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martedì 18 settembre 2018

[Spoiler-Free] Bojack Horseman: l'umanità di un cavallo





“A volte sento come se fossi nato con una perdita e ogni cosa buona che ho iniziato fosse gocciolata via lentamente da me e ora non c’è più e non tornerà più dentro di me. Troppo tardi. La vita è una serie di porte chiuse, non è vero?” (BoJack Horseman)







Alcuni giorni fa, su Netflix, è approdata la quinta stagione di Bojack Horseman, una serie di animazione per adulti ambientata in un mondo dove umani e animali antropomorfi convivono senza problemi e il cui protagonista, Bojack, è letteralmente un Uomo-Cavallo, una ex star della televisione ormai in declino che passa la sua vita fra episodi della serie di cui era protagonista e abuso di alcol. 
Apparentemente potrebbe sembrare solo un'altra serie di animazione per adulti, un modo grottesco per mettere alla berlina vizi e idiosincrasie di Hollywood allo stesso modo con cui i Simpson si prendono gioco della società americana, ma in realtà la creatura di Raphael Bob-Waksberg è molto di più che semplice satira e si spinge dove nessuna serie di animazione si era mai spinta, e a dirla tutta nemmeno molte serie live action.




Basta davvero poco, dopo le prime scene del primo episodio, per accorgersi che siamo davanti a qualcosa di profondamente diverso e, in modo paradossale, profondamente umano. Nonostante le assurdità intrinseche in un'animazione così smaccatamente irreale, con animali antropomorfi che interagiscono fra loro e con gli umani in ogni modo possibile, Bojack Horseman riesce a essere reale fino a divenire cruda, sbattendoci in faccia noi stessi, le nostre debolezze, le nostre paure.
Il suo protagonista è depresso e autodistruttivo, affonda in un buco nero da cui non riesce a uscire, stordendosi con alcol, droghe e sesso per non dover affrontare il vuoto che lo attanaglia, dando la colpa del suo nichilismo a un'infanzia infelice e a dei genitori anaffettivi per non dover guardarsi allo specchio e prendersi la responsabilità della sua propria infelicità.
Intorno a lui si muove una gamma di personaggi tutti problematici e reali, esseri umani (o umano-animali) infelici, che tentano di fare del loro meglio per soffocare il vuoto con il lavoro, la protesta, una facciata spensierata che nasconde forse più insicurezza di quanto si possa pensare.
Sarebbe facile andare alla ricerca di un lieto fine, eppure Bojack Horseman non accontenta mai lo spettatore per la via più semplice, e man mano che si va avanti ci si accorge che il lieto fine non esiste, che la vita vera è un'altra e che bisogna comunque tentare di dare il meglio di se stessi, anche quando è difficile.






"Il lieto fine è una cosa inventata da Steven Spielberg per vendere biglietti. È come il vero amore, le Olimpiadi di Monaco. Sono cose che non esistono nel mondo reale. Dobbiamo continuare a vivere guardando al futuro." (BoJack Horseman)






I temi affrontati sono molti: la depressione, l'abuso di droga e alcol, la morte, l'incomunicabilità.






La serie non è mai banale e di volta in volta regala perle di scrittura e, incredibile a dirsi per una serie di animazione, regia, come l'episodio quattro della terza stagione "Fish out of the water", quasi interamente muto, di ambientazione subacquea, struggente nel come rappresenta l'incapacità cronica di Bojack di comunicare il suo disagio interiore, con una comicità dolce-amara molto tipica della serie che sfocia in un finale che strappa una risata liberatoria. O ancora il sesto episodio della nuova stagione, la quinta, che si spinge oltre ribaltando quasiasi regola dell'animazione, fregandosene delle numerose possibilità che questa offre e regalandoci quello che è forse il miglior episodio dell'intera serie, un monologo del protagonista lungo veti minuti, con una sola inquadratura, e una summa sottoforma di necrologio della filosofia della serie.






“L’universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con stronzate varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia.” (Mr. Peanutbutter)






Migliorando di anno in anno, Bojack Horseman arriva alla sua consacrazione definitiva con la quinta stagione, praticamente perfetta e dolorosa come non mai nell'esplorare il lato più oscuro di Bojack, eppure incredibilmente divertente come solo questa serie riesce a fare, mischiando comicità e dramma senza mai perdere di vista l'umanità.
La sofferente, solitaria, ma sempre speranzosa, umanità di un cavallo.

venerdì 20 ottobre 2017

Mindhunter (stagione 1) - la recensione


E' finalmente arrivata su Netflix la prima stagione di Mindhunter, una selle serie più attese di questo autunno sia per i temi trattati (la nascita di quella sezione dell'FBI che si occupa di scienze comportamentali e profilazione dei serial killer), che soprattutto per i nomi coinvolti nel progetto.
Infatti a dirigere ben quattro dei dieci episodi, i due iniziali e i due finali, che compongono questa prima stagione è nientemeno che David Fincher, regista che non ha bisogno di presentazioni e che si è già occupato di serial killer in Seven e nel bellissimo Zodiac del 2007.
Il pilot, pur nel suo essere probabilmente l'episodio più debole fra i dieci per presa narrativa e ritmo, mette subito in luce il talento del regista americano, capace di creare tensione in scene in cui, sostanzialmente, non c'è altro che dialogo. Proprio come succedeva in The Social Network, infatti, la prima stagione di Mindhunter non è altro che un lungo susseguirsi di dialoghi, che sia fra l'agente Holden Ford (Jonathan Groff, già protagonista di Looking) e il suo collega Bill Tench (Holt McCallany), o fra i due agenti e un efferato serial killer, si rimane incollati allo schermo, incapaci di distogliere lo sguardo, totalmente rapiti da una tensione che non scende mai e che anzi non fa che aumentare per tutti gli episodi, fino a esplodere nel finale.

La scrittura serrata e la regia magistrale sono aiutate da una scelta di casting azzeccatissima: ai già citati Groff e McCallany vanno aggiunti Anna Torv, che torna in una grande produzione televisiva dopo Fringe, e soprattutto Cameron Britton che veste gli enormi e inquietanti panni del killer Ed Kemper, alto più di due metri e dal sorriso mellifluo è protagonista indiscusso dei momenti migliori che la serie ha da offrire.

Se si cerca un poliziesco canonico, sicuramente Mindhunter non è la serie adatta: è facile seguirne le diverse ispirazioni, dai romanzi di Harris su Hannibal, alla serie omonima di Fuller, ai momenti di scontro verbale fra Clarice Starling e Hannibal Lecter in Il Silenzio degli Innocenti, e naturalmente nei lavori di David Fincher. Manca totalmente l'azione in senso stretto, manca quasi del tutto il caso da risolvere, perché l'azione è data dall'introspezione psicologica dei personaggi, da ciò che li muove e dalle domande che si pongono sul mondo e su loro stessi, mentre il caso da risolvere non è altro che l'analisi più profonda della psiche, la risoluzione alla domanda del perché un uomo arriva a commettere delitti così efferati, quale sia lo schema che lo muove.

Ben lontana quindi da essere una serie statica e noiosa, Mindhunter è un vero e proprio vortice di tensione che cattura con l'efficacia dei dialoghi, la bravura del cast e la dinamicità della regia, trascinando lo spettatore in un bingewatching cui è difficile resistere. In attesa della già confermata seconda stagione.

mercoledì 28 giugno 2017

American Gods (Stagione 1) - la recensione

La serie tratta dal romanzo culto American Gods è stata certamente una delle serie più attese dell'anno, una delle più attese di sempre fin da quando, nel 2011, ne annunciarono la produzione per il canale statunitense Starz (lo stesso di Spartacus, ma anche di un altro adattamento dal cartaceo, ovvero Outlander). I nomi coinvolti, poi, non hanno fatto che acuire la curiosità e aumentare l'hype, soprattutto se si considera che Bryan Fuller, showrunner designato (e lo stesso autore Neil Gaiman come produttore esecutivo) può vantare non solo una carriera decisamente interessante, ma anche un'appassionata fanbase.


Nel corso degli otto episodi che compongono questa prima stagione, assistiamo, possiamo dire, a quello che è un lungo incipit, una sorta di assaggio di quanto vedremo in futuro, uno spiraglio su quello che una storia e un romanzo come American Gods può riservare.
La trama è più o meno nota: il riservato Shadow Moon viene rilasciato di prigione qualche giorno prima del previsto perché sua moglie Laura è morta in un incidente stradale; durante il viaggio in aereo per tornare a casa e assistere al funerale, si imbatte nel misterioso Mr Wedsnday che lo assume come guardia del corpo e autista, portandolo in giro per la periferia degli Stati Uniti per assoldare gli Antichi Dei, unendoli in una battaglia contro le moderne divinità del denaro e della tecnologia.

Con una premessa apparentemente semplice, quasi lineare, il romanzo di Gaiman si snodava in una lunga storia on the road, dove antiche leggende, miti, mondi nascosti e una certa dose di fantasy si intrecciavano con una delle più interessanti disamine della società americana mai scritte, dove l'occhio esterno di Gaiman, un inglese trapiantato in America, focalizzava in maniera lucida e diretta le più grandi virtù e i più sudici vizi di un paese costruito sull'immigrazione e la coesistenza di diverse culture.
Nonostante sia stato pubblicato nel 2001, American Gods riesce a essere ancora straordinariamente attuale e questo Bryan Fuller lo sa perfettamente, sfruttandone appieno il potenziale politico nell'America di Trump dei giorni nostri. 

I tempi dilatati, la “storia nella storia”, le vicende apparentemente slegate fra loro, presenti nel romanzo, sembrano allo stesso tempo uscire dalla mente di un autore come Fuller che fa del visionario, della regia attenta al dettaglio, dello slow motion e della fotografia piena di contrasti il suo marchio di fabbrica. Saltano subito all'occhio richiami visivi ad Hannibal, il suo ultimo lavoro, ma anche ai precedenti Pushing Daisies, con il racconto nel racconto, e all'umorismo macabro che caratterizzava Dead Like Me. Ed è allo stesso tempo molto diverso da tutti i suoi precedenti lavori, perché molte scelte visive sono chiaramente ispirate ai fumetti di Gaiman e in particolare ad alcuni fra gli albi più colorati di Sandman, tanto che non risulterebbe strano se nel pantheon di antichi e nuovi Dei facessero la loro comparsa anche gli Eterni, protagonisti del fumetto in questione.

Anche la scelta del cast era importantissima per poter riproporre sullo schermo un romanzo che ha nel suo essere principalmente visione più che semplice scrittura. 
Ian McShane giganteggia nei panni di Mr Wedsnday, perfetto nel restituire allo spettatore la sensazione che, dietro le sue parole, ci sia sempre dell'altro, che nulla dei suoi gesti è casuale, che nonostante non ci si possa fidare di lui qualcosa ci attira irrimediabilmente. Shadow, il Ricky Whittle già visto nella serie The100, risulta irrimediabilmente penalizzato nel confronto continuo con McShane, ma riesce comunque a trasportare su schermo la confusione di un personaggio non facile, in quanto estremamente riservato e silenzioso, di cui è semplice comunicare pensieri e sensazioni sulla carta, ma molto difficile farlo on video. 
Simbolo, tuttavia, della riuscita di questa trasposizione è la Media di Gillian Anderson, trasformista capace di passare con disinvoltura da Lucille Ball a David Bowie, da Marilyn Monroe a Judy Garland, cambiando non solo aspetto, ma modo di parlare, di muoversi, cambiando anche il mondo che la circonda.


Molto del fascino di questa prima stagione è principalmente visivo, infatti, perché il viaggio non è che appena iniziato e tutto è ancora davanti a Shadow e allo spettatore. Molti hanno storto (e storceranno) il naso di fronte alla lentezza della trama, alle frequenti digressioni, ma poco si può fare, American Gods non era un romanzo di intreccio, era un romanzo di mente, una storia fatta di altre storie, di personaggi che raccontano, di arrivi in America, di leggende e mitologia, in questo la serie è estremamente fedele alla controparte cartacea, tanto che i lettori si sono ritrovati più volte a guardare scene e dialoghi identici a quelli del romanzo.

Non è una serie per tutti, bisogna venire a patti con una trama dilatata, con i momenti in cui ci si sente confusi, in cui è lo spettatore, così come fu il lettore, a dover mettere insieme i pezzi.
Il finale di stagione rivela, ma non spiega, lasciando la sensazione di non aver ancora visto niente, eppure di aver visto qualcosa di magnifico. 
E ci invita ad avere fede.


Mr. Wednesday: Do you believe?
Shadow: I believe.
Mr. Wednesday: What do you believe, Shadow?
Shadow: Everything.

lunedì 15 maggio 2017

Sense8: elogio della diversità

Otto persone.
Otto individui diversissimi fra loro per genere, etnia, orientamento sessuale, esperienze di vita.
Otto persone sparse per il mondo, da San Francisco a Seul, da Nairobi all'Islanda al Messico e ancora Mombay e Chicago, passando da Berlino.
Eppure questi otto uomini e donne, così apparentemente lontani, così profondamente diversi, sono uniti dalle emozioni, dalle sensazioni che condividono l'uno con l'altro, in un'intreccio tanto affascinante ed emotivamente appagante per lo spettatore più tenace quanto inizialmente difficile da comprendere appieno.

Era il 2015 quando, sulla piattaforma Netflix non ancora sbarcata in Italia, approdava l'ultima fatica degli allora Fratelli Wachowski (insieme a  J. Michael Straczynski), una summa del loro lavoro che va a unire la fantascienza visivamente rivoluzionaria e in un certo senso cervellotica di Matrix, il gusto puramente anarchico e idealista visto in V per Vendetta e soprattutto l'idea di concatenazione di vite vista in Cloud Atlas.
Proprio con quest'ultimo film la serie mostra più analogie, ma va ancora oltre, non giocando più sul continuo ritorno dell'anima, o sui piani temporali, ma sulla pura e semplice emozione.
L'intera prima stagione gettava le basi della storia complessiva, lasciando da parte la trama principale e le spiegazioni, concentrandosi quasi esclusivamente sui personaggi, portandoci a conoscerli pian piano, scoprendoli pian piano, da archetipi di un certo tipo di essere umano (il poliziotto di buon cuore, l'attore di b movies d'azione che nasconde la propria omosessualità, la donna coreana in una società maschilista) a figure a tutto tondo, sfaccettate, rappresentanti dei più diversi tipi di umanità, quasi simbolo dell'umanità stessa nelle loro differenze.
E infatti questa seconda stagione, oltre ad approfondire e a spingere sull'acceleratore della trama, punta tutto su una dichiarazioni dì intenti ben precisa che le ora sorelle Wachowski non si limitano a suggerire, ma proclamano a gran voce tramite i personaggi stessi: c'è un intero mondo di diversità nel genere umano, ed è questa diversità che ne determina la bellezza.
“Ora ci sono otto te stessi” dice Jonas, inizialmente guida spirituale, mentore e guida per lo spettatore oltre che per i sensate, ed è proprio questa frase iniziale che paradossalmente riassume l'intera serie e ne incarna la bellezza. Non ci può essere un'unità senza la moltitudine, sembrano dirci le Wachowski, non c'è un vero futuro per l'Homo Sapiens se non si condividono emozioni e pensieri, se non si va oltre l'accettare e basta le differenze, se non le si abbraccia come vera ricchezza, se non si passa da Homo Sapiens a Homo Sensorium.
Bisogna approcciarsi così a Sense8, senza focalizzarsi troppo sulla trama fantascientifica, ancora troppo nebulosa, ma farsi trasportare dalla musica, dalle immagini (non si è mai vista, in televisione, una tale varietà di luoghi, tutti magnificamente fotografati) dai personaggi, tutti con un cuore impossibile da non amare, nessuno più importante degli altri, tutti ugualmente fondamentali.
Bisogna farsi trasportare dalle emozioni, in questa serie che punta al cuore e non alla mente, alla naturale propensione dell'essere umano a non rimanere mai solo, ma a cercare sempre la compagnia di qualcun altro, l'intimità di un'altra persona. 
Dopo una seconda stagione che si è messa a nudo profondamente, svelando la sua anima più profonda, non resta che aspettare la terza, sperando che arrivi presto.





sabato 21 luglio 2012

British do it better





Se dico Serie Tv immediatamente tutti pensano all'America, a quelle serie tanto famose e tanto conosciute che, anche se con ritardo di qualche mese, arrivano anche da noi in Italia. Oggi però non voglio parlare dei telefilm made in USA, troppo si è detto e spesso anche con troppo entusiasmo, oggi voglio parlare di Serie Inglesi.
Eh già, perché i nostri amici d'oltre Manica non solo hanno una produzione massiccia, ma anche di tutto rispetto e, a mio parere, mediamente superiore persino al colosso americano. Sono sicuramente di meno, anche perché il metodo produttivo è totalmente diverso (in Gran Bretagna c'è la BBC, una specie di Rai ma che sforna capolavori), ma non hanno assolutamente nulla da invidiare alle loro cugine, tanto che sempre più spesso le osannate serie tv USA sono remake di omonimi successi British.
Come certamente avrete capito, io sono un'amante della tv britannica, ma non mi interessa farne un'apologia, né portare avanti un confronto USA vs UK, anche perché sarebbe del tutto sterile; mi interessa invece dare dei consigli, cercando di essere più obiettiva possibile.
L'estate è ormai inoltrata e per noi poveri serial addicted è tempo di penuria, di astinenza forzata, di caccia allo spoiler, ma è anche tempo di recuperi, il momento di guardare con calma tutto ciò che ci è sfuggito.
Ecco quindi 5 serie tv, rigorosamente British, da recuperare assolutamente, quelle che tutti, per un motivo o per l'altro, dovrebbero vedere.



Luther



L'ispettore John Luther è un tipo che salta subito all'occhio: nero, grosso, sguardo penetrante, spalle curve... e un senso di ciò che è bene e male piuttosto ambiguo. Luther è un personaggio affascinante, tanto fragile quanto il suo aspetto esteriore appare imponente, un uomo tormentato che si muove in una Londra cupa e noir.
La prima stagione è composta da 6 episodi, la seconda da 4 episodi, insomma, da divorare in tre giorni!
Consigliata perché: l'ottima recitazione di tutto il cast, un Idris Elba straordinario, una fotografia come non se ne vedono spesso e una trama appassionante che vi terrà incollati allo schermo.



Doctor Who



Il motivo principale per cui questa serie è nella lista è principalmente di carattere culturale. Doctor Who è probabilmente LA SERIE INGLESE, quella che fa il 50% di share il giorno di natale, quella che persino la Regina guarda e che chiunque conosce. Non esiste in Italia un fenomeno che può essere equiparato alla popolarità del Dottore (ah, non l'ho detto? La serie parla di uno strano alieno, il Dottore appunto, che viaggia nello spazio e nel tempo a bordo di una cabina blu della polizia degli anni 60 chiamata TARDIS), se non altro perché lui è in giro ben dall'ottobre del 1963. Ovviamente non chiederei mai di recuperare tutte le stagioni, sarebbe assurdo, ma si può benissimo iniziare da quella che è chiamata “la nuova serie”, iniziata nel 2005.
Consigliata perché: è un classico per bambini e adulti, le potenzialità sono infinite, il personaggio del Dottore è di quelli che ti restano nel cuore come un vecchio amico, perché fa tornare bambini e scoprire cose magiche.



Life on Mars



La premessa è semplice e intrigante: il detective ispettore Sam Tyler viene investito da un'auto nel 2008 e quando apre gli occhi è il 1973.
Da qui la vicenda prende risvolti psicologici inaspettati, ma è pur sempre un poliziesco e tale rimane. L'ambientazione è curatissima, inoltre i personaggi sono tutti davvero originali e sfaccettati, in particolare Sam e il burbero Gene Hunt.
Degno di nota è anche Ashes to Ashes, sequel di Life on Mars ma ambientato negli anni 80, il cui finale è forse uno dei migliori che abbia mai visto.
Consigliata perché: la cura dei dettagli, momenti e dialoghi assolutamente cult, un finale memorabile, la colonna sonora che tra David Bowie e altri è da ascoltare in eterno.



Sherlock



Probabilmente non avrà bisogno di presentazioni, ormai è la serie del momento, ma io la consiglio lo stesso. Sherlock è la trasposizione ai giorni nostri delle avventure del famoso detective di Backer Street e gioca con il canon e i riferimenti in un modo che delizierà i fan del testo letterario. Steven Moffat e Mark Gatiss, creatori della serie, sono probabilmente tra i migliori sceneggiatori in circolazione e la regia di McGuigan è particolarissima e affascinante.
Consigliata perché: grandi attori, sceneggiatura perfetta e adrenalina a mille, soli 6 episodi che diventeranno una vera e propria droga.



Downton Abbey



Può essere definita quasi una soap in costume e può risultare forse pesante, ma alla fine è indifferente, è tutto perfetto all'interno di questa incredibile panoramica su una società in piccolo (Downton, appunto) che ci permette di entrare nei personaggi e di vedere la storia attraverso di loro. Inoltre, la ricostruzione di costumi e ambienti è una gioia per gli occhi.
Consigliata perché: è quanto di più vicino alla perfezione ci possa essere, Maggie Smith al suo meglio e una serie di personaggi delineati divinamente.


§§§


Ci sarebbero moltissime altre serie che avrei voluto inserire, ma alla fine ho cercato di andare oltre i miei meri gusti personali ed evidenziare 5 serie che credo debbano essere viste da tutti a prescindere. L'estate è appena iniziata e manca ancora molto prima che le nostre serie preferite facciano ritorno, quindi coraggio, che il recupero abbia inizio! Ma questa volta God save the Queen!


*Chiara*

giovedì 21 giugno 2012

Buffy da Profano: Stagione 2

Finalmente ho visto anche la seconda stagione di questa discussa serie perfetta, colei che ha fatto scuola ai progetti di oggi. 
Bhè che dire, molto sinceramente vi dico che non mi è piaciuta troppo, un pelo di più della prima di sicuro ma era scontato anche perché la produzione si è fatta più grande e anche il budget si è un po gonfiato, ma se nella prima stagione avevo l'effetto "Xena" qui mi è sembrato molto "Piccolo Brividi"! Vi ricordate quelle mini puntate tratte da i famosissimi libri a pagine verdi?! Si proprio quelle! Una cosa simpatica ma con effetti visivi a volte suggestivi e a volte scadenti e fotografia non troppo studiata, ecco la seconda stagione di Buffy secondo me è così (visivamente parlando). 
A livello di storia una piccola botta di "vita" c'è, ossia l'arrivo di Spike, che in realtà da uno scossone iniziale poi rimane un po in ombra, spunta fuori poco, anche sa alla fine nelle ultime  2 puntate regala bei momenti. Buffy e l'allegra compagnia rimane sempre impassibile. La protagonista personalmente la strozzerei, è troppo "stupidina ma figa". Willow si rivela un bel personaggio che sicuramente in futuro regalerà discrete prove! Anche un po Xander mi si è risollevato dalla prima stagione, Angel la il balzo da buono a cattivo e questo gli fa solo del bene perché stava diventando molto smieloso.


In sostanza non vedo troppe differenze con la prima, certo c'è una media di belle puntate più alto ma nulla di troppo sconvolgente!


Ora con tanta calma mi butto sulla terza stagione, che potrebbe portarmi bene perché di solito le terze stagioni di quasi tutte le serie che vedo risultano essere le mie preferite!


Mat

giovedì 14 giugno 2012

Game of Thrones: quando il gioco dei troni incontra il fantasy


Si è conclusa anche in Italia la seconda stagione di Game of Thrones, vero e proprio fenomeno cult oltre che semplice serie fantasy di enorme successo.

Ma di cosa stiamo parlando?
Per chi è vissuto su Marte in questi ultimi anni ecco un piccolo estratto da wikipedia: 

Eddard Stark, lord di Grande Inverno, viene incaricato dal suo re e amico Robert Baratheon di recarsi ad Approdo del Re per ricoprire la carica di Primo Cavaliere . La guerra fra i Sette Regni è però alle porte, a causa degli intrighi e delle mire al trono dei membri della nobile Casa Lannister. Jon Snow, figlio illegittimo di Eddard Stark, si arruola invece nei Guardiani della Notte e si reca sulla Barriera, enorme muro di ghiaccio che separa il mondo degli uomini dalle ostili terre del Nord, da cui sta arrivando una minaccia terribile. Nel frattempo Daenerys Targaryen e il suo crudele fratello Viserys, ultimi superstiti della nobile Casa Targaryen ,regnante prima della rivolta dei Baratheon, cercano di ricostruire l'antico potere nelle selvagge terre al di là del mare.

Di ambientazione medievaleggiante, Game of Thrones si differenzia da tutti gli altri (scadenti) prodotti fantasy che hanno invaso cinema e televisione dopo il successo della trilogia tolkeniana di Peter Jackson: rimanendo straordinariamente fedeli all'opera originale, i creatori David Benioff e D.B. Weiss hanno puntato i riflettori sui personaggi, riducendo al minimo la componente magica. Non esseri magnifici con poteri soprannaturali, quindi, ma persone al centro della storia, una storia fatta di lotte di potere e guerra, di odio e amore, dove nessuno è mai totalmente buono o cattivo, un mondo dove predominano le sfumature di grigio che sempre rendono affascinante ogni personaggio...un mondo dove chiunque può venire ucciso, come ci ricordano le misteriose parole che danno il titolo allo spettacolare episodio che chiude la seconda stagione: Valar Morghulis.
In questo modo lo spettatore empatizza, si schiera ed è costantemente sulle spine, perchè non si può mai sapere quale dei propri beniamini arriverà incolume alla stagione successiva.
Sicuramente il materiale di partenza poteva contare su di una folta schiera di fan, ma c'è anche da dire che il successo di una serie si vede soprattutto contando quanti nuovi “adepti” essa riesce ad arruolare; Game of Thrones in questo non è seconda a nessuno, anzi!


Con una resa scenica mozzafiato per location (Islanda e Malta solo per fare qualche esempio) ed effetti speciali, una fotografia sempre impeccabile e un cast di attori eccezionali, su cui spicca lo straordinario Peter Dinklage (premiato con Emmy e Golden Globe per il suo ruolo di Tyrion “the Imp” Lannister, a mio parere miglior personaggio della saga), questa serie è riuscita ad affascinare ed emozionare un pubblico di tutte le età.



Da citare, infine, la sigla di apertura, una delle più belle che si sia mai vista in tv, capace di costruire , nel vero senso della parola, questo nuovo mondo davanti ai nostri occhi.
Ed ora che la seconda stagione è giunta al termine, non resta che attendere la prossima primavera per averne ancora, oppure, se proprio l'astinenza diventa insopportabile, correre in libreria per recuperare i cinque volumi della saga pubblicati fin ora, per immergersi di nuovo in questo lungo e appassionante canto di ghiaccio e di fuoco.





*Chiara*