L'ultimo film di Alejandro González Iñárritu, con protagonista un inedito Tom Cruise, non è un film facile da descrivere. Apparentemente, la trama segue i tentativi del magnate del petrolio Digger Rockwell di gestire una crisi ambientale provocata dalle sue aziende, fra politici disinteressati e scienziati ansiosi.
Apparentemente.
Nella realtà, il film parla di tutt'altro, ma parte del fascino di Digger è quello di entrare in sala con il minor numero di informazioni possibile e lasciarsi sorprendere dai colpi di scena che a più riprese ribaltano la consapevolezza dello spettatore e il significato stesso del film. Colpi di scena che, è importante sottolineare, arrivano fino all'ultimo momento dei titoli di coda. Perciò, mi raccomando, non lasciate la sala.
Iñárritu è un regista che spesso ha fatto del grottesco una sua cifra stilistica, così come delle narrazioni che in qualche modo infrangono la quarta parete, ma in Digger non ci sono freni: ogni cosa è esagerata, tutti gli attori recitano sopra le righe, John Goodman su tutti, una parodia di Donald Trump all'ennesima potenza perché, lo sappiamo, non è facile quando il punto di partenza sembra già esso stesso una satira grottesca; mentre, paradossalmente, è proprio Tom Cruise uno di quelli che ha la possibilità di giocare tanto di eccessi quanto di sottrazione. Interpretazione magistrale la sua, che non risulta la migliore in assoluto solo perché Jesse Plemons, in una sola scena, consegna l'intero significato del film con una maestria che hanno solo i grandi attori.
A livello tecnico siamo veramente di fronte a un film potente, con una fotografia incredibile e soprattutto un impianto sonoro che fra colonna sonora e rumori ambientali riesce a veicolare esso stesso messaggi.
Lo ripeto, è davvero difficile, praticamente impossibile, parlare di Digger senza fare spoiler e allo stesso tempo è fondamentale arrivare alla prima visione completamente ignari per poter veramente apprezzare appieno il discorso che Iñárritu cerca di fare.
Satira, farsa, dimostrazione dell'importanza dell'arte o della sua futilità, film respingente o geniale, questo sarà poi al singolo spettatore decidere cosa pensare e quale conclusione trarre e in che modo indirizzare la narrazione.
Ecco, sì, di questo parla Digger: di narrazione.
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