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martedì 29 ottobre 2019

[RomaFF14] Downton Abbey - la recensione

Quattro anni fa, dopo 6 stagioni e 52 episodi, salutavamo Downton Abbey, la serie britannica più premiata di sempre, un vero e proprio caposaldo della televisione mondiale.
Oggi, quattro anni dopo, ritroviamo i Crowley e tutta la loro servitù, come se non li avessimo mai salutati, grazie al film diretto da Michael Engles (già regista di alcuni episodi, tra cui l'ultimo) e scritto da Julian Fellowes, sceneggiatore della serie.


La scena iniziale del film è chiaro omaggio a quella che abbiamo visto nel pilot, ma se lì era l'arrivo della notizia dell'affondamento del Titanic e della morte dell'erede a dare il via alla vicenda, qui invece è la notizia che il Re si fermerà a Downton per una notte a fare da motore al ritorno dei personaggi che conosciamo, compreso Carson che torna dalla pensione per poter dare una mano.
Non appena si scorgono le guglie della magione e partono le prime note del tema di John Lunn, ogni dubbio svanisce e la sensazione di un ritorno a casa prende il sopravvento: per chi ha amato la serie, i brividi sono d'obbligo e trattenere l'emozione diventa difficile. Eppure uno dei maggiori pregi del film è quello di essere ambivalente: i fan sono immersi nelle atmosfere familiari, nei rimandi nostalgici, ma non è necessario aver visto un solo minuto della serie tv per poter godere del film, che riesce a reggersi benissimo anche da solo grazie alla scrittura sopraffina di Fellowes, capace di ritagliare a ogni personaggio il giusto spazio senza che nessuno prevalga sull'altro, e senza "spiegoni" lascia che i personaggi si raccontino da soli, con piccoli gesti e poche parole, ognuno degli abitanti di Downton, dal Conte all'ultima delle cameriere, ci fa capire chi è e cosa lo lega agli altri.

L'arrivo del Re, con tutto ciò che comporta in termini di organizzazione, diventa il pretesto per portare avanti ciò che era rimasto in sospeso dopo il finale della serie, ma anche per riportare in scena quel contrasto fra moderno e tradizione che è sempre stato un pilastro della serie, il nuovo mondo che avanza nonostante tutto, assottigliando le differenze sociali anche in un microcosmo apparentemente cristallizzato, come quello di Downton,
Fellowes è inoltre bravissimo a inserire molti temi legati a questo macrotema centrale, come la questione Irlandese portata avanti da Tom, o quello legato all'omosessualità di Thomas, affrontati con i giusti spazi e ritmi e senza forzature. Molto merito va dato anche al cast, che conosce a memoria i propri ruoli e che vi si muove perfettamente a proprio agio, guidato da quello che è sempre stato il miglior personaggio della serie, uno dei personaggi più iconici della televisione, quella Lady Violet impersonata da una grandissima Maggie Smith, fautrice di innumerevoli battute taglienti, che non mancano nemmeno qui.

A metà tra finale effettivo della serie tv ed episodio speciale lungo due ore (e con la possibilità di essere più grandioso in termini di scenografie), il film riesce a fare un ulteriore passo avanti rispetto a quando ci aveva lasciato nel 2015, portandoci verso l'era più moderna e a un finale gattopardiano per cui tutto deve cambiare affinché nulla cambi, che poi riassume perfettamente ciò che Downton Abbey ci ha mostrato per tutti i suoi 52 episodi.

Non ci sono aspetti negativi in un film che è perfetto nella scrittura, nella componente visiva, nel cast e soprattutto nella sua parte più emotiva, apprezzabile sia da chi non ha mai visto la serie, e che magari dopo averlo visto correrà a recuperarla, sia dai fan per cui sarà come tornare a casa dopo molto tempo.

venerdì 25 ottobre 2019

[RomaFF14] Honey Boy - la recensione

Honey Boy, pellicola autobiografica scritta da Shia LeBeouf e da lui interpretata, era sicuramente uno dei film più attesi della 14a Festa del Cinema di Roma, forte anche del premio ricevuto al Sundence Film Festival.
La vita di LeBeouf è stata molto travagliata, fra problemi con la polizia, alcol, e un'infanzia difficile, e sembra quasi un controsenso che sia l'attore stesso a mettere in scena la sua infanzia problematica, quel rapporto con un padre difficile, interpretato proprio da Shia LeBeuf. Sceneggiatura e ruolo da co-protagonista, ma non regia che è affidata alla mano sobria e pacata dell'israeliana Alma Har'el.


Diviso in due principali filoni temporali, racconta l'infanzia di Otis, ragazzino attore alter ego di LeBeouf, del suo rapporto con il padre, tossico in molti modi, pregiudicato e del tutto incapace di prendersi cura del figlio, e Otis adulto, in una clinica di disintossicazione, un modo di venire a patti con il suo passato e lasciar andare il rancore verso una figura paterna ben lontana dall'ideale.
Quello che ne esce fuori è un racconto intimo e personale, quasi una sorta di psicoanalisi che Shia LeBeouf fa su se stesso, ritrovandosi a guardare al suo passato con grande realismo e crudezza, con un po' di malinconia, ma mai con rabbia. Sotto questo punto di vista è significativo che l'attore americano si sia ritagliato per sé il ruolo più complicato, non solo cinematograficamente, ma personalmente, quello di suo padre. E a stupire è la performance potentissima che ne deriva. Grandissima prova anche quella di Noah Jupe, il giovane attore interprete di Otis, che buca lo schermo per intensità e maturità.

Ottimo anche il comparto tecnico, dalla regia alla fotografia dai toni caldi, perfetta per rappresentare il microcosmo squallido, quasi claustrofobico, in cui Otis e suo padre vivono, per passare poi a colori più freddi quando si tratta di rappresentare l'Otis adulto che affronta se stesso e il suo passato.
Il contrasto cromatico, le atmosfere oniriche in alcuni punti, contribuiscono a rendere tutto il film come un salto all'interno dell'anima di Shia LeBeouf, come se stessimo spiando il suo vissuto e i suoi traumi, ma anche come se ci stesse mostrando la sua accettazione e la sua risalita, un "ecco, questo è il mio passato e non posso che accettarlo così com'è". 

Intenso e intimo, commovente ma anche genuinamente divertente, con Honey BoyShia LeBeouf si mette a nudo, esplorandosi prima sulle pagine e poi davanti alla macchina da presa, riuscendo perfettamente a bilanciare passato e presente, realtà e cinema. 


mercoledì 23 ottobre 2019

RomaFF14 - John Travolta, i suoi rifiuti e quando ha spezzato il cuore a Malick

Ieri alla Festa del Cinema di Roma è stato il giorno di John Travolta, a cui è stato consegnato il premio alla carriera.

Estremamente disponibile con i fan sul red carpet, durante l'incontro con il pubblico, l'attore ha raccontato alcuni aneddoti legati alla sua vita e alla sua carriera. Due in particolare si sono rivelati piuttosto interessanti e curiosi, per le conseguenze che hanno avuto: i suoi rifiuti e il rapporto con Terrence Malick.

Secondo quanto raccontato, John Travolta ha indirettamente favorito l'ascesa di un suo collega, Richard Gere.
"Dissi no a I Giorni del Cielo di Malick, a causa di obblighi contrattuali, ad American Gigolo perché discussi con Paul Schrader e chiesi di andare via", ha raccontato Travolta, "Poi a Ufficiale e Gentiluomo perché in quel periodo avrei dovuto sostenere l'esame per diventare pilota, ho preferito la vita al Cinema. E infine Chicago, rifiutai tre volte il ruolo perché non ero d'accordo con la caratterizzazione dei personaggi femminili nella piece teatrale, donne che odiano gli uomini... soltanto vedendo il film mi accorsi che mi ero sbagliato, che amavo profondamente quei personaggi femminili, e mi sono pentito".
Sembra incredibile, ma tutti e quattro i ruoli sono poi finiti a Richard Gere, e di questi, tre sono stati film cardine per la carriera dell'attore.

Il secondo curioso aneddoto riguarda proprio il rifiuto obbligato al film di Terrence Malick, I Giorni del Cielo, che a quanto pare ha avuto conseguenze imprevedibili.
"Premetto che Terrence è l’uomo più sensibile che abbia mai incontrato. E' un "sensiente", con tutto il corpo. Quando mi ha offerto il ruolo da protagonista ne I Giorni del Cielo non ho potuto accettare a causa di obblighi contrattuali", ha raccontato Travolta, "E Malick l’ha prese malissimo, ma io non potevo immaginare al punto da non fare più film per 17 anni! Mi arrivavano rumors che dicevano che era stata colpa mia, che io ero alla base del sui blocco artistico. Quando nel 1998 mi ha chiamato per La Sottile Linea Rossa, gliel'ho chiesto e lui mi ha risposto che il rifiuto di Hollywood a lasciarmi recitare per lui in un film che riteneva così importante l’aveva ferito, gli aveva letteralmente spezzato il cuore, perché io rientravo nella sua visione di quel film. Quella sua conferma ha spezzato anche il mio di cuore".

lunedì 21 ottobre 2019

James Gunn risponde all'attacco di Francis Ford Coppola ai film Marvel

Non accenna a placarsi la polemica scoppiata dopo le parole critiche di Martin Scorsese sui film Marvel, a buttare benzina sul fuoco ci ha pensato Francis Ford Coppola, che ieri li ha addirittura definiti "despicable", cioè spregevoli (ma anche miserabili o disprezzabili).

Quelle di Coppola sono state parole piuttosto forti che hanno scatenato un furioso dibattito online e provocato la comprensibile reazione di alcuni protagonisti dell'Universo Cinematografico Marvel.

Il più piccato è stato sicuramente James Gunn. Il regista si è espresso via Instagram, dove ha scritto un lungo post che offre un interessante spunto di riflessione che guarda al passato, oltre a mostrare tra le righe non poco fastidio per le parole di Coppola.

"Molti dei nostri nonni pensavano che tutti i film di gangster fossero uguali, definendoli spesso "spregevoli". Alcuni dei nostri bisnonni pensavano lo stesso dei western e credevano che i film di John Ford, Sam Peckinpah e Sergio Leone fossero esattamente tutti uguali. Ricordo un prozio a cui parlavo entusiasta di Star Wars e che rispose così: “Ho già visto questo film quando era chiamato 2001 [Odissea nello Spazio] e, ragazzo mio, quanto era noioso!”. I supereroi sono semplicemente i gangster, i cowboy e gli avventurieri dello spazio di oggi. Alcuni film di supereroi sono terribili, altri bellissimi. Come i western e i film di gangster (ma, più in generale, come i FILM), non tutti sono in grado di apprezzarli, perfino qualche genio. E va bene così."

In sostanza, James Gunn dice che ogni epoca ha avuto il suo "genere fenomeno" che ha segnato un periodo, i gangster movie, poi i western (si potrebbero aggiungere anche i peplum), i film di fantascienza, e in ognuno di questi periodi c'è stata la generazione precedente che non è riuscita ad apprezzarli, criticandoli aspramente.

Il regista di Guardiani della Galassia non è stato l'unico ad intervenire, sull'argomento si sono espressi anche Sebastian Stan e Natalie Portman.
L'attore interprete di Soldato d'Inverno, durante il Fandemic Tour Houston, ha dichiarato: "È uno dei miei eroi [Coppola], ho letto delle sue parole proprio mentre stavo spendendo il pomeriggio con tutti voi. Oggi ho parlato con tante persone che mi hanno detto “Grazie tante per il tuo personaggio”, “Questo film mi ha aiutato così tanto”, “Questo film mi ha ispirato tantissimo, ora mi sento meglio, mi sento meno solo”. Come fai a dire che questi film non siano d'aiuto alle persone?".

Più o meno sulla stesa linea di pensiero Natalie Portman, Jane Foster nella saga di Thor che presto rivedremo nei panni di Mighty Thor nel quarto capitolo della saga. "Penso che ci sia spazio per tutti i generi di Cinema e che non ci sia un modo univoco di fare arte", ha detto l'attrice durante il Los Angeles Dance Project Gala, "Credo che i film Marvel siano così popolari perché sono davvero divertenti e soddisfano il desiderio delle persone di essere intrattenute, dopo il lavoro e dopo aver avuto a che fare con la fatica della vita di tutti i giorni".

Intanto, alla Festa del Cinema di Roma, è intervenuto nuovamente Martin Scorsese: "I film tratti dai fumetti stanno invadendo le sale. Io non credo che i giovani debbano credere che solo quello è cinema".
Il regista quindi ha ribadito il concetto principale della sua critica, non direttamente al mondo Marvel ma alla mancanza di varietà nella proposta generale nelle sale, e infatti ha poi continuato augurandosi che gli esercenti "sostengano e diano spazio a ogni forma di cinema. Ovviamente i cinecomic hanno il diritto di esistere, così come quello che, per altri, è il cinema". Ma ormai le sue parole hanno innescato una polemica che sembra non finire.

domenica 20 ottobre 2019

Anche Francis Ford Coppola si scaglia contro i film Marvel

Martin Scorsese ha sollevato un bel vespaio di polemiche, e forse era proprio quello che voleva. Dopo le dichiarazioni con cui il regista ha espresso il proprio pensiero sui cinecomic ("Non sono cinema ma luna park"), un altro nome illustre entra a gamba tesa contro la Marvel, rincarando di parecchio la dose rispetto a Scorsese: Francis Ford Coppola.

Durante un incontro con la stampa, in Francia, dove ha ricevuto il Prix Lumiere alla carriera, Francis Ford Coppola non solo ha dato ragione a Scorsese ma ha definito i film Marvel "despicable", che potremmo tradurre in diversi modi e tutti negativi: spregevoli, miserabili, disprezzabili.

"Quando Martin Scorsese dice che i film Marvel non sono cinema ha perfettamente ragione. Dobbiamo imparare qualcosa dai film, dobbiamo ricevere qualcosa da loro, un insegnamento, conoscenza, ispirazione. Non mi risulta che si riesca a ottenere qualcosa rivedendo lo stesso film ancora e ancora in continuazione.
[...] Martin è stato gentile a dire che non è cinema. Non ha detto che sono spregevoli, cosa che invece dirò io."

Una dichiarazione piuttosto forte e senza sfumature, a differenza di quella di Scorsese che apriva a un ragionamento più ampio sul poco spazio che questo genere di film lascia agli altri nelle sale.

Il fronte "anti-Marvel" sembra quindi allargarsi, impossibile però non notare che le critiche più dure arrivano sempre da registi, spesso grandi registi, ma di una certa età. Particolare che non è sfuggito allo scrittore Bret Easton Ellis ("American Psycho"), che ha affrontato l'argomento oggi durante l'incontro con la stampa alla Festa del Cinema di Roma e, per essere democratico, se l'è presa con tutti: Coppola, la Marvel, e la Disney.

"Francis Ford Coppola ha 80 anni e i suoi migliori film sono stati fatti 40 anni fa. Naturalmente non gli piacciono i film della Marvel perché hanno soppiantato quelli che erano i suoi sogni, quelli di costruire una comunità artistica Hollywood in questo mondo capitalista. [...] C'è qualcosa di molto snob quando si criticano i film Marvel. Alla gente piacciono, c'è qualcosa che attrae, piacciono a persone in tutto il mondo. Ma mi sembrano molto blandi, conformisti, molto conservatori. Non è arte, non dipende dal regista, se i registi sono troppo personali vengono cacciati. Vorrei vedere altri tipi di film. Oggi c'è uno studio da cui dipende tutto, la Disney. Saranno loro a decidere tutto. È il futuro del cinema americano. E questo fa un po' paura."

Vedremo se la dichiarazione di Francis Ford Coppola provocherà qualche reazione com'è stato per quelle di Scorsese.
Lo strapotere della Marvel, che a ogni sua uscita domina i botteghini di tutto il mondo, sembra davvero spaventare una parte del mondo del Cinema. Ma è possibile che la colpa sia tutta della Marvel? è davvero così sbagliato immaginare un genere che punti solo all'intrattenimento senza dover per forza insegnare qualcosa? e soprattutto, perché adesso il Cinema di intrattenimento e il Cinema d'autore dovrebbero "farsi la guerra"? non possono coesistere com'è hanno sempre fatto da quando è nato il Cinema?

lunedì 14 ottobre 2019

Martin Scorsese approfondisce il suo pensiero sui cinecomic Marvel

In questi giorni hanno fatto molto parlare le dichiarazioni di Martin Scorsese riguardo i cinecomic, in particolare quelli della Marvel.

"Non sono cinema, sono dei Parchi Divertimento", queste le parole del regista che hanno scatenato molte reazioni diverse, della gente comune, lo spettatore, diviso tra pro e contro, e degli attori e registi che hanno lavorato ai film Marvel, che in alcuni casi hanno avuto risposte anche piuttosto decise contro la dichiarazione di Scorsese.

Passati dieci giorni, il regista è tornato sull'argomento. Dal palco del London Film Festival, dove ha presentato il suo ultimo film The Irishman, Martin Scorsese ha ribadito il concetto, rincarando anche un po' la dose.

"Il valore di un film che è come un parco giochi, ad esempio i film Marvel dove il cinema stesso diventa un parco divertimenti, è qualcosa di differente. Non è cinema. è altro. Che ti piacciano o meno, sono un'altra questione. E non dovremmo esserne invasi. Questo è un problema. I gestori dei cinema dovrebbero ribellarsi, prendere una posizione sulla possibilità di proiettare dei film narrativi. Un film narrativo può anche essere un'unica lunga ripresa di 3 ore, sapete? Non deve essere necessariamente qualcosa di convenzionale con un inizio, una metà e una fine."

Insomma Scorsese non arretra dalla sua posizione (e perché dovrebbe?) ma allarga la questione a quella che lui definisce "invasione" nelle sale, con i grandi film della Marvel che non lasciano spazio ad altro.
Martin Scorsese ha iniziato una sua personale battaglia contro la Marvel? non è proprio così. THR riporta un'altra dichiarazione fatta dal regista qualche ora più tardi, ai BAFTA.

"I cinema sono diventati parchi divertimento. E va bene, ci mancherebbe, ma non si deve trasformare in una invasione che fagocita tutto il resto. Va bene, è ok per chi apprezza quel genere di film che, peraltro, sapendo cosa ci vuole a farli, ammiro ciò che fanno. Ma, semplicemente, non è il mio genere di cose. Sta creando un nuovo genere di pubblico convinto che il cinema sia quello."

Quella di Scorsese quindi non è una crociata per l'abolizione dei cinecomic, il regista sembra più preoccupato per un impoverimento, un appiattimento culturale nel pubblico, il suo sembra più che altro un appello per la diversità di generi nelle sale cinematografiche.

Vedremo se ci saranno reazioni o altre dichiarazioni in merito. Ricordiamo che lunedì 21 ottobre, Martin Scorsese sarà alla Festa del Cinema di Roma per presentare il suo The Irishman.

venerdì 4 ottobre 2019

Festa del Cinema di Roma 2019 - presentato il programma

Questa mattina, nell'Auditorium Parco della Musica, è stato svelato il programma della 14a edizione della Festa del Cinema di Roma (17-27 ottobre).

La Presidente della Fondazione Cinema per Roma, Laura Delli Colli, ha definito questa edizione come: "una festa dalla doppia anima, con il fascino di Greta Garbo che compare nella locandina, ma anche la curiosità di un quattordicenne, che è in effetti la sua età".
Il direttore Antonio Monda invece ha voluto ricordare come alla Festa siano passati film che poi hanno avuto molta fortuna, due su tutti Moonlight e Green Book, che hanno vinto l'Oscar come miglior film: "quindi i film che passano qui sono fortunati. Il pubblico è incrementato del 6% nell'ultimo anno e del 30% se calcoliamo la crescita dalla prima edizione. Chi cerca un festival resterà sempre deluso. E’ una festa aperta al pubblico", ha dichiarato.

Il direttore ha poi illustrato molti dei film che saranno presentati, annunciando anche alcuni ospiti che accompagneranno le pellicole. Diversi i titoli interessanti, due su tutti: la premiere di The Irishman, con la conferma che ci sarà Martin Scorsese insieme a uno dei protagonisti (De Niro, Al Pacino o Joe Pesci), e, un po' a sorpresa è stata annunciata la premiere italiana di Downton Abbey, film tratto dall'omonima pluripremiata serie tv, che sarà accompagnata da alcuni membri del cast.

Saranno inoltre presentati: Judy (ma la presenza di Renée Zellweger è ancora in forse), Hustlers, (Jennifer Lopez però non ci sarà), il documentario Pavarotti di Ron Howard, l'horror Scary Stories to Tell in the DarkThe Aeronauts, con Eddie Redmayne e Felicity Jones protagonisti. Nella selezione ufficiale sono presenti anche tre film italiani: Santa subito di Alessandro Piva, Il ladro di giorni di Guido Lombardi, con Riccardo Scamarcio protagonista, e Tornare di Cristina Comencini, con Giovanna Mezzogiorno protagonista, che sarà anche il film di chiusura della Festa.

Molto interessanti gli Incontri Ravvicinati. Bill Murray, a cui verrà consegnato un premio alla carriera, sarà protagonista di un incontro che vedrà un presentatore d'eccezione, Wes Anderson. Ci sarà Viola Davis, anche l'attrice riceverà il premio alla carriera. E ancora Ethan Coen, che ha programmato un incontro molto particolare che non è stato svelato, poi Fanny Ardant, Olivier AssayasBenicio Del Toro, Ron Howard, John Travolta, e Edward Norton, che aprirà il festival con il suo ultimo film da regista, Motherless Brooklyn.

La Festa inoltre avrà una lunga pre-apertura, grazie anche alla sezione Alice nella Città (il 7 ottobre ci sarà l'anteprima europea di Maleficent: Signora del Male, con Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer presenti).

Ecco l'elenco dei film, per tutte le info potete andare sul sito ufficiale della Festa.

PRE-APERTURA
- Jesus Rolls di John Turturro
- Le beatitudini di Sant’Egidio di Jacques Debs
- L’uomo senza gravità di Marco Bonfanti
- La giostra dei giganti di Jacopo Rondinelli
- Gli anni amari di Andrea Adriatico
- Roam Rome Mein di Tannishtha Chatterjee
- La prima donna di Tony Saccucci

SELEZIONE UFFICIALE
- Pavarotti di Ron Howard
- Judy di Rupert Goold
- Military Wives di Jason Flemyng
- Antigone di Sophie Deraspe
- The Farewell di Lulu Wang
- The Irishman di Martin Scorsese
- Santa subito di Alessandro Piva
- Downton Abbey di Michael Engler
- Tantas Almas di Nicolas Rincòn Gille
- Motherless Brooklyn di Edward Norton (film d'apertura)
- Scary Stories to Tell in the Dark di André Øvredal
- Where’s My Roy Cohn? di Matt Tyrnauer
- The Aeronauts di Tom Harper
- Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin di Werner Herzog
- Il ladro di giorni di Guido Lombardi
- Honey Boy di Alma Har’el
- Your Mum and Dad di Klaartje Quirijns
- Hustlers di Lorene Scafaria
- Waves di Trey Edward
- Shults Kohtunik di Andres Puustusmaa
- Drowning di Melora Walters
- Western Stars di Thom Zimny
- Trois Jours et Une Vie di Nicolas Boukhrief
- Willow di Milcho Manchevski
- Fête de famille di Cédric Kahn
- Mystify: Michael Hutchence di Richard Lowenstein
- 438 Days di Jesper Ganslandt
- Deux di Filippo Meneghetti
- Le meilleur reste à venir di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte
- 1982 di Oualid Mouaness
- Run With the Hunted di John Swab
- Tornare di Cristina Comencini (film di chiusura)
- On Air di Manno Lanssens
- Rewind di Sasha Joseph Neulinger

martedì 1 ottobre 2019

The Irishman: l'elogio di Guillermo del Toro al film di Scorsese

Martin Scorsese scuote il mondo del Cinema con il suo The Irishman. Dopo le prime proiezioni, il film sembra aver conquistato tutti, critica, pubblico, e anche i colleghi del regista.

Prima Leonardo Di Caprio, poi Ava DuVernay, hanno scritto parole al miele, ma più di tutti Guillermo del Toro. Il regista messicano infatti ha scritto un vero e proprio elogio al film.
Una recensione molto particolare, una lunga analisi del film racchiusa in 13 tweet, che il regista ha condiviso sul proprio profilo Twitter.

Ecco le sue parole.

"13 tweet su The Irishman di Scorsese

Inanzitutto, il film si apre con un epitaffio, come Barry Lyndon. Parla della vita che va e viene, con tutti i suoi turbamenti, tutti i suoi drammi, la violenza e rumore e la perdita... e come inevitabilmente svaniscono, come tutti noi...

"Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e litigarono; buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, adesso sono tutti uguali". Tutti quanti saremo traditi e rivelati dal tempo, umiliati dai nostri corpi, spogliati del nostro orgoglio.

Il film è un mausoleo del mito: un monumento funerario che sta in piedi per sbriciolare le ossa sotto di esso. Il granito è fatto per durare ma noi ci trasformiamo comunque in polvere dentro.

E' l'anti "My Way" (suonata ad ogni matrimonio gangster del mondo). Rimpianti, ne hanno più di pochi. La strada non può essere annullata e tutti affrontiamo l'equilibrio alla fine. Persino la voce fuori campo ha portato De Niro a insinuarsi in un rimuginare senza senso.

Ricordo, in un documentario su Rick Rubin, spiegava come Johnny Cash cantava "Hurt" (avendo vissuto e perso ed essendo andato all'inferno e ritorno), dandogli una dimensione che non può esserci nella voce del giovane Trent Reznor (anche se l'ha composta proprio lui). Questo film è così.

Scorsese lo ha cominciato mano nella mano con Schrader, da giovani uomini, cercando Bresson. Questo film trasforma magicamente tutti i miti del gangster in rimpianto. Questo film lo vivi. Non mostra mai la sensualità della violenza. Mai lo spettacolo, eppure è straordinariamente cinematografico.

Il film ha l'inesorabilità di una crocifissione - dal punto di vista di Giuda. Ogni stazione della croce è permeata dall'umorismo e da un senso di banalità - futilità - i personaggi vengono introdotti con i loro epitaffi sovrapposti sullo schermo: "E' così che muoiono".

Non avrei mai pensato di vedere un film in cui avrei tifato per Jimmy Hoffa - ma l'ho fatto - forse perché, alla fine, proprio come i Kennedy, lui rappresentava anche la fine di un maestoso status postbellico in America.

Pesci estremamente minimalista. Magistrale. E' come un buco nero - un attrattore di pianeti - materia oscura. De Niro mi ha sempre affascinato quando interpreta personaggi che colpiscono al di sopra del loro vero peso - o intelligenza. Ecco perché lo amo così tanto in Jackie Brown.

Un interessante collegamento tra questi personaggi: Pesci, che ha interpretato il mostro machiavellico, riconquista un'innocente senilità, un oblio benigno, e il personaggio di De Niro - che ha operato in un vuoto morale - acquisisce abbastanza consapevolezza da provare una amara solitudine.

Credo che si guadagni molto incrociando e relazionando le nostre trasgressioni con come ci sentiremo negli ultimi tre minuti della nostra vita, quando tutto diventerà chiaro: i nostri tradimenti, le nostre grazie salvifiche e la nostra insignificanza. Questo film mi ha dato quella sensazione.

Questo film, comunque, ha bisogno di tempo, deve essere elaborato come un vero lutto. Arriverà a più fasi... credo che la maggior parte del suo potere penetrerà, col tempo, e causerà una vera realizzazione. Un capolavoro. Un corollario perfetto per Quei Bravi Ragazzi e Casino.

Andatelo a vedere. Al cinema. Questo film ha languito nel limbo della produzione per tanto tempo... averlo qui, ora, è un miracolo. Sono le tre ore di cinema più veloci di sempre. Non perdetelo."

Se avevate qualche dubbio sul film, Del Toro vi sta dicendo di stare tranquilli perché The Irishman è un grande film.
A questo punto è lecito considerare il film e Martin Scorsese, tra i favoriti per la stagione dei premi... e ovviamente per l'Oscar.

The Irishman sarà su Netflix dal 1 novembre, prima però dovrebbe uscire in alcune sale. Sicuramente lo vedremo alla Festa del Cinema di Roma, sarà presentato lunedì 21 ottobre.