giovedì 11 maggio 2017

King Arthur: Il Potere della Spada - la recensione

Dopo il successo ottenuto con la trasposizione in chiave steampunk di Sherlock Holmes, Guy Ritchie torna a proporre un'altra rivisitazione letteraria, spostando l'attenzione dalla Londra Vittoriana alla Londra dell'Alto Medioevo.
Ispirato, anche se molto alla lontana, al romanzo La Morte di Artù di Thomas Mallory, ma nel raccontare l'ascesa del leggendario sovrano, si nota principalmente la mano del suo regista.

C'è la Londra, anzi Londinium, sporca, brutta e cattiva, il ghetto in cui Arthur cresce e che lo rende uomo, ancor prima del percorso alla scoperta di chi è davvero, delle sue origini e della natura più profonda di se stesso.  C'è anche la magia, nera e letale o benigna, mai però abusata, e c'è soprattutto un villain inquietante e caratterizzato perfettamente da uno Jude Law che giganteggia e oscura chiunque altro, anche il bravo protagonista, l'inglese Charlie Hunnam già protagonista della serie Sons of Anarchy, qui molto in parte.
Ritchie usa la forma, ancor più che la sceneggiatura, per raccontare la storia e imprimere al film un ritmo incalzante. Il montaggio è sempre stato il punto forte del regista e ancora una volta lo si può apprezzare nel modo in cui passato, presente e futuro si alternano, si integrano, diventano sogni e poi realtà, e poi di nuovo passato e futuro, senza mai confondere, senza mai annoiare.

Con l'aiuto della colonna sonora di Daniel Pemberton che presenta delle tracce davvero memorabili (e alcuni brani dei Led Zeppelin), non ci si annoia mai, le due ore volano e quando si esce dalla sala diventa inevitabile sperare in un sequel.
Certo, se si cerca un film storicamente attendibile o dall'impianto drammatico è meglio cercare altrove. Qui non ci si prende mai sul serio, la battuta sferzante è sempre presente, il riferimento pop è dietro l'angolo (emblematico il cammeo di David Beckham come l'uomo che incita Arthur a estrarre la Spada dalla roccia), ma per chi è disposto ad accettare lo stile tutto suo di un regista che ha fatto del divertimento dato da un montaggio diverso dal solito un vero e proprio marchio di stile, allora non si può che amare questo King Arthur
E alla fine ci si trova davanti a un prodotto che è talmente unico e unicamente riconoscibile da poter essere definito un vero e proprio blockbuster d'autore.

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