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sabato 9 novembre 2019

Parasite - la recensione

Una commedia su una famiglia che attraverso una truffa riesce ad intrufolarsi in casa di ricchi e stupidi borghesi?
Un thriller a tinte horror in cui è impossibile immaginare il finale?
Un melodramma sul valore incrollabile della famiglia, unico appiglio nel mondo moderno?
O forse un dramma sulla lotta di classe in cui  la casa è metafora della società stessa?



Dopo la parentesi americana e non perfettamente riuscita rappresentata da Okja, Bong Joon-ho torna a dirigere un film coreano in tutto e per tutto, ritrovando anche un attore feticcio come Song Kang-ho, probabilmente il più grande fra gli attori coreani contemporanei, e si fa perdonare qualsiasi critica gli sia stata mossa nel film precedente.

Nella prima, fantastica, ora di film, si assiste alla scalata truffaldina di una famiglia povera, ma tutt'altro che sprovveduta. Sono quasi disgustosi, e il regista sembra volercelo comunicare in tutti i modi, in una casa squallida e sporca che li rispecchia perfettamente. Ma sono anche incrollabilmente uniti e scaltri, tanto da riuscire a infilarsi, uno ad uno, nella casa di una famiglia benestante, la cui moglie è "giovane e semplice" e si fida ciecamente di loro, prima come tutor per i figli, poi come autisti, o governante. La casa dei ricchi, specularmente a quella dei poveri, è pulita, luminosa, con oggetti di design e grandi spazi vuoti. Ma proprio quando sembra che il film sia indirizzato verso un certo discorso, ecco che il ritmo si spezza e un colpo di scena irrompe a cambiare totalmente toni e generi.

A questo punto la casa, specchio dei proprietari, diventa metafora vera e propria e protagonista indiscussa del film, teatro di uno scontro sanguinoso fra poveri al fine di ottenere anche solo una briciola di quel lusso che hanno solo assaggiato ma di cui già non riescono più a fare a meno.
Sta tutta qui la genialità di Parasite, nel modo in cui Bong Joon-ho amalgama critica sociale, commedia, thriller serrato e una vena di horror senza che nessun genere prevalga mai sull'altro e senza che l'attenzione cali mai nemmeno per un secondo, fino al finale inaspettato e struggente, quasi un melodramma.

Chi sono quindi i parassiti del titolo? Sono i truffatori? Sono i ricchi borghesi incapaci di vedere anche ciò che è sotto il loro naso? O forse qualcun altro che non ci aspettavamo di ritrovarci in casa? 
O, ancora, non è forse la società stessa a succhiare dai cittadini, proprio come un parassita?

Il regista coreano non ci dà una risposta certa, ma ci mostra, semplicemente, che è così, che vige la legge del più forte e che bisogna uccidere per non essere uccisi.

Divertente, commovente, al cardiopalma, si attraversano davvero tutte le emozioni possibili guardando Parasite, grazie a una scrittura geniale e a una regia brillante e intelligente. 
Sicuramente uno dei film più belli di questa annata cinematografica.


venerdì 31 maggio 2019

Cannes 2019 - Bong Joon-ho vuole incontrare Gianni Morandi. La risposta del cantante.

Con il suo ultimo film, Parasite, regista coreano Bong Joon-ho ha appena coronato un suo sogno, vincere il Festival di Cannes, ora però ha espresso un altro grande desiderio: conoscere Gianni Morandi!

Può sembrare una notizia surreale ma c'è un punto d'incontro tra i due. Nella colonna sonora film che ha vinto la Palma d'Oro 2019 e che ha ricevuto applausi ed elogi da critica e pubblico, c'è la canzone "In Ginocchio da Te" di Gianni Morandi, che accompagna non una scena a caso ma quella finale. Una scelta molto particolare, che ha sorpreso non poco gli italiani presenti, ma perfettamente sensata all'interno della storia.

Dopo la vittoria, con la Palma ancora tra le braccia, Bong Joon-ho ha dichiarato pubblicamente a tutti i giornalisti italiani che ha incontrato di essere un grande fan del cantante e di volerlo incontrare. Ovviamente non possiamo non chiederci come e quanto Bong Joon-ho è diventato fan di Morandi. Comunque, la dichiarazione e la richiesta del regista è arrivata, tramite il distributore italiano del film (Academy Two), fino a Gianni Morandi, che si è detto molto sorpreso. "Mi vuole conoscere?", ha dichiarato il celebre cantante, "Sono sorpreso e contento. Magari vado io da lui, potrebbe essere l'occasione per un tour in Sud Corea, dove non sono mai stato". Morandi ha postato su Facebook un video omaggio al film vincitore, accompagnato ovviamente dalla canzone "In Ginocchio da Te".

A questo punto possiamo solo sperare che l'incontro avvenga presto, sarebbe un momento bellissimo.

mercoledì 29 maggio 2019

Dolor y Gloria - la recensione

Torna dopo tre anni Pedro Almodovar e lo fa con un film che più autobiografico non si può, una vera e propria confessione su pellicola, una messa a nudo di se stessi a 360 gradi, dai malanni dolorosi del corpo a quelli forse ancora più dolorosi dell'anima. 
E non è un caso, infatti, che una confessione di questo tipo arrivi con la musa Penelope Cruz e l'amico Antonio Banderas, nel festival che lo ha lanciato e che è sempre stato il suo festival, ovvero Cannes.


Salvador, palese alter ego del regista, è un uomo tormentato da dolori fisici e che si ritrova sulla soglia della vecchiaia a rivalutare la sua vita, partendo dall'infanzia, al suo rapporto con la madre e con il cinema, e la sua sessualità. Non vediamo mai la "gloria" del titolo, sappiamo e conosciamo l'apice del successo, ne vediamo solo il prima e il dopo, intrecciati in una serie di rimandi, ricordi e suggestioni meta narrative che creano un'atmosfera intima da cui è difficile non farsi avvolgere.
Antonio Banderas, rinato anche lui alla gloria, vincitore del premio come migliore attore a Cannes e in profumo di nomination all'Oscar, è l'anima e il corpo del suo regista, e riesce a essere incredibilmente intenso anche con pochi sguardi, a partire dalla scena iniziale in cui lo vediamo galleggiare, senza peso, in una piscina.



Molto si è detto circa il fatto che per apprezzare davvero questo film, la conoscenza dell'opera dell'autore spagnolo sia necessaria, ma sarebbe una cosa sbagliata ridurre Dolor y Gloria a un puro gioco di citazioni dei precedenti film, o a una semplice autobiografia. Se è vero che la conoscenza pregressa del cinema di Almodovar permette di poter godere di molti rimandi visivi e di riconoscere nella centralità del corpo uno dei temi a lui più cari (la sensualità in primis, ma qui il corpo a tutto tondo, inteso per se stesso), non si può non trovare il film bellissimo in ogni caso, perché oltre l'aspetto più intimo e personale, si gode di una storia che parla a ognuno di noi in modi diversi ma con uguale efficacia, grazie alle immagini e alle parole e al di là della produzione precedente del regista.


Un film potente, intimo e commovente che mette a nudo il suo autore grazie a uno straordinario Antonio Banderas, volto e soprattutto corpo del suo alter ego su schermo. Chi ama Pedro Almodovar non potrà non considerare questo come probabilmente il suo film più bello, chi vi si approccia per la prima volta non vedrà l'ora di recuperarne la filmografia, in ogni caso non si può rimanere indifferenti.

sabato 25 maggio 2019

Cannes 2019 - Palma d'oro a Parasite di Bong Joon-ho

Si è conclusa poco fa la 72a edizione del Festival di Cannes. La Palma d'Oro 2019 è stata assegnata al film Parasite (Gisaengchung) del regista coreano Bong Joon-ho.

Un vincitore quasi annunciato, il film era da tutti considerato il favorito, ha ricevuto subito delle recensioni entusiastiche, conquistando critica e pubblico.
Altro vincitore annunciato, Antonio Banderas, che ha ricevuto il premio come migliore attore per la sua ottima performance nel film Dolor y Gloria di Almodovar. Migliore attrice la britannica Emily Beecham per il film Little Joe.

Resta a mani vuote Quentin Tarantino con il suo C'era una Volta a Hollywood (che però ha vinto la Palm Dog per il miglior cane in un film, premio ritirato dallo stesso regista). Nessun premio anche per l'unico film italiano in Concorso, Il Traditore di Bellocchio.

Ecco tutti i vincitori, del Concorso e della sezione Un Certain Regard.

Palma d’Oro: “Parasite,” Bong Joon-ho
Grand Prix: “Atlantique,” Mati Diop
Gran Premio della Giuria: “Les Misérables” (Ladj Ly) e “Bacurau” (Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles)
Migliore attrice: Emily Beecham, “Little Joe”
Miglior attore: Antonio Banderas, “Dolor Y Gloria”
Miglior regista: Jean-Pierre & Luc Dardenne, “Young Ahmed”
Miglior sceneggiatura: “Portrait of a Lady on Fire,” Céline Sciamma
Menzione speciale della giuria: “It Must Be Heaven,” Elia Suleiman
Camera d’Or: “Our Mothers,” César Díaz
Palma d’Oro al cortometraggio: “The Distance Between Us And The Sky,” Vasilis Kekatos
Menzione speciale della giuria: “Monstruo Dios,” Agustina San

Queer Palm (lungometraggio): “Portrait of a Lady on Fire,” Céline Sciamma
Queer Palm (cortometraggio): “The Distance Between Us And The Sky,” Vasilis Kekatos

Un Certain Regard Award: The Invisible Life of Eurídice Gusmão by Karim Aïnouz
Un Certain Regard Jury Prize: Fire Will Come by Oliver Laxe
Un Certain Regard Award for Best Director: Kantemir Balagov for Beanpole
Un Certain Regard Jury Award for Best Performance: Chiara Mastroianni for On a Magical Night
Un Certain Regard Special Jury Prize: Albert Serra for Liberté ; Bruno Dumont for Joan of Arc
Coup de Cœur Award: A Brother’s Love by Monia Chokri ; The Climb by Michael Angelo Covino

venerdì 24 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 10

Mentre Fuori Concorso Sylverster Stallone presenta le prime immagini di Rambo: Last Stand, ultimo capitolo della saga che vede protagonista il personaggio di Rambo, in Concorso vengono presentati due film molto diversi: Il Traditore di Marco Bellocchio, e Mektoub, My Love: Intermezzo di Abdellatif Kechiche.

Convince Il Traditore di Bellocchio, l'unico film italiano in Concorso quest'anno è stato accolto bene dal pubblico e dalla stampa, che in particolare ha elogiato la performance del protagonista Piefrancesco Favino.

Il film racconta vent'anni della vita di Tommaso Buscetta (Favino), primo grande pentito di mafia. Dagli anni '80 fino alla sua morte nel 2000, l'esilio in Brasile, la lotta con i Corleonesi, l'arresto e la decisione di diventare collaboratore di giustizia, mossa che portò al maxiprocesso contro la mafia, fino alla testimonianza contro Andreotti che gli si ritorse contro.

Un film diverso dai precedenti lavori del regista, e a confermarlo è lo stesso Marco Bellocchio. "Forse somiglia un po’ a Buongiorno, Notte, ma è un film diverso", ha spiegato il regista, "perché i personaggi si chiamano con i loro veri nomi, ma lo sguardo è più esposto all'esterno, i protagonisti sono spesso in pubblico, per esempio nel gran teatro del maxiprocesso di Palermo, trascurando quei tempi psicologici, quelle nevrosi e psicosi borghesi che sono state spesso la materia prima dei miei film [...] La mia preoccupazione era di fare un film non convenzionale, ma semplice, popolare. Era necessario rappresentare i tanti delitti della mafia ma con una propria forma che io ho ricercato nella dimensione teatrale. Il Maxiprocesso è in assoluto un luogo teatrale dove lo spettacolo si gioca tra i mafiosi che volevano che il grande processo fallisse e Buscetta capace di controbattere nel confronto. Quando Buscetta fa il confronto in aula con Calò è come assistere alla performance di due vecchi attori".
Grande lavoro sul personaggio di Buscetta di cui il regista all'inizio sapeva solo quello che aveva potuto leggere sui giornali. "Poi ho letto libri, incontrato persone che lo avevano conosciuto", ha raccontato Bellocchio, "Non è un eroe ma un uomo coraggioso, che non ha paura di morire ma che non vuole morire. Buscetta era un conservatore, avrebbe voluto che la mafia fosse rimasta quella di un tempo. Era un uomo ignorante, non aveva studiato ma aveva una grande personalità, un certo carisma. Incarnava la quintessenza dell'italianità, amava la vita, le donne, amava la moglie ma la tradiva".

Ottimo Pierfrancesco Favino, che ha fortemente voluto questo ruolo, lodato dalla stampa per la sua performance carismatica per cui è dovuto ingrassare quasi dieci chili. "La sua fisicità rimanda alla ruralità della mafia", ha spiegato l'attore, "Gli stomaci rotondi, un’aria tozza che tentano di sfinare con i completi. Una presenza fisica che mi serviva anche per il respiro, perché quando prendi peso cambia il tuo modo di respirare. E poi dovevo raccontarlo nel corso degli anni, quindi bisognava proprio ingrassare. Non è virtuosismo". E poi sul personaggio: "È stato un fine stratega della comunicazione. [...] Gli altri lo vedono come il traditore, l’infame, la spia: ma gli occhi degli altri sono importantissimi anche per la sua vanità. Il fascino che emanava dipendeva dalla sua leggenda. Falcone è l’unica persona che sia riuscita a manipolare Buscetta, ma l’incontro con il giudice lo cambia, perché anche Falcone, come lui, è qualcuno che crede fino in fondo al suo sogno. Tra i due non ci fu amicizia ma un certo rispetto siciliano".

Buono anche il riscontro per il mercato estero, il film è già stato acquisito da 20 paesi, la Sony Classic lo distribuirà negli USA con il titolo The Traitor.


Torna in Concorso anche Abdellatif Kechiche, con il suo Mektoub, My Love: Intermezzo, seguito del film Mektoub, My Love: Canto Uno (2017), che ha fatto gridare allo scandalo la platea di giornalisti.

Sia questo film che il precedente sono basati sul romanzo "La Blessure, la vraie", di François Bégaudeau, e raccontano la storia d'amore di Ophélie (Ophélie Bau) e Amin (Shaïn Boumédine), in mezzo a una complicata rete di relazioni e tradimenti. La trama di Intermezzo vede Amin, diviso tra la possibilità di svoltare con la carriera di attore grazie a un produttore che ha mostrato interesse nei suoi confronti, e due donne, quella che ama e la moglie del produttore che sembra molto interessata a lui.

Un film circa tre ore e mezza (ma in realtà dura 4 ore) che, a parte l'apertura in spiaggia e la chiusura mattutina, si svolge quasi tutto nello stesso luogo, una discoteca, e per più di due ore procede in tempo reale, con la telecamera fissa e insistente a seguire i protagonisti e tutto quello che si muove intorno a loro, balli sfrenati, l'alcol, i baci, il sesso, e soprattutto gli sguardi.
Durante la conferenza stampa il regista ha motivato la scelta di un unico luogo con una visione "mitologica, con riferimento al mito della caverna. L’idea è stata quella di rintracciare dei valori". "Con questo film volevo rappresentare il desiderio, celebrare la vita, l’amore, il corpo, la musica", ha continuato Kechiche, "Volevo un’esperienza di cinematografia libera, cercare altre forme narrative, "rompere" le regole narrative. È stato un esperimento, con un’estetica differente; il film racconta diverse storie e differenti personaggi, per cui ho avuto differenti modelli d’ispirazione".

Kechiche non è certo nuovo a scandali, sia il precedente che La Vita di Adele (che vinse la Palma d'Oro nel 2013) avevano suscitato reazioni molto forti da parte di pubblico e stampa, e stavolta non è stato da meno. Durante le proiezioni qualcuno ha abbandonato la sala prima della fine del film. Motivo? una lunga scena di sesso orale (12 minuti circa) con la telecamera fissa sulle parti intime della ragazza. Una momento che ha disturbato non poco la platea. Ma non è stata solo la lunghissima scena di sesso esplicito, anche l'insistenza con cui il regista riprende continuamente il corpo femminile ha infastidito molto una parte della stampa, in particolare quella femminile.
Una morbosità e un voyeurismo troppo eccessivo che secondo qualcuno sconfina nel pornografico, e quindi non adatto a un festival come quello di Cannes, e c'è stato anche chi ha accusato il regista di maschilismo (non è la prima volta). Questi aspetti sono venuti fuori durante la conferenza stampa ma Kechiche ha tagliato corto, mostrando anche un po' di fastidio: "Non a tutti può piacere questo genere di film e la cosa non è un dramma, perché non tutti guardano allo stesso modo, ma io amo i miei personaggi e il loro fuoco. Non tutti riescono a vedere la potenza dei personaggi. Per me Intermezzo era un modo per uscire dalla visione frammentata del mondo, per ritrovare i rapporti tra gli esseri umani".

Mektoub, My Love: Intermezzo è un film senza mezze misure, se una parte dei critici è uscita disgustata dalla sala prima della fine, dall'altra c'è chi ha apprezzato molto il film, che infatti ha ricevuto anche ottime recensioni.

giovedì 23 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 9

Dopo un periodo di apparente polemica, torna in Concorso al festival il regista canadese Xavier Dolan, con il suo nuovo film Matthias & Maxime.

Non solo regista ma anche attore protagonista, Dolan torna nel doppio ruolo a sei anni dal suo Tom à la Ferme (2013).
Il film racconta la storia di due grandi amici, Matthias (Gabriel D'Almeida Freitas) e Maxime (Dolan, che recita con una grossa voglia rossa sulla guancia), entrambi accettano di comparire in un cortometraggio diretto da una loro amica e, per esigenze di scena, i due si scambiano un bacio. Le conseguenze di quel bacio dato per gioco saranno inaspettate. Nei due si insinua il dubbio, inizieranno a chiedersi quale sia il loro vero orientamento sessuale, mettendo in pericolo l'amicizia di una vita.

Il senso del film, secondo il regista, è la ricerca del proprio posto nel mondo. "Questo è stato, senza dubbio, il leit motiv dei miei vent'anni, un po' come accade alla maggior parte delle persone", ha dichiarato Xavier Dolan durante la conferenza stampa, "Con il successo, per me è arrivato anche l’isolamento, e fino ai venticinque anni stavo solo la maggior parte del tempo. Poi delle persone straordinarie hanno incrociato il mio cammino, ho lasciato che si avvicinassero e loro mi hanno accolto. Con loro al mio fianco ho avuto la possibilità di riscoprire delle persone con cui essere soprattutto me stesso, prima di essere il regista o lo scrittore. Matthias & Maxime, raccontando un’altra storia, parla di amicizie come queste. Giovani adulti che hanno provenienze e status differenti, e che, arrivati a quel particolare periodo di cambiamenti, si chiedono com'è successo a me? qual è il posto a cui dovrebbero appartenere?".
Matthias & Maxime è un film con dei toni molto diversi di precedenti lavori del regista, più luminoso, più ironico, ed era proprio questa la volontà di Dolan. "Non è un mix delle mie pellicole precedenti", ha detto il regista, "ma l’opportunità di esplorare qualcosa di diverso. Da un punto di vista estetico, è meno dark, con toni meno cupi e colori pastello. Una sorta di transizione per me, che mi porterà ad aprire un nuovo capitolo della mia vita".

Il film ha avuto una buona accoglienza.



Presentato sempre in Concorso, Roubaix, une lumière, nuovo polar diretto da Arnaud Desplechin. Con Lea Seydoux e Roschdy Zem protagonisti.

Il film racconta la storia del commissario Daoud (Roschdy Zem), che la notte di Natale vaga per le strade di Roubaix, cittadina in cui è cresciuto, per cercare di risolvere un caso di omicidio, un'anziana donna uccisa in modo brutale e in cui le uniche sospettate sono due donne, Claude e Marie, alcolizzate, povere e amanti. Ad accompagnare il commissario ci sarà l'ultimo arrivato.

Un ritorno a casa per il regista, nato a Roubaix, che per fare il film si è lasciato ispirare dal libro Delitto e Castigo. "Dopo Les fantômes d'Ismaël, un fuoco d’artificio di finzione, avevo bisogno di deporre le armi davanti agli attori e filmare la mia città natale, Roubaix", ha spiegato Arnaud Desplechin, "Mi sono ricordato di un fatto di cronaca che aveva impressionato me e tante altre persone, l'omicidio di una anziana strangolata da due donne e così ho costruito una storia che usa veri poliziotti e persone del luogo, insieme ad attori professionisti e a una scrittura che deve molto a Delitto e castigo di Dostoevskij, un libro a cui pensavo tutti i giorni".

Il film ha convinto e ha ricevuto ottime recensioni.

mercoledì 22 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 8

Era il film più atteso di questa edizione e, in un modo o nell'altro, non ha deluso le aspettative. Presentato in Concorso C'era una Volta a Hollywood, nono film di Quentin Tarantino.

Un numeroso cast di altissimo livello, con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, e tanti altri, e una storia inventata inserita nella Hollywood di fine anni '60, e che corre parallela a un fatto di cronaca reale, l'efferato omicidio di Sharon Tate da parte degli adepti di Charles Manson, compiuto esattamente 50 anni fa.

Al centro della storia c'è Rick Dalton (DiCaprio), un attore di serie tv deciso a fare il salto di qualità e approdare finalmente nel cinema. Al suo fianco il fedele Cliff (Pitt), storica controfigura e ora anche autista di Dalton. Il passaggio dalla tv al cinema non è per niente semplice, e mentre Dalton cerca disperatamente un modo per sfondare, nella villa accanto alla sua accadrà l'impensabile: un gruppo di giovani e apparentemente spensierati hippie, seguaci di un certo Charles Manson, ucciderà in modo brutale l'attrice Sharon Tate, incinta al nono mese, e alcuni suoi ospiti.

C'era una Volta a Hollywood è un capitolo nuovo nella carriera di Quentin Tarantino, meno azione e meno "pulp" (a parte una scena finale molto tarantiniana), più dialoghi, una maggiore dilatazione dei tempi, e una enorme quantità di Cinema, tra citazioni e omaggi.
Buona l'accoglienza del film alla fine della premiere, mentre la stampa si è divisa. Molte le recensioni e i commenti positivi che parlano di un Tarantino in grande spolvero, ma ci sono stati anche commenti più freddi, delusi da un film che, secondo il loro giudizio, non offre nulla di nuovo, o contrariati da alcuni aspetti.

Durante la conferenza stampa Tarantino è sembrato molto rilassato e felice, ma davanti ad alcune domande, sulla rappresentazione delle donne o sull'uso dell'omicidio di Sharon Tate, le risposte sono state piuttosto lapidarie e sbrigative. Al regista è stato chiesto della possibile reazione di Roman Polanski. "Non ci siamo mai parlati", ha risposto Tarantino, "L’ho incontrato un paio di volte in vita mia. Nel film ne parlo come del regista più "caldo" dell’epoca. Rosemary's Baby aveva fatto un incasso enorme, e quello è anche il mio preferito. Sono un grande fan di quel film". Sul fatto che Margot Robbie/Sharon Tate nel film abbia pochissime battute e sia stata rappresentata solo come un'attrice bella e sensuale, Tarantino ha risposto secco: "Rigetto la sua ipotesi".
Molto più aperto invece sulla questione Charles Manson e la sua Familia, su cui il regista si è informato molto. "Nella vicenda dell’omicidio di Sharon Tate mi ha attratto l’impossibilità di dare una spiegazione a questa strage terribile", ha raccontato Tarantino, "Ho fatto qualche ricerca, ho letto libri, ma non mi sono dato una spiegazione. Questi giovani hanno compiuto un’azione incomprensibile e questo rende la vicenda affascinante. Siamo affascinati perché non riusciamo a comprenderla". Il regista nel film offre anche un ritratto tutto suo della comunità di Charles Manson. "Degli hippie che ho immaginato vivessero in un ranch dove prima si giravano western tv", ha spiegato, "Ho voluto mostrare la loro vita quotidiana, mentre portano i turisti a fare delle passeggiate a cavallo, sono gentili, amichevoli, ma le cose non sono esattamente come appaiono".

E poi c'è il Cinema, in un film che Leonardo DiCaprio definisce "una lettera d’amore all'industria cinematografica". Una lettera d'amore nostalgica verso la Hollywood di una volta. Quentin Tarantino si è divertito molto a creare una carriera al personaggio di Rick Dalton e inserirla in un contesto reale, come quando l'attore viene spedito in Italia per girare un film con Sergio Corbucci. "Sergio è uno dei più grandi, uno dei miei preferiti", ha dichiarato Tarantino, "Con Django Unchained ho fatto la mia versione del suo film e quando Rick Dalton, il personaggio di DiCaprio viene spedito dal suo produttore [Al Pacino] a Roma per girare "Nebraska Jim", diventa parte di quella storia. Rick non lo apprezza ma se io lo incontrassi quarant'anni dopo gli direi: "Ma tu hai davvero lavorato con Sergio Corbucci?!". Poi ho immaginato che dopo quello, Rick abbia girato Operazione Dyn-o-mite! ma con Antonio Margheriti perché ho pensato che Rick si sarebbe comportato talmente male che Corbucci un secondo film non glielo avrebbe fatto fare".

Ovviamente l'attenzione era anche puntata sui protagonisti del film, la coppia d'oro formata da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, entrambi alla seconda esperienza con il regista. "Ci sono veramente poche persone al mondo che hanno una conoscenza così profonda della storia del cinema, della musica e della televisione", ha detto DiCaprio parlando di Tarantino, "È come entrare nel database di un computer, è incredibile. Questo film per lui è il suo ritorno a casa, un gesto d'amore nei confronti di questo mondo che siamo così fortunati di abitare e a tutti gli attori misconosciuti che lo hanno reso grande". DiCaprio inoltre ha dichiarato di essersi immedesimato molto nel suo personaggio: "Sono cresciuto nell'industria del cinema e capisco Rick nel suo sentirsi perduto. Lotta per ritrovare la fiducia in se stesso, per ottenere un nuovo ruolo. Io sono stato molto fortunato come attore, ma queste cose accadono". "I due sono come una sola persona", ha continuato Brad Pitt parlando dei personaggi di Rick e Cliff, "una persona che deve accettare questa situazione di cambiamento. Sono due outsider, però il mio personaggio, Cliff, è un po' più navigato, ha superato la fase di depressione, è in pace con se stesso, accetta quello che la vita gli porta". L'attore poi fa una sua personale analisi del film: "Racconta la perdita di innocenza di un'epoca, era un tempo di pace e amore, poi la tragica morte di Sharon Tate è stato uno shock che ha mostrato il lato oscuro di quell'epoca".
Diverso il compito di Margot Robbie, chiamata ad interpretare una persona reale, un'attrice famosa come Sharon Tate che ha subito un destino davvero crudele, e ha dovuto farlo con poche battute a disposizione e una rappresentazione che guarda soprattutto all'esaltazione della sua bellezza. "Ho visto tante cose su Sharon Tate, ho fatto molta ricerca e ho letto il più possibile", ha spiegato l'attrice, "ma allo stesso tempo, come attrice, penso di dover comprendere il ruolo del mio personaggio nella storia. Per me lei è la vera luce del film, sapevo che questo doveva essere il mio compito e ho cercato di farlo rispettando il personaggio nella memoria della vera Sharon Tate. Quello che mostra, cioè la perdita dell’innocenza, avviene senza parlare, senza bisogno di dialoghi".

Negli USA il film uscirà il 26 luglio. In Italia arriverà il 19 settembre.


Ieri in tarda serata è stato presentato in Concorso il nuovo film di Bong Joon Ho, Parasite (Gisaengchung), che rinnova la collaborazione del regista con il suo attore feticcio Song Kang Ho.

Il film racconta la storia della famiglia Ki-taek, molto povera, un po' cialtrona , disoccupata ma molto interessata allo stile di vita dei ricchi. Quando il figlio dei Ki-taek, falsificando i suoi requisiti, viene chiamato a dare lezioni d'inglese alla figlia di una famiglia ricca, i due mondi si incontreranno e le due famiglie resteranno improvvisamente invischiate in una strana e assurda storia.

Per Parasite, dove il "parassita" del titolo è il figlio della famiglia Ki-taek che si insinua nella famiglia ricca, è stato un tripudio, il film è stato accolto benissimo dalla platea e ha poi raccolto critiche davvero entusiastiche. Si tratta di un film sulle differenze sociali ma il tutto è raccontato con lo stile unico di Bong Joon Ho.

"È un dramma familiare con due famiglie coreane, una ricca e una povera", ha dichiarato il regista coreano, "È difficile da definire come genere. Potrebbe essere un crime drama. Potrebbe essere un dramma familiare. Potrebbe essere una commedia nera. È un mix di una varietà di generi". Il tema della famiglia è ricorrente nei lavori del regista. "Non sono necessariamente ossessionato dal tema della famiglia", ha spiegato Bong Joon Ho, "ma questo film è diverso dai miei precedenti, dove le famiglie erano incomplete. Mi sono occupato spesso di famiglie incomplete e di come una famiglia con membri mancanti riesca a trovare un equilibrio. Ma questo film, Parasite, presenta una famiglia convenzionale, con quattro membri al suo interno, e io sono più interessato a come queste due famiglie convenzionali si incontrano e che tipo di dramma emerge dal loro incontro".
Secondo molti, il film potrebbe essere un candidato forte per la vittoria della Palma d'oro, o di qualche altro premio.

martedì 21 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 7

Due signore del cinema francese sono le protagoniste della settima giornata del Festival di Cannes: Isabelle Huppert e Fanny Ardant.

In Concorso, diretta dal regista americano Ira Sachs, Isabelle Huppert è la protagonista del film Frankie.

L'attrice interpreta Frankie, una donna vicina alla fine della propria vita, e per questo motivo organizza una vacanza a Sintra, in Portogallo, per dirsi addio in modo elegante. Insieme alla donna ci saranno il marito, l'ex marito, il figlio, alcuni colleghi e una cara amica a cui Frankie vorrebbe tanto trovare un uomo. Nell'arco di una giornata verranno fuori interessi, affetto, invidia, e la questione eredità.
Ottima l'interpretazione di Isabelle Huppert (ma questa non è certo una novità), che sul suo personaggio ha dichiarato: "Frankie racconta l'indicibile realtà in cui ci si ritrova quando qualcuno sta per morire. All'improvviso ci si trova davanti all'impossibilità di dire ciò che si ha, di parlare della propria malattia. Resta in qualche modo come innominabile nel film e questo la rende ancora più paurosa. Frankie racconta questa dimensione della malattia e della morte alla quale non si pensa mai. La cosa più dura da sopportare per il mio personaggio è il fatto che gli altri piangono ed è proprio per questo che lei si tiene lontana dal dolore. La sua distanza è un modo per trovare un'uscita che non c'è".
L'attrice ha apprezzato molto la visione del regista. "Non cede mai ad alcun cliché sulla malattia", ha dichiarato, "proprio come fa Frankie verso i suoi parenti, almeno quelli che sanno che sta per moriree. Questo film è per certi versi sorprendente, originale e mai lacrimoso. Il desiderio di Sachs di non cadere nel pathos è il cuore stesso della sua scrittura".

Nel cast anche Jérémie Renier, Marisa Tomei, Brendan Gleeson, Pascal Greggory, e Greg Kinnear.



Presentato Fuori Concorso, e accolto molto bene, il film francese La Belle Epoque, con Fanny Ardant e Daniel Auteuil protagonisti.

Auteuil nel film interpreta un sessantenne la cui vita viene stravolta dall'offerta di un uomo che si propone di far rivivere il momento più bello della propria vita grazie a una serie di efficaci espedienti teatrali e ricostruzioni storiche. Il protagonista decide così di rivivere quella che considera come la settimana più importante della sua vita, andando indietro di 40 anni.

Nel film Fanny Ardant interpreta una donna vitale, mondana e di successo, e ha confessato che il film, e in particolare il personaggio di Daniel Auteuil le ha ricordato Marcello Mastroianni. "Ho pensato a Marcello Mastroianni e al suo modo di essere", ha raccontato l'attrice, "il personaggio che interpreta Daniel Auteuil me lo ricordava tanto, mi e' piaciuto pensare fosse ispirato a lui e anche per questo ho accettato il film, pensando ad un omaggio sentimentale a Marcello".

Il film è stato acquisito da I Wonder Pictures e arriverà in Italia in autunno.

lunedì 20 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 6

Presentato in Concorso il nuovo film di Terrence Malick, A Hidden Life, accolto piuttosto bene dalla critica.

Malick non era presente alla conferenza stampa ma era a Cannes e ieri ha assistito all'anteprima serale. Il regista più schivo del mondo non è riuscito ad evitare di essere immortalato in alcuni video e foto.

La pellicola è tratta da una storia vera, quella del contadino austriaco Franz Jägerstätter (August Diehl) che viveva, insieme alla moglie e alle tre figlie, in un piccolo villaggio vicino al confine con la Germania. Convinto cattolico e obiettore di coscienza, Franz fu l'unico nel villaggio a non piegarsi alla volontà dei nazisti e a votare contro l'annessione dell'Austria alla Germania di Hitler. Una volta scoppiata la guerra si rifiutò di arruolarsi e di prestare giuramento al Reich e a Hitler e per questo venne accusato di tradimento, portato a Berlino, incarcerato e poi ucciso.


La presentazione del film è stata affidata ai due attori protagonisti, August Diehl e Valerie Pachner, entrambi entusiasti di aver lavorato con Malick.
"È uno dei film più emozionanti nella mia carriera", ha dichiarato Diehl, "Non lo ritengo un film sugli eroi, ma piuttosto sulle scelte personali e silenziose, legate all'invisibilità del privato e non alla notorietà dell'eroe. È anche un film sociale, sulle persone che, mentre tutti acconsentono, si fermano e dicono no, perché sentono che c’è qualcosa di sbagliato. Un tema attuale, specialmente nell'Europa di oggi con gli sviluppi storici cui assistiamo. Ma non è qualcosa solo di politico, riguarda più in generale l’approccio personale, il capire che ci sono cose giuste e cose sbagliate".

Nel cast anche Matthias Schoenaerts, Michael Nyqvist e Bruno Ganz, per gli ultimi due in particolare si tratta di un film postumo, per Ganz proprio l'ultimo lavoro fatto.

domenica 19 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 5

Domenica di festival sotto il segno di Alain Delon, a cui sarà consegnata la Palma d'Oro alla carriera.

Incontrando la stampa (selezionata), l'attore ha raccontato la sua carriera, con i suoi momenti cruciali, come quando ha deciso di abbandonare la carriera militare nella Marina, durante la quale ha anche combattuto in Indocina, per dedicarsi al cinema. Una carriera iniziata quasi per caso ma in modo fulminante. "Sin dalla prima volta sono stato quasi subito a mio agio", ha dichiarato Delon, "ho percepito che quella era la mia vita, e le parole che più spesso mi hanno ripetuto gli autori sono state: non recitare, usa lo sguardo e vivi!".
Alain Delon ha poi parlato di quello che, forse, è stato il regista più importante della sua carriera, Luchino Visconti, e ricordandolo l'attore si è commosso. "Mi è stato presentato a Londra, mentre era in corso una rappresentazione del Don Giovanni: ero stato visto recitare e mi veniva ripetuto ‘tu sei Rocco, tu sei Rocco’, così mi hanno fatto conoscere Luchino", ha raccontato Delon, riferendosi ovviamente al grande film Rocco e i suoi Fretelli (1960), un film che "è stato un sacrificio, ma uno di quelli che hanno portato una delle migliori cose possibili".
L'attore ha poi ricordato quando si è affacciato a Hollywood per poi tornare, quasi subito, al cinema europeo. "Ho vissuto là due anni", ha raccontato Delon, "poi però mi mancavano Parigi, i suoi cinema, e così ho lasciato l’opportunità di quella carriera e sono rientrato, applaudito dai francesi per la scelta".

La scelta di Alain Delon come Palma d'Oro alla carriera ha provocato qualche protesta, soprattutto da parte di movimenti femministi a causa di comportamenti non sembra giusti dell'attore nei confronti delle donne. Durante l'incontro con la stampa però, Delon ha ribadito spesso l'importanza delle donne, delle attrici che ha incontrato, per la sua carriera, l'attore ha dichiarato proprio di essere "debitore alle donne per il mio successo". Ha ricordato in particolare Monica Vitti, con cui ha recitato ne L'Eclisse (1962), e ovviamente Romy Schneider, grande amore della sua vita (anche se, finito non benissimo tra i due), con cui ha recitato ne La Piscina (1969), film che l'attore ha confessato di non riuscire più a vedere: "troppo difficile pensando a Romy, anche se è un film magnifico, di cui s’è parlato per molti anni".
La Palma gli verrà consegnata questa sera.



Presentato Fuori Concorso il film francese Les Plus Belles Années d’une Vie, diretto da Claude Lelouche e che vede protagonista Jean-Luis Trintignant e Anouk Aimée. Nel cast anche Monica Bellucci.

Il film è una sorta di sequel della pellicola vincitrice della Palma d'Oro nel 1966, Un Uomo e una Donna, anche se il regista ci tiene a precisare che non è un seguito di quel film. "Non è un sequel, può essere visto anche da chi non conosce l’altro", ha dichiarato Lelouche, "Parla delle tracce che lasciamo nella vita degli altri, è un film solare, positivo. Conferma l’opinione di Hugo, gli anni più belli sono quelli non ancora vissuti. Il presente è più forte del passato". Il riferimento a Victor Hugo è nel titolo, una frase "rubata" direttamente allo scrittore.
Un film girato in soli tredici giorni e che è nato proprio durante il 50° anniversario di Un Uomo e una Donna. "Mentre celebravamo l'anniversario di Un uomo e una donna, osservavo Jean-Louis e Anouk insieme", ha ricordato il regista, "Ridevano, si divertivano insieme, la gioia di ritrovarsi era immensa. Mi sono reso conto che il loro era un incontro incompiuto, e che io volevo prolungarlo indefinitamente".

sabato 18 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 4

Dopo il red carpet di ieri sera, è il giorno di Pedro Almodovar e del suo ultimo film, Dolor y Gloria. In Concorso.

Il grande regista spagnolo realizza uno dei suoi film più intimi e personali, anche uno dei meno eccentrici della sua carriera, e per farlo ha chiamato due dei suoi attori preferiti: Penelope Cruz, alla sua sesta collaborazione col regista, e un bravissimo Antonio Banderas, per l'ottava volta diretto da Almodovar.

Al centro della storia c'è un regista alle prese con una crisi creativa (Banderas) e con dolori fisici, reali, che si trova a riflettere sulla propria vita e il proprio passato e l'infanzia.

La proiezione di ieri sera si è conclusa con scroscianti applausi e una lunga standing ovation che ha commosso Pedro Almodovar, tanti applausi anche oggi, all'ingresso del regista e del cast nella sala per la conferenza stampa. Una gioia che nemmeno la pioggia su Cannes ha potuto offuscare. "Non dimenticherò mai la serata di ieri. E oggi sono molto contento, nonostante la pioggia. Questa pioggia è la più gradita della mia vita", ha dichiarato in apertura il regista.

Un film molto personale e in parte autobiografico, anche se tra Almodovar e il personaggio di Antonio Banderas ci sono delle differenze che il regista ha voluto sottolineare. "La gloria di Salvador, nel film, è nel successo che ha avuto, nel magnifico appartamento in cui abita, circondato da opere d'arte", ha spiegato Almodovar, "Per me invece la gloria è la possibilità di fare film, di raccontare storie e raccontarle nella miglior maniera possibile, nella mia maniera, che può anche essere piccola, insignificante, ma è la mia, e credo sia importante correre il rischio di ascoltare la propria voce interiore. Sento di aver raggiunto il successo ogni volta che riesco a fare esattamente il film che volevo, anche sbagliando, perché comunque si tratta di miei errori. Voglio essere il solo e unico padrone della mia carriera. Il successo e la gloria ovviamente sono pericolosi: se li ottieni, devi stare attento a non perderti, a restare con i piedi per terra".
"Ci sono molte cose inventate in Dolor y Gloria", ha continuato il regista, "Di solito, quando comincio a scrivere, le prime righe sono legate alle mie esperienze personali, ma poi la finzione prende piede, e quando succede, sento che non la devo più abbandonare". Ad esempio la scena in cui Salvador si rende conto di essere omosessuale guardando un operaio nudo mentre si lava, non è autobiografica ma possibile. "Sono contento di quella scena, è molto sottile", ha detto il regista, "Non mi sono innamorato di nessun operaio quand'ero piccolo, quindi non dovete prendere il film alla lettera. Però, tutto ciò che accade al personaggio, sarebbe potuto succedere a me".

Altro personaggio centrale nel film è quello della madre di Salvador, interpretata da Penelope Cruz, e anche in questo caso, non è proprio la rappresentazione della madre di Almodovar, ma quasi. "C'è il mio modo di sentire nel rammentare mia madre e la mia infanzia", ha dichiarato il regista.

Il film è stato accolto molto bene, ha ricevuto critiche positive, con particolari lodi all'interpretazione di Antonio Banderas, e c'è già chi lo piazza tra i possibili premiati.

Dolor y Gloria è uscito nei cinema italiani ieri, 17 maggio.



Fuori Concorso, presentate i primi due episodi della serie Amazon Prime, Too Old to Die Young, diretta da Nicolas Winding Refn. Con Miles Teller protagonista.

La serie racconta la doppia vita di un detective (Teller) in crisi esistenziale, di giorno a difesa della legge, di notte spietato assassino. Una doppia vita che lo fa scivolare in una spirale di violenza e omicidi.

"L'idea è venuta mentre ero in auto, a Los Angeles, stavo lavorando a The Neon Demon. Era il periodo in cui Netflix si stava affermando e sembrava che tutti volessero lavorare per la tv. Io non la guardo molto, ma ero incuriosito dalle possibilità del mezzo, come esplorare un nuovo modo di comunicare", ha raccontato Refn durante la conferenza stampa, "Ho iniziato ad avere il desiderio di lavorare alle tematiche come religione e morte, e il titolo mi è venuto spontaneo, Too Old to Die Young. [...] In quel periodo ci sono state le elezioni e mi sono sentito un alieno. Ho sperimentato da vicino l’evoluzione dell’America e così è nata l’idea di uno show dove le donne, i teenager fossero la speranza... e gli uomini la distruggessero".
Il regista però non vede il suo lavoro come una serie tv: "Non è una serie televisiva, è un film di tredici ore. All'interno, volevo che tutto dipendesse da due fattori: l'immagine e il silenzio. La prima è fondamentale per me, è il più efficace elemento comunicativo che abbiamo. Il silenzio invece può essere un'arma usata per rivelare le paure, o può dar vita a situazioni poco piacevoli, ed era proprio questo che desideravo esplorare".

Refn infine anticipa qualcosa su uno specifico episodio della serie. "In ogni mio film c'è una scena madre", ha detto il regista, "e anche qui, nel nono episodio. Ma non vi dirò qual è, dovrete capirlo da soli".

Nel cast anche John Hawkes e Jena Malone. Su Amazon Prime dal 14 giugno.

venerdì 17 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 3

Terzo giorno di festival e in Concorso arriva il due volte vincitore della Palma d'oro Ken Loach.

Il regista britannico torna sui temi a lui più cari, la working class, con il suo nuovo film Sorry We Missed You.

Al centro della storia ci sono Ricky (Kris Hitchen) e Abby Turner (Debbie Honeywood) e la loro vita segnata dalla precarietà lavorativa, lui è un fattorino mal pagato e lei una badante a domicilio, ma nonostante questo cercano di vivere dignitosamente provando a non far mancare niente ai loro figli. Una vita dignitosa ma mai stabile, con una casa mai davvero di proprietà e una condizione finanziaria sempre al limite, la svolta arriva quando Abby vende l'auto per permettere a Ricky di comprare un furgone e mettersi in proprio, ma il continuo viaggiare farà sorgere nuovi problemi e metterà a rischio l'unità familiare.

A spingere Ken Loach, a 82 anni, a tornare nuovamente dietro la macchina da presa è stata la realtà dei fatti. "Dopo aver terminato 'I, Daniel Blake', avevo pensato: "Bene, forse questo è l’ultimo film", ma quando siamo stati agli empori solidali per le nostre ricerche, molte persone erano lì per cercare lavoro... a tempo parziale, a contratto zero-ore. Questo è il nuovo sfruttamento!", ha raccontato il regista britannico, "Così è emersa l'idea che forse c'era un altro film che valeva la pena fare, non esattamente un seguito di 'I, Daniel Blake', ma un film correlato. [...] Il film cerca di mostrare i dettagli della vita reale della working class. La prima idea, con lo sceneggiatore Paul Laverty, era quella di mettere in luce la dinamica familiare".
Il film è stato girato a Newcastle, una precisa scelta del regista. "Una piccola città, nel Nord, un po' separata dal resto del Paese, cosa che credo renda le personalità dei personaggi più intense", ha spiegato Loach, "ci sono anche molte costruzioni industriali lì, un’ambientazione urbana attuale, ma non affollata di turisti, penso serva per dare eco allo spazio in cui vive la famiglia".


Durante la conferenza stampa il regista ha allargato il discorso alla politica e alla preoccupante ascesa delle destre estremiste. "Oggi le persone sono costrette da questo sistema di precariato e incertezza a sfruttare se stesse. E' una situazione intollerabile e fin quando non si riconoscerà quanto sia intollerabile, non cambieranno le cose. C'è un'esplosione di povertà in Gran Bretagna, l'austerity è una scelta politica.Come coltivare la speranza? Il cinema non può fare molto se non far aumentare la consapevolezza. Dobbiamo sapere di avere il potere del voto, dello sciopero e della rivendicazione di diritti", ha dichiarato Ken Loach che poi si è rivolto in particolare alla stampa italiana, "La conseguenza è sotto i nostri occhi: disgregazione sociale ed ascesa della destra ovunque. Che mi dite del vostro Salvini? C'è una situazione molto pericolosa, c'è tanta rabbia per questa diseguaglianza e divario tra ricchissimi e poveri che per sfogarla ce la prendiamo con migranti, diversi e con i più vulnerabili".

Il film di forte impatto sociale e politico accolto bene ma senza particolare entusiasmo dalla critica.

giovedì 16 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 2

Tutta l'attenzione della seconda giornata del Festival di Cannes è focalizzata su Elton John e la presentazione del biopic a lui dedicato, Rocketman. In Concorso però è stato presentato un film che è stato accolto piuttosto bene da critica e pubblico.

S'intitola Les Miserables ed è il primo film francese in Concorso. Diretto da Ladj Ly, il film è ambientato ai giorni nostri ma è anche un omaggio al capolavoro di Victor Hugo, da cui prende titolo, storia, ambientazione (il quartiere di Montfermeil) e anche il messaggio finale.

Al centro della storia un quartiere quasi in guerra, diviso tra le comunità dei gitani e dei musulmani. Un delicato equilibrio che viene spezzato da un grave atto di violenza commesso da tre agenti dell'anticrimine che viene casualmente ripreso dal drone di un ragazzino. Per evitare di far esplodere la rabbia del quartiere, i tre poliziotti dovranno per forza cercare di recuperare il video da quel drone.



Si parla di banlieue e della situazione difficile in cui vivono le persone in quei quartieri, e a raccontare la storia è un vero banlieusard come Ladj Ly. "Sono cresciuto lì e non era semplice denunciare", ha raccontato il regista, "ma nessuno ci ha mai davvero ascoltato, e avevo bisogno che venissimo ascoltati, per cercare una soluzione. Hugo era imprescindibile da questa situazione, anche due secoli dopo: il film è una storia universale, è una situazione che esiste ovunque nel mondo. La complessità reale, però, è la tragedia dei bambini, che crescono dentro una tragedia, anche se io con il film volevo rappresentare tutti gli abitanti delle banlieue".

Un progetto che al regista è costato diversi anni di lavoro, ripagati dalla presenza in Concorso. "Il progetto nasceva una decina d’anni fa, poi s’è sviluppato negli ultimi cinque", ha raccontato Ladj Ly, "la complessità è stata anche per il budget ridotto, ma il successo è essere qui selezionato".

mercoledì 15 maggio 2019

Cannes 2019 - giorno 1

Dopo la conferenza stampa della giuria e il red carpet d'apertura di ieri sera, prende il via la 72a edizione del Festival di Cannes.

Ad aprire sono gli zombie di Jim Jarmusch, che presenta la sua nuova horror-comedy The Dead Don't Die. Oltre al regista, ad accompagnare il film c'era buona parte del ricco cast, con Bill Murray, Adam Driver (assente però alla conferenza), Chloe Sevigny, Selena Gomez e Tilda Swinton. Nel film ci sono anche Steve Buscemi, Danny Glover, Iggy Pop e Tom Waits.
Dopo i vampiri del bel film Solo gli Amanti Sopravvivono, presentato sempre a Cannes nel 2013, Jim Jarmusch ha deciso di raccontare una improvvisa invasione zombie in un paesino della provincia americana, con tre agenti della polizia locale - il capo della polizia (Murray), un agente che sa tutto di zombie (Driver), e un'agente fifona che vorrebbe solo scappare (Sevigny) - a cercare di arginare l'avanzata.

Evidente l'omaggio a un classico come La Notte dei Morti Viventi di Romero, di cui è quasi un remake, ma Jarmusch ci aggiunge la sua particolare ironia e anche temi ambientalisti. Ed è proprio l'abuso delle materie prime della Terra a causare il risveglio dei morti nel film, un tema ecologista fortemente voluto dal regista. "Mi preoccupa di rendere la gente cosciente di cosa serve al pianeta", ha dichiarato Jarmusch, "E come dice un personaggio del film, dobbiamo imparare ad apprezzare i dettagli, soffermarci sul tempo che ci viene dato a disposizione, questo è amore per la vita. Come in Solo gli Amanti Sopravvivono i vampiri erano una metafora per una storia d’amore eterno, anche qui usiamo gli zombi come metafora per questi temi. Volevo evitare di fare un film troppo splatter e per questo ho voluto che al posto del sangue gli zombie gettassero fuori polvere. [...] Amo tutti i generi di film e forse non sono un grande esperto di horror, ma adoro registi horror anche contemporanei come Carpenter e Raimi. E anche Mario Bava e Dario Argento. Romero il genere lo ha rivoluzionato, ponendo una minaccia che non venisse dall’esterno della società, come Dracula o Frankenstein, ma dal suo interno, e ne fosse anche vittima. La cos ache mi terrorizza nella vita è proprio assistere al declino della natura".



Tutt'altra paura invece quella di Bill Murray, che quando parla non si sa mai quanto sia serio. "A me invece terrorizza Cannes", ha dichiarato l'attore, "Quando lavoro a un film sono una persona migliore, ma quando non lavoro divento molto pigro. Anche adesso, vi giuro, ce la sto mettendo tutta per essere qui con voi. A Jim non serve certo il mio aiuto per il senso dell’umorismo, mi ha coinvolto parlando di soldi e facendomi molti regali, quest’uomo è un autentico manipolatore. Fare un film può essere molto impegnativo e pericoloso, dato che si lavora sulla postura, ogni volta penso che potrebbe essere l’ultimo giorno che lavoro".
Chi non è rimasto per niente sorpresa dalla "svolta zombie" di Jarmusch, è Tilda Swinton: "Leggendo la sceneggiatura l’ho trovata sorprendente, anche se è dai tempi di Solo gli amanti Sopravvivono che penso che Jim avesse intenzione di fare un film di zombi, dato che erano presenti anche in quella pellicola. Ma ho avuto modo di vedere il film finito solo ieri sera".

L'accoglienza del pubblico ieri all'anteprima è stata tiepida, applausi e risate ma senza particolare euforia. Sulla stessa linea le recensioni.

Intanto, nemmeno un giorno di festival e già è scoppiata una piccola polemica. The Dead Don't Die ha aperto ufficialmente il festival ieri sera ma la conferenza stampa si è tenuta questa mattina, dall'anno scorso infatti i due appuntamenti sono stati invertiti, per evitare spoiler o recensioni negative prima della proiezione pubblica. Questa decisione aveva creato polemiche lo scorso anno, quest'anno invece le polemiche riguardano delle misteriose "proiezioni clandestine".
Sembra infatti che, nonostante il divieto di proiezione per la stampa e l'embargo per le recensioni, circa 300 giornalisti abbiano visto il film in un'anteprima non autorizzata nella mattinata di ieri (la prima era fissata alle 19:30). Alcuni giornali, come Le Monde, hanno infatti pubblicato delle recensioni a orari insoliti, segno che avevano già visto il film. Questo ha creato un certo malumore tra i giornalisti e i critici esclusi da queste proiezioni segrete.

giovedì 18 aprile 2019

Festival di Cannes 2019 - il programma ufficiale

Si è svolta questa mattina la conferenza stampa di presentazione del programma ufficiale del Festival di Cannes 2019, giunto alla sua 72a edizione.

Nomi di un certo livello in Concorso, dove troviamo Pedro Almodovar, Xavier Dolan (che torna al festival dopo un periodo di "polemica"), Ken Loach, i fratelli Dardenne, e anche Terence Malick.
C'è anche l'Italia, con il nuovo film di Marco Bellocchio Il Traditore, con Pierfrancesco Favino protagonista nei panni del pentito di mafia Tommaso Buscetta.

Fuori Concorso spicca il biopic su Elton John, Rocketman, con il cantante che sarà a Cannes per la premiere. A spiccare ancora di più però è anche l'assenza di Quentin Tarantino con il suo Once Upon a Time in Hollywood. Il direttore Thierry Fremaux ha dichiarato di aver visto "una parte" del film, che è ancora in fase di montaggio, quindi non è ancora pronto per il festival, ma ha comunque lasciato  aperta la porta: "noi continuiamo a sperarci, anche se sarà difficile. Tarantino ha scelto di girare il film in 36mm. e occorre molto lavoro. Quello che abbiamo visto è molto bello, speriamo di avere buone notizie". E, guarda caso, il film di chiusura non è stato annunciato, segno che il direttore ci spera davvero.


Ad aprire il festival invece sarà, come annunciato qualche giorno fa, The Dead Don't Die, nuovo film di Jim Jarmusch. La Palma d'Oro alla carriera sarà consegnata a Alain Delon.

Il festival si svolgerà tra il 14 e il 25 maggio. Presidente di giuria sarà Alejandro Gonzalez Iñárritu.  Ecco l'elenco dei film annunciati.

Concorso:
The Dead Don't Die, di Jim Jarmusch (film d'apertura)
Dolor y Gloria, di Pedro Almodovar
Il traditore, di Marco Bellocchio
The Wild Goose Lake (Nan fang che zhan de ju hui), di Diao Yinan
Parasite, di Bong Joon Ho
Le Jeune Ahmed, di Jean-Pierre Dardenne & Luc Dardenne
Roubaix, une lumière, di Arnaud Desplechin
Atlantique, di Mati Diop
Matthias and Maxime, di Xavier Dolan
Little Joe, di Jessica Hausner
Sorry We Missed You, di Ken Loach
Les Misérables, di Ladj Ly
A Hidden Life, di Terrence Malick
Bacurau, di Kleber Mendonça Filho & Juliano Dornelles
The Whistlers (La Gomera), di Corneliu Porumboiu
Frankie, di Ira Sachs
Portrait de la jeune fille en feu, di Céline Sciamma
It Must Be Heaven, di Elia Suleiman
Sibyl, di Justine Triet

Fuori concorso:
Les plus belles années d'une vie (The Best Years of a Life), di Claude Lelouch
Rocketman, di Dexter Fletcher
Too Old To Die Young - North of Hollywood, West of Hell (episodi 4 e 5), di Nicolas Winding Refn
Diego Maradona, di Asif Kapadia
La Belle Époque, di Nicolas Bedos

Proiezioni di mezzanotte:
The Gangster, the Cop, the Devil, di Lee Won-Tae

Proiezioni speciali:
Share, di Pippa Bianco
For Sama, di Waad Al Kateab & Edward Watts
Family Romance, Llc., di Werner Herzog
Tommaso, di Abel Ferrara
Être vivant et le savoir, di Alain Cavalier
Que sea lei, di Juan Solanas

Un Certain Regard:
Invisible Life, di Karim Aïnouz
Evge, di Nariman Aliev
Dylda (Beanpole), di Kantemir Balagov
Les hirondelles de Kaboul (The Swallows of Kabul), di Zabou Breitman & Eléa Gobé Mévellec
La Femme de mon frère (A Brother’s Love), di Monia Chokri
The Climb, di Michael Covino
Jeanne, di Bruno Dumont
O que arde (Viendra le feu / A sun that never sets), di Olivier Laxe
Chambre 212, di Christophe Honoré
Port Authority, di Danielle Lessovitz
Papicha, di Mounia Meddour
Adam, di Maryam Touzani
Zhuo ren mi mi, di Midi Z
Liberté, di Albert Serra
Bull, di Annie Silverstein
Summer of Changsha, di Zu Feng