Visualizzazione post con etichetta franz rogowski. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta franz rogowski. Mostra tutti i post

venerdì 1 dicembre 2023

New York Film Critics Circle - il miglior film dell'anno è Killers of the Flower Moon

Si è aperta la stagione dei premi, una lunga maratona che si chiuderà con i premi Oscar il prossimo marzo. Dopo i Gotham Awards che hanno visto trionfare Past Lives, è la volta del New York Film Critic Circle, l'associazione di critici fondata nel 1935, quindi la più antica degli USA, composta da 37 critici di New York. Premio non particolarmente indicativo in chiave Oscar.

A trionfare è stato Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese, votato come miglior film dell'anno, con Lily Gladstone che è stata premiata come migliore attrice protagonista.

Il premio come migliore attore protagonista è andato invece a Franz Rogowski (Passeges), mentre Da’Vine Joy Randolph (The Holdovers) e Charles Melton (May December) sono stati premiati nelle categorie dei non protagonisti. Miglior regista Christopher Nolan per Oppenheimer, con il film che ha vinto anche per la migliore fotografia.

Ecco tutti i vincitori.

MIGLIOR FILM
Killers of the Flower Moon

MIGLIOR REGISTA
Christopher Nolan, Oppenheimer

MIGLIORE ATTRICE
Lily Gladstone, Killers of the Flower Moon

MIGLIOR ATTORE
Franz Rogowski, Ira Sachs’ Passages

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Da’Vine Joy Randolph, The Holdovers

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Charles Melton, May December

MIGLIOR SCENEGGIATURA
May December by Samy Burch and Alex Mechanik

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Menus-Plaisirs — Les Troisgros (dir. Frederick Wiseman)

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
The Boy and the Heron

MIGLIOR PRIMO FILM
Past Lives

MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE
Anatomy of a Fall

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Hoyte Van Hoytema, Oppenheimer

-

venerdì 5 novembre 2021

Freaks Out - la recensione

Può il Cinema Italiano tornare a fare film di genere?

Questa è una domanda che in moltissimi continuano a porsi, sfiniti dal continuo proliferare nel cinema nostrano di commedie e drammoni, senza possibilità di uscita. Non è necessariamente un male, in fondo le commedie sono nella nostra tradizione e continuano a incassare moltissimo, e i drammoni non sono sempre pesanti e se ne contano anche alcuni piuttosto riusciti. C'è però sicuramente l'esigenza di un certo pubblico, di nicchia forse, di esplorare un tipo di cinema più moderno e che possa rivaleggiare con le produzioni estere, in particolare quelle americane, dove al momento il sottogenere dedicato ai cinecomic, e in generale ai supereroi, spopola.


Gabriele Mainetti ci aveva già provato con enorme successo di critica e pubblico qualche anno fa, con quel Lo chiamavano Jeeg Robot che uscì in sordina e praticamente inosservato per poi pian piano, a furia di passaparola, diventare un vero e proprio cult, grazie anche alla presenza di un personaggio iconico come lo Zingaro. Adesso Mainetti raddoppia e se il suo esordio fu chiaramente autoriale e non proprio un kolossal, con Freaks Out cerca di fare il grande salto del film ad alto budget. Tuttavia non si perde minimamente l'impronta dell'autore che, anzi, appare più forte che mai in ogni aspetto della storia, dei personaggi e delle ambientazioni.

Un gruppo di persone con poteri straordinari e spesso bizzarri, un piccolo circo e un circo molto più grande, una Roma devastata dalla guerra e in mano ai nazisti, le deportazioni degli ebrei e la resistenza partigiana. C'è tutto questo in Freaks Out, che da un lato non ha paura di mostrare le sue chiare influenze fumettistiche (su tutte le altre è più che evidente come gli X-Men siano una ispirazione fortissima), e dall'altro rivendica a voce altissima l'appartenenza territoriale, non solo grazie all'uso del dialetto, ma soprattutto grazie al modo tutto personale con cui Mainetti mette in scena dinamiche tipicamente italiane e fortemente radicate nella nostra storia.

Da un lato puramente tecnico, il budget non è stato speso invano, il lavoro sulle location e gli effetti visivi è magistrale e non ha davvero nulla da invidiare a produzioni più blasonate. La fotografia in particolare è perfetta nel restituire un'atmosfera magica e irreale, a metà fra Pinocchio e Il Mago di Oz, con Mainetti che piazza una sequenza onirica di quelle che ricorderemo a lungo.

Il cast azzeccatissimo e per quanto i personaggi secondari siano poco approfonditi rispetto ai due protagonisti, riescono a restituire bene il carattere e le particolarità di ognuno. Molto brava la protagonista, l'esordiente Aurora Giovinazzo, ma ancora una volta a rubare la scena è il villain, personaggio patetico, sfaccettato e iconico, interpretato in maniera sublime dall'attore tedesco Franz Rogowski e che ci dà la definitiva conferma che se c'è una cosa che Gabriele Mainetti sa fare maledettamente bene è scrivere i cattivi.

Un film che probabilmente non piacerà a tutti, forse pecca un po' di alcune ingenuità nella struttura narrativa generale, ma che alla fine riesce perfettamente nel suo intento, trasportare lo spettatore in un altro mondo, affrontando anche temi importanti come la diversità, la Seconda Guerra Mondiale e le sue atrocità, e la scoperta di sé. Un esperimento riuscito, e di questi film ce ne vorrebbero davvero molti altri.