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martedì 6 ottobre 2026

Digger - la recensione

L'ultimo film di Alejandro González Iñárritu, con protagonista un inedito Tom Cruise, non è un film facile da descrivere. Apparentemente, la trama segue i tentativi del magnate del petrolio Digger Rockwell di gestire una crisi ambientale provocata dalle sue aziende, fra politici disinteressati e scienziati ansiosi. 

Apparentemente.

Nella realtà, il film parla di tutt'altro, ma parte del fascino di Digger è quello di entrare in sala con il minor numero di informazioni possibile e lasciarsi sorprendere dai colpi di scena che a più riprese ribaltano la consapevolezza dello spettatore e il significato stesso del film. Colpi di scena che, è importante sottolineare, arrivano fino all'ultimo momento dei titoli di coda. Perciò, mi raccomando, non lasciate la sala.

Iñárritu è un regista che spesso ha fatto del grottesco una sua cifra stilistica, così come delle narrazioni che in qualche modo infrangono la quarta parete, ma in Digger non ci sono freni: ogni cosa è esagerata, tutti gli attori recitano sopra le righe, John Goodman su tutti, una parodia di Donald Trump all'ennesima potenza perché, lo sappiamo, non è facile quando il punto di partenza sembra già esso stesso una satira grottesca; mentre, paradossalmente, è proprio Tom Cruise uno di quelli che ha la possibilità di giocare tanto di eccessi quanto di sottrazione. Interpretazione magistrale la sua, che non risulta la migliore in assoluto solo perché Jesse Plemons, in una sola scena, consegna l'intero significato del film con una maestria che hanno solo i grandi attori.

A livello tecnico siamo veramente di fronte a un film potente, con una fotografia incredibile e soprattutto un impianto sonoro che fra colonna sonora e rumori ambientali riesce a veicolare esso stesso messaggi.

Lo ripeto, è davvero difficile, praticamente impossibile, parlare di Digger senza fare spoiler e allo stesso tempo è fondamentale arrivare alla prima visione completamente ignari per poter veramente apprezzare appieno il discorso che Iñárritu cerca di fare. 

Satira, farsa, dimostrazione dell'importanza dell'arte o della sua futilità, film respingente o geniale, questo sarà poi al singolo spettatore decidere cosa pensare e quale conclusione trarre e in che modo indirizzare la narrazione. 

Ecco, sì, di questo parla Digger: di narrazione.

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domenica 12 marzo 2017

Kong: Skull Island - la recensione

Torna al cinema uno dei mostri più famosi e amati di sempre: King Kong. Film che mette un tassello importantissimo per il futuro del MonsterVerse della Legendary.

E' il 1973, la guerra in Vietnam è ormai agli sgoccioli. Un gruppo di militari, comandati dal tenente colonnello Preston Packard (Samuel L. Jackson), viene scelto per accompagnare alcuni scienziati e un agente del Governo, Bill Randa (John Goodman), su un'isola misteriosa e ancora inesplorata che si trova al centro di un sistema temporalesco costante. Alla spedizione si unisce anche la fotografa Mason Weaver (Brie Larson) e James Conrad (Tom Hiddleston), ex capitano dell'aviazione britannica.
Arrivati sull'Isola del Teschio, i militari buttano cariche sismiche, attirando l'attenzione di una creatura mostruosa, una scimmia enorme e molto arrabbiata: Kong, il padrone dell'isola. L'animale reagisce, distrugge alcuni elicotteri, li fa schiantare dividendo il gruppo. con Packard che la prende sul personale e va in cerca di vendetta.
Tra creature mostruose, pericolosi "Strisciateschi" emersi dal sottosuolo, i superstiti dovranno cercare di attraversare l'Isola per cercare salvezza.

Kong: Skull Island è completamente diverso da tutti i film di King Kong prodotti fino ad oggi. La storia di base è sempre quella, il viaggio nell'Isola dove vive una scimmia enorme (e qui è davvero enorme!), ma il regista Jordan Vogt-Roberts mantiene solo la struttura di base, cambiando invece tutto il resto. Niente più anni '30, ci si sposta nei confusi anni '70, niente più registi megalomani ma spedizioni scientifiche e militari, niente più Ann Darrow che fa innamorare Kong, niente indigeni che celebrano riti, quindi è quasi inutile andare a cercare riferimenti con l'originale del 1933 o con quello di Peter Jackson.
Jordan Vogt-Roberts azzarda molto cambiando una storia così mitica ma l'audacia lo premia, il film è divertente, fresco, rumoroso, spettacolare. Nonostante l'alto budget, Vogt-Roberts mantiene in tutto e per tutto la sua anima da regista di b-movie, creando quello che potremmo definire un "b-b-movie", un blockbuster b-movie.
Se si guarda alla sceneggiatura, il film parte e finisce bene, mentre soffre in alcuni punti della parte centrale, e i personaggi umani sono poco approfonditi. Visivamente colpisce, particolare l'uso dei colori e i contrasti, a volte sembra quasi fumettistico, le scene d'azione sono spettacolari e coinvolgenti. Evidente la vena citazionista che percorre tutto il film, soprattutto verso Apocalypse Now, ma ci sono anche echi alla Jurassic Park. Il regista volutamente non si prende troppo sul serio - e questo è un bene! - e non appesantisce il film con temi esistenziali o autoriali. Ottima la colonna sonora, con tanto rock anni '70.

Il cast è buono, ognuno fa il loro in modo adeguato ed è giusto nella parte, a spiccare un po' più degli altri sono John C. Reilly e Shea Whigham. Il vero protagonista del film è però Kong, grande, molto più grande dei suoi "fratelli" degli altri film, possente, tanto arrabbiato, e molto malinconico, in un certo senso molto umano, più delle precedenti versioni: lotta per difendere l'isola, lotta per vendicare la propria famiglia sterminata dai mostruosi esseri del sottosuolo, si innamora di Brie Larson ma non come nei film precedenti, in questa versione sembra quasi consapevole dell'impossibilità di quel sentimento.

Kong: Skull Island è un pop corn movie, un b-movie, un blockbuster, è divertente (divertirsi non è un reato, anzi), "caciarone", è puro e semplice intrattenimento, e ripropone in modo nuovo e diverso un personaggio davvero grandioso come King Kong.

giovedì 11 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo - la recensione

Hollywood racconta sé stessa e attraverso la storia di Dalton Trumbo racconta uno dei periodi più controversi della storia americana.

Trumbo (Cranston) è stato uno dei più talentuosi sceneggiatori della storia del cinema. Negli anni '40 era lo sceneggiatore più pagato di Hollywood, Trumbo però era anche comunista, appoggiava gli scioperi ed era schierato con i sindacati. Tutto questo, negli anni '40 e '50 era visto come un comportamento anti-americano. Trumbo, insieme ad altri nove colleghi, venne portato davanti al Comitato per le attività Anti-Americane per essere interrogato riguardo le sue idee. Fedele a sé stesso, Trumbo si rifiutò di rispondere, finì in carcere, perse la casa, venne tradito da quelli che pensava fossero amici, venne "bandito" dagli Studios e il suo nome inserito nella Lista Nera di Hollywood, perdendo qualsiasi possibilità di lavorare. Senza perdersi d'animo, Trumbo continuò a lavorare, scrisse la sceneggiatura - che poi vinse l'Oscar - di Vacanze Romane e la fece firmare a un amico, si mise a scrivere script per film di serie-B firmandoli con nomi fasulli, trovò lavoro agli altri colleghi "reietti" (chiamati "i dieci di Hollywood"), vinse un altro Oscar, sempre sotto falso nome. La svolta arrivò dopo anni, grazie all'aiuto di due pesi massimi di Hollywood come Kirk Douglas e Otto Preminger, e con la cancellazione della Lista Nera.

Grazie a fiumi di alcol, tante sigarette e tanto fumo, Jay Roach, regista del film, di porta nella vecchia Hollywood. La ricostruzione delle abitudini, i vestiti, le acconciature, sono uno degli aspetti più curati del film. Nonostante lo spesso fondotinta sul volto del protagonista nella prima parte, l'aspetto estetico del film risulta davvero ottimo e convincente. Il film non ha grandi difetti, una storia interessante, una regia semplice e onesta, una ricostruzione curata, il punto in cui viene un po' a mancare è la sceneggiatura... curioso se si pensa che è un film dedicato a uno sceneggiatore.
Il film ha dei bei dialoghi, alcuni scambi di battute sono ottimi, la prima parte ha un bel ritmo e racconta bene l'inizio dell'incubo per i "dieci di Hollywood", poi però il film perde un po' incisività e manca il salto drammatico che avrebbe dato più concretezza, quella drammaticità che la storia di Trumbo avrebbe meritato. E' come se, a un certo punto, ci fosse stata una indecisione: dedicarsi più al Trumbo-sceneggiatore e alla sua lotta contro una enorme ingiustizia, o al Trumbo-uomo e padre? Roach ha scelto la seconda opzione, quella più facile ma anche meno interessante.

Se il film però regge per tutte le sue due ore di durata è grazie a un grande cast. Da una perfetta e odiosa Helen Mirren nei panni della pseudo giornalista di gossip Hedda Hopper, perennemente a caccia della "minaccia rossa" a Hollywood, a un divertente e consapevole produttore di brutti film di serie B interpretato da John Goodman, fino al pavido Michael Stuhlbarg, alla misurata moglie di Trumbo Diane Lane, e a Elle Fanning, nel film la figlia di Trumbo, che recita come un'attrice esperta, tutti davvero ottimi. A capo di questo folto gruppo di ottimi attori, un Bryan Cranston assolutamente trascinante, padrone della scena, nonostante d'aspetto non somigli affatto al vero Dalton Trumbo, grazie alla gestualità, alle espressioni e alla voce (da sentire in originale per apprezzarlo), riesce a calarsi nei panni di Trumbo in modo davvero convincente. Meritata la nomination all'Oscar per questo ruolo.

In sostanza, adatto soprattutto a chi ama i film che raccontano Hollywood dall'interno, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo è un buon film che racconta una storia bella e interessante, ma a cui è mancato un passo decisivo per diventare un grande film. Merita la visione, per conoscere la storia di Trumbo e per apprezzare un ottimo cast.

venerdì 31 maggio 2013

Una Notte da Leoni 3 - La recensione

Una Notte da Leoni 3 è un film di Todd Phillips, con Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, John Goodman, Ken Jeong, Melissa McCarthy e Justin Bartha. E' il seguito di Una Notte da Leoni 2 ed il terzo capitolo (conclusivo) della saga cinematografica.

Torna sul grande schermo il nostro "branco di lupi" preferito, questa volta, però, non ci troviamo di fronte la "classica" storia di loro che non ricordano cosa è successo la notte prima, anzi, lo ricordano benissimo e alla fine vorrebbero anche dimenticarlo.
Chow è scappato dal carcere di massima sicurezza di Bangkok (dove era stato rinchiuso nel film precedente), e tocca ai nostri eroi cercarlo e farsi riconsegnare dei lingotti d'oro che aveva rubato (dopo le conseguenze del primo film) a Marshall (John Goodman), che intanto ha rapito Doug e minaccia di ucciderlo se non fanno quanto gli è stato detto.
Durante questo viaggio s'imbattono in vecchi amici, Jade e Doug "nero" (Heather Graham e Mike Epps), e in nuove conoscenze, Cassie (Melissa McCarthy), e non mancheranno battute e riferimenti ai precedenti film. Per questo motivo penso sia importante aver visto i primi due capitoli.



In generale è un film molto divertente, forse un po meno dei precedenti, ma riesce a catturare l'attenzione allo stesso modo. I personaggi sono cresciuti, si sono evoluti, e lo dimostrano durante le varie situazioni che si presentano. Alan (Zach Galifianakis) è quello che probabilmente nel finale stupisce un po tutti, anche se in fondo in fondo non cambierà mai, perchè quando uno è "fuori di melone" lo è per sempre.
Molto esilaranti le scene con Melissa McCarthy, che nonostante sia presente per poco più di 15 min, il suo personaggio riesce a rimanerti impresso.



Un bel finale, magari non "epico" come ci si aspettava, ma occhio alla fine del film, dopo i titoli di coda c'è una scena finale che da sola vale tutto il prezzo del biglietto! Ed è quella che in sala ha fatto piangere dalle risate molti spettatori (e anche la sottoscritta).

Lòisa

domenica 19 maggio 2013

Festival di Cannes 2013 - giorno 5

Tanta pioggia ieri sul Festival di Cannes, oggi si riaffaccia il sole, sarà merito del film dei fratelli Coen?

'Inside Llewyn Davis' ha catalizzato l'attenzione di tutti. Applauditissimo dalla sala stampa, il film ha convinto e conquistato tutti al Festival e si candida prepotentemente per la Palma d'Oro.

Il film racconta di un perdente, Llewyn Davis, cantante folk ridotto quasi ad essere un barbone, perennemente insultato dalla ragazza che ha messo incinta e che non si fa problemi a farglielo pesare, senza soldi, senza casa. E'  uno sfigato, un po' goffo, ma convinto di avere talento nella musica e che gli basti quel pizzico di fortuna necessaria per riuscire finalmente a svoltare. Il pizzico di fortuna però nemmeno lo sfiora.

La storia è stata ispirata dal vero cantante semisconosciuto Dave Van Ronk e Joel e Ethan Coen l'hanno raccontata con il loro inconfondibile tocco, andando quasi a braccio, senza una storia vera e propria da seguire. Protagonista un bravo e convincente Oscar Isaac, capace di dare grande umanità al personaggio. Nel cast anche Carey Mulligan, John Goodman, Garret Hendlund e Justin Timberlake.

In conferenza stampa i fratelli Coen hanno toccato con mano l'entusiasmo dei giornalisti che li hanno riempiti di complimenti. Joel Coen ha raccontato così il loro Llewyn Davis e il periodo in cui è ambientato il film: "Llewyn Davis ha una relazione molto travagliata con il successo. Sono tempi bui, in cui i musicisti devono supplicare gli amici di avere un posto sul loro divano. Lui va cercando l’autenticità dei testi e delle canzoni che scrive ma senza fortuna. Il successo è un meccanismo talmente imprevedibile, è quasi impossibile parlarne o razionalizzarlo, accade e basta. Ma noi volevamo focalizzare l’attenzione sulla fedeltà a se stessi e alla propria concezione artistica, senza inseguire il miraggio della riconoscibilità, quando un artista si preoccupa solo della coerenza con le proprie idee. Era anche un periodo in cui non esistevano i contratti con gli artisti e questo permetteva infinite possibilità creative".

E chi meglio di Justin Timberlake può parlare del successo nel mondo della musica? "Faccio questo lavoro da quando ero giovanissimo, ho visto tonnellate di persone non riuscire ad arrivare. A volte sei nel posto giusto con le persone sbagliate, altre volte nel posto sbagliato con le persone giuste. Migliaia di persone non ce la fanno, pura vendo talento da vendere". Vera rivelazione del film è il protagonista Oscar Isaac, che sul suo personaggio ha detto: "Ho dovuto prima di tutto appropriarmi del contesto e questo ha richiesto un lavoro di sei settimane prima del film insieme agli autori, poi ho dovuto lavorare sullo stile che Llewyn doveva adottare e lì mi è stato molto utile T Borne che mi ha detto 'Canta come se cantassi per te stesso da solo'". E T Borne Burnett, che ha curato la colonna sonora, ha dichiarato che "lo scopo del film era mostrare gli effetti della delusione". Carey Mulligan è alla seconda apparizione in questo festival offre una prova decisamente diversa da quella del 'Grande Gatsby', a prova delle sue capacità recitative, nel film interpreta la sboccatissima ragazza messa incinta da Llewyn Davies che però è fidanzata con Justin Timberlake, e in questo film canta, di nuovo, dopo averlo fatto in 'Shame', in un terzetto folk. La Mulligan non nega di essere stata un po' in ansia prima della scena: "Beh, chi non lo sarebbe, però T Borne mi ha aiutato molto perché ha cercato di trovare per ognuno il pezzo che corrispondesse di più alla nostra personalità e alle nostre opinioni".
Momenti "alla Coen" anche durante la conferenza stampa in cui si è parlato ampiamente anche dei sei diversi gatti che sono serviti per girare il film.

Da segnalare inoltre il film 'Borgman', presentato oggi in Concorso, del regista olandese Alex van Warmerdam. Film che ha sorpreso molti e che unisce una serie di generi diversi, dal thriller a grottesco fino all'erotico.



Frra


lunedì 25 marzo 2013

'The Monuments Men': G.Clooney, M.Damon e C.Blanchett sul set

Sono iniziate già da qualche giorno a Berlino le riprese del nuovo film di George Clooney, 'The Monuments Men'.

Tratto dal romanzo 'Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History' di Robert M. Edsel, basato su fatti realmente accaduti, la storia racconta degli otto uomini, direttori di musei americani e inglesi, curatori, esperti e storici d'arte, che vennero scelti dal governo degli Stati Uniti per una missione molto speciale durante la Seconda Guerra Mondiale: recuperare tutte le opere d'arte trafugate dai nazisti durante la guerra. Gli otto prescelti hanno rischiato la vita per salvare oltre 1000 anni di storia.

Il film ha un cast ricchissimo, oltre a Clooney, produttore, regista e attore, ci saranno anche Cate Blanchett, Matt Damon, Bill Murray, Daniel Craig, Jean Dujardin, John Goodman, Bob Balaban e Hugh Bonneville. L'uscita del film è fissata per il 18 dicembre.

Ecco le prime foto dal set, in cui vediamo anche un momento di svago con George Clooney e Matt Damon che tirano palle di neve a qualcuno.










(foto da Coming Soon.net e BZ-Berlin)


Frra




giovedì 14 febbraio 2013

'ParaNorman' - la recensione

Paranorman è un film d'animazione del 2012 della Focus Features (Universal Pictures), diretto da Chris Butler, con le voci di Leslie Mann, Anna Kendrick, John Goodman, Casey Affleck e Jodelle Ferland.


Norman è un ragazzino diverso da tutti gli altri, passa i pomeriggi a casa a guardare film horror, in compagnia della nonna. Morta.
I genitori, che credono sia solo un bisogno di attenzioni, sono esasperati da questo suo comportamento e Norman ne soffre, ma ormai ci è abituato. Preferisce la compagnia dei fantasmi, invece dei vivi. L'unico che apprezza questa capacità di Norman, è Neil, un ragazzo cicciottello e sfigato, che come lui viene preso in giro da tutti i ragazzi della scuola.



ParaNorman è un film che può piacere a tutti.
I personaggi, apparentemente stereotipati, riescono a farsi amare anche se negativi, e poi sono molto divertenti e realizzati benissimo in ogni dettaglio, e questo ci piace sempre.
Le atmosfere dark con i fantasmi e gli zombie sono mixati in modo perfetto, con scene che richiamano i classici horror anni 50 (che magari i bambini non possono conoscere, ma che sicuramente apprezzeranno), alternate ad altri più moderni.
Ottima l'animazione in stop-motion con la plastilina (e in 3D), spesso ci troviamo davanti a film del genere, ma è difficile rendere l'animazione fluida, ci sarà voluto un lavorone, ma i risultati sono visibili, sopratutto in quelle scene d'azione più movimentate.

Il merito del regista, inoltre, sta nell'essere riuscito a rendere quelle scene serie e spaventose, molto divertenti e significative. Quando Norman si trova in situazioni in cui deve scegliere tra la paura e il doverla affrontare, sceglie sempre di combattere e dimostra il coraggio che tutti gli altri della città, al contrario, non hanno, perchè preferiscono scegliere sempre e solo la via più veloce, senza nemmeno provare ad ascoltare o capire l'altra parte.



ParaNorman è un piccolo gioiello della cinematografia contemporanea, quel film che si può consigliare a chiunque, che affronta temi spesso ignorati per preferire l'intrattenimento. Nornam invece insegna, insegna con serietà, con coraggio e con divertimento.

Lòisa

mercoledì 23 gennaio 2013

'Flight' - la recensione


Fatalità o errore umano? Eroe o assassino? Sono queste le domande che ci pone il buon vecchio Zemeckis, che torna al live action dopo la mediocre esperienza del motion capture degli ultimi film (Polar Express, La Leggenda di Beowulf, A Christmas Carol) che magari erano pregni di tecnica visiva ma privi di cuore; in Flight invece riesce a trasportare lo spettatore in un vorticoso declino umano che difficilmente dimenticheremo.



Un comandante di un volo di linea si troverà a fare i conti con i suoi più intimi problemi di alcolismo, nonostante l'impresa eroica che compie nella prima mezzora del film, e lo spettatore sarà portato a compiere delle scelte: amarlo o odiarlo? Anche se l'odio della fase di mezzo sarà difficile da dimenticare. L'amore sarà fondamentale per uscirne? Non lo so, forse sì forse no, dipende dalla chiave di lettura che ognuno si costruisce vedendo il film.

Una regia pulita e piena di “sentimento intelligente”, Robert Zemeckis finalmente è tornato a dirigere sia con la mente che con il cuore e io personalmente non vedevo l'ora di rivederlo in azione, in vera azione.



Non ho molta simpatia per Denzel Washington ma qui è innegabile la sua perfezione. Riesce davvero a portarti nell'incoerenza umana più oscura con cui è sempre difficile fare i conti.
L'amore problematico invece lo inserisce una bravissima Kelly Reilly (Sherlock Holmes) che proverà a redimersi e redimere... riuscendoci? (chiave di lettura fondamentale?)
Degno di nota anche John Goodman, elemento quasi disturbante nella storia, ma nemmeno troppo.

Flight è il volo che vorresti perdere ma che in realtà non vedi l'ora di prendere.

Mat

sabato 24 novembre 2012

'Argo' - la recensione


Argo è un film particolare.
Questa la prima cosa che mi viene in mente dopo averlo visto. Certo, potrei iniziare dicendo che Argo è la vera storia di come si riuscì a far uscire dall'Iran sei ostaggi americani spacciandoli per cineasti canadesi, oppure dicendo che è un film di Ben Affleck, con Ben Affleck e un cast di tutto rispetto, ma non sarebbe abbastanza.


Parte lento, quasi come un documentario, poi vira sulla classica commedia americana, fino a diventare un vero e proprio action di guerra con tanto di spionaggio.
E con le riprese un po' sgranate, molto anni '70, i personaggi appena tratteggiati ma subito riconoscibile, ti entra in testa e ti tiene incollato sulla sedia fino alla fine, anche se tanto lo sai come va a finire.
Ecco, sì, questo è il miglior pregio di questo film, il riuscire a rendere non solo appassionante, ma proprio da fiato mozzo, una storia con poca azione e di cui si conosce già il finale.
Bravo Ben Affleck, non tanto nella sua prova d'attore (viene superato praticamente da tutti) quanto nel saper maneggiare la cinepresa oscillando sempre tra i primi piani e l'incursione un po' di sbieco, a sottolineare l'impronta documentaristica.
Ma non è perfetto questo no. Come ho già detto, parte un po' lento, forse troppo, e il finale è alquanto stucchevole e snatura la tensione creatasi fino a quel momento con della retorica francamente evitabile, soprattutto perché sono proprio gli ultimi cinque minuti.



In bilico tra documentario, film di guerra e polpettone filo-americano, Argo è un film particolare, talmente particolare che potrebbe essere persino odiato, a volte amato, ma che comunque vale la pena di vedere.





*Chiara*