lunedì 11 marzo 2024

Oscar 2024: il trionfo di Oppenheimer!

Si è tenuta nella notte la cerimonia dei premi Oscar 2024 che ha sancito il trionfo definitivo di Oppenheimer.

Il film di Christopher Nolan, che ha dominato tutta la stagione dei premi, ha portato a casa sette Oscar, tra cui quello per la regia, attore (Cillian Murphy) e attore non protagonista (Robert Downey Jr.).
Quattro statuette per Povere Creature! che però si porta a casa il premio per la migliore attrice, con Emma Stone che alla fine ha vinto il duello con la collega Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon è rimasto a secco).
Nessuna sorpresa per l'Oscar alla migliore attrice non protagonista, confermata Da'Vine Joy Randolph (The Holdovers), davvero molto commossa nel ricevere la statuetta.

Niente da fare per Io Capitano di Matteo Garrone ma non c'erano molte speranze, l'Oscar per il miglior film internazionale è stato vinto meritatamente dal favorito La Zona d'Interesse di Jonathan Glazer, che si è portato a casa anche un sacrosanto Oscar per il sonoro.

Una cerimonia più breve del solito, preceduta da un velocissimo red carpet, solo tre ore e mezza di diretta, tutto molto rapido, in alcuni casi forse anche troppo, sarebbe bastata una mezz'oretta in più per godere meglio di alcuni momenti. Jimmy Kimmel ha tenuto bene le redini come suo solito, da ricordare sicuramente un John Cena nudo sul palco, i siparietti di Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito con Michael Keaton e quello di Kate McKinnon e America Ferrera con la partecipazione di Steven Spielberg, e poi il momento che tutti aspettavamo e non ha assolutamente deluso, la performance di Ryan Gosling con "I'm Just Ken" dal film Barbie, che ha vinto un solo Oscar, proprio per la canzone ma con quella molto bella di Billie Eilish, al suo secondo Oscar in carriera.
Qualche momento politico e di attualità durante la cerimonia, il discorso di Jonathan Glazer in cui ha parlato della disumanità, citando l'orribile attacco a Israele dello scorso 7 ottobre ma anche la guerra in Palestina di questi giorni; le parole del regista del durissimo documentario 20 Days in Mariupol, che ha ricordato l'orrore della guerra in Ucraina e dell'invasione russa ancora in corso; e poi una presa di posizione dell'Academy che ha aperto il momento In Memoriam con Alexei Navalny a tutto schermo, proprio l'anno scorso il dissidente russo, ucciso in un carcere in Siberia qualche settimana fa, aveva vinto l'Oscar con il documentario Navalny

Per quanto riguarda la diretta italiana, per la prima volta era su Rai1, molto deludente, ci si aspettava qualcosa di meglio, più competenza, dai commenti in studio.

Ecco tutti i vincitori.

Miglior film
Oppenheimer

Miglior regista
Christopher Nolan - Oppenheimer

Miglior attore
Cillian Murphy - Oppenheimer

Miglior attrice
Emma Stone - Povere creature!

Miglior attrice non protagonista
Da'Vine Joy Randolph - The Holdovers - Lezioni di vita

Miglior attore non protagonista
Robert Downey Jr. - Oppenheimer

Miglior sceneggiatura non originale
Cord Jefferson - American Fiction

Miglior sceneggiatura originale
Justine Triet e Arthur Harari - Anatomia di una caduta

Miglior film internazionale
La zona d'interesse, di Jonathan Glazer (Regno Unito, Polonia)

Miglior film d'animazione
Il ragazzo e l'airone, di Hayao Miyazaki

Miglior fotografia
Hoyte van Hoytema - Oppenheimer

Miglior scenografia
James Price, Shona Heath e Zsuzsa Mihalek - Povere creature!

Migliori costumi
Holly Waddington - Povere creature!

Migliori trucco e acconciatura
Nadia Stacey, Mark Coulier e Josh Weston - Povere creature! 

Migliori effetti visivi
Takashi Yamazaki, Kiyoko Shibuya, Masaki Takahashi e Tatsuji Nojima - Godzilla Minus One

Miglior montaggio
Jennifer Lame - Oppenheimer

Miglior sonoro
Tarn Willers e Johnnie Burn - La zona d'interesse

Miglior colonna sonora originale
Ludwig Göransson - Oppenheimer

Miglior canzone originale
What Was I Made For? (musiche e testo di Billie Eilish e Finneas O'Connell) - Barbie

Miglior documentario
20 Days in Mariupol, regia di Mstyslav Černov

Miglior cortometraggio documentario
The Last Repair Shop, regia di Kris Bowers e Ben Proudfoot

Miglior cortometraggio
La meravigliosa storia di Henry Sugar, regia di Wes Anderson

Miglior cortometraggio d'animazione
War Is Over! Inspired by the Music of John & Yoko, regia di Dave Mullins

-

domenica 10 marzo 2024

Maestro - la recensione

Seconda prova alla regia per Bradley Cooper, che con Maestro alza il tiro su tutti i fronti per raccontare la storia del grande compositore Leonard Bernstein.

New York, il 25enne Leonard Bernstein viene svegliato di colpo da una telefonata in cui gli viene comunicato che dovrà sostituire il direttore della New York Philharmonic alla Carnegie Hall. È il primo grande passo per la carriera di quello che diventerà il "primo vero grande direttore d’orchestra americano". Pochi anni più tardi conoscerà l'attrice Felicia Montealegre e, nonostante Bernestein sia omosessuale, ne rimane affascinato e finirà per sposarla lasciando definitivamente il suo amante David Oppenheim. Felicia accetta la doppia anima di Leonard, con la consapevolezza che è parte di lui, del suo genio.
Salto di diversi anni, Bernstein è uno dei compositori più apprezzati del paese, ha scritto musical di grande successo, come West Side Story, grandi composizioni, e la famiglia si è allargata con tre figli. Felicia però sopporta sempre meno i continui tradimenti del marito con giovani ragazzi che vanno ad alimentare il gossip sulla loro vita.

Maestro è un film che due mostri del Cinema come Martin Scorsese e Steven Spielberg, entrambi produttori, hanno "affidato" a Bradley Cooper, e va detto che guardando il film si avverte come l'attore ci abbia davvero messo tutto sé stesso nella realizzazione della pellicola. Forse ci ha messo anche troppo. Come regista, Cooper fa sicuramente un grosso passo avanti rispetto al sopravvalutato A Star is Born, osa di più nelle scelte e si fa più elegante nelle riprese, ma spesso esagera e perde un po' il controllo, un problema che si ritrova anche nella sua interpretazione.
Nonostante il titolo lo lasci intendere, Maestro non racconta la carriera artistica di Leonard Bernstein ma si concentra tutto sul rapporto molto complesso con la moglie, e i momenti musicali sono appunto momenti che si fanno largo qui e là nel racconto della vita della coppia. Il film è diviso in due parti che riflettono proprio le due fasi del suo matrimonio con Felicia, la prima parte è in bianco e nero e rappresenta il momento più felice nella vita e nella coppia, la seconda invece è a colori e racconta i momenti più difficili. Una scelta ambiziosa che alla fine funziona, a funzionare meno invece è la scelta del formato 4:3, soprattutto perché va a penalizzare una fotografia molto bella che avrebbe decisamente meritato lo schermo pieno.

Bradley Cooper tuttofare, regista, co-sceneggiatore, e protagonista. L'interpretazione dell'attore è altalenante, si è calato profondamente nel personaggio, movenze e voce (da vedere in lingua originale), Cooper ci mette davvero tanto ammirevole impegno per diventare Bernstein, ma spesso finisce col perdere l'equilibrio dell'interpretazione ed eccedere nelle espressioni e nei movimenti esagerati. Esattamente opposta invece l'interpretazione di Carey Mulligan, l'attrice riesce sempre a mantenere l'equilibrio e a supportare, fisicamente e vocalmente, la trasformazione del suo personaggio, che passa dalla positività della giovinezza alla sopportazione, la delusione, il dolore degli anni successivi. La performance dell'attrice è probabilmente la cosa migliore del film. Il resto del cast, tra cui Sarah Silverman, Maya Hawke e Matt Bomer, sono puro contorno, tutto è incentrato sulla coppia e nessuno degli altri personaggi viene approfondito.
Tanto si è parlato del trucco sul volto di Bradley Cooper, e probabilmente le critiche sono state un po' esagerate. È vero che il naso e il mento accentuati risultano eccessivi ma più che altro sul volto del giovane Bernstein, mentre è davvero ben fatto il trucco da anziano che trasforma l'aspetto dell'attore in modo molto credibile.

In Maestro si percepisce tutta la voglia di Bradley Cooper di fare un bel lavoro, di osare, di cercare il colpo di macchina e l'originalità, ma promette cose che poi non mantiene, soprattutto non racconta la carriera e il genio di un compositore che ha fatto la storia della musica, e forse avrebbe dovuto visto che era l'aspetto più interessante da raccontare. Il problema del "Bradley Cooper regista" è che sembra sempre troppo impegnato a cercare il capolavoro a tutti i costi e questo finisce per pesare sul risultato finale.

-

The Holdovers - la recensione

Nel New England del 1970, Paul Hunham (Paul Giamatti), un impopolare insegnante di lettere classiche presso la Barton Academy, si trova ad assumere il ruolo di supervisore dei quattro studenti rimasti nel collegio durante le vacanze natalizie. Si unisce a loro anche Angus Tully (Dominic Sessa), un giovane intelligente ma ribelle, costretto all'ultimo minuto a rimanere a scuola dopo che sua madre ha deciso di partire in luna di miele con il nuovo marito. Rimasti soli con i cinque adolescenti e Mary Lamb (Da'Vine Joy Randolph), la cuoca recentemente afflitta dalla perdita del figlio in Vietnam, Paul stringe il controllo sulle giornate degli studenti, acuendo ulteriormente la sua impopolarità. Poco dopo l'inizio delle vacanze, i genitori di un ragazzo si presentano per riportare a casa il figlio, offrendosi di portare con loro anche gli altri studenti in vacanza. Tuttavia, poiché la madre di Angus è fuori rete, Tully si ritrova costretto a rimanere da solo alla Barton con Paul e Mary. Il rapporto fra l'insegnante e il ragazzo, inizialmente molto teso, sarà anche l'occasione per portare alla luce fragilità e insicurezze per entrambi, e forse per la nascita di una sincera amicizia.

I film di Alexander Payne sono da sempre caratterizzati da un mix di humor nero, volto a smascherare i vizi della società borghese americana, e un certo sentimentalismo, che non risulta mai troppo melenso ma che sa anche scaldare il cuore. The Holdovers non fa eccezione, con una storia molto semplice, di ambientazione natalizia perfetta per affrontare il discorso sulla perdita e la solitudine. Il film ha il grandissimo pregio di non risultare mai pesante, anzi, e le più di due ore di durata scivolano via con grande ritmo e piacevolezza, senza mai annoiare, facendo spesso sorridere e finendo anche per commuovere genuinamente, senza forzare la lacrima dello spettatore ma andando a colpire giusto al cuore.

Giustissime le candidature agli Oscar come miglior film, montaggio e sceneggiatura, e soprattutto quella ai due attori Paul Giamatti, che ci ricorda sempre che grando attore sia e quanto sia sottovalutato spesso dal pubblico, e di Da'Vine Joy Randolph che interpreta Mary e che probabilmente si porterà a casa una statuetta ben vinta.

In conclusione un film che pur non essendo un capolavoro indimenticabile riesce a colpire il cuore con umorismo e leggerezza, facendoci passare due piacevolissime ore e che ha tutte le potenzialità per diventare un classico natalizio.


Past Lives - la recensione

Nel 2000, a Seul, due dodicenni di nome Na Young e Hae Sung nutrono sentimenti reciproci. Tuttavia, la famiglia di Na Young decide di trasferirsi a Toronto, in Canada, perdendo così i contatti con Hae Sung.  
Dodici anni più tardi, nel 2012, Hae Sung (Teo Yoo) ha completato il servizio militare e sta studiando ingegneria all'università, mentre Na Young (Greta Lee), che ora si chiama Nora, si è trasferita da Toronto a New York, perseguendo la carriera di sceneggiatrice. Attraverso una casualità su Facebook, Nora scopre che Hae Sung la sta cercando, ignaro del suo cambiamento di nome. Intrigata, gli invia un messaggio, riaccendendo così il loro rapporto. Nonostante le intenzioni di incontrarsi, Nora è impegnata in un ritiro di scrittori a Montauk, mentre Hae Sung si prepara a viaggiare in Cina per studiare il mandarino. Alla fine decidono di interrompere le comunicazioni per un po', con Nora che desidera concentrarsi sulla sua carriera a New York.
Durante il ritiro, Nora incontra Arthur Zaturansky (John Magaro), con cui inizia una relazione amorosa. Nel frattempo, Hae Sung si lega a una donna con cui inizia a frequentarsi.
Dodici anni dopo, Arthur e Nora sono sposati e vivono nell'East Village di Manhattan. Hae Sung, temporaneamente libero da impegni amorosi, decide di fare una breve vacanza a New York per finalmente incontrare la sua amica d'infanzia. Durante il loro incontro i due si trovano a chiedersi cosa fossero l'uno per l'altro nelle loro vite passate e cosa sarebbe successo se non avesse mai lasciato la Corea del Sud e fossero rimasti insieme.

Past Lives non è un film romantico tradizionale, non assistiamo alla nascita di una storia d'amore e al suo lieto fino, ma assistiamo esattamente alla sua assenza. Con una filosofia molto orientale, infatti, il discorso del film gira intorno alla possibilità e al concetto coreano di "In-Yun", secondo il quale la connessione tra due persone in questa vita è collegata alle loro interazioni in altre vite e non sempre questo porta due persone a stare insieme nella vita presente, ma ciò non toglie che vite passate o future non possano presentare l'occasione giusta. Guardiamo quindi due anime tanto vicine quanto lontane, avvertiamo fortissima la loro connessione eppure sappiamo che quell'amore così viscerale non è destinato a compiersi, o almeno non qui in questa vita.

La regista Celine Song è bravissima a comunicarci questo sentimento particolare che è a metà fra il rimpianto, la malinconia e l'amore, grazie soprattutto a una serie di inquadrature fisse su momenti di silenzio prolungato, in cui sono i gesti e gli sguardi, anche minimi, dei due attori in scena a dire più di mille parole, accompagnati da un'ottima colonna sonora, intima e dolce.
Un grande lavoro di scrittura, che si nota nella caratterizzazione non solo dei due splendidi protagonisti, ma anche e forse soprattutto nel personaggio di Arthur, che sarebbe stato semplice relegare al ruolo del marito geloso e preoccupato, ma che invece risulta come uno dei personaggi più complessi e interessanti del film, protagonista di una delle scene più significative del messaggio che la pellicola vuole trasmettere.

Delicato, malinconico, romantico, Past Lives è uno dei film dell'anno per come riesce a raccontare in modo fortemente personale una storia d'amore che potrebbe essere quella di chiunque di noi.

Anatomia di una caduta - la recensione

Una musica soverchiante risuona all'inizio di questo film. Poi si interrompe bruscamente con un colpo d'ascia.

La prima scena di Anatomia di una caduta, acclamata opera della regista francese Justine Triet, dice già tutto del film che sta iniziando. Quando il figlio ipovedente della coppia protagonista trova suo padre morto nella neve, dopo una caduta dal primo piano del loro chalet, la caduta del titolo prende forma reale per poi dare il via a quella metaforica che è la caduta dell'ascia della verità sulla vita apparentemente perfetta di due coniugi.

Il film è allo stesso tempo un giallo magistralmente eseguito, un dramma familiare che scava profondamente all'interno delle dinamiche di coppia, e un film processuale, con tanto di interrogatori alla sbarra, avvocati che arringano la corte e perizie scientifiche. Ogni aspetto è perfettamente incastrato con l'altro e non c'è mai uno che prevarica l'altro, l'intera pellicola di Triet è una costruzione perfetta e praticamente senza sbavature, con un ritmo serrato, grazie soprattutto a una sceneggiatura come se ne 
vedono in giro raramente.

La regia è magistrale, raffinata senza mai essere manieristica, molto precisa, capace di dirci tutto quello che dobbiamo sapere all'interno della scena senza risultare didascalica, con una fotografia pulita in cui il bianco fa da padrone grazie alle inquadrature della neve onnipresente, in cui quindi le persone (o il sangue) risaltano come su una tavolozza.
Da segnalare assolutamente anche le interpretazioni, in particolare quella della protagonista Sandra Hüller la cui nomination all'Oscar è meritatissima (tra l'altro fa doppietta di interpretazioni magistrali, quest'anno, con La Zona di Interesse) e dell'esordiente Milo Machado Graner nel ruolo del figlio Daniel. 
Per quanto, poi, possa sembrare una battuta c'è da fare i complimenti anche al cane, davvero, personaggio fondamentale della pellicola, e raramente si sono visti al cinema cani così bravi. 

È stato definito un film femminista, probabilmente lo è se pensiamo all'importanza che la regista ha ottenuto a livello internazionale, con la candidatura all'oscar come migliore regia e al suo film nella decina dei migliori dell'anno, nonostante la Francia lo abbia (incredibilmente!) escluso dalla sua lista dei film da proporre come film straniero, ma se si cerca un film femminista in senso canonico, un po' alla Barbie (ma anche alla Povere Creature!) ebbene si potrebbe rimanere spiazzati, financo delusi, perché Anatomia di una caduta non fa alcuno sconto alla sua protagonista che, anzi, non risulta mai simpatica, e il dubbio sulla sua colpevolezza o innocenza non viene mai dissipato. Questo non è un film sulle donne, non è neanche un film su una donna in particolare, è un film sulle mille sfaccettature della verità e su quanto la realtà sia filtrata attraverso il nostro particolare sguardo, per forza di cose parziale.

-

sabato 9 marzo 2024

Oscar 2024: le recensioni di tutti i candidati come miglior film

Sono dieci i film che si contenderanno l'Oscar 2024 per il miglior film. Rinfreschiamoci la memoria con le nostre recensioni di tutti titoli candidati.


- AMERICAN FICTION di Cord Jefferson. Commedia amara che ironizza in modo intelligente e graffiante sulla cosiddetta "cultura woke".
Cinque nomination: miglior film, miglior attore (Wright), attore non protagonista (#SterlingKBrown), colonna sonora, e sceneggiatura non originale.

- ANATOMIA DI UNA CADUTA di Justine Triet. Thriller teso e scritto in modo eccellente. Già vincitore a Cannes 2023, incredibilmente scartato dalla Francia che non l'ha scelto come proprio candidato. Justine Triet è l'unica donna nella cinquina della migliore regia ed è l'ottava regista donna candidata in questa categoria nella storia degli Oscar.
Cinque nomination: miglior film, regia, attrice (Sandra Huller), sceneggiatura originale, montaggio.

- BARBIE di Greta Gerwig. Molto più di un film, è diventato un vero fenomeno culturale. Fare un film su Barbie era difficile, ma Greta Gerwig ha fatto il miracolo. Margot Robbie esclusa dalla cinquina delle attrici, avrebbe meritato una nomination, ma è comunque candidata come produttrice.
Otto nomination: miglior film, attore non protagonista (Ryan Gosling), attrice non protagonista (America Ferrera), sceneggiatura non originale, scenografia, costumi, due nomination per la migliore canzone.

- THE HOLDOVERS - LEZIONI DI VITA di Alexander Payne. Ha già una statuetta in tasca, Da'Vine Joy Randolph ha vinto tutto quello che c'era da vincere nella stagione dei premi e si prepara per riceve anche l'Oscar come migliore attrice non protagonista.
Cinque nomination: miglior film, regia, attore protagonista (Paul Giamatti), attrice non protagonista, sceneggiatura originale, montaggio.

- KILLERS OF THE FLOWER MOON di Martin Scorsese. Un film dalla produzione complicata e lunghissima, che è stato riscritto per mettere al centro della storia i nativi americani come mai era stato fatto prima. Lily Gladstone è una delle due favorite per la vittoria dell'Oscar come migliore attrice e, nel caso, sarebbe qualcosa di storico, mai una nativa americana ha vinto la statuetta.
Dieci nomination: miglior film, regia, attrice, attore non protagonista (Robert De Niro), fotografia, montaggio, costumi, scenografia, colonna sonora, canzone.

- MAESTRO di Bradley Cooper. Secondo film da regista per Bradley Cooper, che qui è anche protagonista, e per la seconda volta la sua pellicola viene candidata come miglior film. Girato in un ambizioso bianco e nero, il film racconta la storia del compositore Leonard Bernstein.
Sette nomination: miglior film, attore (Cooper), attrice non protagonista (Carey Mulligan), sceneggiatura originale, fotografia, trucco, sonoro.

- OPPENHEIMER di Christopher Nolan. Il film che racconta la storia del fisico J. Robert Oppenheimer, "padre" della bomba atomica, è il grande favorito della serata, negli ultimi mesi ha raccolto premi ovunque. È il film che consegnerà l'Oscar alla regia a Nolan, quello come migliore attore a Cillian Murphy e come migliore attore non protagonista a Robert Downey Jr..
Tredici nomination: miglior film, regia, attore, attore non protagonista, attrice non protagonista (Emily Blunt), sceneggiatura non originale, montaggio, sonoro, fotografia, costumi, trucco, scenografia, colonna sonora.

- PAST LIVES di Celine Song. Il film più romantico tra i candidati di quest'anno e uno dei film più apprezzati della stagione, anche dai colleghi registi che hanno elogiato l'esordio di Celine Song.
Due nomination: miglior film e sceneggiatura originale.

- POVERE CREATURE! di Yorgos Lanthimos. Folle, estremo, visionario, una storia alla Yorgos Lanthimos insomma, con una Emma Stone incredibile che ha collezionato premi su premi negli ultimi mesi e che è una delle due favorite per la statuetta come migliore attrice. Leone d'Oro al Festival di Venezia 2023.
Undici nomination: miglior film, regia, attrice, attore non protagonista (Mark Ruffalo), sceneggiatura non originale, montaggio, scenografia, fotografia, costumi, trucco, colonna sonora.

- LA ZONA D'INTERESSE di Jonathan Glazer. Vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes 2023. Film senza una vera e propria trama che racconta la vita della famiglia di Rudolf Hoss, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, solo un muro di mattoni divideva la loro casa, il loro curatissimo giardino con piscina, dall'orrore del campo. Un film che è un pugno nello stomaco. Favorito per la vittoria della statuetta come miglior film internazionale e sonoro.
Cinque nomination: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, sonoro, film internazionale.

-

American Fiction - la recensione

Candidato a 5 premi Oscar 2024, tra cui miglior film, attore protagonista e non protagonista, American Fiction ha saltato la sala in Italia per arrivare direttamente su Prime Video in questi giorni.

Thelonious Ellison, detto Monk, è un professore e uno scrittore afroamericano che si trova in un momento di frustrazione personale e professionale. Il suo ultimo libro non trova un editore che voglia pubblicarlo e intanto viene invitato a prendersi una vacanza dopo aver cacciato un'alunna dalla classe; controvoglia torna a casa a Boston per rivedere la famiglia, ma non c'è relax. La sorella muore all'improvviso, la madre ha l'Alzheimer, e il fratello è in un momento complicato dopo aver fatto coming out con conseguente divorzio. In tutto questo, preso da un momento di estremo fastidio verso l'editoria che boccia il suo libro mentre predilige e osanna testi piena di stereotipi, come quello del momento, che lui trova orribile ed è stato scritto da una afroamericana, Monk decide di scriverne uno, per scherzo, anzi per scherno, con un falso nome, e di intitolarlo (alla fine) "Fuck", più che un titolo, un messaggio. Il libro però conquista gli editori, gli offrono una cifra assurda per pubblicarlo e addirittura Hollywood si presenta alla sua porta. Monk, incredulo, si ritrova a dover gestire una identità fasulla con cui ha scritto un libro che rappresenta tutto quello che detesta, e anche a doverlo giudicare in un concorso letterario.

L'esordio in un lungometraggio di Cord Jefferson è una commedia amara e ironica che racconta il cortocircuito che viviamo oggi con la cosiddetta "cultura woke" che spesso si accartoccia su polemiche inutili e nasconde solo una forte ipocrisia, e il film la prende di mira fin dalla prima scena, quando Monk caccia dalla classe una alunna bianca che trova offensiva la "N word" nel titolo di un libro, e ostinatamente lo fa notare a Monk, che è nero e non si sente offeso perché è semplicemente il titolo di un libro. Il film prende apertamente in giro il "senso di colpa dei bianchi", che sia l'editoria o Hollywood, che si mostrano aperti alla diversità ma alla fine vogliono solo storie stereotipate con rap, crack, vita di strada e la polizia che ammazza un nero, ma colpisce anche gli afroamericani che si piegano a quelle richieste alimentando gli stereotipi di cui poi si lamentano, come il personaggio di Issa Rae, scrittrice acclamata che scrive quei libri che Monk disprezza ma che a sua volta critica il finto libro di Monk perché pieno di stereotipi. Cortocircuiti, circoli viziosi, che ormai sono all'ordine del giorno.
Il film ha poi una seconda faccia, quella della famiglia di Monk, una famiglia che, se fossero bianchi, verrebbe definita borghese, completamente diversa da quella raccontata dai classici stereotipi, e che sta vivendo un periodo di grandi cambiamenti ed enormi difficoltà. Meritata la nomination per la sceneggiatura (ed è il favorito per la vittoria), ma il film funziona meglio nella sua parte più satirica e graffiante verso l'editoria rispetto a quella più "normale" sulla famiglia.

Quello di Monk è un bel personaggio, un po' triste, malinconico, arrabbiato, sarcastico, ed è ottimamente interpretato da un bravissimo Jeffrey Wright, che si è meritato la nomination agli Oscar 2024 come migliore attore protagonista. Ma è ottimo tutto il cast, Sterling K. Brown, Erika AlexanderJohn Ortiz, che ha le battute migliori, e anche Tracee Ellis Ross, in un ruolo breve ma che resta impresso.

American Fiction non sarà un film memorabile ma è un buon film, scritto e interpretato molto bene. 

-

La Zona d'Interesse - la recensione

Presentato al Festival di Cannes 2023, dove ha vinto il Gran Premio Speciale della Giuria, La Zona d'Interesse di Jonathan Glazer è candidato a cinque premi Oscar 2024, tra cui miglior film, regia, e film straniero, categoria in cui è senza dubbio il favorito.

Un famiglia sta trascorrendo una giornata in riva ad un fiume, scherzano, passeggiano, fanno il bagno, per poi rientrare nella loro casa, pulita e ordinata. All'esterno dell'abitazione c'è un giardino che porta ad un altro giardino più grande, curatissimo, il vialetto, l'erba tagliata per bene, una piscina, l'orto con tanta varietà, le arnie con il miele, e tanti fiori. Un giardino a cui la padrona di casa tiene molto, a cui ha lavorato e continua a lavorarci per renderlo perfetto. Un lungo muro di mattoni delimita una parte di quel perfetto e pacifico giardino, dall'altra parte c'è il campo di sterminio di Auschwitz. La famiglia è quella di Rudolf Hoss, comandante del campo, impegnato e lodato per il suo impegno nel far funzionare tutto all'interno di quel luogo di orrore.

La Zona d'Interesse di Jonathan Glazer, tratto dall'omonimo romanzo di Martin Amis, non ha una vera e propria trama ma offre un punto di vista diverso con cui raccontare l'orrore dei campi di concentramento e del nazismo, cioè quello dei carnefici, che non sono diavoli col forcone ma persone comuni, ordinarie, anche banali e noiose, ma soprattutto totalmente distaccate dalla realtà, cieche e sorde verso quello che li circonda, e completamente svuotate della minima umanità. La signora Hoss è preoccupata solo del suo giardino e della sua casa, a cui tiene più di qualsiasi cosa, tanto che quando il marito viene trasferito, la donna non ha nessuna intenzione di lasciare quel posto, il luogo dei suoi sogni, quello che ha sempre desiderato fin da ragazza. La loro vita così ordinaria e "normale" diventa un incredibile paradosso nel momento in cui si comincia a capire cosa succede al di là di quel muro di mattoni. Il campo di sterminio è sempre lì, a due passi da loro, a due passi dalla loro quotidianità, ma per loro è tutto assolutamente normale, è un rumore di fondo a cui non prestano particolare attenzione.
Oltre la famiglia Hoss infatti, c'è un altro protagonista nel film: il rumore di fondo. Del campo di sterminio non vediamo praticamente nulla, i deportati si intravedono per un attimo, qualcuno passa velocemente nel giardino per portare delle cose, come i sacchi con i vestiti che la signora Hoss - assolutamente disinteressata dalla provenienza - si spartisce insieme alle altre, lo vediamo nella inquietante macchia grigia che trasporta le ceneri (e non solo) sul fiume e che interrompe la gita di Rudolf Hoss e figli. Per il resto, il campo è presente solo nei suoni e nei rumori costanti. L'unica a manifestare una minima reazione a quello che succede dall'altra parte del muro, è la madre della signora Hoss, che si chiede, anche con un po' di senso di rivalsa, se la donna a cui faceva le pulizie sia lì, e che la notte fatica a dormire davanti alla luce accecante dei forni sempre in funzione per smaltire quelli che vengono definiti come "i carichi". Ma la famiglia Hoss convive tranquillamente con urla, rumori metallici, spari, il rumore dei passi pesanti delle marce, suoni pesanti, dolorosi, drammatici, un paradosso allucinante che lascia un peso nello stomaco. Ed è proprio lo stomaco, nel finale, a dare un segnale a Rudolf Hoss, un segnale che viene dal buio che ha dentro ma che lui, talmente vuoto d'animo, non riesce a capire.

Una delle frasi più utilizzate per descrivere l'orrore e la disumanità del nazismo è "la banalità del male", una frase di Hannah Arendt, e Jonathan Glazer con questo film ce la mostra in tutta la sua asettica regolarità. È tutto molto geometrico, freddo, preciso, proprio come la regia di Glazer, proprio come la quotidianità della famiglia Hoss, proprio come i termini e i metodi utilizzati dai nazisti. Per tutto il film non ci si può non chiedere continuamente "ma com'è possibile?". Com'è possibile essere così privi di empatia, di morale, così distaccati, così disinteressati ad altri essere umani; come possono delle persone essere così ordinarie, noiose, banali, all'apparenza nomali, eppure così disumane? Sì, è possibile, è successo.

-