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giovedì 2 novembre 2023

Killers of the Flower Moon - la recensione

Torna Martin Scorsese e torna a fare un film dalla lunghezza importante (tre ore e mezzo circa) con una piattaforma streaming (in questo caso Apple Tv), con i suoi attori feticcio Robert De Niro e Leonardo DiCaprio. e che in un certo senso è un film intrinsecamente scorsesiano, perché è impossibile non riconoscere la mano dietro la macchina da presa e la tematica del male non come qualcosa di oscuro ed eccezionale ma di quotidiano, banale. 

Allo stesso tempo è anche un film abbastanza diverso dal solito e si inserisce più nel filone delle sue ultime opere (Silence e The Irishman soprattutto) che in quello dei suoi lavori più classici e conosciuti. Ed è un film che non può fare altro che dividere gli spettatori, fra chi lo amerà e chi lo odierà, fra chi lo ha trovato inutilmente lungo a chi invece non avrebbe tagliato neanche un fotogramma.


La tribù nativa americana degli Osage, dopo essere stata scacciata dalle sue terre, viene sistemata dal governo in Oklahoma e viene loro assegnato un pezzo di terra apparentemente arido e inospitale ma che nasconde invece il germe della ricchezza: il petrolio. Gli Osage diventano ricchissimi vendendo le concessioni a "cerca oro" e uomini d'affari, ma in un'America profondamente razzista, il fatto che siano gli indiani a detenere questo potere, è inammissibile, tanto che a ciascuno di loro venne assegnato un tutore. È in questa cornice che si sono consumati una serie di omicidi, e decessi apparentemente naturali, di membri degli Osage, e alla fine si stima che i morti siano stati addirittura un centinaio nell'arco di molti anni. 

Scorsese prende questa triste storia americana, raccontata nel libro Gli assassini della terra rossa, e decide di raccontarla da un punto di vista inedito, quello degli stessi Osage, e in particolare di Mollie Burkhart (Lily Gladstone), a cui morirono le tre sorelle e la madre in circostanze più che sospette, e che rischiò essa stessa la vita, ma si batté anche con la sua comunità affinché il governo degli Stati Uniti facesse qualcosa (fu questo evento, infatti, a sancire la vera e propria nascita dell'FBI). Ma Mollie è anche la moglie di Ernest Buckhart (Leonardo Di Caprio), che insieme a suo zio William Hale (Robert De Niro), erano le menti dietro l'eliminazione degli Osage con lo scopo di ottenere la loro ricchezza.

In 206 minuti, Scorsese inserisce molte anime nel suo film: c'è la componente più puramente true crime, con la ricostruzione di una vera e propria strage effettuata ai danni degli Osage, con il carico di razzismo e discriminazione che da sempre accompagna i nativi americani; c'è il dramma familiare; c'è la componente giudiziaria e investigativa, con la nascita dell'FBI e l'arrivo degli agenti infiltrati guidati da Tom White (Jesse Plemmons) che pur riuscendo a smascherare la rete di omicidi e omertà presente nella città, non riescono a fare veramente giustizia proprio a causa del razzismo sistemico che sembra non considerare la morte degli Osage degna di nota.

Oltre alla struttura narrativa e alla regia che regala splendide immagini e scorci da western, a brillare davvero in Killers of the Flower Moon è il cast, in particolare Lily Gladstone ruba la scena con la sua interpretazione brillante e sofferta e il carisma affascinante che riesce a imprimere nel suo personaggio, persino nei momenti di debolezza e malattia.


Alla fine delle quasi tre ore e mezzo di film, le sensazioni possono essere soltanto due: o si esce sfiniti, con l'idea che il tutto sarebbe potuto durare molto meno e senza emozione, oppure con gli occhi lucidi e il cuore pesante, con la convinzione che ogni inquadratura e ogni parola siano state messe al posto giusto e che nulla del film avrebbe potuto essere tagliato, anzi, che si sarebbe potuti tranquillamente rimanere rapiti dalla magia del film per un'ora ancora.

Chi vi scrive appartiene a questa seconda categoria.

giovedì 2 dicembre 2021

Il Potere del Cane - la recensione

Presentato al Festival di Venezia 2021, dove ha vinto il premio per la migliore regia, Il Potere del Cane segna il ritorno della regista Jane Campion a tredici anni dal suo ultimo film.

Ambientato nel ruvido Montana a metà degli anni '20, la storia vede al centro la coppia di fratelli Burbank che gestisce il ranch di famiglia. Phil (Cumberbatch) incarna il vero cowboy, rude, sporco, spigoloso, aggressivo e deciso, suo fratello George (Plemons) invece è di natura più mite, empatico, accomodante, e desideroso di entrare in società. Quando George sposerà la vedova Rose e si trasferiranno insieme nel ranch, portando poi anche Peter, il timido figlio di lei, Phil mostrerà tutto il suo disprezzo verso la donna cercando di schiacciarla psicologicamente.

Tratto da un libro di Thomas Savage del 1967, il film è un western popolato da personaggi a due facce, una visibile, l'altra nascosta, segreta, che verrà fuori davanti agli eventi della storia. Rose sarà incapace di sopportare la pressione, George mostrerà la sua debolezza nei confronti del fratello, il giovane e timido Peter dimostrerà di essere meno ingenuo di quanto sembra, e poi c'è Phil, figura assolutamente centrale nella storia, un uomo difficile, un "macho" che idolatra il cowboy che gli ha insegnato tutto, Bronco Henri, e che detesta tutto quello che non può avere, corroso dall'invidia e dal suo senso di superiorità, ma anche lui nasconde qualcosa che, se scoperto, andrebbe a rovinare l'immagine di duro in cui si è rintanato.
Diviso in capitoli che vedono ogni volta protagonista uno dei personaggi principali, la storia scorre bene, è abbastanza essenziale, non rivela troppo di quello che vuole dire lasciando allo spettatore il compito di capire chi è chi e quale segreto nasconde. La regia di Jane Campion è pulita, elegante, sfrutta gli ampi spazi aperti (della Nuova Zelanda "usata" come Montana) creando la giusta atmosfera western, ma forse è fin troppo pulita, la regista non riesce a "sporcarla" nemmeno quando inserisce immagini esplicite, come la castrazione di un vitello. L'unico vero problema del film alla fine sembra essere proprio una mancanza di ruvidezza, di spigoli, di fratture, in una storia che vede al centro proprio la ruvidità e l'ostilità di Phil. Una mancanza che forse priva la storia di quello "shock" finale che avrebbe dato una forte scossa al film.

Ottimo il cast. Benedict Cumberbatch riempie ogni scena in cui è presente, porta tensione anche soltanto passando sullo sfondo, è una presenza pressante, inquietante, nel suo sguardo si può leggere tutto il disprezzo e l'invidia del suo personaggio. Un'interpretazione davvero di alto livello per cui meriterebbe sicuramente una nomination agli Oscar. E a meritare considerazione per la stagione dei premi è anche Kirsten Dunst, l'attrice riesce a trasmettere tutta la fragilità e il disagio della sua Rose, una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Molto bene anche Jesse Plemons e Kodi Smit-McPhee.

Il Potere del Cane è un ottimo film, diretto e recitato molto bene, peccato per quelle mancanze che gli avrebbero permesso di essere un grande film.