, i colori sgargianti e la musica pop, un continuo frastuono di luci e colori che ti prende e ti trascina nel mondo magnifico del misterioso signor Gatsby.


Come Alice caduta nella tana del bianconiglio, Nick (un Tobey Maguire che si impegna ma mostra tutti i suoi limiti) viene risucchiato da questo mondo e portato al cospetto di questo personaggio affascinante, quasi inarrivabile, per riuscire poi a scoprire, pian piano, la parte più vera e nascosta di una personalità tanto fragile quanto profondamente forte.

Siamo d'avanti a un film intensamente romantico, malinconico nonostante il tripudio orgasmico di musica e fuochi d'artificio, un film triste sin dalle sue prime battute, perché l'amore che lega Gatsby e Daisy è costantemente avvolto da un velo di irrealtà che induce la certezza che qualcosa di terribile è in agguato, anche se non sappiamo cosa.


In questo bisogna fare i complimenti alla sempre splendida Carey Mulligan, la sua Daisy è una donna sciocca, delicata, profondissima, in bilico costante tra vanesio e follia, tra l'amore per Gatsby e suo marito, tra il rimpianto di un qualcosa che avrebbe potuto esserci e ciò cui si era rassegnata.

Leonardo Di Caprio è sempre una garanzia, nonostante non sia la sua miglior prova, riesce a essere affascinante e misterioso, ma anche dolce e bisognoso di rassicurazioni.
Molto bravi alcuni comprimari, Joel Edgerton e Isla Fisher su tutti, piuttosto anonimi gli altri, poco più che comparse sullo sfondo.



Il Grande Gatsby è un film intenso, capace di catturarti con la sua sfavillante estetica e di farsi amare per come riesce a essere più di ogni altra cosa un film che parla di amore e di speranza. Non ha la perfezione di Moulin Rouge, nè la visionarietà di Romeo+Giulietta, ma è a suo modo un piccolo gioiello, di quelli che ti portano a considerare il mondo un posto migliore, nonostante tutto.

Chiara


[CONTRO]



Ancora una trasposizione, e ancora una sola domanda: perché?
A parer mio il film si potrebbe riassumere in questa incognita che ormai accompagna numerosi film del nostro presente.

Ovviamente ogni regista cerca di dare la propria impronta e “visione” nei lavori che fa, quindi, cosa porta Baz Luhrmann nello sfavillante mondo anni '20 di Jay Gatsby? Sicuramente, come ormai sappiamo, Luhrmann ha la capacità di equilibrare musica e immagini e Il Grande Gatsby lo conferma, portando con se un'importante colonna sonora firmata da artisti contemporanei (e non) mescolata con suggestive immagini degne delle più eleganti copertine di Vanity Fair. E cos'altro? purtroppo nulla di più.
Dopo un primo tempo di “Vanity Fair” costante il film perde tutto, anche le ricostruzioni digitali diventano pixel vuoti e senza peso che nemmeno le buone ma non eccezionali interpretazioni del discreto cast possono risollevare.

Leonardo Di Caprio più o meno convincente riesce comunque a risultare piatto, e magari il pesante make up ha fatto la sua parte in questo. Carey Mulligan è brava, doveva interpretare una persona vuota e infantile e così è stato, ma sicuramente il meno adatto alla parte è Tobey Mcguire, che dopo Spiderman (ma anche prima) non riesce a fare il suo lavoro che a quanto pare dovrebbe essere l'attore. Piatti e caricaturali anche Joel Edgerton, Isla Fisher (che fortunatamente riesce a non essere odiosa come di solito) Jason Clarke e Elizabeth Debiki, personaggi di contorno che "non contornano".



Inutili probabilmente i paragoni con le versioni precedenti del romanzo di Francis Scott Key Fitzgerald, perché hanno linguaggi e caratteri completamente diversi tra loro e magari questo è un punto a favore per Luhrmann, il linguaggio attuale che ha usato nella sua rivisitazione rende la storia più scorrevole e piacevole (almeno all'occhio e all'orecchio) perché la storia rimane vuota, nessun sentimento reale, nessuna immedesimazione con nessun personaggio, nessun messaggio intrinseco, Il Grande Gatsby ha ben poco di grande.


Gli unici pregi che posso riconoscergli sono il 3D (nativo), la parte tecnica dai costumi alla colonna sonora, e nient'altro. Un film che se la canta e se la suona, anche se se la suona bene da quel punto di vista.

Lontani sono i tempi di Moulin Rouge per Baz Luhrmann.





Mat

mercoledì 15 maggio 2013

Festival di Cannes 2013 - giorno 1

Inizia oggi il 66° Festival di Cannes, un'apertura col botto grazie a 'Il Grande Gatsby' e al suo grande cast.

Il film ha lasciato la critica un po' fredda e alla fine della proiezione ci sono stati pochi applausi. Completamente diverso il comportamento all'ingresso del cast in sala, standing ovation e pioggia di applausi per Baz Luhrmann, Isla Fisher, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki, Carey Mulligan, Tobey Maguire e ovviamente, il più atteso, Leonardo Di Caprio.

L'affollatissima conferenza stampa non è stata particolarmente spumeggiante, molto "normale", con un Leonardo Di Caprio garbato ma disposto a rispondere solo alle domande sul film.
"È un romanzo pieno di simboli e simbolismo, era importante cercare di coglierli e rappresentarli quasi tutti vista la forza narrativa che hanno", ha detto il regista Baz Luhrman, "Sono contento del risultato e lo sono dalla settimana scorsa, quando una donna mi ha fermato all’anteprima di New York per dirmi che era orgogliosa del film e che lo sarebbe stato anche suo nonno, Francis Scott Fitzgerald". Grande soddisfazione per lui. Leonardo Di Caprio, che veste i panni del protagonista Gatsby, sul suo personaggio ha detto: "Per me è stato un viaggio incredibile, ho vissuto un "Nuovo Mondo" in cui tutto era possibile. Mi sentivo Rockefeller. Ma nulla di questa dimensione concreta può competere con il miraggio di Daisy, un amore che ti assorbe completamente [...] Quasi mi dispiace di aver letto Il Grande Gatsby quando ero ancora un ragazzino. Ero troppo piccolo per capirne la profondità, ero affascinato dai personaggi, ma non comprendevo a fondo gli animi. Non è una storia d’amore, ma una tragedia. Il successo non è nulla davanti la perdita dell’identità".

Grande complicità da parte di tutto il cast, Tobey Maguire conosce Di Caprio da anni: "Io e Leo? Siamo amici da tanto tempo, per mettere a punto alcuni dialoghi ci siamo incontrati anche fuori dal set. Ci lega è un grande affetto e questo ovviamente ci ha aiutato nelle scene insieme. Mi piace vedere Leo nel processo di creazione dei suoi personaggi. È una fortuna per me essere amico di un interprete così grande". Mentre per Luhrman e Di Caprio si tratta della seconda collaborazione. "Lavorare con Baz Luhrmann è sempre un piacere, ci conosciamo da vent’anni", ha detto Di Caprio, "da quando mi assunse per Romeo + Juliet. Il suo entusiasmo è contagioso, è una fonte d’ispirazione costante per tutta la troupe. È che ti ispira a pensare sempre più in grande di quanto tu già non ti sforzi. La sua visionarietà è tale che ti spinge a sognare. Ma quello che mi sorprende sempre di lui è il coraggio". E Luhrman non esclude una terza collaborazione in futuro: "Un terzo film assieme io e Leo?", dice il regista, "Chissà, sarebbe bello fare Amleto di Shakespeare". Il regista ha anche ricordato il film su Alessandro Magno, che doveva essere prodotto da Dino De Laurentiis, mai andato in porto ma che, a quanto pare, non è stato ancora cestinato del tutto.

Photocall oggi anche per la giuria del Concorso, una giuria piena di star a partire dal presidente, il grande Steven Spielberg. Ad affiancarlo una splendida ed elegante Nicole Kidman, poi Vidya Balan, il fresco premio Oscar Ang Lee, Cristian Mungiu, Daniel Auteuil, il due volte premio Oscar Christoph Waltz, Naomi Kawase e Lynne Ramsay.








Frra




sabato 27 aprile 2013

Sette scene de 'Il Grande Gatsby' di Baz Lurhmann!

Manca davvero poco al debutto al Festival di Cannes dell'ultima, ambiziosa e attesissima fatica di Baz Luhrmann, 'Il Grande Gatsby', nuovo adattamento del romanzo di F.S. Fitzgerald, già portato al cinema diverse volte, la più famosa quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow.

Cast di altissimo livello con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Isla Fisher, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki e Jason Clarke.

Dopo aver rilasciato alcune tracce della colonna sonora, sempre molto ricercata e particolare come in tutti i film di Lurhmann, la Warner Bros. ha pubblicato sette brevi scene tratte dal film.

In Italia uscirà il 16 maggio.





Frra

martedì 26 giugno 2012

'Shame' - la recensione


Troppo si è detto di questo film ancora prima della sua uscita che nell'accingermi a guardarlo la prima volta le mie aspettative erano davvero basse e su tutto prevaleva la paura della boiata. Per fortuna il grande McQueen mi ha smentita, anche se alla fine non è il capolavoro sbandierato dai più.



Il punto forte sono sicuramente i personaggi, entrambi fragili, entrambi bisognosi l'uno dell'altra ed è interessante l'uso che McQueen fa del corpo dei suoi attori, in particolare di quello di Fassbender, la cui nudità costantemente in primo piano è quasi metafora della sua stessa interiorità.
Mi aspettavo più scandalo, da come se ne era parlato, invece le scene di sesso esplicito son poche e nemmeno eccessivamente spinte, si è visto di peggio sia al cinema che in televisione, ma comunque lui è molto bravo nel rendere l'espressività del protagonista quasi disperata nel momento dell'amplesso. Davvero intenso.
E veniamo alla vera perla del film: Carey Mulligan. Devo ammettere di avere quasi una venerazione per questa attrice sin da quando la vidi per la prima volta e di adorare il suo modo estremamente naturale di rendere qualsiasi scena. Il suo personaggio è un po' il perno attorno a cui ruota l'intera vicenda, è motore della crescita del fratello, lo sprona a ragionare su se stesso e sul suo rapporto con gli altri e la Mulligan da straordinaria prova di sè dando vita ad una ragazza delicatissima nel suo precario equilibrio psicologico, ma anche forte in un modo contorto e anticonvenzionale.
Su tutto aleggia una colonna sonora azzeccatissima, cornice perfetta di sentimenti spesso inespressi o solo accennati in una piccola espressione del viso.
In conclusione, non un capolavoro, ma un film intenso nella sua imperfezione, da vedere quando si è in vena di riflessioni profonde.




Da qualche giorno è disponibile in dvd e blu-ray, io lo consiglio volentieri!