martedì 8 agosto 2017

High Rise: il Condominio - la recensione

Londra, 1975. Robert Laing, giovane medico segnato dalla morte della sorella, si trasferisce in un un lussuoso ed enorme condominio, una vera e propria città su più piani dotata di qualsiasi servizio, dalla piscina al supermercato, i cui abitanti praticamente non escono mai se non per recarsi a lavoro. La struttura sociale del condominio, basata sul “piano” di appartenenza, con i più ricchi in alto e le famiglie con bambini ai margini nei piani bassi, si fa sempre più chiusa e le tensioni tra i condomini aumentano a dismisura, fino a degenerare in un isolazionismo fatto di violenza e follia sempre più marcate.
Così come il romanzo di Ballard da cui è tratto, il film del regista britannico Ben Wheatley, è una vera e propria distopia, nonostante non sia ambientato nel futuro ma anzi in un passato anche abbastanza distante da noi, eppure la situazione di claustrofobica angoscia che ne scaturisce, accentuata da una fotografia molto grigia e da una regia che gioca moltissimo con i rallenty e le inquadrature più statiche, è palpabile.
Wheatley spinge sul tasto del grottesco più che su qualsiasi altro, e in questo senso il film è decisamente riuscito, provocando un crescente senso di disagio nello spettatore, disagio che culmina nella circolarità tra scena iniziale e finale, molto efficace. Manca però l’ultimo step, quel qualcosa in più che avrebbe reso il tutto davvero memorabile, una riflessione più profonda sulla lotta di classe e sulla follia umana che non viene mai davvero sviscerata fino in fondo, lasciando un po’ la sensazione di incompiuto, una certa insoddisfazione.

Il cast è davvero notevole: Tom Hiddleston non ha certo bisogno di dimostrare nulla ormai, riesce facilmente a spostarsi da un registro più leggero a una scena di violenza con grande facilità ed efficacia, sfrutta la sua fisicità senza mai essere fuori posto, insomma davvero una gran prova questa per lui; altrettanto fantastico Jeremy Irons, pur con molto meno screen time, ma la presenza scenica di questo interprete è notevole e rimane incredibilmente impresso; non particolarmente in parte invece Luke Evans, che fa quel che può ma il suo personaggio scade spesso nella macchietta e non riesce ad incidere veramente, anche se c’è da dire che è più colpa della sceneggiatura che sua, così come Sienna Miller, spesso incerta e poco incisiva.

In sostanza, High Rise è un film sicuramente suggestivo e straniante, vale senza dubbio la visione, ma non riesce a soddisfare al cento percento, probabilmente un pizzico di coraggio e cattiveria in più avrebbe giovato alla riuscita complessiva.


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